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Ema, Milano perde sangue

cerusicoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Squalificati nel calcio ( i nostri rappresentanti non hanno mancato di notare le coincidenze: è come  perdere ai mondiali con la monetina, hanno osservato) e pure nelle finali della riffa europea per la sede dell’Agenzia del farmaco, possiamo consolarci pensando che da nazione mite, come la definivano i pensatori risorgimentali, siamo diventati nazione vittima.

Non della fortuna cieca, perché come in tutti i giochi di azzardo e pure nell’assegnazione delle casette per i terremotati del Centro Italia, il ricorso al bussolotto è sospetto. Ma certo della cattiva reputazione presso il “pingue” Nord e i leoni delle cancellerie che fanno sempre la loro parte e che confermano di averci già respinto giù giù e non solo simbolicamente verso un terzo mondo che stiamo sperimentando anche al nostro interno.

Non stupisce d’altra parte, a vedere la compagine, pardon la “squadra” compatta e autorevole, che ha svolto la trattativa all’Europa Building; Alfano, Lorenzin, e in patria : Sala, Maroni, associazioni industriali.

Se per un momento volessimo far finta che all’Europa Building le scelte venissero compiute sulla base di valutazioni trasparenti, ispirate a finalità sociali e all’intento di premiare i virtuosi interessi di stati e  popoli, dovremmo attribuire lo scarso impegno internazionale a nostro sostegno, alla considerazione che Milano è una delle città più infiltrate dalle organizzazioni mafiose, ad onta della sua autoproclamazione a capitale morale, o che in Italia ogni grande evento (Emo scambio: la città paga anche così il flop Expo) , grande opera, grande business è variamente condizionato e esposto a malaffare e corruzione, o che il sindaco della città candidata è sotto osservazione della magistratura nella sua qualità di commissario disattento di un evento internazionale, o che il presidente della regione che sventola la bandiera dell’autonomia dall’unità nazionale e pure dall’Europa, ha visto finire nelle patrie galere il suo braccio destro padre, guarda un po’, della riforma sanitaria.

O che, non ultima riflessione, l’agenzia del farmaco sarebbe stata ospite del Paese che insieme alla Grecia vanta il miserabile primato di tagli all’assistenza, all’accesso alle cure e in più quella di immondi traffici centrali e locali che hanno sortito l’effetto di dirottare gli investimenti e le risorse trasmesse alle regioni su beneficiari privati in forma di cliniche, baroni, manutengoli, personale delle Asl, costruttori, aziende di sistemi e attrezzature, abituali frequentatori di appalti opachi e che, tanto per fare un esempio, le industrie, una in particolare  godette degli onori della cronache nere, non si limitano a stringere patti oscuri  con amministratori pubblici e enti ospedalieri, ma pure coi medici, censiti secondo le preferenze in apposite mailing list per l’erogazione personalizzata di strenne.

Il fatto è che le motivazioni che spingono a certe scelte non sono mai ispirate da ragioni morali e nemmeno di buonsenso, ma solo dalla potente pressione esercitata da soggetti forti e più credibili o influenti presso l’impero con le sue agenzie di rating, le sue organizzazioni finalizzate ad autoalimentarsi di compiti che legittimino incarichi, prebende, consulenze, remunerazioni, con le sue multinazionali di riferimento, tanto poliedriche da somministrare pesticidi e anticancro, veleni e antidoti.

E se è solo retorico dire che più che dell’agenzia del farmaco avremmo avuto bisogno di un’agenzia, o meglio, di un ministero della salute, potremmo aggiungere, proprio come il saggio: chi ti dice che sia una disgrazia.

Perché nella giornata del rimpianto non è peregrino dare un’occhiata ai compiti che avrebbe dovuto svolgere a Milano l’organismo scippato da Amsterdam: realizzare studi e rapporti per facilitare lo sviluppo di nuovi farmaci e l’accesso da parte dei cittadini. Provvedere alla valutazione sulle domande di autorizzazione per nuovi farmaci: in particolare, quelli derivanti dalle biotecnologie e quelli destinati alla cura di cancro, diabete e malattie rare, attraverso una procedura centralizzata concessioni basate   sul parere, vincolante, di un apposito comitato interno all’Ema. Effettuare periodici controlli sulla sicurezza dei farmaci esistenti. Provvedere a tenere informati ed aggiornati sui medicinali nuovi ed esistenti medici, operatori sanitari e pazienti.

