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Rea Ilva

Ilva: fumi come teschio,menzione per fotografa tarantina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno ricorda una delle più sfrontate lezioni di realpolitik, impartita da Blair quando dichiarò che in Iraq c’erano stati abusi, crimini, errori, “cose che non si dovevano fare”, ma grazie alla democrazia, venivano riconosciute e la gente poteva lamentarsene. Abbiamo capito che anche gli ultimi arrivati al governo hanno appreso l’insegnamento, quando Luigi Di Maio a Taranto ha “messo la faccia” come avrebbero detto quelli del Pd e  ha fatto qualche pubblica ammissione di sbagli commessi e ritardi. Si tratta di atti certamente lodevoli che starebbero a dimostrare la crescita della sua statura di statista come ha prontamente rilevato qualche entusiasta commentatore deliziato dalla sua “ compostezza, irriducibilità e anche un rigore sconosciuti”.

Perché invece restano però tutti gli interrogativi in sospeso, resta la sostanza della tragedia, resta quella pesante eredità che dimostra la riluttanza del nuovo a scardinare l’immondo edificio criminale del passato. Resta impunita una classe dirigente che ha cambiato collocazione istituzionale o elettorale grazie a vari giri di poltrone, e che negli anni si è macchiata come ha sancito la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dei reati di violazione degli articoli  8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un rimedio effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, autorizzando la prosecuzione delle attività industriali nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziavano la pericolosità per ambiente e salute.

A Taranto, centraline installate o no,  in funzione o  casualmente spente, si registrano incrementi preoccupanti delle emissioni di polveri sottili, di quelle ultra sottili e un aumento degli idrocarburi policicli aromatici cancerogeni. I Riva si godono il riposo degli ingiusti, salvati dai vari livelli di governo, nessuno escluso: siamo ancora in attesa della sospensione per via di decreto o per inserimento in quello Crescita, della impunibilità per i vertici dello stabilimento. Ancelor Mittel prosegue indisturbata nella produzione compresa quella di ricatti e intimidazioni, promossa da un accordo cappio siglato dal candidato di + Europa Calenda che lo vanta nel suo programma elettorale quale intervento salvifico per 10 mila famiglie di operai tenuti per il collo grazie  all’assunzione di ognuno dei lavoratori tramite contratto individuale a fronte dell’esubero di 3000. A dimostrazione che il nuovo anche per via di indemoniati  alleati, non è in grado o non vuole disfarsi del prima, si tratti di Triv, Tav,  Tap, Muos, discariche, come fossero camicie di forza nelle quali costringere qualsiasi rispetto della volontà popolare e dell’interesse generale. E a conferma che nel calcolo di guadagni e perdite non vengono mai annoverati i più di 500 morti in fabbrica per incidenti, le migliaia di contagiati dai veleni dentro e fuori Taranto, la compromissione irreversibile di piante, terreni, aria, acqua a chilometri e chilometri di distanza e, perchè no?  quella della dignità di una popolazione che ogni giorno ancora viene costretta a scegliere tra fatica e cancro, tra salario e salute, tra sottomissione e dignità.  Tutto questo in una regione che paga il prezzo di una narrazione: la retorica dello sviluppo, mascherando dietro una falsa solidarietà nazionale le pressioni di un colonialismo assistenziale che considera territorio e cittadini  come laboratorio di un esperimento di sfruttamento ad opera di imprenditori e manager avidi, di tecnocrati aziendali e amministratori “progressisti”, che hanno realizzato una trasformazione della cittadinanza in clientela taglieggiata e blandita, una conversione aberrante della quale il sindacato è stato complice consapevole.

Non si capisce che cosa dobbiamo ancora aspettare per chiudere “questa” Ilva ex Riva, ora Arcelor Mittal, il cui piano di acquisizione della fabbrica era stato considerato poco credibile dalla gestione commissariale così come quello di risanamento e che ora si sta fondendo con la tedesca TyssenKrupp, sempre quella,  sia pure con un progetto di nazionalizzazione che più passa il tempo e più si rivela utopistico anche se nei fatti l’Italia ha bisogno di siderurgia . Quanti morti e quali costi dobbiamo ancora subire per capire che non si tratta di un tema locale magari da affrontare con un referendum cittadino come si vuol fare con tutte le controversie scabrose, perché è invece la punta di un iceberg, la più vergognosa, affiorata dal mare di altri siti avvelenati e avvelenatori, proprio là, in un’area di 125 chilometri quadrati, lungo 17 chilometri di costa, comprendente il mostro e le sue discariche ma pure la raffineria Eni, le due centrali termoelettriche ex Edison passate all’Ilva, la centrale Enipower, la Cementir, due inceneritori, la discarica Italcave, una delle più grandi basi navali militari del Mediterraneo, l’arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.

