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Aufhebung Cucchi

766bd69a-ilaria-cucchiOggi mi sa che farò incazzare molta gente, soprattutto in quell’area grigia che va dal sinistrese salottiero al piddo coattivo. La farò incazzare perché occorre dire che si deve in qualche modo alla discontinuità elettorale, al terremoto del 4 marzo se è caduto, in maniera del tutto inaspettata, il muro di omertà intorno all’omicidio di Stefano Cucchi che si pensava avrebbe “fatto fronte” ad ogni tentativo di  giungere a una verità, da una parte evidente e dall’altra beffardamente irraggiungibile processualmente. Allora il merito è di Di Maio e di Salvini? Nemmeno per sogno, sia perché non è nella natura dei due, ma specialmente in quella primordial –  fascio – bottegaia del capo leghista, che anzi offese a suo tempo la sorella di Cucchi, sia perché in questa fase l’ultimo pensiero della coppia che scoppia è contrariare le forze dell’ordine, gli alti comandi e via dicendo, ma è merito – oltre ovviamente ai magistrati che non si sono arresi resistendo a pressioni che possiamo facilmente immaginare – soprattutto degli elettori che hanno “interrotto” un circuito sicuro di potere e reso più scivoloso il terreno per le operazioni di copertura..

Qui non si tratta tanto di vedere chi dichiara cosa sul palcoscenico politico mediatico, perché tutti sappiamo che quando i punti di riferimento di cosche, camarille, corporazioni, clan, fedeltà, reti di copertura  vengono disturbate da elementi estranei, i meccanismi, anche i meglio oliati, tendono ad incepparsi, favoriscono il collasso negli anelli deboli di lunghe catene di referenti che invece in altre condizioni tengono fino all’ultimo. Lo dice lo stesso Francesco Tedesco, uno dei carabinieri sotto accusa che alla fine ha ceduto e confessato il pestaggio selvaggio di Cucchi: “Mi sono determinato a raccontare la verità per tutta una serie di ragioni. All’inizio avevo molta paura per la mia carriera, temevo ritorsioni e sono rimasto zitto per anni, però successivamente sono stato sospeso e mi sono reso conto che il muro si sta sgretolando”. A questo punto è cominciata la squallida gara a mostrarsi il meno peggio in un omicidio di stato, mentre precedentemente gli assassini “preterintenzionali” avevano impunemente fatto sparire i documenti e  erano persino arrivati nella loro tracotanza a chiedere risarcimenti alla sorella della vittima per le dichiarazioni e le foto pubblicate su Fb.  Ma non è solo la reazione intollerabile della bassa forza, come del resto nel caso Aldrovandi e in parecchi altri, che appare abbastanza naturale visto il livello, l’animus, c’è  anche quella forse ancora peggiore degli alti funzionari dello Stato che, come racconta Ilaria Cucchi, cercavano di evitare a tutti i costi contatti con i parenti della vittima quando non esternavano fastidio per la loro presenza.

Su questo e su come la difesa ad oltranza di certi personaggi non faccia che aumentare il numero delle mele marce nelle forze dell’ordine, si potrebbero dire molte cose, ma in questo contesto ciò che mi interessa, facendo leva sulla figura di Salvini è l’assoluta distanza tra ciò che è successo nelle urne e i gli interpreti o almeno molti di loro. Che insomma il caso Cucchi, come in una sorta di aufhebung hegeliano, è uscito dalla palude nonostante Salvini, nonostante una negazione che tuttavia in qualche modo è stata necessaria al realizzarsi di un minimo di giustizia visto tra l’altro – lo vorrei ricordare — che i carabinieri non dipendono dal Ministero dell’Interno, ma da quello della difesa e che queste vicende non sono state illuminate, per così dire, da una legge sulla tortura che è un capolavoro di tale ipocrisia da far pensare che sia stata pensata per favorirla piuttosto che reprimerla. Temo che dovremo abituarci a questa dialettica in ogni campo.

 

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Viareggio, un’ingiustizia che scotta

   Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci vuole una gran fantasia per ipotizzare se, come e quando verranno accertate le responsabilità e condannati i colpevoli della catastrofe dell’Hotel di Rigopiano.

Basta guardare al processo per la strage della stazione di Viareggio, definita allora dall’ex amministratore delegato dell’azienda ferroviaria, uno “spiacevolissimo episodio” e alla sentenza, viziata, a detta del suo collegio di difesa, da un imperdonabile “populismo” giudiziario e penale, agitato in un clima di diffuso e facile giustizialismo, per dare un po’ di guazza ai familiari delle 32 vittime, a conferma che ormai l’oltraggio alle vittime rappresenta un trend diffuso e autorizzato dallo spirito del tempo.

