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Taranto, veleni e balocchi

polveAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa una tromba d’aria ha sollevato  le polveri dell’ex Ilva facendo precipitare una pioggia di carbone sul quartiere Tamburi di Taranto. Il Comune, cittadini,  le associazioni ambientaliste – i soliti disfattisti – pretendono laserrata immediata dell’azienda, in aperta polemica con il governo che manda in visita pastorale il sottosegretario Turco, seguendo l’esempio di  Servola,  chiudendo l’area a caldo ed avviando la riconversione.

Mai contenti, viene da dire. Che poi, ammettiamolo,  una suggestiva tempesta di particelle rosse si colloca perfettamente nel disegno di rinascita di Taranto, a forza di son, lumière, giochi d’acqua come in uno di quei luna park con scivoli, ruote panoramiche, cascate artificiali, con, sullo sfondo, pudicamente, quella Foresta Urbana, concessione magnanima in veste di compensazione offerta dagli immuni e impuniti assassini che si sono avvicendati. E perché no? Una possibile vocazione termale grazie al recupero di quei 4 milioni di tonnellate di fanghi, oggetto della auspicata “bonifica”.

Ci ha pensato il governo con il sostegno dei parlamentari pugliesi che proprio non ne possono più di doversi occupare dell’annosa e mai risolta vicenda dell’azienda metallurgica obsoleta e incompatibile con un sistema economico nel quale le produzioni sono arcaici lasciti del passato, insieme a lavoratori che non sanno convertirsi a nuove frontiere più smart.

Con impeto creativo si è infatti concordato di fare di una città martire dell’avidità di profitto criminale,  la prossima e promettente capitale del turismo ionico, grazie prima di tutto ai Giochi del Mediterraneo 2026:  290 milioni di euro di investimento (il Governo ne metterà a disposizione circa 100, cui altri se ne aggiungeranno quando i ritardi e le trastole avranno trasformato anche questo evento “di interesse generale” in una emergenza da gestire con fondi e misure eccezionali), 65 impianti che dovranno ospitare le gare, maschili e femminili, di 23 diverse discipline sportive.

E difatti l’operazione non sorprendentemente verrà affidata a un soggetto commissariale, in questo caso l’Autorità Portuale con nuove competenze eccezionali e poteri straordinari. E che ha già ottenuto la ratifica del passaggio  dell’ex-Stazione Torpediniere dalla Marina Militare alla sua amministrazione, che provvederà al recupero delle  motonavi Adria e Clodia, rimorchiatori della Marina e del relitto del fu Vittorio Veneto, che si voleva adibire a nave museo. E  che, si legge sulla stampa locale in estasi,  ha scelto quella “location” come la più favorevole  per la nascita dell’Acquario la formidabile attrattiva in concorrenza con Genova, “in grado di convogliare un fertile   traffico di visitatori”, facendo dimenticare la triste reputazione della città industriale e magari occupando in veste di animatori quei 3000 esuberi sul piatto della bilancia della trattativa con Arcelor, dalla quale sono stati esclusi gli enti territoriali.

Chi in questi mesi avesse nutrito l’illusione che i fallimenti criminali dei privati e delle regioni, a cominciare da quelle che aspirano a una maggiore autonomia proprio per appagare gli appetiti imprenditoriali nei settori della sanità, dell’università della scuola, potessero configurare un nuovo ruolo programmatore e realizzatore dello Stato, di fronte alla prospettiva della resa incondizionata all’Europa, alla definitiva cessione di sovranità che condiziona l’elargizione secondo una partita di giro degli stessi quattrini che siamo tenuti a versare in cambio dell’esecuzione di “riforme-ghigliottina”, ancora più accelerate e drastiche rispetto alla Grecia, saprà che tutto sarà peggio di prima, che il vero patto del diavolo è già stato sottoscritto.

E non serviva questa emergenza a farcelo scoprire.

