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No

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vogliamo una volta per tutte ammettere che il No al referendum sul taglio dei parlamentari ha solo il valore simbolico di un atto di fede nella democrazia? E che i cittadini che  si prestano a questa liturgia, a questo rito apotropaico, non hanno nulla a che fare con i bramini della politica, con i sacerdoti della realpolitik che in tutte le sedi e sotto tutte le bandiere hanno contribuito negli anni a svuotarla, la democrazia, a declinarla come tira il vento: democrazia di opinione, democrazia televisiva, democrazia di mercato, e poi formale, rappresentativa, ma con parsimonia, costituzionale, ma da modernizzare,  sostanziale, virtuale, sociale, liberale, fino alla più disincantata delle definizione, postdemocrazia  a intendere che la demolizione dei requisiti di base della rappresentanza ha consolidato il dominio di una oligarchia, riconducibile al solo gioco dei dispositivi amministrativi e della mediazioni sociali?

Vogliamo dire ancora una volta che non c’è stato movimento e partito che non abbia sventolato la bandiera della governabilità? con l’intento esplicito di garantire che l’esecutivo possa agire indisturbato senza gli ostacoli e gli intoppi del Parlamento che  di questi tempi e più che mai, abusando della decretazione d’urgenza e dei voti di fiducia, è stato condannato alle funzioni di mera ratifica dell’azione di governo.

Vogliamo riconoscere che sono tramontate le stelle polari della democrazia rappresentativa: uguaglianza e giustizia, identità tra governanti e governati, sovranità popolare, tutela dell’interesse generale per lasciar posto a un ordine fondato sui calcoli e aspettative di soggetti interessati ai loro vantaggi e ai beni e al potere che ne derivano?

E che in virtù di questa “appropriazione” della funzione pubblica e sociale da parte dei detentori dell’economia e del mercato e del corpo politico che agisce al loro servizio, ci vengono indicati e concessi solo una gamma ristretta di diritti, l’esaltazione e la legittimazione della soddisfazione e dell’appagamento individuale, tanto che la parola popolo ha perso la sua qualità e potenza sostituite dall’epica del restare umani, dalla retorica cosmopolita dei cittadini del mondo e dall’enfasi  data alla  società civile, lei sì virtuosa a confronto con ceti dirigenti corrotti e corruttori?

Detto questo, tocca votare No.

Anche se per qualcuno è disturbante rispondere all’appello di manigoldi, di voltagabbana. Suggerisco in proposito l’ incrocio dei dati tra i 183 costituzionalisti che hanno sostenuto il Si al referendum del 2016,  detto “costituzionale”  in forma di ossimoro e promosso per svuotare la Carta perfino con la cancellazione del Senato pretesa da chi dopo la sconfitta è entrato in quell’aula con passo di gloria del vincitore, e i 182 che hanno rivolto un appello per il No  temendo uno strappo costituzionale, tanto per verificare eventuali coincidenze di nomi e convinzioni.

Tocca votare No, come un fioretto, anche se si sa che il piccolo sacrificio una tantum  è solo un cerotto sulle ferite della coscienza e sugli oltraggi alla cittadinanza. Perché è evidente che nessun taglio nel numero degli eletti potrebbe garantire la qualità della selezione del personale, come voluto dalle regole elettorali che hanno convertito il voto in atto notarile a conferma di liste chiuse, cerimonie digitali, plebisciti virtuali. E questo non solo grazie alle leggi  che si sono susseguite, ma a un comportamento degli esecutivi che considerano il Parlamento di impaccio ed evitano il più possibile di farlo contare, abusando della decretazione d’urgenza, dei voti di fiducia e del ruolo attribuito a soggetti extraparlamentari, dotati di autorità e potere decisionale, come le task force nominate d’imperio in vigenza del Covid.

Tocca votare No, vincendo la naturale e comprensibile disaffezione:  come al solito anche questa scadenza serve solo a improvvisate tifoserie per contarsi e fare la voce grossa mentre sulle ragione  e la parole parlano la stessa lingua, che è quella della conservazione  di posizioni e rendite che ne derivano, perché è ridicolo ritenere che la riduzione del numero dei deputati da  630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 assuma una valenza pedagogica invece che una funzione punitiva se non vendicativa.

