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Postridicoli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“I banchi a rotelle esistono da dieci anni e cambiano il modo di fare didattica. Li abbiamo presi perché servono sia per affrontare l’emergenza, sia perché sono un patrimonio strutturale che resterà per le future generazioni”, parola di Azzolina affidata spericolatamente a Google per i posteri, che conferma la massima di Flaiano: dev’esserci qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo.

Non so se l’avete notato, ma il ridicolo è ed è sempre stato un effetto che si percepisce a posteriori.

A guardare un cinegiornale Luce chiunque si interroga su come sia stato possibile che si adunassero masse oceaniche a osannare quel rozzo imbonitore, bevendosi la sua retorica da quattro soldi, che sognassero le visioni di grandezza che propinava da quel balcone, che si compiacessero per le sue performance grottesche in veste di volta in volta di spigolatore, muratore per la grandezza dell’Italia, picconatore per far posto alla modernità. O che milioni di tedeschi ben prima della minaccia, dell’intimidazione, del terrore si consegnassero a quell’ometto dalla voce stridula, si facessero sedurre dalle sue mossette da isterico, non ridessero delle sue divise da operetta.

Anni dopo e per anni milioni di italiani hanno votato per le chimere di un venditore porta a porta, col parrucchino di moquette, il fondotinta che colava come l’hennè del Craxi dei suoi ultimi comizi, ridevano delle sue barzellette trite e ritrite, si beavano della sua filosofia da cumenda “lavoro, guadagno, spendo, pretendo”. Si sono perfino preoccupati quando, colpito da un attentatore che brandiva un duomo in miniatura, mostrò le ferite come meriti acquisiti sul campo. E gioivano per e con lui quando a suon di sottintesi da caserma o da bar lasciava intuire i successi delle sue campagne a pagamento sotto le lenzuola.

Non è proprio vero che una risata possieda la potenza di seppellire tiranni e despoti. E’ vero invece che di solito ci si accorge di quell’aspetto risibile e patetico, umano e dunque sorprendente in chi si atteggia da superuomo, solo quando rotola giù la testa da busto marmoreo, quando il condottiero viene disarcionato e cade nel fango sporcandosi li beli braghi bianchi della divisa imperiale.

Perfino adesso che godiamo di quella onnipotenza virtuale che ci permette di vederli rendersi ridicoli in diretta, di ascoltarne le baggianate h24, di approfittare dell’eterna memoria di Google che non dimentica e non perdona, dimostriamo una inquietante tolleranza, una imperdonabile indulgenza nei confronti di chi ci sfrutta, ci toglie libertà e diritti, ci deruba, ci inganna, ci autocensuriamo come se fosse maleducato, o peggio rischioso, non prenderli sul serio immaginandoli seduti sul water, ritoccarsi con la crema da scarpe la chioma e la barba autorevole, sistemare la soletta nelle scarpe per parere più alti.

Eppure siamo consapevoli che a noi non viene perdonato nulla, che non c’è reciprocità soprattutto di questi tempi quando i padri spirituali delle sette pentecostali di Confindustria, della Borsa, dell’Ue e dell’industria farmaceutica ci impongono la penitenza per farci scontare i loro stessi peccati.

Adesso che dal primo lockdown sono stati spesi oltre 120 miliardi, ma i problemi del sistema sanitario, della sicurezza nei posti di lavoro, del trasporto pubblico, della scuola, dei ristori arbitrari, dei musei chiusi e i centri commerciali aperti, degli esercizi al dettaglio falliti mentre Amazon prospera, sono irrisolti, mentre il popolino puerile deve, compunto e devoto, stare a sentire i pistolotti sul Natale denso di spiritualità del pretonzolo di Palazzo Chigi che starebbe bene al posto di De Sica curato ciociaro nel celebre cinepanettone.

Si vede che si è restii a rendere sghignazzo per offesa, sberleffo per umiliazione ai potenti in vita e vigenti. Si dirà che è per paura, perché si è soggetti a ricatti concreti o morali. Di questi tempi poi è probabile che come un veleno serpeggi il timore accuratamente nutrito che ai ridicoli del momento si sostituiscano ridicoli più tremendamente macchiettistici già provati o dei quali si deve temere la prova per via dell’adesione generalizzata che viene data al partito del meno peggio, del male minore che sottovaluta che sempre di Male si tratta.

Eppure se proprio vogliamo riservare scherno, dileggio, derisione a qualcuno dovremmo ragionevolmente dedicarli a chi dopo aver riempito i social della satira faidate con oggetto lo Zaia che denuncia le scorpacciate di topi vivi dei cinesi, ha pensato bene di aver riso abbastanza e lo ha rivotato, permettendogli di farsi delle sonore sghignazzate sulla insipienza degli elettori veneti.

 E come non temere il plebiscito che si aspetta il ricandidato Sala del quale verrà prudentemente rimossa l’immaginetta votiva in t-shirt con lo slogan #milanononsiferma, quando si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale.