E poi quanti altri: la discarica di Bussi e i veleni riversati nel fiume Pescara, la Centrale Porto Tolle (danno ambientale, stimato dall’ Ispra intorno ai 3 miliardi di euro); l’Ex Pertusola Sud per la produzione dello zinco dismesso nel 2000 (anche qui danni per 3 miliardi di euro nell’area di Crotone) o il Petrolchimico Priolo (per il disinquinamento ci vorrebbero 10 miliardi); la Chimica Caffaro di  Brescia ( l’Ispra stima un danno di almeno 1,5 miliardi di euro); le centrali di Brindisi, area Sin ( danno di 3,5 miliardi); l’area frusinate a sud di Roma (un miliardo il danno provocato da diverse industrie nella Valle del Sacco, tra cui la Caffaro, colpevole anche del rischio delle lagune di Grado e  Marano, calcolato in un ,miliardo) ); il Fiume Toce e il Lago Maggiore (la Syndial dell’Eni è stata condannata a pagare quasi 2 miliardi di euro per averli contaminati); Cogoleto, una delle zone  più inquinate d’Italia, dove l’ex stabilimento Stoppani per trattamento del cromo ha comportato sconci per quasi un miliardo e mezzo di euro.

Quanta altra Italia dobbiamo veder morire di tossine letali, compresa la complicità con una classe padronale da parte di uno Stato che non ha saputo controllare nemmeno le sue imprese, e di governi e amministrazioni comprate in cambio di consenso e prebende, prima di pensare che le bonifiche sono un onere a carico degli inquinatori come vorrebbe una legge disattesa e derisa, oltraggiata e vanificata tramite altre leggi di segno opposto, nazionali e regionali, come la famosa “antidiossina” prontamente svuotata di portata e significato proprio per consentire all’Ilva di uccidere indisturbata, come il Codice ambiente subito invalidato per quanto concerneva le emissioni dal successivo Milleproroghe.

Quante altre morti renderanno credibili e autorevoli le rilevazioni delle emissioni usate come pelli di zigrino perfino da Vendola che con il suo piglio lirico ebbe la faccia di tolla di rivendicare i “comuni valori cristiani” che condivideva con i Riva e pure con la Marcegaglia, quella degli applausi ai killer della Thyssen diventata poi l’attachée della multinazionale francoindiana, mentre correva sul filo del telefono  la demolizione della autorità scientifica del direttore dell’Arpa, quando si intimidivano i giornalisti e altri se ne compravano, quando si sbeffeggiavano perfino gli amici di partito che osavano far proprie le analisi indipendenti dell’Arpa.

Quanti altri delitti verranno consumati ai danni del territorio e dell’ambiente prima che si riveda l’Aia, Autorizzazione integrata ambientale, e più in generale, che si pensi a ridare forza ai processi di valutazione della pressione sull’ambiente delle produzioni  che i precedenti governi hanno impoverito e limitato in favore delle aziende.

E quanti altri soldi nostri dobbiamo impegnare per salvare oltre alle banche criminali anche le aziende criminali, in attesa di altri misfatti prossimi che si stanno consumando e  si consumeranno nei gioielli di famiglia conservati, come la sorella dell’Ilva, l’acciaieria di Trieste, svenduti a prezzo di favore, chiusi con i loro delitti sepolti che però continuano a mietere vittime, esportatori delle stesse consuetudini a corrompere e ammorbare ben oltre i confini nazionali.

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Ema, Milano perde sangue

cerusicoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Squalificati nel calcio ( i nostri rappresentanti non hanno mancato di notare le coincidenze: è come  perdere ai mondiali con la monetina, hanno osservato) e pure nelle finali della riffa europea per la sede dell’Agenzia del farmaco, possiamo consolarci pensando che da nazione mite, come la definivano i pensatori risorgimentali, siamo diventati nazione vittima.

