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E’ meglio la lava

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando ancora il sindacato faceva paura – pensate che nei non lontani anni ’90, la Triplice portò in piazza a Roma un milione di manifestanti – l’obiettivo della “politica” e del padronato era lo stesso di quasi un secolo prima: un unico partito, un unico sindacato, un unico giornale.

Obiettivo raggiunto, anzi nel caso in questione è stato superato, a vedere i tre amici al bar diventare 4 come nella canzone insieme a Confindustria il Primo maggio, a vedere come la vera mission sia quella di proporsi come promoter del Welfare aziendale, vendendo fondi assicurativi e pensionistici in veste di patronati a gettone, a vedere come gli scioperi del marzo scorso indetti per pretendere misure di sicurezza adeguate al rischio di contagio come veniva presentato dalle autorità, sono stati fermati “ragionevolmente” dalle rappresentanze e meno ragionevolmente dalle forze dell’ordine. 

Ma pare non gli basti mai:  anche i regimi a volte non è che abbiano proprio fame, è che vogliono una rinuncia ai diritti più dolce e una sottomissione più consociativa, che registri  il trionfo della sospensione delle regole democratiche.  Se ne fa interprete l’imperituro Ministro Franceschini – e magari è anche per questo che l’ipotesi di una sua promozione ai vertici di un futuro governo fa accapponare la pelle – che propone che la  doverosa pausa  dell’attività di rivendicazione si converta in gratitudine per i ristori e le elemosine, anche  arruolando la controparte arresa in temporanee tavolate con mascherina e numero chiuso di partecipanti decisi e selezionati dagli uffici dei ministri competenti.

Così, reduce dalla campagna per il “rilancio” del Colosseo, dopo aver stabilito la generosa erogazione di 55 milioni di euro per contrastare gli effetti drammatici della pandemia nei settori del cinema e dello spettacolo dal vivo, divisi in 25 milioni di euro di ristori per le imprese di distribuzione cinematografica; 20 milioni di euro come ulteriore sostegno alle Fondazioni lirico sinfoniche; 10 milioni di euro per la creazione di un fondo di garanzia a tutela degli artisti e degli operatori dello spettacolo per le rappresentazioni cancellate o annullate a causa della pandemia, cui ha aggiunto 2 milioni di euro destinati al ristoro dagli enti gestori a fini turistici di siti speleologici e grotte penalizzati della misure restrittive, ha istituito il tavolo permanente per i lavoratori dei musei, degli archivi e delle biblioteche.

Si tratta, come ha voluto sottolineare di “un nuovo spazio istituzionale per un costante ascolto delle esigenze dei professionisti di uno dei settori maggiormente colpiti dalla pandemia”, e sarà composto dai rappresentanti delle organizzazioni sindacali e delle associazioni di settore che operano nel campo degli istituti e luoghi della cultura insieme al Direttore generale Archivi e al Direttore generale Biblioteche e diritto autore.

Viene così offerta ai “sofferenti”  un’area negoziale nella quale i rappresentati delle categorie vengono ammessi a ascoltare quella che una volta si sarebbe chiamata controparte che stabilisce entità  e modi dell’erogazione  delle elemosine sotto forma di risarcimenti.

E’ proprio un modo perfetto  per umiliare i lavoratori della cultura, quando arrivano col cappello in mano dopo essere stati trattati con sufficienza e offesi, in veste di parassiti, profittatori, usurpatori di poteri di veto che ostacolavano il dispiegarsi della libera iniziativa, come nel caso dei sovrintendenti, molesti parrucconi, una iattura da cancellare dalla faccia della terra, come ebbe a dire il leader di Italia Viva quando era presidente del Consiglio.

Gente da prepensionare, vedi mai che la competenza maturata e il sapere accumulato facessero venire dei grilli per la testa a giovani messi dopo anni di studio a combinare guardiania e pulizie senza contratto, da sacrificare e demansionare come immeritevole per far posto a soggetti più scafati e attrezzati nelle tecniche del marketing , capaci dunque di fare di ogni museo un juke box, sempre per usare le formule dell’immaginifico successore di Lorenzo il Magnifico.