Pensate che seguito continua a avere il presidente Zingaretti, augusto demolitore della sanitò pubblica della sua regione, che mogio mogio deve dichiarare un Covid asintomatico, dopo l’apericena con figuranti giovano del Pd sui Navigli.

E volete scommettere che ha ancora delle chance il successore del celeste governatore, altra figurina, immortale quella perché viene ancora interpellato sui grandi temi, del catalogo dei grandi cicisbei del Ridicolo, immortale questo perché è al suo posto invece di essere sbattuto fuori e commissariato con ignominia, quel Fontana che ha suscitato ilarità più della sua imitazione quando si mette in isolamento in diretta Facebook dopo aver annunciato la positività di una sua collaboratrice, infilandosi a rovescio la mascherina.

Per non parlare del concorso di attori impegnati nella comunicazione a corrente alternata:  “Siamo prontissimi” (Presidente del Consiglio ) “Non possiamo presentarci come il lazzaretto d’Europa” (Presidente del Consiglio), “Andrà tutto bene”  (sempre lui), e poi via con lo stato di eccezione necessario e doveroso, con i Servizi Segreti, la cui delega è nelle mani di Conte  che come in un film di Mel Brooks aiutano a secretare, declassare a scenario e poi sbianchettare la data di un dossier declassato a ‘scenario’ mentre invece il frontespizio riporta il titolo “Piano Nazionale Anticovid”, rimasto sempre lo stesso per anni anche dopo che Formigoni aveva dichiarato essere inadeguato nel 2006; o con il no alle mascherine non ancora approntate dalla Fca, diventate irrinunciabili a prodotto confezionato, con la proibizione a effettuare autopsie retrocesse a esercitazioni da necrofili, con l’anatema lanciato contro cure rivelatesi efficaci, ma malviste per scarso ritorno economico e dunque osteggiate dai santoni in libro paga delle case farmaceutiche.

Una definizione di umorismo nero dice che si tratta di un genere narrativo che suscita ilarità pur raccontando di  eventi o argomenti generalmente considerati molto seri o addirittura tabù, come la guerra, la morte, la violenza, la religione, la malattia, la sessualità, la diversità culturale, l’omicidio e così via. 

E ci siamo dentro di certo nell’intermittenza di adesso non si può, tranquilli adesso si può, no, non si può più per colpa vostra, anche se ve l’avevamo permesso.

Ci siamo dentro nel riconoscimento, in qualità di unica patologia della quale è concesso morire del Covid19, mentre ci lasciano crepare di tutte le altre sottovalutate, trascurate, non curate. Ci siamo dentro nell’affidamento apotropaico lettura ai santini: i virologi, gli epidemiologi, i veterinari, ai cornetti contro il malocchio: le mascherine, alle liturgie: bollettini, conta dei morti, statistiche.

Ci siamo dentro eccome quando rivendichiamo lo status di resistenti per aver cantato Bella Ciao e Azzurro durante il lockdown tra una serie e l’altra di Netflix, quando vogliamo l’onorificenza di Cavalieri del Lavoro per esserci prestati al cottimo creativo dello smartworking permesso dall’esposizione al virus di milioni di lavoratori di serie B, che producono, anche armi peraltro, recano viveri con Glovo, Justeat e Easycoop, forniscono corrente elettrica per stare su Facebook a denunciare nel tribunale sociale i trasgressori.

Verrebbe da dire che sarebbe una bella e cruda sceneggiatura based on a true story e venata di sarcasmo nei toni del nero, la vicenda di una impresa statale che viene data per quattro soldi a una dinastia criminale che avvelena, vessa e martirizza dipendenti e una intera  città, che poi quando l’ha vampirizzata scappa impunita come impuniti e immuni sono i successivi aspiranti all’acquisizione desiderata per eliminare la concorrenza, gli stessi che piazzano in veste di killer per la soluzione finale una kapò feroce.

E che così approfittando dell’emergenza sanitaria, che in quel posto si aggiunge ai fattori di morte già presenti, prestano il destro a un governo che fa assumere debiti, colpe, delitti a noi cittadini investendo lo Stato del ruolo di elemosiniere, affidando la liquidazione nella sua forma più ignava al manager più discusso e discutibile di questi tempi, quell’Arcuri dai banchi a rotelle, del brand delle mascherina, delle app fallimentari,  quel bel tomo davvero che immagina l’industrializzazione come l’occasione per investire a fondo perduto i quattrini pubblici in modo da dare ossigeno alle multinazionali, qualcosa che suona come una lugubre presa in giro dei morti di Taranto, di quelli dell’epidemia e pure dei vivi derubati e espropriati.