Non della fortuna cieca, perché come in tutti i giochi di azzardo e pure nell’assegnazione delle casette per i terremotati del Centro Italia, il ricorso al bussolotto è sospetto. Ma certo della cattiva reputazione presso il “pingue” Nord e i leoni delle cancellerie che fanno sempre la loro parte e che confermano di averci già respinto giù giù e non solo simbolicamente verso un terzo mondo che stiamo sperimentando anche al nostro interno.

Non stupisce d’altra parte, a vedere la compagine, pardon la “squadra” compatta e autorevole, che ha svolto la trattativa all’Europa Building; Alfano, Lorenzin, e in patria : Sala, Maroni, associazioni industriali.

Se per un momento volessimo far finta che all’Europa Building le scelte venissero compiute sulla base di valutazioni trasparenti, ispirate a finalità sociali e all’intento di premiare i virtuosi interessi di stati e  popoli, dovremmo attribuire lo scarso impegno internazionale a nostro sostegno, alla considerazione che Milano è una delle città più infiltrate dalle organizzazioni mafiose, ad onta della sua autoproclamazione a capitale morale, o che in Italia ogni grande evento (Emo scambio: la città paga anche così il flop Expo) , grande opera, grande business è variamente condizionato e esposto a malaffare e corruzione, o che il sindaco della città candidata è sotto osservazione della magistratura nella sua qualità di commissario disattento di un evento internazionale, o che il presidente della regione che sventola la bandiera dell’autonomia dall’unità nazionale e pure dall’Europa, ha visto finire nelle patrie galere il suo braccio destro padre, guarda un po’, della riforma sanitaria.

O che, non ultima riflessione, l’agenzia del farmaco sarebbe stata ospite del Paese che insieme alla Grecia vanta il miserabile primato di tagli all’assistenza, all’accesso alle cure e in più quella di immondi traffici centrali e locali che hanno sortito l’effetto di dirottare gli investimenti e le risorse trasmesse alle regioni su beneficiari privati in forma di cliniche, baroni, manutengoli, personale delle Asl, costruttori, aziende di sistemi e attrezzature, abituali frequentatori di appalti opachi e che, tanto per fare un esempio, le industrie, una in particolare  godette degli onori della cronache nere, non si limitano a stringere patti oscuri  con amministratori pubblici e enti ospedalieri, ma pure coi medici, censiti secondo le preferenze in apposite mailing list per l’erogazione personalizzata di strenne.

Il fatto è che le motivazioni che spingono a certe scelte non sono mai ispirate da ragioni morali e nemmeno di buonsenso, ma solo dalla potente pressione esercitata da soggetti forti e più credibili o influenti presso l’impero con le sue agenzie di rating, le sue organizzazioni finalizzate ad autoalimentarsi di compiti che legittimino incarichi, prebende, consulenze, remunerazioni, con le sue multinazionali di riferimento, tanto poliedriche da somministrare pesticidi e anticancro, veleni e antidoti.

E se è solo retorico dire che più che dell’agenzia del farmaco avremmo avuto bisogno di un’agenzia, o meglio, di un ministero della salute, potremmo aggiungere, proprio come il saggio: chi ti dice che sia una disgrazia.

Perché nella giornata del rimpianto non è peregrino dare un’occhiata ai compiti che avrebbe dovuto svolgere a Milano l’organismo scippato da Amsterdam: realizzare studi e rapporti per facilitare lo sviluppo di nuovi farmaci e l’accesso da parte dei cittadini. Provvedere alla valutazione sulle domande di autorizzazione per nuovi farmaci: in particolare, quelli derivanti dalle biotecnologie e quelli destinati alla cura di cancro, diabete e malattie rare, attraverso una procedura centralizzata concessioni basate   sul parere, vincolante, di un apposito comitato interno all’Ema. Effettuare periodici controlli sulla sicurezza dei farmaci esistenti. Provvedere a tenere informati ed aggiornati sui medicinali nuovi ed esistenti medici, operatori sanitari e pazienti.