Gente che patisce di un sottodimensionamento cronico: secondo l’atto di programmazione del fabbisogno di personale 2019-2021 del 3 aprile 2020, citato dalle rappresentanze del personale Mibact, nonostante le 860 assunzioni del 2019, i funzionari erano 4177 su 5427 da organico, destinati a ridursi a causa delle cessazioni – circa 500 all’anno – a 2533 a fine 2021, con una carenza di 2894. Ancor peggio per i Soprintendenti: 192 in organico, ma già a marzo scorso solo 103 ed a fine settembre 94 effettivi in ruolo, ed in prospettiva 2021 uno sparuto drappello di 62. Mentre non si prevedono concorsi e  prosegue il ricorso al precariato, denunciato perfino dall’Europa.

Gente che deve adeguarsi a una ideologia del consumo culturale che stabilisca definitivamente le differenza tra chi possiede i meriti per godere dei beni comuni, una ristretta cerchia selezionata a monte o affiliata per non fare la fila davanti al Pinturicchio, per sedersi a tavola con affini in una sala di museo davanti a Caravaggio, per custodire un’opera nel caveau della sua banca, in modo che sia tutelata da alito e sguardi della plebe ed anche per entrare da eletti in quelle biblioteche negate  a ricercatori, docenti e studenti italiani, costretti a procedure cervellotiche  limitate ai soli “prestiti” di testi da consultare da remoto, a differenza degli aspiranti alla messa in piega, o dei frequentatori di altri templi appena appena un po’ più commerciali, grandi magazzini, empori, shopping center.  E chi invece è condannato, nei tempi migliori, a sgomitare davanti alla Gioconda, e, nei peggiori, alla serrata dei musei, superflui e improduttivi in assenza di turisti.

Gente invitata a riformarsi – o  a farsi da parte  – per raccogliere la sfida della rivoluzione digitale come piace al suo profeta (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/14/italy-on-demand/) con la sua Netflix della cultura, la piattaforma digitale promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo insieme a Cassa Depositi e Prestiti e a Chili, per “supportare” il patrimonio artistico-culturale italiano con la realizzazione di “un palcoscenico virtuale” per estendere le platee e promuovere nuovi format per il teatro, l’opera, la musica, il cinema, la danza e ogni forma d’arte, live e on-demand.

La “minaccia” ha preso corpo   nel corso del question time alla Camera  quando Franceschini per promuovere un efficace turnover generazionale ha indicato la soluzione di un apposito corso-concorso “per reclutare dirigenti dotati di specifiche professionalità tecniche nei settori della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio”,  ricorrendo  a “contratti di collaborazione”, formula eufemistica per definire il precariato.

E ne fa testo il Bando Pompei per il Contemporaneo, lanciato a beneficio di “nuove professionalità capaci di unire studi antichi con una sensibilità contemporanea e una tecnologia avanzata” che potranno partecipare all’avviso di sponsorizzazione online   per “sostenere l’arte contemporanea ispirata a Pompei attraverso Pompeii Committment, il progetto di sponsorship culturale ideato dall’Ufficio Fundraising del Parco Archeologico di Pompei su un modello sperimentale”. Ricerca e valorizzazione delle “materie archeologiche” custodite nelle aree di scavo e nei depositi di Pompei  potranno così essere finalizzati alla “costituzione progressiva di una collezione di arte contemporanea”.

Non bastava l’ipotesi visionaria di fare di Pompei una smart city, come voleva quasi 10 anni fa il ministro della Coesione Territoriale – e bastava già la titolazione del dicastero a far capire che eravamo in balia degli acchiappacitrulli, non bastava che i lavoratori dei servizi aggiuntivi: accoglienza, controllo accessi, biglietteria, ufficio guide e ufficio informazioni, gestiti da Opera laboratori fiorentini, un pezzo del colosso monopolistico Civita cultura holding, siano tornanti al lavoro a maggio, alcuni dei quali ancora in attesa della Cig, in un regime di part time che dimezza la remunerazione, non bastava la corsa a sponsorizzazioni di mecenati quando in realtà Pompei, occupata militarmente come altri siti da concessionari e gestori particolarmente attenti al “reddito” del juke box, potrebbe autofinanziarsi.