È vero, non c’è niente di comico, se non li seppelliamo né sotto il fango delle loro responsabilità e nemmeno sotto una risata, per la quale ci vorrebbe proprio il Molière della  Prècieusese ridicules che racconta di due provinciali che arrivano a Parigi, ma va bene anche Roma, per infilarsi e accreditarsi nella mondanità esclusiva dell’aristocrazia, ma va bene anche la politica.

Vi ricordano qualcuno? È che loro a differenza delle macchiette del progressismo, dei resti della banda degli onesti, delle e sagome bislacche che l’antifascismo senza resistenza identifica come il Male assoluto, fanno un figura meschina.

Ma allora non risparmiamoli, se è vero che il ridicolo può uccidere più della spada.    


No

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vogliamo una volta per tutte ammettere che il No al referendum sul taglio dei parlamentari ha solo il valore simbolico di un atto di fede nella democrazia? E che i cittadini che  si prestano a questa liturgia, a questo rito apotropaico, non hanno nulla a che fare con i bramini della politica, con i sacerdoti della realpolitik che in tutte le sedi e sotto tutte le bandiere hanno contribuito negli anni a svuotarla, la democrazia, a declinarla come tira il vento: democrazia di opinione, democrazia televisiva, democrazia di mercato, e poi formale, rappresentativa, ma con parsimonia, costituzionale, ma da modernizzare,  sostanziale, virtuale, sociale, liberale, fino alla più disincantata delle definizione, postdemocrazia  a intendere che la demolizione dei requisiti di base della rappresentanza ha consolidato il dominio di una oligarchia, riconducibile al solo gioco dei dispositivi amministrativi e della mediazioni sociali?

Vogliamo dire ancora una volta che non c’è stato movimento e partito che non abbia sventolato la bandiera della governabilità? con l’intento esplicito di garantire che l’esecutivo possa agire indisturbato senza gli ostacoli e gli intoppi del Parlamento che  di questi tempi e più che mai, abusando della decretazione d’urgenza e dei voti di fiducia, è stato condannato alle funzioni di mera ratifica dell’azione di governo.

Vogliamo riconoscere che sono tramontate le stelle polari della democrazia rappresentativa: uguaglianza e giustizia, identità tra governanti e governati, sovranità popolare, tutela dell’interesse generale per lasciar posto a un ordine fondato sui calcoli e aspettative di soggetti interessati ai loro vantaggi e ai beni e al potere che ne derivano?

E che in virtù di questa “appropriazione” della funzione pubblica e sociale da parte dei detentori dell’economia e del mercato e del corpo politico che agisce al loro servizio, ci vengono indicati e concessi solo una gamma ristretta di diritti, l’esaltazione e la legittimazione della soddisfazione e dell’appagamento individuale, tanto che la parola popolo ha perso la sua qualità e potenza sostituite dall’epica del restare umani, dalla retorica cosmopolita dei cittadini del mondo e dall’enfasi  data alla  società civile, lei sì virtuosa a confronto con ceti dirigenti corrotti e corruttori?

Detto questo, tocca votare No.

Anche se per qualcuno è disturbante rispondere all’appello di manigoldi, di voltagabbana. Suggerisco in proposito l’ incrocio dei dati tra i 183 costituzionalisti che hanno sostenuto il Si al referendum del 2016,  detto “costituzionale”  in forma di ossimoro e promosso per svuotare la Carta perfino con la cancellazione del Senato pretesa da chi dopo la sconfitta è entrato in quell’aula con passo di gloria del vincitore, e i 182 che hanno rivolto un appello per il No  temendo uno strappo costituzionale, tanto per verificare eventuali coincidenze di nomi e convinzioni.

Tocca votare No, come un fioretto, anche se si sa che il piccolo sacrificio una tantum  è solo un cerotto sulle ferite della coscienza e sugli oltraggi alla cittadinanza. Perché è evidente che nessun taglio nel numero degli eletti potrebbe garantire la qualità della selezione del personale, come voluto dalle regole elettorali che hanno convertito il voto in atto notarile a conferma di liste chiuse, cerimonie digitali, plebisciti virtuali. E questo non solo grazie alle leggi  che si sono susseguite, ma a un comportamento degli esecutivi che considerano il Parlamento di impaccio ed evitano il più possibile di farlo contare, abusando della decretazione d’urgenza, dei voti di fiducia e del ruolo attribuito a soggetti extraparlamentari, dotati di autorità e potere decisionale, come le task force nominate d’imperio in vigenza del Covid.

Tocca votare No, vincendo la naturale e comprensibile disaffezione:  come al solito anche questa scadenza serve solo a improvvisate tifoserie per contarsi e fare la voce grossa mentre sulle ragione  e la parole parlano la stessa lingua, che è quella della conservazione  di posizioni e rendite che ne derivano, perché è ridicolo ritenere che la riduzione del numero dei deputati da  630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 assuma una valenza pedagogica invece che una funzione punitiva se non vendicativa.