Adesso veniteci a dire che abbiamo perso una formidabile occasione, che la nostra ricerca sarà orbata delle opportunità di sviluppare sperimentazioni e le successive casistiche. Insomma che qualcuno di noi, popolo di sani e malati, giù depredati del necessario sia in materia di prevenzione che di contrasto a malattie e naturali fenomeni di invecchiamento o innaturali patologie provocate   dall’inquinamento, dal cambiamento climatico,  dalle produzioni avvelenate, da un progressivo impoverimento che ha fatto delle cure un lusso,  avrebbe avuto un ritorno, un autentico beneficio, diretto o indiretto. Mentre invece si tratta dello stesso meccanismo che in nome del nostro interesse di risparmiatori ci obbliga a finanziare e salvare le banche criminali. Mentre tutta quella gamma di attività altro non è che un bacino di profitto e guadagno per industre – quelle solo italiane si contano ormai sulla punta delle dita, di lobby, di fondazioni e istituti di ricerca privati, di cricche legate e università che effettuano studi e indagini futili, propagandati nei quiz televisivi e con la stessa attendibilità delle rilevazioni e delle preferenze di voto.

È che a  fare i conti della serva sono stati gli inarrestabili produttori della fabbrica delle patacche che ha annunciato i numeri del fruttuoso movimento che comporta l’Ema: una dote di quasi 900 dipendenti, 36mila visitatori con il loro bagaglio di notti in hotel e pranzi al ristorante, un budget da 325 milioni di euro tra stipendi e spese, insieme a un ricco indotto da un miliardo e mezzo l’anno,  quantificato dalla fantasiosa Bocconi, vocata a dare forma a radiose previsioni ad uso di banche, privati, imprese e lobby e ben collocate sotto l’ombrello ambizioso della “capitale della sanità”.

Ma che a guardar bene altro non sono che la prospettiva di trasferire anche in questo contesto il modello imperante di un paese convertito in contenitore di vari parchi tematici, condannato a ondate turistiche altrettanto “tematiche”, in questo caso quelle dei funzionari, dei lobbisti, e con i residenti ridotti a inservienti, affittacamere, ciceroni.

“Ema avrebbe portato ampi benefici perché le riunioni giornaliere avrebbero garantito un flusso costante di visitatori internazionali di alto livello, è oggi il commento di fonte bocconiana. Milano può garantire mille camere al giorno nel giro di un chilometro dal Pirellone. Se ipotizziamo un costo medio di 150 euro a camera a notte, arriviamo a 150mila euro al giorno potenziali”.

E se non bastava l’indotto per locandieri, ci sarebbe stato anche quello immobiliare: “Le imprese farmaceutiche progressivamente avvicinerebbero i loro quartier generali a Ema” con una festosa proliferazione di sedi, uffici, sale convegno, ospitate in palazzoni in vetro, dove specchiare le trasandate miserie e le infermità sottostanti.

No, non lamentiamoci, può darsi che la fortuna stavolta ci abbia visto bene.

 

 

 


Je suis Taranto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto il clan al governo, la cupola multinazionale dell’economia, i sindacati della lobby dell’arrendevolezza sono costretti ad accorgersi che c’è un fantasma irriducibile anche se stanco, deriso e  avvilito che si aggira  e che quando si agita e grida può mettere ancora paura: sono i lavoratori in lotta, poco propagandati dalla stampa che ha smesso di dedicare delicati bozzetti al folclore  di operai che protestano sulle gru, infermiere sui tetti, scioperanti sul Colosseo a dimostrazione. Sicché parrebbe confermato che la lotta di classe c’è e è stata anche vinta, purtroppo dal padrone.

Se non fosse.. se non fosse per qualche campo di battaglia dove qualcuno resiste, qualcuno cui dovremmo dedicare solidarietà e aiuto e stati sui social, perché se non siamo Charlie dovremmo invece essere obbligati a essere quelli dell’Alitalia che hanno detto No all’accordo che prevede quasi mille esuberi e la riduzione dell’ 8% degli stipendi del personale volante raggiunto sotto il ricatto dei libri in tribunale e più che mai quell’Ilva che ieri hanno scioperato in 2000 contro l’immondo e inverecondo piano di “ristrutturazione” industriale, presentato dalla cordata AmInvestco (Marcegaglia, Arcelormittal – grande licenziatore internazionale – e Intesa San Paolo), candidata preferita dai commissari e  dal Ministro Calenda per rilevare l’azienda, e che prevede il necessario “sacrificio” di 5-6 mila esuberi, martirio in nome della salvezza dell’impresa, peraltro richiesto anche dalla cordata concorrente che solo sulla carta,  per via di nomi meno indecenti come quelli della claque dei macellai della Thyssen, sembra preferibile.