E non bastava che  la Casa dell’Efebo sia diventata un «esempio di scarsa attenzione prestata agli aspetti culturali» condannato dalla Commissione Europea che ha denunciato come gli interventi di restauro, abbiano trascurato nel sito archeologico l’installazione di dispositivi di protezione lasciati in un magazzino nonostante fossero stato finanziati dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr), lasciando intendere come in Italia regnino trascuratezza e negligenza e  la tecnologia serva a sfruttare  e a sorvegliare le vite e non i beni comuni dei cittadini.   

E’ che il tandem  Franceschini e direttore generale dei musei – nonché direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei – Massimo Osanna ha preso sul serio la baggianata attribuita ai cinesi, che ogni emergenza si traduce in opportunità. Non solo perché, arricchita dalla paccottiglia di americanate in puro slang alla Mericoni, favorisce il ricorso a misure speciali, all’intervento di sponsor e autorità eccezionali in deroga a leggi e regole, ma per via della possibilità che offre di concretizzarsi in messaggi facili, propaganda, pubblicità, anzi, advertising, che l’attività quotidiana e ininterrotta di tutela, salvaguardia, cura e manutenzione non permette. E c’è da temere che proprio come Salvini, i fantasmi dei cittadini sorpresi dall’eruzione, dicano grazie Vesuvio, a pensare a quello che li attende, spazzolate via cenere e lava.


Ecologia in maschera

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte viene proprio da ringraziare un accadimento che occupa lo spazio pubblico con la sua potenza apocalittica se ci risparmia dall’inanellarsi di baggianate rituali a scadenza annuale.

Impegnati tutti sul Covid 19 ci hanno  graziati delle liturgie della green economy senza olio di palma, delle narrazioni pedagogiche dei patron dei rave di raccolta di lattine  e dei moniti severi degli sporcaccioni globali che finanziano il pallottoliere ecologico a cura dell’organizzazione di ricerche ambientali Global Footprint Network incaricato di misurare le risorse consumate dai dissipati popoli della terra e “estinte” in previsione dell’Earth Overshoot Day.

E siccome quasi nulla può aspirare a stare alla pari con gli scenari rovinologico-sanitari della pestilenza passa senza grande risonanza l’arrivo in Louisiana dell’uragano Laura, più violento e sterminatore di Katrina, che minaccia  quelle che i meteorologi hanno descritto come inondazioni letali e danni diffusi se già 300 mila abitazioni e attività commerciali sono senza elettricità. E d’altra parte a Palermo, a Verona si sono verificati quegli eventi estremi che sono la conseguenza accertata del cambiamento climatico, retrocessi ad allarmi di serie B per via di un ridotto impatto sanitario o percepiti come la declinazione pittoresca contemporanea delle piaghe bibliche che si starebbero accanendo sull’umanità.

In pochi mesi il tema è sprofondato nelle brevi in cronaca e la figurina apologetica di Greta non popola più l’immaginario giovanile   che rinvia i volonterosi assembramenti dei  Fridays For Future a venerdì migliori.

E’  stata anche retrocessa a sterile e irresponsabile argomentazione da complottisti e negazionisti la teoria che possa esserci un rapporto evidente tra pressione antropica, smog,  inquinamento industriale e la superiore incidenza di contagi in Lombardia, registrata anche successivamente alla “riapertura” e, pare, non imputabile all’arrivo di immigrati.

Eppure numerosi articoli presenti in letteratura scientifica (tra l’altro è italiano uno “specialista” autorevole, Mario Menichella che da anni analizza le correlazioni tra condizioni ambientali e patologie) hanno informato che le particelle di particolato fine e ultrafine agirebbero da vettori fisici “leggeri” nei confronti del virus, in grado di portarlo assai più lontano rispetto a quelli  tradizionali.

Eppure, e non a caso, Wuhan, New York, Pianura Padana, che risultano tra le aree più colpite dal Covid-19, sono proprio quelle che  da decenni hanno sviluppato una forte concentrazione di industrie e grandi impianti inquinanti che contribuiscono più di altre sorgenti al loro inquinamento atmosferico per la maggior parte dell’anno, causando di conseguenza un’elevata incidenza fra la popolazione di cancro, malattie cardiovascolari(infarto, ictus, etc.), patologie respiratorie croniche o comorbidità spesso letali.