E non solo perché a fronte della “perdita” di funzionalità e di rappresentanza, si registrerebbe un risparmio risibile, lo 0,007% della spesa pubblica, meno di una goccia nel mare del debito pubblico enorme che mette a repentaglio i diritti sociali, ma anche perché, comunque, la rappresentatività verrebbe ulteriormente penalizzata dal meccanismo elettorale che prevede l’elezione del 37 per cento dei parlamentari con il sistema maggioritario uninominale a turno unico e una serie di sbarramenti per la restante quota proporzionale, a danno delle minoranze  non solo politiche ma anche etniche, e  delle compagini più piccole. 

Tocca, votare No, è vero. Però è  doveroso distinguersi da chi vota No come gesto dimostrativo contro il populismo,  come  guanto di sfida  lanciato dai cavalieri della democrazia per umiliare la plebaglia affetta da qualunquismo, i malmostosi che ripetono il loro mantra: i partiti sono tutti ladroni, meno parlamentari mandiamo a Roma e meglio è, bisogna ridurre il costo della politica,  trasferito dal bar e dallo scompartimento ferroviario ai social, quelli che parlano su suggerimento della pancia, che però è vuota e non trova ascolto da anni nei governi che si sono succeduti e meno che mai nei partiti e movimenti che hanno animato il palcoscenico.   

E quindi una volta votato No, in memoria di referendum traditi, obliterati, offesi – ve lo ricordate quello sull’acqua pubblica?- non si può pensare che dovere fatto, tolto il pensiero, pagato il debito alla democrazia rappresentativa, si può tornare a brontolare, a recriminare, dando ragione a chi dice che l’astensionismo è una manifestazione di maturità, o peggio, a chi dice che il suffragio universale è un lusso che non è giusto venga permesso a un Paese dove l’emancipazione e il riscatto si sono ridotti con la fine dell’istruzione pubblica, sapendo bene che non si è trattato di un processo fisiologico, ma di un preciso disegno volto a impedire l’accesso ai posti di comando, alle carriere, alla conoscenza e dunque alla partecipazione, alle opportunità e alle libertà, in modo che il popolo, gli sfruttati, i sommersi non attentassero all’egemonia delle classi privilegiate.

Cominciare a esercitare la democrazia è possibile, ma rovesciando la direzione del controllo sociale dal basso verso l’alto, attività che non costa poi molta fatica e nemmeno troppe competenze, perché solo così, con la verifica dell’efficacia, si può impedire l’emarginazione dei processi decisionali, si può imparare a capire se stare con chi comanda o con chi vuole riavere la sovranità che deve essere popolare, minacciata dentro e da fuori, proprio tramite esecutivi e parlamenti che zitti zitti hanno votato la consegna delle competenze e delle scelte economiche a entità esterne, che sono in procinto di accettare capestri e condizioni codarde in cambio dell’elemosina di una partita di giro da spendere secondo superiori  indicazioni, pena interventi manu militare nella formazione dei governi e nello smantellamento del sistema democratico.

Intanto si potrebbe iniziare andando a vedere come lavorano i nostri rappresentanti, invece di contare il loro numero. In fondo basta aprire i siti istituzionali e ufficiali, controllare da quando le Commissioni non trattano il tema dell’Ilva (credo che l’ultima volta risalga a Febbraio con qualche audizione), che interrogazioni siano state presentate per avere lumi sulle strategie del rilancio, se qualche eletto nei collegi interessati dal sisma del Centro Italia ha chiesto delucidazioni o se invece, come sembra, ci si è accontentati della visita pastorale del Presidente del Consiglio in occasione della celebrazione dei 4 anni, senza obiettare sul grottesco bonus sisma e senza interrogare l’esecutivo sulla possibilità che la ricostruzione post Covid ne preveda una declinazione anche nel cratere, se qualche deputato o senatore equipaggiato per il dovere agile a distanza o prima abbia interrogato Calenda, Bellanova, Catalfo sulle vertenze che vedono in piazze disertate dalle sardine i lavoratori in lotta, o se a dimostrazione di rivendicate radici antifasciste qualche altro ha deciso di interpretare la volontà popolare esternata soprattutto su Facebook, calendarizzando disposizioni di ordine pubblico rispettose dello stato di diritto. 

Intanto i militanti e i votanti di partiti e movimenti che fanno parte della sbilenca maggioranza di governo, invece di limitarsi ad applaudire ben contenti che la mascherina sostituisca il bavaglio dell’autocensura, potrebbero svolgere la più elementare delle azioni democratica, la critica, quando necessaria. Intanto se proprio si rimpiangono le piazze di un tempo, diventate location per flashmob canterini, si dovrebbe stare a fianco dei tanti fermenti che ci sono e che pensano, si arrabbiano e agiscono per i diritti di cittadinanza, per il lavoro, l’istruzione, l’ambiente, la città, l’abitare.