E non solo perché a fronte della “perdita” di funzionalità e di rappresentanza, si registrerebbe un risparmio risibile, lo 0,007% della spesa pubblica, meno di una goccia nel mare del debito pubblico enorme che mette a repentaglio i diritti sociali, ma anche perché, comunque, la rappresentatività verrebbe ulteriormente penalizzata dal meccanismo elettorale che prevede l’elezione del 37 per cento dei parlamentari con il sistema maggioritario uninominale a turno unico e una serie di sbarramenti per la restante quota proporzionale, a danno delle minoranze  non solo politiche ma anche etniche, e  delle compagini più piccole. 

Tocca, votare No, è vero. Però è  doveroso distinguersi da chi vota No come gesto dimostrativo contro il populismo,  come  guanto di sfida  lanciato dai cavalieri della democrazia per umiliare la plebaglia affetta da qualunquismo, i malmostosi che ripetono il loro mantra: i partiti sono tutti ladroni, meno parlamentari mandiamo a Roma e meglio è, bisogna ridurre il costo della politica,  trasferito dal bar e dallo scompartimento ferroviario ai social, quelli che parlano su suggerimento della pancia, che però è vuota e non trova ascolto da anni nei governi che si sono succeduti e meno che mai nei partiti e movimenti che hanno animato il palcoscenico.   

E quindi una volta votato No, in memoria di referendum traditi, obliterati, offesi – ve lo ricordate quello sull’acqua pubblica?- non si può pensare che dovere fatto, tolto il pensiero, pagato il debito alla democrazia rappresentativa, si può tornare a brontolare, a recriminare, dando ragione a chi dice che l’astensionismo è una manifestazione di maturità, o peggio, a chi dice che il suffragio universale è un lusso che non è giusto venga permesso a un Paese dove l’emancipazione e il riscatto si sono ridotti con la fine dell’istruzione pubblica, sapendo bene che non si è trattato di un processo fisiologico, ma di un preciso disegno volto a impedire l’accesso ai posti di comando, alle carriere, alla conoscenza e dunque alla partecipazione, alle opportunità e alle libertà, in modo che il popolo, gli sfruttati, i sommersi non attentassero all’egemonia delle classi privilegiate.

Cominciare a esercitare la democrazia è possibile, ma rovesciando la direzione del controllo sociale dal basso verso l’alto, attività che non costa poi molta fatica e nemmeno troppe competenze, perché solo così, con la verifica dell’efficacia, si può impedire l’emarginazione dei processi decisionali, si può imparare a capire se stare con chi comanda o con chi vuole riavere la sovranità che deve essere popolare, minacciata dentro e da fuori, proprio tramite esecutivi e parlamenti che zitti zitti hanno votato la consegna delle competenze e delle scelte economiche a entità esterne, che sono in procinto di accettare capestri e condizioni codarde in cambio dell’elemosina di una partita di giro da spendere secondo superiori  indicazioni, pena interventi manu militare nella formazione dei governi e nello smantellamento del sistema democratico.

Intanto si potrebbe iniziare andando a vedere come lavorano i nostri rappresentanti, invece di contare il loro numero. In fondo basta aprire i siti istituzionali e ufficiali, controllare da quando le Commissioni non trattano il tema dell’Ilva (credo che l’ultima volta risalga a Febbraio con qualche audizione), che interrogazioni siano state presentate per avere lumi sulle strategie del rilancio, se qualche eletto nei collegi interessati dal sisma del Centro Italia ha chiesto delucidazioni o se invece, come sembra, ci si è accontentati della visita pastorale del Presidente del Consiglio in occasione della celebrazione dei 4 anni, senza obiettare sul grottesco bonus sisma e senza interrogare l’esecutivo sulla possibilità che la ricostruzione post Covid ne preveda una declinazione anche nel cratere, se qualche deputato o senatore equipaggiato per il dovere agile a distanza o prima abbia interrogato Calenda, Bellanova, Catalfo sulle vertenze che vedono in piazze disertate dalle sardine i lavoratori in lotta, o se a dimostrazione di rivendicate radici antifasciste qualche altro ha deciso di interpretare la volontà popolare esternata soprattutto su Facebook, calendarizzando disposizioni di ordine pubblico rispettose dello stato di diritto. 

Intanto i militanti e i votanti di partiti e movimenti che fanno parte della sbilenca maggioranza di governo, invece di limitarsi ad applaudire ben contenti che la mascherina sostituisca il bavaglio dell’autocensura, potrebbero svolgere la più elementare delle azioni democratica, la critica, quando necessaria. Intanto se proprio si rimpiangono le piazze di un tempo, diventate location per flashmob canterini, si dovrebbe stare a fianco dei tanti fermenti che ci sono e che pensano, si arrabbiano e agiscono per i diritti di cittadinanza, per il lavoro, l’istruzione, l’ambiente, la città, l’abitare.