Così bisogna ricordare a tutti quelli che non scioperano, non vanno in piazza, non protestano perché tanto è inutile, perché tanto su in alto fanno quello che vogliono, che invece non è illusorio e vano mostrare i pugni, riappropriarsi di dignità e volontà, scioperare, manifestare.

E infatti quei 2000 di Taranto hanno costretto il governo a prendere tempo, a rivolgersi all’avvocatura anche in vista di già annunciate ma sottovalutate obiezioni europee in merito a un innegabile conflitto d’interesse che riguarda il fermo di  una delle produzioni dell’azienda in vista dell’importazione di semilavorati realizzati dal più potente competitor: Fos di Marsiglia. Si dice che il piano della cordata  ArcelorMittal sia coerente con la narrazione governativa con molti annunci e molte promesse, ma pochi fatti sia dal punti di vista industriale: senza investimenti formidabili soprattutto nell’adeguamento degli altiforni, sarebbe impossibile conseguire i risultati promessi nella produzione di acciai di elevata qualità. Ancora più mistificatorio sarebbe l’impegno ambientale con la previsione di ben 5 anni di tempo richiesti dalle operazioni di copertura dei parchi minerari, in piena osservanza dell’agghiacciante piano aziendale di risanamento approvato dal Ministro Galletti e l’adozione di tecnologie unicamente mirate alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, aspetto rilevante, ma che non basta alla diminuzione della gran parte degli effetti pericolosi per la salute e l’ambiente.

È poco insomma, ma è già qualcosa che il governo – la fotocopia di quello che ha promosso l’emendamento Tempa Rossa che libera le società dall’obbligo di pagare le compensazioni ambientali necessarie quando si realizzano infrastrutture di elevato impatto ambientale, o die fondi si fondi no per i malati di cancro di Taranto – mostri di aver paura della sua stessa sfacciataggine.

E adesso tocca a tutti, non solo agli operai dell’Ilva in sciopero ieri a Taranto e lunedì a Genova e Novi Ligure, dimostrare che non ci stiamo a subire la pratica divisiva: lavoratori in difesa della “fatica” contro cittadini minacciati dal cancro, e lavoratori che a casa hanno qualcuno ammalato di fabbrica, quella che dà quel pane sudato e intossicato; di non tollerare più il ricatto: occupazione contro salute, di non sopportare più l’alternativa: posto o sicurezza.

Spetta a tutti dire no a fianco dei lavoratori cui resta come unico diritto agguantare un salario,   vendendo la propria forza di lavoro e la propria salute. Che non contano nulla, come è successo anche in questo caso, esclusi dalle scelte, sospesi e licenziati perché così si possano comprare prodotti di terzi, colpevolizzati da chi li critica in quanto “sviluppisti”, disinteressati a una battaglia civile per produrre pulito e ecologico, parole d’ordine che dovrebbero essere ricordate e rinfacciate unicamente  alla proprietà, privata o pubblica, diretta o per azioni, nazionale o multinazionale, e solo ad essa e ai decisori al suo servizio,  come se potessero davvero incidere su decisioni delle quali non sono nemmeno informati. A terribile conferma che il salariato  diventa meno di un cittadino, meno di un uomo libero. A tremenda dimostrazione della rinuncia definitiva della sfera politica, continentale o nazionale, a controllare la potenza totalitaria del capitale, avendo invece scelto di mettersi al suo servizio.

“Cedere”, acconsentire a che vengano immolati 5-6000 lavoratori in cambio del posto sempre meno garantito e sicuro di altri provvisoriamente “salvati”, significa “concedere”. Concedere al governo e alla politica la rinuncia a cercare e adottare soluzioni “altre” rispetto a quella di ubbidire ai comandi, all’avidità padronale accumulatrice e impunita, al dovere di programmare il futuro di una fabbrica e dei suoi lavoratori combinando  innovazione tecnologica con l’attenta previsione e programmazione del ruolo dell’Italia nella produzione dell’acciaio identificando la richiesta in divenire, la qualità del materiale richiesto e i settori di impiego, dall’edilizia alla meccanica, interni e internazionali, prendendolo come occasione per  mettere alla prova  un modello di “valutazione dell’impatto ambientale” preventivo, con la partecipazione dei dipendenti e della popolazione, il contrario delle valutazione effettuate finora a disastri avvenuti.