Altrimenti che si voti No oppure Si, ci meritiamo la trasformazione da popolo in pubblico, pagante per giunta, che baratta la libertà con la licenza di protestare sui social, il sapere con un diploma, i valori e le conquiste del lavoro con un salario incerto, se l’unico diritto è quello alla fatica, che quello di voto è come toccare il cornetto portafortuna.


Ilva. Compra, ruba e scappa

illAnna Lombroso per il Simplicissimus

La crisi del 2008 aveva riportato alla ribalta un attore costretto negli anni a stare in disparte, relegato come certe attricette di scarso talento, all’eterno ruolo di sostituto.  E con  la pandemia (in pieno lockdown il presidente Conte mentre scavalcava il Parlamento e perfino l’Esecutivo delegando la strategia della rinascita a task force di manager venuti su a profitti e marketing,  lanciava la nazionalizzazione dell’Alitalia) è sembrato che i finanziatori e il gestore del teatro volessero dargli una parte consona al suo spessore.

Ma come accade nel mondo dello spettacolo si è capito subito (è bastato a convincerci la contraffazione in successo della resa ai Benetton sul Ponte di Genova, mentre nulla si dice del caso Adriatica, la A14  con code che si prolungano fino ad otto ore consecutive) che erano gli impresari a recitare fuori dalla scena.

Lo Stato, di questo si parla, che in caso di crisi viene tirato dentro dal mercato a risolvere  i problemi creati dal mercato, non conta nulla se non per  accontentare le “pretesa” dei padroni dell’economia e della finanza  di socializzare le loro perdite,  come è successo con il succedersi di crack ai tavoli del casinò, quando grandi banche di investimento e altre istituzioni finanziarie fallite o agonizzanti per via di gestioni criminali hanno ottenuto che gli Stati,  negli USA attraverso la Federal Reserve, in Europa attraverso la BCE , comprassero la loro spazzatura e coprissero le loro falle, scaricando il loro dissipato malaffarismo privato sulle casse e le tasche pubbliche.

Così il Governo mentre scrive nei decreti della sua pandeconomia, quello che  i grandi suggeriscono,  segna definitivamente la condanna a morte del decantato piccolo è bello, delle Pmi che hanno costituito l’impalcatura del sistema produttivo italiano, continuando nel frattempo a rafforzare quel capitale fittizio che occorre per investire delle opere, nei cantieri, attraverso il sistema “diversamente” privato della Cassa Depositi e Prestiti, i cui investimenti replicano pedissequamente il modello speculativo e le logiche di mercato, o Invitalia, ‘Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia. La cui mission (confermata dalla rivelazione  che i finanziamenti l’agenzia versava per lo stabilimento FCA di Termini Imerese, da riconvertire all’auto elettrica, erano in realtà distratti per fare speculazioni finanziarie), sembra essere quella di fornire assistenza a grandi imprese e multinazionali parassitarie.

E non è casuale dunque che il dossier Ilva sia stato consegnato per accertamenti a Invitalia e che la potenziale uscita di Arcelor Mittal sia condizionata all’intervento della Cassa Depositi e prestiti, per decidere poi se un eventuale intervento pubblico dovrà essere solo finanziario o anche industriale.

Quante volte di fronte ai crimini commessi contro il lavoro, l’ambiente la salute a Piombino, a Taranto, a Terni, quando i governi si sono prestati a farsi prendere per i fondelli dalle proprietà feroci e sanguinarie prendendo per i fondelli a loro volta cittadini, operai, si è detto che l’unica soluzione era la nazionalizzazione, il passaggio allo Stato come unico garante della messa in sicurezza, del risanamento e della sanità, dell’occupazione e del risarcimento di città martiri.

Quante volte a chi lo sosteneva si è sentito rispondere che ci sono casi nei quali non si deve sottoporre un Paese a quella aberrante alternanza tra nazionalizzazioni e privatizzazioni che ha come unico effetto quello di scaricare sul sistema pubblico i costi economici,  sociali e politici delle ristrutturazioni. Che non è ragionevole ed equo subire la pressione iniqua esercitata dla capitale  che ci costringe a subirei danni e a risarcire le vittime e tutta la società  dei suoi fallimenti economici, sociali, ecologici, così mentre noi paghiamo lui fa cassa.

È che viene un momento nel quale bisognerebbe fare i conti con le responsabilità collettive, perfino quelle minime, che sembrano personali,  che comporta dare il voto e quindi il consenso a partiti, governi e amministrazioni. Il 9 agosto Conte  a Ceglie Messapica in provincia di Brindisi partecipando all’evento ‘La Piazza… la politica dopo le ferie‘ (sic) durante il quale ha benignamente  “ricevuto” associazioni di cittadini di Taranto, ha rivendicato di aver detto pubblicamente che “è assolutamente inaccettabile che alla comunità tarantina sia prospettata una scelta tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Sono due diritti che devono essere entrambi realizzati e perseguiti”, anche se, coerentemente con i pilastri dello stato di eccezione che ha incarnato in questi mesi, ha aggiunto: “la salute è l’unico diritto che dalla Costituzione viene dichiarato fondamentale”.