Altrimenti che si voti No oppure Si, ci meritiamo la trasformazione da popolo in pubblico, pagante per giunta, che baratta la libertà con la licenza di protestare sui social, il sapere con un diploma, i valori e le conquiste del lavoro con un salario incerto, se l’unico diritto è quello alla fatica, che quello di voto è come toccare il cornetto portafortuna.


Ilva. Compra, ruba e scappa

illAnna Lombroso per il Simplicissimus

La crisi del 2008 aveva riportato alla ribalta un attore costretto negli anni a stare in disparte, relegato come certe attricette di scarso talento, all’eterno ruolo di sostituto.  E con  la pandemia (in pieno lockdown il presidente Conte mentre scavalcava il Parlamento e perfino l’Esecutivo delegando la strategia della rinascita a task force di manager venuti su a profitti e marketing,  lanciava la nazionalizzazione dell’Alitalia) è sembrato che i finanziatori e il gestore del teatro volessero dargli una parte consona al suo spessore.

Ma come accade nel mondo dello spettacolo si è capito subito (è bastato a convincerci la contraffazione in successo della resa ai Benetton sul Ponte di Genova, mentre nulla si dice del caso Adriatica, la A14  con code che si prolungano fino ad otto ore consecutive) che erano gli impresari a recitare fuori dalla scena.

Lo Stato, di questo si parla, che in caso di crisi viene tirato dentro dal mercato a risolvere  i problemi creati dal mercato, non conta nulla se non per  accontentare le “pretesa” dei padroni dell’economia e della finanza  di socializzare le loro perdite,  come è successo con il succedersi di crack ai tavoli del casinò, quando grandi banche di investimento e altre istituzioni finanziarie fallite o agonizzanti per via di gestioni criminali hanno ottenuto che gli Stati,  negli USA attraverso la Federal Reserve, in Europa attraverso la BCE , comprassero la loro spazzatura e coprissero le loro falle, scaricando il loro dissipato malaffarismo privato sulle casse e le tasche pubbliche.

Così il Governo mentre scrive nei decreti della sua pandeconomia, quello che  i grandi suggeriscono,  segna definitivamente la condanna a morte del decantato piccolo è bello, delle Pmi che hanno costituito l’impalcatura del sistema produttivo italiano, continuando nel frattempo a rafforzare quel capitale fittizio che occorre per investire delle opere, nei cantieri, attraverso il sistema “diversamente” privato della Cassa Depositi e Prestiti, i cui investimenti replicano pedissequamente il modello speculativo e le logiche di mercato, o Invitalia, ‘Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia. La cui mission (confermata dalla rivelazione  che i finanziamenti l’agenzia versava per lo stabilimento FCA di Termini Imerese, da riconvertire all’auto elettrica, erano in realtà distratti per fare speculazioni finanziarie), sembra essere quella di fornire assistenza a grandi imprese e multinazionali parassitarie.

E non è casuale dunque che il dossier Ilva sia stato consegnato per accertamenti a Invitalia e che la potenziale uscita di Arcelor Mittal sia condizionata all’intervento della Cassa Depositi e prestiti, per decidere poi se un eventuale intervento pubblico dovrà essere solo finanziario o anche industriale.

Quante volte di fronte ai crimini commessi contro il lavoro, l’ambiente la salute a Piombino, a Taranto, a Terni, quando i governi si sono prestati a farsi prendere per i fondelli dalle proprietà feroci e sanguinarie prendendo per i fondelli a loro volta cittadini, operai, si è detto che l’unica soluzione era la nazionalizzazione, il passaggio allo Stato come unico garante della messa in sicurezza, del risanamento e della sanità, dell’occupazione e del risarcimento di città martiri.

Quante volte a chi lo sosteneva si è sentito rispondere che ci sono casi nei quali non si deve sottoporre un Paese a quella aberrante alternanza tra nazionalizzazioni e privatizzazioni che ha come unico effetto quello di scaricare sul sistema pubblico i costi economici,  sociali e politici delle ristrutturazioni. Che non è ragionevole ed equo subire la pressione iniqua esercitata dla capitale  che ci costringe a subirei danni e a risarcire le vittime e tutta la società  dei suoi fallimenti economici, sociali, ecologici, così mentre noi paghiamo lui fa cassa.