Bastava appunto guardare a quell’azienda, a quella città, a quei lavoratori e cittadini che  in 50 anni, hanno assistito all’inserimento forzato dell’acciaieria nel loro territorio, a una produzione intensiva che ha prodotto, si, acciaio e lavoro, ma anche devastazione, malattie, inquinamento, ricatti, per diventare  un maledetta ferrovecchio da quando con un tozzo di pane la famiglia Riva se lo aggiudica seppellendo sotto i suoi profitti   prontamente dirottati in conti offshore, una vergogna nazionale fatta di cancro, corruzione, intimidazioni e correità.

Bastava guardare al susseguirsi di cedimenti dei governi alle pretese, ai ridicoli “piani industriali”  dei vari sciacalli cui ha addirittura concesso immunità, che vertono sempre sulla fatale e ineluttabile riduzione degli addetti, sulla cortina di oblio da stendere come un sudario sulle colpe del passato e pure del presente e del futuro, in cambio delle promesse di continuare la produzione, come d’altra parte è confermato dai contenuti  di un accordo stipulato  tra la stessa Arcelor Mittal e il Governo siglato nello scorso mese di Marzo, del quale da mesi i sindacati  non vengono ufficialmente messi a parte. Prima della pioggia rossa, Conte aveva “rassicurato” tutti con la conferma del coinvestimento pubblico accanto al privato, grazie all’incarico  affidato nella partnership a  Invitalia, società del Mef della quale – casualmente – è amministratore delegato quel Domenico Arcuri messo a capo della task force  dell’emergenza Covid, un nome, una garanzia per prestazioni eccezionali. In quell’occasione il Presidente del Consiglio ha omesso di far luce sul “nodo occupazionale” ancora irrisolto: ArcelorMittal  prevede il taglio di 3.200 addetti, con la riduzione dei dipendenti a 7.500.

Che si tratti di una farsa dietro la quale si è consumata e si consuma una tragedia, è chiaro:  Taranto e l’Italia post pandemica dovranno accontentarsi del male minore, che va sotto il nome di  “ambientalizzazione” dello stabilimento, ottenuto con la riduzione della produttività, mobilitazione di risorse a carico del pubblico – circa un miliardo? e licenziamenti – il Governo sarebbe  disposto a un accomodamento con un tetto  di 1800 “esuberi”.

Eh si, di questi tempi ci si deve rassegnare alla rinuncia anche in una città dove per veder morire vecchi e ragazzini non occorreva aspettare la peste, che era già in casa.

Quante volte mi è capitato negli anni di scrivere che l’unica soluzione per l’azienda e per la città era risanare   e nazionalizzare. Quante volte però insieme ad altri più autorevoli ma altrettanti inascoltati osservatori, ho sottolineato che se quella è una produzione strategica per il Paese allora vale la pena di salvarla e con essa il futuro dei suoi dipendenti e la posizione del paese nel mercato, affetto da sovraproduzione ma non del tutto saturo.

Quante volte abbiamo sentito dire che si tratta di un’ipotesi che ha cittadinanza solo nel regno dell’Utopia, perché uno Stato ridotto già al fallimento per indebitamento non può sobbarcarsi i costi di un’azienda in perdita (come se Grandi Eventi e Grandi Giochi non lo fossero)  anche se sappiamo che si tratta di uno dei comparti dove sono state più insane, insicure e soggette a corruzione, speculazione, influenze borsistiche,   le politiche di sviluppo industriale, se, per fare un esempio, è caduto il silenzio   sull’indagine della  Guardia di Finanza che indagato  sull’abitudine inveterata  dell’azienda di acquistare  a prezzi maggiorati le materie prime di lavorazione  per poi svendere il prodotto finito a prezzi stracciati ad altre aziende del gruppo Arcelor-Mittal.

Il fatto è che ormai siamo egemonizzati e colonizzati dal pensiero neoliberista, così non è più possibile compiere una scelta politica, sociale e etica che rischi di confliggere con i comandi e gli appetiti del “capitale” e del padronato.