Quei congiunti accusati di essere troppo pretenziosi fino alla vendetta, se considerano la condanna  di Mauro Moretti, a 7 anni, dimezzata rispetto alla richiesta dell’accusa,   un “contentino” e  se temono legittimamente che le lungaggini dell’iter giudiziario conducano inesorabilmente alla prescrizione per i reati di incendio doloso e lesioni colpose.  E alla quale c’è da sospettare che non vorranno rinunciare Michele Mario Elia, ex amministratore delegato di Rfi, Giulio Margarita, ex direttore Sistema gestione sicurezza di Rfi e ora all’Agenzia sicurezza ferroviaria, Gilberto Galloni, ex ad di Fs Logistica, Vincenzo Soprano, ex ad di Trenitalia e della stessa Fs Logistica, così come non vi rinunciano ministri, parlamentari, industriali, manager inquisiti per i più svariati capi d’accusa che grazie a quel pregevole istituto possono consolidare invidiabili carriere e conseguire brillanti pensionamenti d’oro.

E infatti malgrado il processo, il cursus honorum di Moretti non si era interrotto, se è stato incaricato di ricoprire il prestigioso posto di amministratore delegato di Leonardo, l’ex Finmeccanica. E non si interromperà: mica la giustizia è uguale per tutti, se per disarcionare chi svolge funzioni di direzione  e amministrazione, secondo il Testo unico in materia di intermediazione finanziaria che richiama un regolamento del Ministero competente, valgono solo le sentenze irrevocabili.

Figuriamoci quindi se il manager di uno Stato che non ha avuto il coraggio di costituirsi parte civile nel processo contro uno dei suoi  boiardi eccellenti, non ricorrerà alle leggi delle sua cerchia privilegiata per non rispettare quelle dell’opportunità, quando già ieri il Cd’A di Leonardo e il collegio sindacale ha confermato la piena fiducia al suo amministratore delegato. E lui potrà  dire che non molla la poltrona per attaccamento all’impresa, per via di quel suo cieco e indefesso aziendalismo che anche i suoi detrattori gli riconoscono e che rivendica ancora in un alato ritrattino che gli dedica il quotidiano di proprietà di uno dei colpevoli delle stragi dell’amianto: sono stato troppo duro, sostiene, nei miei giudizi di allora, ma l’ho fatto per Ferrovie, per tenere insieme la società frastornata dallo “spiacevolissimo episodio”.   Un carattere il suo, molto apprezzato perché riesce sempre a tener fuori “il lato umano”.

Se quello secondo molti è bene che resti fuori, in quanto poco consono a profitto e sviluppo, occupa invece un posto di primo piano il “fattore umano” o meglio quello tecnico. Così pare che l’unico colpevole in tutta questa vicenda sia quell’asse che si è magicamente spostata, in quel  29 giugno 2009, alle 23,48 quando un treno merci partito da Trecate, in Piemonte, e diretto a Gricignano, in Campania, deraglia poco dopo aver superato la stazione ferroviaria di Viareggio e una delle cisterne trasportate dal treno, e carica di Gpl, si rovescia e si squarcia sbattendo a forte velocità contro un ostacolo. Dopo l’impatto, inizia a fuoriuscire del gas che avvolge i binari e le abitazioni che si affacciano sulla linea ferroviaria. L’aria è satura di gas, scoppia  un incendio le cui fiamme, in una frazione di secondo, avvolgono tutto ciò che si trova nell’arco di un centinaio di metri: case, negozi, uffici, automobili.

Fatalità, lo spostamento die quel pezzetto di binario, hanno ripetuto i difensori, destino cinico, baro e imprevedibile. Come è imprevedibile tutto quello che succede qui: valanghe che crollano su hotel costruiti su aree a rischio, scuole che si sgretolano dopo messe in sicurezza antisismiche, territori investiti ogni anno dalle stesse frane e inondazioni. e pure un treno che esplode radendo al suolo Ponchielli, seminando morte e distruzione  peggio che per uno di quegli attentati che fanno tanta paura al  civile Occidente che si ostina a non assimilare ai macellai fondamentalisti anche i radicalizzati del profitto, ai criminali dello sfruttamento, che mettono a rischio le nostre vite e  il nostro futuro senza aspirare al paradiso delle urì, che stanno troppo bene qui in terra, impuniti e impudenti.

 


Grandi terremoti, grandi opere

Center Italy quakeCiò che ha evitato una nuova strage in questo secondo terremoto nell’Italia centrale è stato il fatto che la prima scossa ha avuto una magnitudo inferiore alla seconda inducendo le persone a scendere in strada prima che la seconda botta, assai più forte (vedi nota) distruggesse molti edifici. Questa circostanza, aggiunta all’attivazione di una seconda faglia dovuta al terremoto del 24 agosto scorso, confuta ancora una volta l’idea che dopo il primo colpo vi sia soltanto un assestamento o ancora che un lungo sciame sismico con scosse di moderata intensità le quali liberano gradualmente molta energia portino ad escludere che arrivi un fenomeno più intenso e distruttivo. Pare quasi banale dire queste cose, che sono del resto state sottolineate anche da Enzo Boschi dopo il prima sisma nella Val Nerina e ancora prima dopo il terremoto dell’Emilia, eppure proprio queste forzature previsionali in un campo nel quale si dice che non si possa prevedere, a causare la gran parte dei morti de L’Aquila.