Eppure nella Pianura Padana da anni si registrano anche a causa della nebbia,  concentrazioni  anomale di varie sostanze nocive (diossine, polveri sottili, particolato fine e ultrafine, gas tossici, etc.), che ristagnano e si accumulano al suolo e che insieme alle emissioni causate dal dissennato ricorso a impianti di biomassa e biogas fanno di questi territori delle zone a alto rischio epidemiologico, come dimostrato dalla incidenza e letalità di malattie respiratorie e polmonari.

Ma la pandemoniaca gestione del virus influenzale del 2020 ha prodotto un effetto mortale in più, quello di cancellare dal nostro vocabolario la formula in passato abusata della qualità della vita, in favore della necessità della sopravvivenza. Proprio come la sopravvalutazione della imprevedibilità ed eccezionalità  di questo incidente della storia è servita a  esercitare una pietosa rimozione delle responsabilità di decenni di  smantellamento della sanità pubblica e di pudico silenzio sugli investimenti che grazie alla carità europea di sarebbero dovuti programmare per il futuro, così la colpevolizzazione dei comportamenti collettivi e individuali è stata brandita come un’arma per distrarre dalle negligenze e dai crimini dei grandi inquinatori, fonti industriale esonerate dal pagamento per i loro crimini e reati grazie a varie forme di immunità e impunità e licenze che intere aree del paese pagano da ben prima del Covid 19 con il loro martirio. 

Vaglielo a dire a Galli della Loggia che, in perfetta consonanza con la ministra Azzolina, attribuisce il marasma nel quale si agitano i responsabili dell’istruzione, allo strapotere dei sindacati, vaglielo a dire ai nuovi predatori pronti a comprarsi risorse e opportunità a prezzi scontati grazie a ristrutturazioni farlocche che promuovono espulsione  di lavoratori e  riduzione della sicurezza e delle tutele.

Vaglielo a dire alle associazioni imprenditoriali che vogliono persuaderci che la perdita stimata di almeno un milione e 1,4 di posti di lavoro – l’Inps fa sapere che gli occupati a fine maggio erano circa 750 mila in meno rispetto a un anno prima e oltre mezzo milione di precari sono spariti dal mercato del lavoro-  sia un incontrastabile effetto collaterale della crisi che deve far abbassare le ali alle pretese di garanzie e protezione, quindi di legalità, arretrata a optional quando non a capriccio incompatibile con la gravità del momento.

Vaglielo a dire a quelli che ancora credono che la partita di giro delle elargizioni dimostri che l’Ue è riformabile e che le condizioni che verranno imposte debbano essere accettate per riguadagnare la reputazione perduta da un popolo che ha voluto troppo.

E vaglielo a dire a Confindustria che reclama riforme strutturali, come se tra “Pacchetto Treu”, Legge 30/2003,  misure del Sacconi dello stare tutti sulla stessa barca, “Jobs Act non ne avessimo avute abbastanza per far regredire il lavoro a precarietà e poi a servitù e che indica tra le priorità la cancellazione del Decreto Dignità.

Ma non è mica l’unica cosa che si vuol cancellare, a guardare il senso profondo del Decreto Semplificazioni che in previsione dell’unica strategia partorita da Villa Pamphili, dalle task force e dal governo per la Ricostruzione (130 grandi cantieri di infrastrutture, stadi compresi, e Grandi opere) propone la demolizione di ogni sistema di controllo, vigilanza e sorveglianza sugli interventi per favorire quella libera iniziativa che non vuole ostacoli, ubbie da anime belle del movimentismo e intralci di antagonisti e anarco-insurrezionalisti.

Basterebbe quello a dimostrare che la tutela dell’ambiente è un optional incompatibile con lo sviluppo, come d’altra parte quella della salute, salvaguardata a suon di mascherine della Fca e di guanti di silicone, e che prevenzione e cure sono lussi che non meritiamo.