Così bisogna accettare i suggerimenti dell’Impero del Male Minore, quello che impone di scendere a patti con banditi, criminali e mafiosi, che pensa che l’occupazione si tutela incrementando i contratti a termine e precari, quello che legittima i governi a pararsi dietro a vincoli accolti come un alibi, per dichiarare impotenza o rendersi correi di alleanze opache e oscene con multinazionali malavitose.

È quello che ha tolto poteri e competenze allo Stato e allo stato di diritto, persuadendo interi popoli che è doveroso il sacrificio dei beni, del talento, della dignità per mantenere livelli di sicurezza, anche sanitaria, elementari, al di sotto della vita e appena assimilabili alla sopravvivenza, che spinge alla rinuncia su larga scala di vocazioni, beni comuni, risorse, cui è meglio abiurare perché costano, perché sarebbero immeritate, perché fanno cassa.

Non per noi, per i quali ben che vada è assicurata quella da morto, come sottintende uno slogan che campeggia sulle strade di Roma: c’è chi bara e chi non bara.

 

 

 

 


Immunoprepotenti

elec Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immunità. In medicina:  resistenza dell’organismo, congenita o acquisita, all’azione di determinati germi patogeni o tossine. In senso storico: garanzia o privilegio di esenzione o aggravi fiscali, secondo un istituto che risale al basso Impero,  guarentigie concesse , in deroga al diritto comune, ai Parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni.

Di questi tempi la definizione che attiene alla materia sanitaria non viene quasi adottata, per via della impossibilità di  effettuare diagnosi,  produrre risultati scientifici,  avvalersi di dati statistici e pure di eseguire autopsie, interdette dal Ministero dal dicastero della Salute in funzione di Ministero della Verità pandemica.

Mentre invece spopola se si intende quell’istituto giuridico già applicato con successo ad esempio all’Ilva di Taranto, prima e dopo l’acquisizione da parte di Arcelor Mittal. Quello “scudo”, cioè,  che  prevede la protezione legale dei manager aziendali  dalla commissione di eventuali reati, allo scopo di “evitare che i commissari presenti e gli acquirenti futuri subiscano  ripercussioni penali per fatti verificatisi molti anni prima e dei quali siano estranei”, in modo da annullare quelle norme, tanto per fare qualche esempio, sull’incauto acquisto o sull’ignoranza che non può essere mai pretesa di innocenza, e che i normali cittadini sono tenuti a conoscere, osservare e rispettare.

E per capire gli effetti di certe misure temporanee, provvisorie, transitorie serve ancora l’esempio di Taranto dove l’immunità che è anche impunità ha permesso all’avvicendarsi dei padroni di non bonificare, di non riparare, di non adottare le più elementari norme di sicurezza, di non equipaggiare i lavoratori dei dispositivi a tutela e di non salvaguardare la salute dei cittadini, mettendo in condizione i governi di ieri, oggi e domani di dichiarare la propria impotenza, sicchè una azienda che non è competitiva non può essere nazionalizzata e nemmeno e salvata, come invece si fa con la banche criminali.

Così coerentemente con la necessità di adeguare l’intero sistema alla doverosa profilassi e tutela, l’immunità trova una realizzazione estensiva anche oltre i confini dei brand della biospeculazione: distanziamento,   tamponi, mascherine, grazie all’entusiastica mobilitazione del governo e delle sue task force.

Ai famosi e meno noti firmatari del toccante appello scritto a loro sostegno, in qualità di fronte impavido che resiste agli attacchi, primi tra tutti quelli degli avidi sacerdoti del mercato, quei dissennati confindustriali del Tutto aperto!  deve essere sfuggita l’iniziativa dell’esecutivo, guardato con bonario interesse dai sindacati e benvisto da un ampio schieramento, in soccorso degli industriali, grazie a uno scudo per le responsabilità penali dei datori di lavoro nelle cui imprese si sia verificato qualche caso di Covid19.