È che viene un momento nel quale bisognerebbe fare i conti con le responsabilità collettive, perfino quelle minime, che sembrano personali,  che comporta dare il voto e quindi il consenso a partiti, governi e amministrazioni. Il 9 agosto Conte  a Ceglie Messapica in provincia di Brindisi partecipando all’evento ‘La Piazza… la politica dopo le ferie‘ (sic) durante il quale ha benignamente  “ricevuto” associazioni di cittadini di Taranto, ha rivendicato di aver detto pubblicamente che “è assolutamente inaccettabile che alla comunità tarantina sia prospettata una scelta tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Sono due diritti che devono essere entrambi realizzati e perseguiti”, anche se, coerentemente con i pilastri dello stato di eccezione che ha incarnato in questi mesi, ha aggiunto: “la salute è l’unico diritto che dalla Costituzione viene dichiarato fondamentale”.

Dovremmo avvertirlo che in realtà ai cittadini che vivono all’ombra delle fiamme avvelenate dell’Ilva quell’alternativa non è stata data, che hanno negli anni perso il diritto al lavoro retrocesso a diritto alla fatica, e quello alla salute, negata dentro e fuori dalla fabbrica.

E che se è vero che ha ereditato un “dossier”, come ha ritenuto di definirlo, che si trascina da anni,  è altrettanto vero che le ipotesi di intervento dello Stato adesso, sono quantomeno sospette, che fanno immaginare come è avvenuto in altri casi, che così la Nazione entri in gioco in veste di becchino incaricato di mettere una pietra sepolcrale su una fabbrica che non è più redditizia, sui veleni e sui delitti senza pena, a pensare che si è elargita immunità e impunità agli assassini, affondandoli sotto l’acquario promesso come opportunità di sviluppo e occupazione.

Intanto: “E’ prematuro dire quale sarà l’esito del negoziato con ArcelorMittal, ma potete stare tranquilli”, Conte ha “rassicurato” così i rappresentanti dei 5000 cittadini che gli hanno scritto per motivare la richiesta di chiudere l’azienda anche in presenza dei dati sul raddoppio dell’inquinamento da benzene nei primi sei mesi dell’anno. “Il governo, ha dichiarato,  sta facendo di tutto per garantire le massime condizioni di salute e sicurezza dell’intera comunità tarantina, e per garantire la piena transizione energetica dello stabilimento. Stiamo ancora lavorando sul piano industriale e continueremo ad aggiornarvi”.

C’è da dubitare che sia riuscito nell’impresa di tranquillizzare i tarantini, che in 50 anni, hanno visto l’acciaieria prima occupare il corpo cittadino, poi produrre acciaio e lavoro  ma pure devastazione ambientale e morte e poi ridursi a accozzaglia di rottami arrugginiti fin dall’acquisizione  nel 1995, da parte della dinastia Riva che l’ha pagata quattro soldi, la fa lavorare al massimo quanto sfrutta i dipendenti e non investe nella sostenibilità e nella sicurezza dirottando i molti utili in conti offshore che nessuna forza politica dell’arco parlamentare si è mai arrischiata  di andare a cercare.

E oggi il concessionario che vorrebbe comprare ma non compra, che esige l’impunità ma non risana e non bonifica, che col pretesto del Covid esige aiuti per quasi 2 miliardi, ma intanto specula perfino sui reflui, che non si mette d’accordo sul “compromesso” ma  intanto per la seconda volta non versa il fitto “pattuito”, che propone un piano industriale ma  proroga a tempo indefinito la realizzazione del nuovo altoforno,  ha la sfrontatezza di presentare un piano industriale che “sacrifica” 5000 “esuberi”.

Adesso vedremo come reagirà Landini che in nome della tutela dell’occupazione aveva accusato il Governo di non mostrare la doverosa cedevolezza nei confronti delle richieste della multinazionale. Adesso che i sindacati e il Consiglio di Fabbrica ha avvertito che in mancanza di risposte certe, disporranno l’autoconvocazione dei lavoratori nelle sedi istituzionali.  Adesso che appare chiaro che il colosso indo… non  aspirava al rilancio della produzione di acciaio a Taranto, ma a cannibalizzarla grazie ai servigi della più feroce tagliatrice di teste in azione, al Morselli una carriera di migliaia di vittime dei suoi repulisti ,in modo che potesse cadere  preda della concorrenza, per poi chiuderla,   eliminando da un mercato saturo una quota produttiva ancora rilevante, perlomeno in Europa.

Ma allora il vecchio baraccone avvelenato potrebbe essere ancora competitivo, allora una volta risanato come in ogni caso di deve fare, allora una volta “ristrutturato”, una volta sottratto agli artigli della feroce tagliatrice di teste, la collezionista di guadagni conseguiti sul ceppo del boia, quella Morselli che prima fu incaricata da Calenda poi da Di Maio di condurre trattative, diventando infine Ad di Arcelor Mittal Italia, è lecito pensare e agire per ridarle il ruolo di produzione strategica per il Paese.