E quindi vaglielo a dire a quelli del “niente dovrà essere come prima” se l’unica novità in agenda sono gli interrogativi sullo smaltimento delle mascherine, plausibili a fronte del formidabile incremento della produzione di amteria palstiche a uso “sanitario”, a quelli che davanti allo spettacolo dell’arcadia pandemica, auto in garage, aziende chiuse, città deserte, pensavano che fossimo all’inizio di una beata era delle decrescita felice. A quelli che si illudevano che magicamente fosse arrivato il momento per  ripensare  il modello produttivo e consumistico, liberandoci dalla fatale dipendenza economica e morale del mito della crescita immaginando di sanare i danni del mercato globale con meccanismi di mercato, commercializzazione dei diritti di emissione, import-export dei veleni verso vittime affamate, ricattate e consenzienti o con una ecologia domestica che addossi il peso sui cittadini secondo la prassi della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti.

Vaglielo a dire ai giardinieri dell’ambientalismo senza lotta di classe che la catastrofe rimossa è vicina, che il sistema non è più emendabile e che il rotolare inarrestabile del pianeta verso la rovina travolgerà tutti, lupi e agnelli, rane e scorpioni.


I diritti del lavoro, morti di Covid

lav  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stampa e rete da una pio di giorni pubblicano a raffica le severe reprimende contro i negazionisti del Covid, i no mask e i revisionisti del vaccino  in Senato, nello studio di Sabino Cassese e nelle spiagge guardate opportunamente a vista da militari con tanto di mitra intimidatorio, sviluppo questo largamente prevedibile della criminalizzazione dei trasgressori rinnovata in occasione del prolungamento dello stato di emergenza.

Come mai? vi direte,  non avevamo assistito a analoga  insurrezione moral-sanitaria quando Gori, promosso poi sindaco martire e modello esemplare di governo delle città vittime della pestilenza, dichiarò con burbanzosa determinazione: Bergamo non chiude!, o quando Sala dal canto suo ribadì: Milano non si ferma!.

Tutti abbiamo la risposta ma pochi hanno il coraggio di darla: prima, durante e dopo, nella cabina di comando a dettare misure e regole c’era il padronato, audace e ardimentoso con le vite dei dipendenti mandati ad esporsi, a norma di legge, anzi di decretazione di urgenza, al contagio per garantire la continuità dei profitti “normali” incrementati da accaparramenti e borsa nera, in vista dei futuri arricchimenti del dopoguerra.

Basta ricordare quella magistrale faccia di tolla di Bonometti, presidente di Confindustria lombarda,  ai primi di marzo, dopo le agitazioni subito deplorate e poi represse  dei lavoratori che chiedevano protezione e tutela nei posti di lavoro e cui si rispose con un patto unilaterale che lasciava alle imprese libertà discrezionale di adottare provvedimenti e di  concedere dispostivi e attrezzature di sicurezza in forma volontaria e arbitraria, quando proclamò: la fabbrica oggi è il posto più sicuro!

E ancora: le fabbriche non possono chiudere!, epico editto accolto con giubilo dai resilienti sul divano davanti alla Casa di Carta, di modo che in Lombardia,  il luogo della catastrofe, il 40% di operai e operaie ha viaggiato sulle metropolitane e sui bus pieni e non ha interrotto le produzioni, anche quando non si trattava di comparti essenziali, grazie alle acrobazie delle nuove frontiere dello spirito di iniziativa che legittima il cambio dei codici Ater per attribuire   carattere di indispensabilità a qualsiasi attività e alla compiacente decisione di Conte che rivendica di aver riaperto le aziende “in nome dell’interesse generale sia pure contro il consiglio degli scienziati”.

Grazie al Covid, che non sarà un complotto, ma che ha messo in piedi una cospirazione contro il lavoro, da quel momento e per legge non è diventato imprescindibile, necessario, “essenziale” quello che si realizza e produce, ma che le macchine girino, la catena non si fermi, il profitto arrivi a destinazione, nelle tasche degli azionariati, degli imprenditori, di quelli che guidano il motore del Paese.