Bontà loro, la “sanatoria”- è d’obbligo ancora una volta il ricorso al linguaggio paramedico – esonererebbe solo quelli in grado di dimostrare “di aver diligentemente posto in essere tutte le misure necessarie per contrastare e contenere la diffusione del Covid-19 nei luoghi di lavoro dettate dai protocolli di sicurezza del 14 marzo e 24 aprile 2020”, che come è noto avevano un carattere unilaterale, dando alla direzione totale discrezionalità sull’applicazione delle norme, sull’adozione e qualità dei dispositivi, sulla sanificazione dei siti.

E siccome la sicurezza dei poteri di fonda sull’insicurezza dei cittadini e pure sull’incertezza del diritto, ecco subito pronta la liberatoria morale e fisica: in assenza di procedure di diagnosi e controllo, che, prescindendo dalla loro efficienza e efficacia, pare siano state messe a disposizione solo di presidenti di regione, notabili e Vip, calciatori, e poco altro, parrebbe di fatto verificare che il contagio sia effettivamente avvenuto in occasione di lavoro, considerando che il lungo periodo di incubazione del virus non permette di avere certezza sul luogo e sulla causa del contagio. Così come di escludere con sufficiente certezza l’esistenza di altre cause di contagio e senza poi contare i casi dei soggetti asintomatici.

Si renderebbe  quindi necessario introdurre una direttiva che escluda la responsabilità del datore di lavoro, “titolare di una posizione di garanzia nei confronti dei prestatori di lavoro”, lavoratori manuali, della logistica e dei servizi, delle filiere della cura delle persone e dell’alimentazione, della sanità e della manutenzione di prossimità, addetti del comparto degli armamenti e pure quelli dell’Electrolux in sciopero perchè con le mascherine, brand eccellente pure per la Pivetti e Brugnaro, non si respira più.

I quali quindi, secondo la vulgata ormai imperante, possono essere legittimamente sospettati della violazione degli obblighi di sicurezza: viaggiare stipati in metro e bus, non osservare il rigoroso distanziamento alla catena di montaggio, nei magazzini di Amazon, tra gli scaffali della Coop o alla cassa del Carrefour, alla pari con i compulsivi dell’apericena sui Navigli.

Proprio come prima, e plausibilmente dopo il Covid19, i lavoratori non devono cavarsela quando sono in veste di “fattori umani”, tenuti a pagare a proprie spese errori e irresponsabilità e risarcire i danni a cominciare da quelli subiti per inosservanza criminale, indifferenza ai loro bisogni, inottemperanza dei loro diritti, come è sempre avvenuto, alla Thyssen, all’Ilva, all’Eternit, e avverrà, con qualsiasi influenza che dividerà i cittadini in paria esposti e gente di serie A, tutelata grazie all’esproprio di diritti e arbitrio.

E con loro siamo chiamati a pagare noi i costi delle malattie professionali, della patologie da lavoro, se non con le tasse con la stessa vergogna collettiva che abbiamo provato lasciando morire la gente di malasanità o di post sanità, quando abbiamo scoperto che per salvarsi dal virus era meglio starsene a casa, quando ci siamo accorti che i decessi erano frutto di incompetenza, di diagnosi approssimative o contraddittorie, di cure azzardate o inappropriate.

Ma come si addice alla gestione delle crisi, artatamente convertite in emergenze da governare con il regime dell’intimidazione dei tanti per la sicurezza dei pochi, con la repressione dei tanti a fronte della benevola indulgenza riservata ai pochi, si affaccia un’altra insana sanatoria, quella che permetterà che aziende con la sede legale nei paradisi fiscali europei possano beneficiare degli aiuti pubblici in Italia. Ci penserà il fine leguleio degli italiani a praticare i necessari distinguo in modo che una distorta percezione non equipari l’ Olanda, fino a ieri vituperata per la sua ostilità nei confronti dei bond n favore dell’Italia colpita dal virus, oggi restituita allo status di grande e civile potenza, alle Cayman care ai finanziatori della Leopolda o a Cipro più gradita al tesoriere della Lega.