Certo non è facile, perché si tratta di rovesciare il pensiero dominante che si sorregge sulla accondiscendenza ai format di redditività e produttività basati sul profitto avido delle proprietà e degli azionariati, proprio come succede per la stesa pubblica, intesa come un bacino messo a disposizione del parassitismo, cui è doveroso essere ostili, liberisti o progressisti, austeri o frugali,  quando riguarda i servizi pubblici e l’Welfare da offrire e favorevoli, proprio come di questi tempi quando invece concerne le agevolazioni alle imprese privare.

Si tratta di cominciare a calcolare non solo col pallottoliere delle rendite e dei tornaconto per gli azionisti, il “profitto” sociale dell’occupazione di migliaia di dipendenti, dei volumi di denaro e effetti economici a cascata che vengono messi in circolazione, della possibilità non remota che un’azienda organizzata, dove sono rispettai requisiti di efficienza, sicurezza, innovazione diventi concorrenziale con altre che traggono vantaggi dallo sfruttamento dei lavoratori, dalle retribuzioni disonorevoli, dalla violazione di standard ambientali.

Perché non si tratti solo di utopia e di illusioni visionarie, bisogna cominciare, i cittadini italiani e i tarantini in primo luogo, a ragionare diversamente dai padroni, non sottostare alle loro regole, per non essere talmente schiavi da pensare come loro.


Taranto, veleni e balocchi

polveAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa una tromba d’aria ha sollevato  le polveri dell’ex Ilva facendo precipitare una pioggia di carbone sul quartiere Tamburi di Taranto. Il Comune, cittadini,  le associazioni ambientaliste – i soliti disfattisti – pretendono laserrata immediata dell’azienda, in aperta polemica con il governo che manda in visita pastorale il sottosegretario Turco, seguendo l’esempio di  Servola,  chiudendo l’area a caldo ed avviando la riconversione.

Mai contenti, viene da dire. Che poi, ammettiamolo,  una suggestiva tempesta di particelle rosse si colloca perfettamente nel disegno di rinascita di Taranto, a forza di son, lumière, giochi d’acqua come in uno di quei luna park con scivoli, ruote panoramiche, cascate artificiali, con, sullo sfondo, pudicamente, quella Foresta Urbana, concessione magnanima in veste di compensazione offerta dagli immuni e impuniti assassini che si sono avvicendati. E perché no? Una possibile vocazione termale grazie al recupero di quei 4 milioni di tonnellate di fanghi, oggetto della auspicata “bonifica”.

Ci ha pensato il governo con il sostegno dei parlamentari pugliesi che proprio non ne possono più di doversi occupare dell’annosa e mai risolta vicenda dell’azienda metallurgica obsoleta e incompatibile con un sistema economico nel quale le produzioni sono arcaici lasciti del passato, insieme a lavoratori che non sanno convertirsi a nuove frontiere più smart.

Con impeto creativo si è infatti concordato di fare di una città martire dell’avidità di profitto criminale,  la prossima e promettente capitale del turismo ionico, grazie prima di tutto ai Giochi del Mediterraneo 2026:  290 milioni di euro di investimento (il Governo ne metterà a disposizione circa 100, cui altri se ne aggiungeranno quando i ritardi e le trastole avranno trasformato anche questo evento “di interesse generale” in una emergenza da gestire con fondi e misure eccezionali), 65 impianti che dovranno ospitare le gare, maschili e femminili, di 23 diverse discipline sportive.

E difatti l’operazione non sorprendentemente verrà affidata a un soggetto commissariale, in questo caso l’Autorità Portuale con nuove competenze eccezionali e poteri straordinari. E che ha già ottenuto la ratifica del passaggio  dell’ex-Stazione Torpediniere dalla Marina Militare alla sua amministrazione, che provvederà al recupero delle  motonavi Adria e Clodia, rimorchiatori della Marina e del relitto del fu Vittorio Veneto, che si voleva adibire a nave museo. E  che, si legge sulla stampa locale in estasi,  ha scelto quella “location” come la più favorevole  per la nascita dell’Acquario la formidabile attrattiva in concorrenza con Genova, “in grado di convogliare un fertile   traffico di visitatori”, facendo dimenticare la triste reputazione della città industriale e magari occupando in veste di animatori quei 3000 esuberi sul piatto della bilancia della trattativa con Arcelor, dalla quale sono stati esclusi gli enti territoriali.