“Cedere” significa concedere a quella moltitudine di tromboni e cialtroni che non vivono in accoglienti villette nella Terra dei Fuochi, che non respirano la brezza marina intorno all’Ilva di Taranto, di  irridere le nostre arcaiche battaglie “ideologiche” contro la Tav, la Tap, contro le operazioni pensate e realizzate per favorire malaffare e corruzione della cupola internazionale, penalizzando un Mezzogiorno sempre più ridotto a vittima consacrata in attesa che anche tutto il resto diventi Sud, diventi colonia, diventi schiavo  e tutti noi asserviti e ubbidienti. Si, je suis Taranto.

 

 

 

 


Ilva, “diritto” di strage

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri due notizie avevano, almeno apparentemente, un collegamento solo geografico.

Sono stati prescritti 23 dei 25 reati contestati all’ex senatore Pd Alberto Tedesco, assessore alla Sanità nella giunta Vendola. Il processo proseguirà per gli unici due rimasti in piedi: l’associazione per delinquere e la concussione.  Secondo l’accusa Tedesco avrebbe avuto parte attiva nella “cupola” che fra il 2005 e il 2009 avrebbe “illecitamente pilotato” forniture e gare d’appalto nel settore sanitario.

E intanto la Regione Puglia, dopo la pubblicazione del dossier sulla correlazione tra le emissioni dell’Ilva e i fenomeni di malattia e morte a Taranto, ha deciso di impugnare  dinanzi alla Corte Costituzionale l’ultimo decreto legge Ilva «per lesione del principio di leale collaborazione che dovrebbe ispirare l’operato del legislatore». L’indagine, che ha preso in considerazione un campione di 321.356 persone residenti, tra il 1 gennaio 1998 ed il 31 dicembre 2010, nei comuni di Taranto, Massafra e Statte, seguendoli fino al 31 dicembre 2014, ovvero fino alla data di morte o di emigrazione, conferma i risultati degli studi precedenti e «depone a favore dell’esistenza di una relazione di causa-effetto tra emissioni industriali e danno sanitario nell’area». La latenza temporale tra esposizione ed esiti sanitari appare breve, a indicare «la possibilità di un guadagno sanitario immediato a seguito di interventi di prevenzione ambientale».

La relazione tra le due notizie non è soltanto quella “territoriale”. Parla invece di impunità, di una immunità che, tramite un’applicazione ristretta della legge, come fosse un’operazione aritmetica, esonera la politica dalle responsabilità civili, sociali, politiche, morali, sia che delinquano, che perseguano ambizioni o interessi personali,  sia che esercitino le loro funzioni al servizio di ceti padronali, industriali che finiscono per sconfinare nell’attività criminale,  o le tre cose insieme.

Favoriti da lungaggini e inefficienze, tutelati dalle   connivenze e  dalle coperture colpevoli di cui i potenti godono, autorizzati a proseguire comportamenti illeciti e delittuosi fino alla strage, grazie a leggi fortemente volute da un susseguirsi di esecutivi che hanno scelto di agire in nome e per conto di profitto, speculazione, rendite parassitarie, incuranti dei morti che hanno lasciato per strada.

Quella frase contenuta nel rapporto la dice lunga sui delitti e sulle pene e perfino sulle malattie e sulla morte, terribilmente disuguali:  poteva esserci – e potrebbe esserci – un effetto positivo nel limitare l’incidenza di patologie legate all’inquinamento dell’Ilva, se si fossero messi in atto, o si metteranno in atto,  interventi di prevenzione e riparazione ambientale. Mentre, invece, da Monti a Renzi, i governi in carica hanno permesso al siderurgico tarantino di rimandare continuamente la copertura dei famigerati parchi  minerali dell’impianto, la misura più idonea per garantire una drastica riduzione dei veleni.