E siccome a chi ha non basta mai, sfogliando le 767 pagine del cosiddetto Decreto Rilancio, potreste imbattervi in una norma proposta dal ministero degli Affari regionali, che, “allo scopo di sostenere il rilancio delle costruzioni”, come si legge nelle note esplicative, introduce una sorta di condono edilizio, prevedendo che “interventi edilizi già presentì sui territori interessati possono ottenere il permesso di costruire in sanatoria, se conformi ai Piani Attuativi di Riqualificazione Urbana”, permettendo quindi   la sanatoria per gli immobili edificati abusivamente.

Proprio vero, finche c’è guerra, anche quella al virus, c’è speranza. Ma non per tutti:  i sopravvissuti sono ancora più differenti e qualcuno già disperato, ancora prima della ricostruzione.

 

 

 


Domiciliari o lavori forzati

Italy Clamps Down On Public Events And Travel To Halt Spread Of CoronavirusAnna Lombroso per il Simplicissimus

Allora pare che adesso i lavoratori delle fabbriche e imprese fino a ieri trattati da parassiti che non si accontentano mai e non collaborano con gli altri naufraghi sulla stessa barca, benché dotati di salvagente incorporato, auguralmente sostituibili con robot, debbano essere grati al coronavirus perché ci si accorge che sono indispensabili alla collettività e che in questa veste, provvisoria, dovrebbero essere tutelati.

Ieri dopo anni di silenzio particolarmente vigoroso in occasione dell’adozione del Jobs Act,  del referendum costituzionale, oggi visto come una occasione perduta perché se non avrebbe prevenuto il contagio avrebbe comunque vinto il cancro come prometteva la Boschi, della accettazione supina dell’austerità e dei vincoli europei, è stato folgorato dalla repentina agnizione che ha vinto il capitalismo, mentre lui festeggiava il Primo Maggio in Piazza con Confindustria.

E altrettanto d’improvviso confederazioni e organismi di categoria, che relegavano nelle brevi in cronaca il quotidiano stillicidio di morti sul lavoro, ha deciso di rappresentare le preoccupazioni dei lavoratori che hanno iniziato uno sciopero, chiedendo misure e dispositivi per contrastare il contagio. Per i sindacati della meccanica «è necessaria una momentanea fermata di tutte le imprese metalmeccaniche, a prescindere dal contratto utilizzato, fino a domenica 22 marzo, al fine di sanificare, mettere in sicurezza e riorganizzare tutti i luoghi di lavoro». Ma erano già in stato di agitazione i dipendenti di Amazon di Torrazza,  dopo la conferma del caso di positività coronavirus di una lavoratrice e la verifica dei casi da porre in quarantena, i dipendenti dello stabilimento Leonardo di Grottaglie della Ast di Terni,  della Bonfiglioli di Bologna e alla Gardner Denver di Parma, della  Dieci di Montecchio, nel Reggiano, dello stabilimento Fincantieri del Muggiano (La Spezia) e di Ancona, della Toyota Material Handling Manifacturing di Bologna, la Fiat Fca di Termoli, delle aziende delle Riparazioni navali di Genova, della  Electrolux  di Susegana, dell’Irca (gruppo Zoppas Industries) di Vittorio Veneto e di alcune fabbriche di Brescia.

Pareva fosse pronto insieme alla distribuzione “gratuita” di guanti e mascherine, un decalogo dell’Esecutivo per le imprese chiamate ad adottare le necessarie precauzioni con il coinvolgimento e la consultazione delle rappresentanze sindacali di ogni azienda, per tutelare la salute delle persone presenti all’interno dell’impresa e garantire la salubrità dell’ambiente di lavoro, ma nella tarda serata di ieri  la possibilità di un accordo è saltata: sindacati e imprenditori, in videoconferenza, non sono riusciti a trovare un punto d’incontro sulle misure da adottare: accesso alle informazioni;  modalità di ingresso in azienda dei dipendenti e dei fornitori esterni;  pulizia degli ambienti;  precauzioni igieniche personali e   dispositivi di protezione individuale; gestione degli spazi comuni (mensa, spogliatoi, aree fumatori, distributori di bevande e snack); organizzazione aziendale (turnazione, trasferte e smart working); gestione degli orari di lavoro e degli spostamenti interni, riunioni, eventi interni e formazione.