Dovremmo avvertirlo che in realtà ai cittadini che vivono all’ombra delle fiamme avvelenate dell’Ilva quell’alternativa non è stata data, che hanno negli anni perso il diritto al lavoro retrocesso a diritto alla fatica, e quello alla salute, negata dentro e fuori dalla fabbrica.

E che se è vero che ha ereditato un “dossier”, come ha ritenuto di definirlo, che si trascina da anni,  è altrettanto vero che le ipotesi di intervento dello Stato adesso, sono quantomeno sospette, che fanno immaginare come è avvenuto in altri casi, che così la Nazione entri in gioco in veste di becchino incaricato di mettere una pietra sepolcrale su una fabbrica che non è più redditizia, sui veleni e sui delitti senza pena, a pensare che si è elargita immunità e impunità agli assassini, affondandoli sotto l’acquario promesso come opportunità di sviluppo e occupazione.

Intanto: “E’ prematuro dire quale sarà l’esito del negoziato con ArcelorMittal, ma potete stare tranquilli”, Conte ha “rassicurato” così i rappresentanti dei 5000 cittadini che gli hanno scritto per motivare la richiesta di chiudere l’azienda anche in presenza dei dati sul raddoppio dell’inquinamento da benzene nei primi sei mesi dell’anno. “Il governo, ha dichiarato,  sta facendo di tutto per garantire le massime condizioni di salute e sicurezza dell’intera comunità tarantina, e per garantire la piena transizione energetica dello stabilimento. Stiamo ancora lavorando sul piano industriale e continueremo ad aggiornarvi”.

C’è da dubitare che sia riuscito nell’impresa di tranquillizzare i tarantini, che in 50 anni, hanno visto l’acciaieria prima occupare il corpo cittadino, poi produrre acciaio e lavoro  ma pure devastazione ambientale e morte e poi ridursi a accozzaglia di rottami arrugginiti fin dall’acquisizione  nel 1995, da parte della dinastia Riva che l’ha pagata quattro soldi, la fa lavorare al massimo quanto sfrutta i dipendenti e non investe nella sostenibilità e nella sicurezza dirottando i molti utili in conti offshore che nessuna forza politica dell’arco parlamentare si è mai arrischiata  di andare a cercare.

E oggi il concessionario che vorrebbe comprare ma non compra, che esige l’impunità ma non risana e non bonifica, che col pretesto del Covid esige aiuti per quasi 2 miliardi, ma intanto specula perfino sui reflui, che non si mette d’accordo sul “compromesso” ma  intanto per la seconda volta non versa il fitto “pattuito”, che propone un piano industriale ma  proroga a tempo indefinito la realizzazione del nuovo altoforno,  ha la sfrontatezza di presentare un piano industriale che “sacrifica” 5000 “esuberi”.

Adesso vedremo come reagirà Landini che in nome della tutela dell’occupazione aveva accusato il Governo di non mostrare la doverosa cedevolezza nei confronti delle richieste della multinazionale. Adesso che i sindacati e il Consiglio di Fabbrica ha avvertito che in mancanza di risposte certe, disporranno l’autoconvocazione dei lavoratori nelle sedi istituzionali.  Adesso che appare chiaro che il colosso indo… non  aspirava al rilancio della produzione di acciaio a Taranto, ma a cannibalizzarla grazie ai servigi della più feroce tagliatrice di teste in azione, al Morselli una carriera di migliaia di vittime dei suoi repulisti ,in modo che potesse cadere  preda della concorrenza, per poi chiuderla,   eliminando da un mercato saturo una quota produttiva ancora rilevante, perlomeno in Europa.

Ma allora il vecchio baraccone avvelenato potrebbe essere ancora competitivo, allora una volta risanato come in ogni caso di deve fare, allora una volta “ristrutturato”, una volta sottratto agli artigli della feroce tagliatrice di teste, la collezionista di guadagni conseguiti sul ceppo del boia, quella Morselli che prima fu incaricata da Calenda poi da Di Maio di condurre trattative, diventando infine Ad di Arcelor Mittal Italia, è lecito pensare e agire per ridarle il ruolo di produzione strategica per il Paese.

Certo non è facile, perché si tratta di rovesciare il pensiero dominante che si sorregge sulla accondiscendenza ai format di redditività e produttività basati sul profitto avido delle proprietà e degli azionariati, proprio come succede per la stesa pubblica, intesa come un bacino messo a disposizione del parassitismo, cui è doveroso essere ostili, liberisti o progressisti, austeri o frugali,  quando riguarda i servizi pubblici e l’Welfare da offrire e favorevoli, proprio come di questi tempi quando invece concerne le agevolazioni alle imprese privare.