Chi in questi mesi avesse nutrito l’illusione che i fallimenti criminali dei privati e delle regioni, a cominciare da quelle che aspirano a una maggiore autonomia proprio per appagare gli appetiti imprenditoriali nei settori della sanità, dell’università della scuola, potessero configurare un nuovo ruolo programmatore e realizzatore dello Stato, di fronte alla prospettiva della resa incondizionata all’Europa, alla definitiva cessione di sovranità che condiziona l’elargizione secondo una partita di giro degli stessi quattrini che siamo tenuti a versare in cambio dell’esecuzione di “riforme-ghigliottina”, ancora più accelerate e drastiche rispetto alla Grecia, saprà che tutto sarà peggio di prima, che il vero patto del diavolo è già stato sottoscritto.

E non serviva questa emergenza a farcelo scoprire.

Bastava appunto guardare a quell’azienda, a quella città, a quei lavoratori e cittadini che  in 50 anni, hanno assistito all’inserimento forzato dell’acciaieria nel loro territorio, a una produzione intensiva che ha prodotto, si, acciaio e lavoro, ma anche devastazione, malattie, inquinamento, ricatti, per diventare  un maledetta ferrovecchio da quando con un tozzo di pane la famiglia Riva se lo aggiudica seppellendo sotto i suoi profitti   prontamente dirottati in conti offshore, una vergogna nazionale fatta di cancro, corruzione, intimidazioni e correità.

Bastava guardare al susseguirsi di cedimenti dei governi alle pretese, ai ridicoli “piani industriali”  dei vari sciacalli cui ha addirittura concesso immunità, che vertono sempre sulla fatale e ineluttabile riduzione degli addetti, sulla cortina di oblio da stendere come un sudario sulle colpe del passato e pure del presente e del futuro, in cambio delle promesse di continuare la produzione, come d’altra parte è confermato dai contenuti  di un accordo stipulato  tra la stessa Arcelor Mittal e il Governo siglato nello scorso mese di Marzo, del quale da mesi i sindacati  non vengono ufficialmente messi a parte. Prima della pioggia rossa, Conte aveva “rassicurato” tutti con la conferma del coinvestimento pubblico accanto al privato, grazie all’incarico  affidato nella partnership a  Invitalia, società del Mef della quale – casualmente – è amministratore delegato quel Domenico Arcuri messo a capo della task force  dell’emergenza Covid, un nome, una garanzia per prestazioni eccezionali. In quell’occasione il Presidente del Consiglio ha omesso di far luce sul “nodo occupazionale” ancora irrisolto: ArcelorMittal  prevede il taglio di 3.200 addetti, con la riduzione dei dipendenti a 7.500.

Che si tratti di una farsa dietro la quale si è consumata e si consuma una tragedia, è chiaro:  Taranto e l’Italia post pandemica dovranno accontentarsi del male minore, che va sotto il nome di  “ambientalizzazione” dello stabilimento, ottenuto con la riduzione della produttività, mobilitazione di risorse a carico del pubblico – circa un miliardo? e licenziamenti – il Governo sarebbe  disposto a un accomodamento con un tetto  di 1800 “esuberi”.

Eh si, di questi tempi ci si deve rassegnare alla rinuncia anche in una città dove per veder morire vecchi e ragazzini non occorreva aspettare la peste, che era già in casa.

Quante volte mi è capitato negli anni di scrivere che l’unica soluzione per l’azienda e per la città era risanare   e nazionalizzare. Quante volte però insieme ad altri più autorevoli ma altrettanti inascoltati osservatori, ho sottolineato che se quella è una produzione strategica per il Paese allora vale la pena di salvarla e con essa il futuro dei suoi dipendenti e la posizione del paese nel mercato, affetto da sovraproduzione ma non del tutto saturo.

Quante volte abbiamo sentito dire che si tratta di un’ipotesi che ha cittadinanza solo nel regno dell’Utopia, perché uno Stato ridotto già al fallimento per indebitamento non può sobbarcarsi i costi di un’azienda in perdita (come se Grandi Eventi e Grandi Giochi non lo fossero)  anche se sappiamo che si tratta di uno dei comparti dove sono state più insane, insicure e soggette a corruzione, speculazione, influenze borsistiche,   le politiche di sviluppo industriale, se, per fare un esempio, è caduto il silenzio   sull’indagine della  Guardia di Finanza che indagato  sull’abitudine inveterata  dell’azienda di acquistare  a prezzi maggiorati le materie prime di lavorazione  per poi svendere il prodotto finito a prezzi stracciati ad altre aziende del gruppo Arcelor-Mittal.