Non c’ nemmeno bisogno di prescrizione: in piena estate e in gran corsa il Parlamento ha licenziato l’ultimo decreto, il decimo in ordine di tempo,  quello contestato dalla Regione, dal nome eloquente di Salva Ilva, perché la finalità è quella appunto di “salvare” l’azienda dai costi e dalle conseguenze anche penali dell’opera di risanamento che dovrebbe essere avviata grazie all’attuazione di un piano già prorogato e la cui scadenza potrebbe essere dilazionata al 2019. Di esonerare dalla obbligatorietà dell’azione penale il Commissario, concedendo una oscena “deroga”, addirittura un “diritto” al disastro e alla strage.

E in ministro “competente” – si dice così, a prescindere – quello dell’Ambiente, rivendica la correità, ha rivendicato l’operato  dell’esecutivo, irridendo la denuncia della Regione, i contenuti del dossier e le parole del Presidente Emiliano, che, risponde, “fanno riferimento a un periodo necessariamente antecedente all’abbassamento della produzione all’Ilva e dunque anche di quelle attività più impattanti sull’ambiente” , aggiungendo che “loro”  preferiscono “all’allarmismo le risposte quotidiane”,

Vada a raccontarle ai genitori dei bambini ( i più esposti), morti o malati, le loro risposte, agli infartuati (mica si muore solo di cancro vicino all’Ilva), le vada a raccontare agli operai che rischiano malattie e incidenti sul lavoro, messi di fronte all’impossibile ricatto,  all’infame alternativa tra posto e salute.  Venga a raccontare a tutti noi che ci ribelliamo a una così criminale intimidazione che imporrebbe di preferire il salario ai diritti, l’unica certezza della fatica  alla certezza della fame, la qualità delle loro misure, le stesse che aveva proposto sfrontatamente Fabio Riva, rifilate come strategiche alla commissione ministeriale e finite nell’inchiesta “Ambiente svenduto”: la erezione di una barriera antivento e la progressiva riduzione del cumulo che ogni giorno sparge in giro i suoi veleni. Venga a raccontarci perché ha dato la sua approvazione all’immancabile decreto Milleproroghe che contiene  l’ultima di una lunga serie di rinvii per adeguarsi ai limiti per le emissioni inquinanti imposti dal Codice dell’Ambiente per i “grandi impianti” costruiti prima del 2006, cioè quasi tutti.

Quando invece le soluzioni ci sono, costose, certo, ma meno di un Ponte, meno di una Tav, perfino meno dei morti di cancro e  del loro “prezzo” economico, sociale, morale. È il processo di decarbonizzazione delle produzioni, introducendo il gas al posto del carbone nei cicli di lavorazione e riducendo drasticamente le emissioni.   Il processo, come sostiene da anni Giorgio Nebbia, uno dei pochi medici credibili e  autorevoli  inforno al capezzale della fabbrica, consentirebbe di liberare Taranto dalla schiavitù del carbone, comporterebbe un minore consumo di energia per tonnellata di acciaio prodotto e un minore inquinamento e sarebbe certamente molto più “verde” ed ecologicamente accettabile di quello attuale, anche se nessun processo è esente da polveri e fumi e scorie.

Certo, richiede una radicale trasformazione dell’acciaieria, forse la localizzazione in un’altra zona vicina, la soluzione di molti problemi tecnico-scientifici. E incontra l’ostilità, oltre che dei signori dell’acciaio, che non intendono investire della conversione, malgrado nel mondo già circa 75 milioni di tonnellate di acciaio siano prodotti ogni anno con ferro preridotto,  anche delle potenti organizzazioni dell’estrazione, del commercio e del trasporto del carbone:  circa 1000 milioni di tonnellate di carbone ogni anno sono assorbite dalla siderurgia mondiale.

A loro risponde la “maggioranza”, sono i loro profitti criminali e i loro gruzzoli delittuosi che difende. Ma a inspirarli è anche un’ideologia che legittima e promuove l’inimicizia e il conflitto: occupati contro disoccupati, lavoratori contro cittadini, occupazione contro salute, giovani precari contro vecchi neo provvisori e instabili, mariti in fabbrica contro mogli in piazza,  sindacalisti contro medici. È ora di fare pace tra noi contro la loro guerra.

 

 


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