Si tratta di cominciare a calcolare non solo col pallottoliere delle rendite e dei tornaconto per gli azionisti, il “profitto” sociale dell’occupazione di migliaia di dipendenti, dei volumi di denaro e effetti economici a cascata che vengono messi in circolazione, della possibilità non remota che un’azienda organizzata, dove sono rispettai requisiti di efficienza, sicurezza, innovazione diventi concorrenziale con altre che traggono vantaggi dallo sfruttamento dei lavoratori, dalle retribuzioni disonorevoli, dalla violazione di standard ambientali.

Perché non si tratti solo di utopia e di illusioni visionarie, bisogna cominciare, i cittadini italiani e i tarantini in primo luogo, a ragionare diversamente dai padroni, non sottostare alle loro regole, per non essere talmente schiavi da pensare come loro.


Taranto, veleni e balocchi

polveAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa una tromba d’aria ha sollevato  le polveri dell’ex Ilva facendo precipitare una pioggia di carbone sul quartiere Tamburi di Taranto. Il Comune, cittadini,  le associazioni ambientaliste – i soliti disfattisti – pretendono laserrata immediata dell’azienda, in aperta polemica con il governo che manda in visita pastorale il sottosegretario Turco, seguendo l’esempio di  Servola,  chiudendo l’area a caldo ed avviando la riconversione.

Mai contenti, viene da dire. Che poi, ammettiamolo,  una suggestiva tempesta di particelle rosse si colloca perfettamente nel disegno di rinascita di Taranto, a forza di son, lumière, giochi d’acqua come in uno di quei luna park con scivoli, ruote panoramiche, cascate artificiali, con, sullo sfondo, pudicamente, quella Foresta Urbana, concessione magnanima in veste di compensazione offerta dagli immuni e impuniti assassini che si sono avvicendati. E perché no? Una possibile vocazione termale grazie al recupero di quei 4 milioni di tonnellate di fanghi, oggetto della auspicata “bonifica”.

Ci ha pensato il governo con il sostegno dei parlamentari pugliesi che proprio non ne possono più di doversi occupare dell’annosa e mai risolta vicenda dell’azienda metallurgica obsoleta e incompatibile con un sistema economico nel quale le produzioni sono arcaici lasciti del passato, insieme a lavoratori che non sanno convertirsi a nuove frontiere più smart.

Con impeto creativo si è infatti concordato di fare di una città martire dell’avidità di profitto criminale,  la prossima e promettente capitale del turismo ionico, grazie prima di tutto ai Giochi del Mediterraneo 2026:  290 milioni di euro di investimento (il Governo ne metterà a disposizione circa 100, cui altri se ne aggiungeranno quando i ritardi e le trastole avranno trasformato anche questo evento “di interesse generale” in una emergenza da gestire con fondi e misure eccezionali), 65 impianti che dovranno ospitare le gare, maschili e femminili, di 23 diverse discipline sportive.

E difatti l’operazione non sorprendentemente verrà affidata a un soggetto commissariale, in questo caso l’Autorità Portuale con nuove competenze eccezionali e poteri straordinari. E che ha già ottenuto la ratifica del passaggio  dell’ex-Stazione Torpediniere dalla Marina Militare alla sua amministrazione, che provvederà al recupero delle  motonavi Adria e Clodia, rimorchiatori della Marina e del relitto del fu Vittorio Veneto, che si voleva adibire a nave museo. E  che, si legge sulla stampa locale in estasi,  ha scelto quella “location” come la più favorevole  per la nascita dell’Acquario la formidabile attrattiva in concorrenza con Genova, “in grado di convogliare un fertile   traffico di visitatori”, facendo dimenticare la triste reputazione della città industriale e magari occupando in veste di animatori quei 3000 esuberi sul piatto della bilancia della trattativa con Arcelor, dalla quale sono stati esclusi gli enti territoriali.

Chi in questi mesi avesse nutrito l’illusione che i fallimenti criminali dei privati e delle regioni, a cominciare da quelle che aspirano a una maggiore autonomia proprio per appagare gli appetiti imprenditoriali nei settori della sanità, dell’università della scuola, potessero configurare un nuovo ruolo programmatore e realizzatore dello Stato, di fronte alla prospettiva della resa incondizionata all’Europa, alla definitiva cessione di sovranità che condiziona l’elargizione secondo una partita di giro degli stessi quattrini che siamo tenuti a versare in cambio dell’esecuzione di “riforme-ghigliottina”, ancora più accelerate e drastiche rispetto alla Grecia, saprà che tutto sarà peggio di prima, che il vero patto del diavolo è già stato sottoscritto.

E non serviva questa emergenza a farcelo scoprire.