E figuriamoci se non si approvvigionavano anche di un sostegno ideologico-scientifico, materializzato nel corpus roboante del cosiddetto Piano di Rilancio messo a punto dal gruppo di tecnici indipendenti presieduti da Colao, già Ad di Vodafone e consegnato nelle mani di Conte, che ha fatto finta di impiegarlo per reggere una zampa della sua poltrona traballante, ma a ben vedere ne ha tratto spunto e ispirazione della sua programmazione in 137 punti, approvata dagli Stati Generali e sottoposta come una letterina per Babbo Natale all’Ue, densa di cantieri, digitalizzazione, smartworking e didattica a distanza forieri di licenziamenti e contratti atipici, insomma la fuffa abituale degli impotenti.

Ma dietro alla quale si celano le strenne più gradite ai fan della cultura di impresa e della responsabilità sociale, tanto da sembrare scritta sotto dettatura di Confindustria : scudi penali, immunità e impunità, rinnovo e rinvigorimenti della precarietà con i contratti a termine sotto la bandiera della improrogabile deregolamentazione del mercato del lavoro per incentivare l’occupazione, defiscalizzazione di tutta una serie di misure e interventi, il tutto accompagnato dall’opportuno incremento dei fondi pubblici a sostegno delle aziende che vogliono investire  in mecenatismo peloso nei settori della scuola, della ricerca, della formazione e della sanità, offrendo generosamente le loro competenze nello stabilite priorità e finalità.

È ovvio che in questo disegno suggerito caldamente dal padronato e condiviso entusiasticamente dal miglior governo che ci potesse capitare e dagli enti regionali e locali, lo Stato ritorna nelle retrovie, in funzione di erogatore di aiuti a perdere, assistenzialismo a chi ha e punizioni a chi non ha saputo avere e ottenere, per indolenza, codardia, indole parassitaria, subalterno al mercato, esautorato di competenze e poteri, retrocesso a cattivo pagatore ancora prima di ottenere i crediti dal racket europeo.

Nel caso ci fossero dubbi sulla weltanschauung  della nostra élite “industriale” ci aveva pensato subito il presidente Bonomi a fare chiarezza, fresco di nomina alla presidenza di Confindustria in una intervista del 30 maggio calda di passione “civile” e vibrante di sdegno, un j’accuse  contro il governo e tutta la classe politica, accusati di prodigarsi per dare soldi agli immeritevoli miserabili anzichè aiutare le imprese, soprattutto quelle più grandi, che quelle piccole sono comunque destinate a affondare del grande mare della globalizzazione.

E ricordando che se da 25 anni cala la produttività la colpa è dei lavoratori, viziati, accontentati nelle loro richieste irragionevoli, pigri e dissipati, secondo una propaganda smentita dai dati delle organizzazioni internazionali: in Italia si lavora mediamente di più che in Francia, Germania, Austria e Svezia ma di guadagna molto di meno. E siamo in testa nelle classifiche del doppio lavoro e degli straordinari nei giorni festivi insieme, che sorpresa, alla Grecia, a conferma che da noi di fatica molto perché si percepisce poco.

La ricetta quindi è la stessa di sempre, richiamata da Boeri,  da Ichino, dal recuperato in corsa Brunetta e ci manca solo il Sacconi di “siamo sulla stessa barca”: più lavoro, meno salari, più profitto, meno diritti.

E proprio ieri sempre Bonomi alza la voce contro il blocco dei licenziamenti che “più tardi verrà eliminato e peggiore sarà l’impatto” e sghignazza contro gli sgravi per le neo assunzioni: “ Lei vede qualcuno oggi interessato ad assumere se col divieto di licenziamenti non può ristrutturare? Al danno dell’impianto attuale degli ammortizzatori si aggiunge la beffa”.