Tutti ricordano l’irrituale riunione della Commissione grandi rischi, convocata all’Aquila  una settimana prima del disastro in cui Bertolaso, allora capo della protezione civile nonché organizzatore degli eventi e delle emergenze alla corte di Berlusconi, forzò la mano agli scienziati per far dire loro che non c’erano particolari pericoli ed evitare così al governo una serie di costose operazioni di sicurezza. La questione è diventata un caso giudiziario per omicidio colposo nel quale sono stati implicati diversi ricercatori, tra cui Franco Barbieri e lo stesso Boschi, accusato di aver sottovalutato con leggerezza i rischi, ma il vero colpevole, ovvero Bertolaso, l’ha fatta franca scaricando tutte le colpe sugli scienziati, mentre questi ultimi negano di aver fornito rassicurazioni fuori luogo («Il fatto che io possa avere escluso forti scosse in Abruzzo è assurdo – dichiarò Boschi – dunque qualcuno ha mentito”. Cosa sia davvero accaduto in quella riunione non si saprà mai perché il verbale fu fatto comparire da Bertolaso solo una settimana più tardi  a disastro avvenuto e dunque non è credibile. Ma si può tranquillamente supporre che sia trattato di uno dei più evidenti casi di condizionamento politico della scienza dove probabilmente il ricatto sulle carriere e sui posti ha indotto ad avvalorare o comunque a non contrastare i desiderata governativi.

Naturalmente come spesso accade in questo Paese delle mezze parole, dei ricatti e delle scappatoie leguleie il processo è finito a tarallucci e vino con un’assoluzione finale, dopo una una condanna in primo grado per gli scienziati, quale reprimenda morale e avvertimento. L’unico a ricevere in via definitiva una condanna, sia pure senza conseguenze concrete, fu il vicecapo della protezione civile Bernardo De Bernardinis e solo per un intervista televisiva data  poco prima della famosa riunione, nella quale rassicurava sull’assoluta improbabilità di una scossa distruttiva, inducendo perciò gli aquilani “a non mantenere la giusta cautela”. Non c’è bisogno di  sottolineare l’aspetto grottesco di questa sentenza in cui i cittadini devono avere la cautela che gli organismi dello stato non hanno e nemmeno suggeriscono. Del resto di che stato si tratti lo si vede bene dalla retata di ieri per infiltrazioni mafiose riguardo alla Tav Milano Genova, alla Salerno Reggio Calabria al “mover ” di Pisa e tutto questo sotto gli occhi dell’Anticorruzione di Cantone che dovrebbe prevenire e invece si occupa solo di rassicurare, di fare da schermo virtuoso alle nequizie che si svolgono al buio dei corridoi e delle sale del potere.

La logica in fondo è quella stessa della gestione dei terremoti che pur essendo un evento ricorrente in questo Paese finora è stato sempre considerata come un’ eccezione, senza dotarsi degli strumenti necessari per affrontare il problema in maniera strutturale a cominciare dagli strumenti finanziari per finire a quelli costruttivi e conservativi. Solo la fase di primo soccorso funziona dopo di che è solo un andare a tentoni a seconda delle convenienze, degli affari, delle disponibilità di cassa del momento e dentro una legislazione episodica. Grandi eventi, Grandi opere. Grandi disastri sembrano partecipare della stessa natura occasionale e opaca con cui viene governato il Paese.

Nota  Mi è capitato di dire più volte che la scala Richter e quella collegata della magnitudo non sono aritmetiche e lineari, ma logaritmiche e che dunque i valori reali non sono proporzionali: così la prima scossa di ieri di magnitudo 5,4 è in realtà molto minore della seconda di 5,9, non certo solo qualche punto in meno. Ecco un piccolo promemoria di calcolo. L’energia rilasciata da un terremoto, ovvero la magnitudo, viene calcolata come proporzionale all’ampiezza di oscillazione elevata a 3/2, ovvero a 1,5. Poiché il tutto viene riportato in scala logaritmica in base 10, ciò vuol dire che la potenza scatenata da un terremoto di magnitudo 1  la si ricava calcolando 10 elevato a 1 x 3/2, cioè dieci elevato a 1,5 che dà come risultato 31,62. Nel caso specifico è l’effetto dell’esplosione di 31, 62 chili di tritolo. Ma al di là di queste considerazioni di chiara derivazione americana , ciò che interessa è la proporzione, perché una magnitudo 2 corrisponde a 10 elevato a 2 x 3/2 ovvero a 3 che da per risultato 1000 e una magnitudo 3 a 10 elevato a 3 x 3/2, ovvero 4,5 che dà come risultato 31 622. E così via. Ogni grado insomma è superiore di circa 31 volte quello precedente e anche pochi decimali possono fare una grande differenza.


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