Chissà come mai proprio adesso che c’è stata la rivelazione della utilità sociale dei lavoratori delle imprese manifatturiere e produttive, le poche salvate da acquisizioni sconsiderate, da svendite incaute, da delocalizzazioni feroci e improvvise, chissà come mai non si ottiene quello che una volta si definiva in minimo sindacale.

Presto detto: le rappresentanze si riaffacciano estemporaneamente avendo perso ogni autorevolezza e credibilità con la controparte dopo anni di assoggettamento e di riduzione del loro mandato, convertito in una pratica di consulenza tramite i patronati o di offerta di forme di Welfare sostitutivo con fondi, assicurazioni che portano profitti aggiuntivi al sistema degli azionariati.

Presto detto: cedere sulla sicurezza ora significa accettare un’ipoteca per il futuro, che padroni e manager non possono tollerare perché hanno dimostrato di non essere disposti a investire in innovazione, tutele, ricerca nemmeno un quattrino di quelli che sognano di moltiplicare impegnandoli nel gioco d’azzardo della finanza creativa.

Presto detto: i padroni sono ciechi quando si tratta di spendere nella decantata responsabilità sociale che come previsto era solo uno slogan buono per la Leopolda o lo Studio Ambrosetti, ci vedono bene quando si tratta di socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Così pensano al dopo, alla messa tra gli utili dei costi dell’emergenza, per sollecitare aiuti pubblici, deroghe e leggi speciali, per dare ulteriore riconoscimento legale all’illecito dei contratti anomali,  del precariato e della mobilità promossi a necessità inderogabile e doverosa.

E c’è da aspettarsi che le notizie sui campi deserti e abbandonati solleciterà misure estreme raccomandate dall’ex bracciante al governo, presto convinta che ai trattati capestri sarà ragionevole aggiungere una obbligatoria reintroduzione a tutti gli effetti del caporalato. E infatti proprio oggi Boeri, pensando a quelli che definisce “lavoratori al fronte”, riflette sul dopo Caporetto, quando all’economia di guerra deve poi succedere quella della ricostruzione.

Vi aspettavate che proponesse la revisione dei vincoli di spesa imposti sul letto di morte dall’Ue? Vi aspettavate che sollecitasse di indirizzare le spese belliche o quelle impegnate per le grandi opere in interventi per risanare la sanità pubblica? Vi aspettavate la raccomandazione a una efficace lotta all’evasione? Vi aspettavate una riflessione sui danni che la previdenza e l’assistenza private hanno prodotto in termini reali e morali, sfiduciando il sistema pubblico statale?

Macchè, l’effetto collaterale del virus è di produrre negli economisti di regime una miopia che non permette di vedere oltre, di guardare a un cambiamento di rotta, a un rovesciamento del tavolo, ma di immaginare piccoli aggiustamenti, mancette per i più bisognosi, cerotti su ferite in cancrena: incrementare la portata della Cassa integrazione ordinaria, rinvii del pagamento di mutui e dell’Iva, necessari, per carità, verrebbe da dire, perché appunto si tratta di sostituire governo dell’economia e della società con compassionevole comprensione per chi sta peggio, abitudine molto in voga tra chi ha il culo al caldo, che può permettersi di rivolgere schizzinoso disprezzo per quota 100, reddito di cittadinanza, rassicurato che il virus colpisca di preferenza il target degli anziani, a torto però, se è vero che va a mancare il decantato ricorso a quello che ancora   sorregge il sistema Paese, l’assistenzialismo domestico e familista.