Proprio vero che l’appetito vien mangiando e alla smania bulimica del nostro ceto produttivo non basta il Jobs Act, la Legge Fornero, gli aiuti dalla qualità anche simbolica promettente di altre diffuse provvidenze alla Fca, la pietra sepolcrale a seppellire i crimini dei Riva, di De Benedetti, gli applausi al management della Thyssen, non è sufficiente l’offerta delle terga ai Benetton, gli esiti di trattative e negoziazioni condotte i suo nome da Calenda o dalla Bellanova, non è sufficiente la licenza di cementificare elargita alle cordate delle opere inutili e corruttive con l’avvio o la ripresa di 130 cantieri, neppure la

deregulation e quindi l’autorizzazione all’abuso e alla speculazione del Decreto Semplificazione, perché vogliono la resa incondizionata dello Stato, delle istituzioni, del Parlamento, dopo aver avuto quella dei governi che si sono succeduti e l’opzione su quelli futuri, dei sindacati che da anni ormai hanno sostituito la pratica negoziale con l’accondiscendenza, la rappresentanza con i servizi di consulenza dei patronati e dei Caf e con la adesione “professionale” al Welfare aziendale e l’offerta di fondi assicurativi e pensionistici, mutue private, bolle pronte a esplodere, sicchè i lavoratori contribuiscano due volte al profitto dei padroni.

E d’altra parte in un Paese dove – per tradizione storica – anche un cavallo diventa senatore, e perfino un asino, a vedere Renzi e tanti altri, le figure di imprenditore che hanno l’onore delle cronache, meritando solo quella nera, sono i dinamici bricconi dei locali notturni grazie a nuove frontiere della colonizzazione interna in Sardegna e esterna in Kenya, il Briatore che ha fatto ballare tutta la sinistra fighetta e quello che l’ha appagata a suon di salsicce e provole, le stesse della socia Coop, maggiorate però in qualità di prodotti scelto dal patron Farinetti esibiti sugli scaffali di Eataly- negli Usa insieme alle guglia del Duomo concesse dal Ministro dei Beni Culturali  –  a uso di citrulli contenti di farsi prendere per i fondelli.

Gente che fallisce ricorrentemente ma viene sempre salvata con qualche salvagente a nostre spese,  come c’è da aspettarsi proprio per l’augusto norcino il cui fiore all’occhiello, Fico, è appassito come merita con  perdite nette di esercizio per il 2019   pari a 3,14 milioni.  Così apprendiamo che si è lamentato il management della Città del cattivo gusto ormai avariato, per il basso indice di fedeltà dei visitatori, il cui numero è calato a picco.

Certo,  hanno la competenza per parlare,  che di tradimenti loro se ne intendono, come se ne intende l’esangue dinastia Fiat, le garrule imprenditrici, Marcegaglia o Todini, il cui mito di zarine implacabili e feroci in quota rosa è minacciato dell’influencer agli Uffizi o dalla Clio Zammatteo che, si legge sul suo prestigioso curriculum, ha insegnato, tramite YouTube, a milioni di donne “a truccarsi, a volersi bene e a prendersi cura di se stesse”. Sanno bene di cosa si tratta i delocalizzatori, che smontano azienda e futuro dei dipendenti in una notte cercando lidi più favorevoli ai brand egli abusi, delle evasioni, del riciclaggio, dell’inquinamento e della corruzione, quelli che stanno nei loro uffici prestigiosi a aspettare gli esiti di borsa da quando i produttori sono diventati azionariati che non investono in innovazione, tecnologia e competitività bensì nella roulette del casinò finanziario. O quelli che se devono spendere preferiscono riversare risorse per comprarsi i giornali,  fonderla in un unico quotidiano in attesa del partito unico, del sindacato unica, che il pensiero unico c’è già e ha vinto.

Povera Costituzione: ha resistito a tanti assalti in forma golpista o referendaria o, spesso,  tutte e due, a Benigni che l’ha trasformata in prodotto agile come i Baci il 14 febbraio, per “scartarla” e mangiarsela, a manomissioni e interventi di plastica per la riduzione dei diritti e delle garanzie. Ma adesso ormai è proprio condannata alla cancellazione, a cominciare dall’articolo 1: l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

 

 

 