Il fatto è che ormai siamo egemonizzati e colonizzati dal pensiero neoliberista, così non è più possibile compiere una scelta politica, sociale e etica che rischi di confliggere con i comandi e gli appetiti del “capitale” e del padronato.

Così bisogna accettare i suggerimenti dell’Impero del Male Minore, quello che impone di scendere a patti con banditi, criminali e mafiosi, che pensa che l’occupazione si tutela incrementando i contratti a termine e precari, quello che legittima i governi a pararsi dietro a vincoli accolti come un alibi, per dichiarare impotenza o rendersi correi di alleanze opache e oscene con multinazionali malavitose.

È quello che ha tolto poteri e competenze allo Stato e allo stato di diritto, persuadendo interi popoli che è doveroso il sacrificio dei beni, del talento, della dignità per mantenere livelli di sicurezza, anche sanitaria, elementari, al di sotto della vita e appena assimilabili alla sopravvivenza, che spinge alla rinuncia su larga scala di vocazioni, beni comuni, risorse, cui è meglio abiurare perché costano, perché sarebbero immeritate, perché fanno cassa.

Non per noi, per i quali ben che vada è assicurata quella da morto, come sottintende uno slogan che campeggia sulle strade di Roma: c’è chi bara e chi non bara.

 

 

 

 


Immunoprepotenti

elec Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immunità. In medicina:  resistenza dell’organismo, congenita o acquisita, all’azione di determinati germi patogeni o tossine. In senso storico: garanzia o privilegio di esenzione o aggravi fiscali, secondo un istituto che risale al basso Impero,  guarentigie concesse , in deroga al diritto comune, ai Parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni.

Di questi tempi la definizione che attiene alla materia sanitaria non viene quasi adottata, per via della impossibilità di  effettuare diagnosi,  produrre risultati scientifici,  avvalersi di dati statistici e pure di eseguire autopsie, interdette dal Ministero dal dicastero della Salute in funzione di Ministero della Verità pandemica.

Mentre invece spopola se si intende quell’istituto giuridico già applicato con successo ad esempio all’Ilva di Taranto, prima e dopo l’acquisizione da parte di Arcelor Mittal. Quello “scudo”, cioè,  che  prevede la protezione legale dei manager aziendali  dalla commissione di eventuali reati, allo scopo di “evitare che i commissari presenti e gli acquirenti futuri subiscano  ripercussioni penali per fatti verificatisi molti anni prima e dei quali siano estranei”, in modo da annullare quelle norme, tanto per fare qualche esempio, sull’incauto acquisto o sull’ignoranza che non può essere mai pretesa di innocenza, e che i normali cittadini sono tenuti a conoscere, osservare e rispettare.

E per capire gli effetti di certe misure temporanee, provvisorie, transitorie serve ancora l’esempio di Taranto dove l’immunità che è anche impunità ha permesso all’avvicendarsi dei padroni di non bonificare, di non riparare, di non adottare le più elementari norme di sicurezza, di non equipaggiare i lavoratori dei dispositivi a tutela e di non salvaguardare la salute dei cittadini, mettendo in condizione i governi di ieri, oggi e domani di dichiarare la propria impotenza, sicchè una azienda che non è competitiva non può essere nazionalizzata e nemmeno e salvata, come invece si fa con la banche criminali.

Così coerentemente con la necessità di adeguare l’intero sistema alla doverosa profilassi e tutela, l’immunità trova una realizzazione estensiva anche oltre i confini dei brand della biospeculazione: distanziamento,   tamponi, mascherine, grazie all’entusiastica mobilitazione del governo e delle sue task force.

Ai famosi e meno noti firmatari del toccante appello scritto a loro sostegno, in qualità di fronte impavido che resiste agli attacchi, primi tra tutti quelli degli avidi sacerdoti del mercato, quei dissennati confindustriali del Tutto aperto!  deve essere sfuggita l’iniziativa dell’esecutivo, guardato con bonario interesse dai sindacati e benvisto da un ampio schieramento, in soccorso degli industriali, grazie a uno scudo per le responsabilità penali dei datori di lavoro nelle cui imprese si sia verificato qualche caso di Covid19.

Bontà loro, la “sanatoria”- è d’obbligo ancora una volta il ricorso al linguaggio paramedico – esonererebbe solo quelli in grado di dimostrare “di aver diligentemente posto in essere tutte le misure necessarie per contrastare e contenere la diffusione del Covid-19 nei luoghi di lavoro dettate dai protocolli di sicurezza del 14 marzo e 24 aprile 2020”, che come è noto avevano un carattere unilaterale, dando alla direzione totale discrezionalità sull’applicazione delle norme, sull’adozione e qualità dei dispositivi, sulla sanificazione dei siti.