Bastava appunto guardare a quell’azienda, a quella città, a quei lavoratori e cittadini che  in 50 anni, hanno assistito all’inserimento forzato dell’acciaieria nel loro territorio, a una produzione intensiva che ha prodotto, si, acciaio e lavoro, ma anche devastazione, malattie, inquinamento, ricatti, per diventare  un maledetta ferrovecchio da quando con un tozzo di pane la famiglia Riva se lo aggiudica seppellendo sotto i suoi profitti   prontamente dirottati in conti offshore, una vergogna nazionale fatta di cancro, corruzione, intimidazioni e correità.

Bastava guardare al susseguirsi di cedimenti dei governi alle pretese, ai ridicoli “piani industriali”  dei vari sciacalli cui ha addirittura concesso immunità, che vertono sempre sulla fatale e ineluttabile riduzione degli addetti, sulla cortina di oblio da stendere come un sudario sulle colpe del passato e pure del presente e del futuro, in cambio delle promesse di continuare la produzione, come d’altra parte è confermato dai contenuti  di un accordo stipulato  tra la stessa Arcelor Mittal e il Governo siglato nello scorso mese di Marzo, del quale da mesi i sindacati  non vengono ufficialmente messi a parte. Prima della pioggia rossa, Conte aveva “rassicurato” tutti con la conferma del coinvestimento pubblico accanto al privato, grazie all’incarico  affidato nella partnership a  Invitalia, società del Mef della quale – casualmente – è amministratore delegato quel Domenico Arcuri messo a capo della task force  dell’emergenza Covid, un nome, una garanzia per prestazioni eccezionali. In quell’occasione il Presidente del Consiglio ha omesso di far luce sul “nodo occupazionale” ancora irrisolto: ArcelorMittal  prevede il taglio di 3.200 addetti, con la riduzione dei dipendenti a 7.500.

Che si tratti di una farsa dietro la quale si è consumata e si consuma una tragedia, è chiaro:  Taranto e l’Italia post pandemica dovranno accontentarsi del male minore, che va sotto il nome di  “ambientalizzazione” dello stabilimento, ottenuto con la riduzione della produttività, mobilitazione di risorse a carico del pubblico – circa un miliardo? e licenziamenti – il Governo sarebbe  disposto a un accomodamento con un tetto  di 1800 “esuberi”.

Eh si, di questi tempi ci si deve rassegnare alla rinuncia anche in una città dove per veder morire vecchi e ragazzini non occorreva aspettare la peste, che era già in casa.

Quante volte mi è capitato negli anni di scrivere che l’unica soluzione per l’azienda e per la città era risanare   e nazionalizzare. Quante volte però insieme ad altri più autorevoli ma altrettanti inascoltati osservatori, ho sottolineato che se quella è una produzione strategica per il Paese allora vale la pena di salvarla e con essa il futuro dei suoi dipendenti e la posizione del paese nel mercato, affetto da sovraproduzione ma non del tutto saturo.

Quante volte abbiamo sentito dire che si tratta di un’ipotesi che ha cittadinanza solo nel regno dell’Utopia, perché uno Stato ridotto già al fallimento per indebitamento non può sobbarcarsi i costi di un’azienda in perdita (come se Grandi Eventi e Grandi Giochi non lo fossero)  anche se sappiamo che si tratta di uno dei comparti dove sono state più insane, insicure e soggette a corruzione, speculazione, influenze borsistiche,   le politiche di sviluppo industriale, se, per fare un esempio, è caduto il silenzio   sull’indagine della  Guardia di Finanza che indagato  sull’abitudine inveterata  dell’azienda di acquistare  a prezzi maggiorati le materie prime di lavorazione  per poi svendere il prodotto finito a prezzi stracciati ad altre aziende del gruppo Arcelor-Mittal.

Il fatto è che ormai siamo egemonizzati e colonizzati dal pensiero neoliberista, così non è più possibile compiere una scelta politica, sociale e etica che rischi di confliggere con i comandi e gli appetiti del “capitale” e del padronato.

Così bisogna accettare i suggerimenti dell’Impero del Male Minore, quello che impone di scendere a patti con banditi, criminali e mafiosi, che pensa che l’occupazione si tutela incrementando i contratti a termine e precari, quello che legittima i governi a pararsi dietro a vincoli accolti come un alibi, per dichiarare impotenza o rendersi correi di alleanze opache e oscene con multinazionali malavitose.

È quello che ha tolto poteri e competenze allo Stato e allo stato di diritto, persuadendo interi popoli che è doveroso il sacrificio dei beni, del talento, della dignità per mantenere livelli di sicurezza, anche sanitaria, elementari, al di sotto della vita e appena assimilabili alla sopravvivenza, che spinge alla rinuncia su larga scala di vocazioni, beni comuni, risorse, cui è meglio abiurare perché costano, perché sarebbero immeritate, perché fanno cassa.

Non per noi, per i quali ben che vada è assicurata quella da morto, come sottintende uno slogan che campeggia sulle strade di Roma: c’è chi bara e chi non bara.

 

 

 

 


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