La scuola pubblica agli sgoccioli

imgCome ci si poteva facilmente immaginare a settembre le scuole o comunque molte scuole di ogni ordine e grado, università compresa, rischiano di non riaprire perché come dicono i sindacati “non ci sono le condizioni”. E quali sarebbero? Distanziamenti in aula, classi ridotte, mascherine nocive, banchi gabbietta da 300 euro ciascuno ( che cos’ ci si abitua subito alla futura condizione umana) , zona cattedra libera e altre cazzate idiote senza alcun senso suggerite soprattutto da una sfrontata speculazione economica pronta a vendere qualsiasi cosa in attesa della pozione magica di Bill Gates.  In fondo lo dicono loro stessi considerando che gli insegnanti di oltre 55 anni (l’assoluta maggioranza) sono dichiarati a rischio: questo vuol  vuol dire che gli altri non lo sono e dunque non hanno bisogno di labili distanziamenti che nessuno potrà realmente tenere, che sono una pura finzione. Ma sapete il coronavirus non conosce confini logici, vaga in una erratica e delirante  narrazione.  E magari i sindacati cercassero di strappare una sorta di indennità rischio, oppure di recuperare un po’ di precari: come avevo previsto e scritto sono proprio gli insegnanti che invece di pretendere la riapertura totale,  hanno assaporato la comodità della scuola a distanza e cominciano a fare resistenza e a cercare di far fruttare la paura vera, finta, ostentata come segnale politico o come segnale di assoggettamento sociale, anche ammesso che ci sia una significativa differenza tra questi atteggiamenti, tutti di volontaria sottomissione. Che andasse a finire così l’ho sospettato fin da quando ho cominciato a sentir circolare le tipiche balle preventive: che l’insegnamento a distanza impegnava più tempo, che si lavorava di più e via andare, tutte cose per esperienza personale so non essere vere o esserlo solo nei primi momenti di adattamento a un modulo diverso.  Del resto quelli che “non ci sono le condizioni” sono in buona compagnia con l’area meno avvertita dei genitori che ormai è schiava dei vapori di amuchina , godendo appieno degli inferni artificiali.  Così insomma saremo l’unico sistema scolastico al mondo che non solo non ha minimamente tentato di riaprire la scuola almeno per la coda di fine anno, promuovendo tutti e di fatto con un solo trimestre effettivo di insegnamento, ma che presumibilmente non riaprirà nemmeno per il nuovo. O se lo farà sarà in una totale confusione e macchia di leopardo.

Evidentemente non ci si rende conto che questo significa la fine definitiva della scuola pubblica perché quella privata ( che ha già cominciato ad operare in questo senso) si imporrà come standard per chi se la potrà permettere: solo i più poveri frequenteranno la “scuola di tutti” e finiranno per avere un’istruzione di serie B che non aprirà nessuna porta, che non costituirà un ascensore sociale, ma piuttosto un montacarichi che funziona solo verso il basso come vediamo avvenire nelle capitali del neoliberismo. Già oggi,  grazie all’esperienza di questi mesi, si può vedere come la tele – scuola oltre a non poter valutare l’effettiva preparazione degli alunni, costituisce un potente filtro sociale: chi vive in case piccole dove non è possibile isolarsi ed è oltre il 40% della popolazione, chi non ha la possibilità di accedere a mezzi informatici e si tratta del 12 per cento degli scolari, chi deve condividere il Pci o altri dispositivi mobili si trova in ulteriore svantaggio rispetto a prima,  di quando si andava fisicamente a scuola, per non parlare delle differenze, in questo caso non solo economiche ma anche geografiche,  tra chi può e chi non può avere un collegamento veloce. In tutti i casi quella a distanza è una didattica povera, un pura forma di addestramento, perché manca l’essenza stessa della scuola, ossia lo scambio reale e non simulato con gli altri che determina poi l’apprendimento sociale e lo sviluppo della propria identità.

Nemmeno poi a parlare delle università: tanto vale risparmiare soldi e iscriversi a un ateneo online. Non sarà prestigioso, forse non preparerà bene nemmeno rispetto ai modesti standard attuali, ma varrà esattamente come quello delle università vere almeno fino a che durerà questa farsa. D’altronde e qui voglio essere apertamente darwiniano, è anche giusto che le società più deboli, non in grado di affrontare le emergenze, ma solo di accumularle senza risolverle, di non saper distinguere quelle vere da quelle false, nelle quali non si sa o non si vuole valutare il grado effettivo di rischio, sono destinate a rapide involuzioni. E ci troviamo di fronte proprio a questo fenomeno di sfilacciamento.


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