E siccome la sicurezza dei poteri di fonda sull’insicurezza dei cittadini e pure sull’incertezza del diritto, ecco subito pronta la liberatoria morale e fisica: in assenza di procedure di diagnosi e controllo, che, prescindendo dalla loro efficienza e efficacia, pare siano state messe a disposizione solo di presidenti di regione, notabili e Vip, calciatori, e poco altro, parrebbe di fatto verificare che il contagio sia effettivamente avvenuto in occasione di lavoro, considerando che il lungo periodo di incubazione del virus non permette di avere certezza sul luogo e sulla causa del contagio. Così come di escludere con sufficiente certezza l’esistenza di altre cause di contagio e senza poi contare i casi dei soggetti asintomatici.

Si renderebbe  quindi necessario introdurre una direttiva che escluda la responsabilità del datore di lavoro, “titolare di una posizione di garanzia nei confronti dei prestatori di lavoro”, lavoratori manuali, della logistica e dei servizi, delle filiere della cura delle persone e dell’alimentazione, della sanità e della manutenzione di prossimità, addetti del comparto degli armamenti e pure quelli dell’Electrolux in sciopero perchè con le mascherine, brand eccellente pure per la Pivetti e Brugnaro, non si respira più.

I quali quindi, secondo la vulgata ormai imperante, possono essere legittimamente sospettati della violazione degli obblighi di sicurezza: viaggiare stipati in metro e bus, non osservare il rigoroso distanziamento alla catena di montaggio, nei magazzini di Amazon, tra gli scaffali della Coop o alla cassa del Carrefour, alla pari con i compulsivi dell’apericena sui Navigli.

Proprio come prima, e plausibilmente dopo il Covid19, i lavoratori non devono cavarsela quando sono in veste di “fattori umani”, tenuti a pagare a proprie spese errori e irresponsabilità e risarcire i danni a cominciare da quelli subiti per inosservanza criminale, indifferenza ai loro bisogni, inottemperanza dei loro diritti, come è sempre avvenuto, alla Thyssen, all’Ilva, all’Eternit, e avverrà, con qualsiasi influenza che dividerà i cittadini in paria esposti e gente di serie A, tutelata grazie all’esproprio di diritti e arbitrio.

E con loro siamo chiamati a pagare noi i costi delle malattie professionali, della patologie da lavoro, se non con le tasse con la stessa vergogna collettiva che abbiamo provato lasciando morire la gente di malasanità o di post sanità, quando abbiamo scoperto che per salvarsi dal virus era meglio starsene a casa, quando ci siamo accorti che i decessi erano frutto di incompetenza, di diagnosi approssimative o contraddittorie, di cure azzardate o inappropriate.

Ma come si addice alla gestione delle crisi, artatamente convertite in emergenze da governare con il regime dell’intimidazione dei tanti per la sicurezza dei pochi, con la repressione dei tanti a fronte della benevola indulgenza riservata ai pochi, si affaccia un’altra insana sanatoria, quella che permetterà che aziende con la sede legale nei paradisi fiscali europei possano beneficiare degli aiuti pubblici in Italia. Ci penserà il fine leguleio degli italiani a praticare i necessari distinguo in modo che una distorta percezione non equipari l’ Olanda, fino a ieri vituperata per la sua ostilità nei confronti dei bond n favore dell’Italia colpita dal virus, oggi restituita allo status di grande e civile potenza, alle Cayman care ai finanziatori della Leopolda o a Cipro più gradita al tesoriere della Lega.

E siccome a chi ha non basta mai, sfogliando le 767 pagine del cosiddetto Decreto Rilancio, potreste imbattervi in una norma proposta dal ministero degli Affari regionali, che, “allo scopo di sostenere il rilancio delle costruzioni”, come si legge nelle note esplicative, introduce una sorta di condono edilizio, prevedendo che “interventi edilizi già presentì sui territori interessati possono ottenere il permesso di costruire in sanatoria, se conformi ai Piani Attuativi di Riqualificazione Urbana”, permettendo quindi   la sanatoria per gli immobili edificati abusivamente.

Proprio vero, finche c’è guerra, anche quella al virus, c’è speranza. Ma non per tutti:  i sopravvissuti sono ancora più differenti e qualcuno già disperato, ancora prima della ricostruzione.

 

 

 


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