Vale la pena di ricordare che c’è un’azienda i cui lavoratori hanno proclamato 10 giorni di sciopero, sta in una città martire che ha provato come da anni vengano imposte scelte feroci, salario o salute, posto o ambiente, che non si stupisce che sia stata rivelata la sedicente obbligatorietà di decidere le priorità della vita di un giovane rispetto a quella di un anziano, già saggiata in fabbrica e fuori.

L’azienda si chiama ancora Ilva, la città Taranto e nessuno ha mai fatto un flashmob per dichiarare solidarietà e vicinanza.


Mazziati & Rassegnati

dosio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio mentre Mattarella, inducendo una incontrastabile sonnolenza che stava per farci perdere il tradizionale brindisi,  ci raccomandava di guardare a noi stessi come guarda a noi la comunità internazionale –  quella che ci immagina e ci dipinge retrogradi, accidiosi, corrotti e mafiosi –  pensando paradossalmente di risvegliare l’orgoglio identitario,  succedeva che  con il 2019 ne evaporasse un altro, quello che è stato chiamato il “paradosso della debolezza”.

Che è quella licenza ancora elargita  che ci permette di criticare quello che ci viene imposto, di denunciarlo in rete, di bofonchiare al bar davanti al cappuccino con cornetto, di cantare l’inno in testa alla hit parade:   siamo Sardine e siamo tante. Siamo formiche col passo d’elefante. Siamo l’Italia che si sta svegliando. Guarda le piazze: stiamo arrivando,  di accettare i comandi, ma con la licenza di deprecarli, di essere servi, ma lamentandoci, di ubbidire, ma brontolando, a condizione che non facciamo nulla di concreto per cambiare, per rovesciare il tavolo,  che tanto ci è già stato sottratto da tempo il diritto libero di votare,  per via  di leggi contraffatte, liste bloccate, differenti e disuguali condizioni di partenza dei candidati, impari mezzi profusi, permettendo la finzione di consultazioni virtuali su piattaforme di soggetti privati, che vale per le autorizzazioni a procedere o per i talent e le isole dei famosi.

Pare proprio che anche quell’ultima concessione sia stata tolta, se guardiamo all’ultimo evento significativo dell’anno, l’arresto di una insegnante di 74 anni condannata a un anno di carcere dal tribunale di Torino con l’accusa  di aver “violato” le sbarre di un casello autostradale durante una manifestazione di protesta contro la Tav. la sua colpa è dunque quella di protestare contro un’opera intorno alla quale girano interessi opachi e circolano personaggi oscuri, come succede ormai sempre e con “naturalezza” intorno alle “grandi opere”, create per movimentare profitti e aumentarli grazie all’aggiramento delle norme, alla sospensione dei controlli in nome di emergenze fittizie e nel rispetto della religione del decisionismo fattuale del liberismo.

Come è noto a tutti, ma non alla grande stampa e probabilmente neanche alla magistratura che apre e chiude i tornelli girevoli dei tribunali, con la legittimità negata alla Dosio in galera, delle cordate che scavano il Grande Buco  dell’Alta Velocità fanno parte frequentatori abituali della aule giudiziarie, in qualità di vertici di grandi aziende, le stesse del Mose, le stesse delle autostrade su cui nessuno passa come la BreBeMi, delle Varianti, delle Metro C, degli stadi, i soliti noti che godono di prescrizioni che nessuno vuole ragionevolmente cancellare e di altri accorgimenti che, da Tangentopoli in poi, registrano un effetto redentivo sui criminali senza far  patire loro un giorno di galera.

E come tutti sanno tra i promotori e i fan delle Grandi Opere ci sono amministratori e politici che godono di immunità e impunità né più né meno degli assassini passati, presenti e potenziali dell’Ilva, tutt’al più “umiliati” da pene alternative: cantare le canzoni di Becaud in un ospizio, stare confinati malinconicamente in ville acquisite con proventi della corruzione, sopravvivere in dorati esili dai quali inviare agli editori memoriali con le istruzioni per risvegliare la fiducia dei cittadini nella cultura di impresa.

Anche questi ultimi come gli altri cambiano partito, ne fondano uno, promettono di fare come Cincinnato ma rispuntano come funghi velenosi e si affacciano nei talkshow proprio alla stregua dei dirigenti delle imprese e della banche che assumono nomi nuovo, danno una rinfrescata ai consigli di amministrazione  e indossano i giubbotti di salvataggio pubblici.

E infatti sappiamo che la signora Dosio che non è Bossi graziato, non è Dell’Utri martire in vita, va in galera, mentre non ci è dato sapere quanti anni hanno passato o passeranno al gabbio i colpevoli di furto ai danni del patrimonio comune, del paesaggio, del territorio, del bilancio statale, ma siamo invece stati informati dell’applauso riservato dagli amici e soci agli indenni di galera della Thyssen Krupp.

Il fatto che i militanti   della Valsusa e del Terzo Valico, più che per aver opposto striscioni ai manganelli  e putipù e sberleffi agli idranti, siano perseguiti per la pubblicità che danno  alla lotta contro i consorzi malavitosi e alle cupole del malaffare anche dopo la detronizzazione di Salvini, ha fatto calare un silenzio pudico sulla repressione.

Si vede che gli agenti incaricati dell’arresto parlavano un bell’italiano senza inflessioni dialettali, che al posto delle catene recavano tralci di fiori alla moda tahitiana,  che la pantera al posto delle sirene era preceduta da Jingle Bells, fatto sta che non abbiamo visto moti di popolo ittico e sdegnate denunce dei nostri superciliosi columnist.

E si vede che il decreto sicurezza bis, coronamento di un susseguirsi di disposizioni a carico di predecessori più garbati, dotati di abiti acconci e buone lettura, del quale in alcune piazze era stata richiesta l’altrettanto garbata revisione, suscita reazioni tra i benpensanti solo nella parte relative all’accanimento perverso contro gli stranieri, che altro non è che il sigillo su un processo di criminalizzazione e discriminazione partito da lontano e finora mai impugnato né in Parlamento né in via referendaria.

Mentre pare sia accettabile quando mette in pratica la stessa repressione, emarginazione forzata, condanna preventiva, Daspo – proprio come le aveva pensate Minniti –  per i colpevoli di povertà fastidiosa alla vista, di molesta mendicità, di offesa al pubblico decoro, ma soprattutto per quelli rei di ribellione, critica, opposizione, malcontento, anche quando non si manifesti nelle geografie del riottoso populismo, quelle squallide periferie già brutte e quindi destinate a ricevere altre brutture, ma addirittura, e  quindi ancora più incomprensibilmente e illecitamente, tra ceti un tempo privilegiati, sicuri e fisiologicamente “superiori”, che sarebbe meglio stessero a casa o a cantare Bella Ciao senza disturbare i manovratori.

È che il pensiero unico ha spalancato le porte a forme di giustizia già proverbialmente differenti permettendo che convivessero la narrazione di un’Italia pulita e fedele allo stato di diritto  nelle dichiarazioni e nei pistolotti di fine anno,  e la realtà di un Paese, del suo ceto politico ma anche di una società civile che si era “adeguata”,  che sbertuccia  e oltraggia  ogni regola in nome della prassi economica, del mito dello sviluppo o della necessità.

Così, in nome di misure pensate per colpire gli ultimi in modo da rassicurare i primi e pure i penultimi,  i grandi truffatori, i grandi corruttori, i grandi speculatori, le grandi multinazionali sfuggono alle maglia della giustizia a differenza del ladruncolo della proverbiali due mele,  in virtù di  regole e   principi di legalità confezionati dalla lobby dei grandi studi legali internazionali, poi applicate discrezionalmente grazie al repertorio di scappatoie offerte generosamente dai “tempi dell’amministrazione della giustizia”, veloci coi deboli, lenti coi forti,

E ormai non c’è bilancia che possa sopportare il peso della giustizia ingiusta e ridotta  a merce a pagamento.


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