Adesso veniteci a dire che abbiamo perso una formidabile occasione, che la nostra ricerca sarà orbata delle opportunità di sviluppare sperimentazioni e le successive casistiche. Insomma che qualcuno di noi, popolo di sani e malati, giù depredati del necessario sia in materia di prevenzione che di contrasto a malattie e naturali fenomeni di invecchiamento o innaturali patologie provocate   dall’inquinamento, dal cambiamento climatico,  dalle produzioni avvelenate, da un progressivo impoverimento che ha fatto delle cure un lusso,  avrebbe avuto un ritorno, un autentico beneficio, diretto o indiretto. Mentre invece si tratta dello stesso meccanismo che in nome del nostro interesse di risparmiatori ci obbliga a finanziare e salvare le banche criminali. Mentre tutta quella gamma di attività altro non è che un bacino di profitto e guadagno per industre – quelle solo italiane si contano ormai sulla punta delle dita, di lobby, di fondazioni e istituti di ricerca privati, di cricche legate e università che effettuano studi e indagini futili, propagandati nei quiz televisivi e con la stessa attendibilità delle rilevazioni e delle preferenze di voto.

È che a  fare i conti della serva sono stati gli inarrestabili produttori della fabbrica delle patacche che ha annunciato i numeri del fruttuoso movimento che comporta l’Ema: una dote di quasi 900 dipendenti, 36mila visitatori con il loro bagaglio di notti in hotel e pranzi al ristorante, un budget da 325 milioni di euro tra stipendi e spese, insieme a un ricco indotto da un miliardo e mezzo l’anno,  quantificato dalla fantasiosa Bocconi, vocata a dare forma a radiose previsioni ad uso di banche, privati, imprese e lobby e ben collocate sotto l’ombrello ambizioso della “capitale della sanità”.

Ma che a guardar bene altro non sono che la prospettiva di trasferire anche in questo contesto il modello imperante di un paese convertito in contenitore di vari parchi tematici, condannato a ondate turistiche altrettanto “tematiche”, in questo caso quelle dei funzionari, dei lobbisti, e con i residenti ridotti a inservienti, affittacamere, ciceroni.

“Ema avrebbe portato ampi benefici perché le riunioni giornaliere avrebbero garantito un flusso costante di visitatori internazionali di alto livello, è oggi il commento di fonte bocconiana. Milano può garantire mille camere al giorno nel giro di un chilometro dal Pirellone. Se ipotizziamo un costo medio di 150 euro a camera a notte, arriviamo a 150mila euro al giorno potenziali”.

E se non bastava l’indotto per locandieri, ci sarebbe stato anche quello immobiliare: “Le imprese farmaceutiche progressivamente avvicinerebbero i loro quartier generali a Ema” con una festosa proliferazione di sedi, uffici, sale convegno, ospitate in palazzoni in vetro, dove specchiare le trasandate miserie e le infermità sottostanti.

No, non lamentiamoci, può darsi che la fortuna stavolta ci abbia visto bene.

 

 

 

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Je suis Taranto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto il clan al governo, la cupola multinazionale dell’economia, i sindacati della lobby dell’arrendevolezza sono costretti ad accorgersi che c’è un fantasma irriducibile anche se stanco, deriso e  avvilito che si aggira  e che quando si agita e grida può mettere ancora paura: sono i lavoratori in lotta, poco propagandati dalla stampa che ha smesso di dedicare delicati bozzetti al folclore  di operai che protestano sulle gru, infermiere sui tetti, scioperanti sul Colosseo a dimostrazione. Sicché parrebbe confermato che la lotta di classe c’è e è stata anche vinta, purtroppo dal padrone.

Se non fosse.. se non fosse per qualche campo di battaglia dove qualcuno resiste, qualcuno cui dovremmo dedicare solidarietà e aiuto e stati sui social, perché se non siamo Charlie dovremmo invece essere obbligati a essere quelli dell’Alitalia che hanno detto No all’accordo che prevede quasi mille esuberi e la riduzione dell’ 8% degli stipendi del personale volante raggiunto sotto il ricatto dei libri in tribunale e più che mai quell’Ilva che ieri hanno scioperato in 2000 contro l’immondo e inverecondo piano di “ristrutturazione” industriale, presentato dalla cordata AmInvestco (Marcegaglia, Arcelormittal – grande licenziatore internazionale – e Intesa San Paolo), candidata preferita dai commissari e  dal Ministro Calenda per rilevare l’azienda, e che prevede il necessario “sacrificio” di 5-6 mila esuberi, martirio in nome della salvezza dell’impresa, peraltro richiesto anche dalla cordata concorrente che solo sulla carta,  per via di nomi meno indecenti come quelli della claque dei macellai della Thyssen, sembra preferibile.

Così bisogna ricordare a tutti quelli che non scioperano, non vanno in piazza, non protestano perché tanto è inutile, perché tanto su in alto fanno quello che vogliono, che invece non è illusorio e vano mostrare i pugni, riappropriarsi di dignità e volontà, scioperare, manifestare.

E infatti quei 2000 di Taranto hanno costretto il governo a prendere tempo, a rivolgersi all’avvocatura anche in vista di già annunciate ma sottovalutate obiezioni europee in merito a un innegabile conflitto d’interesse che riguarda il fermo di  una delle produzioni dell’azienda in vista dell’importazione di semilavorati realizzati dal più potente competitor: Fos di Marsiglia. Si dice che il piano della cordata  ArcelorMittal sia coerente con la narrazione governativa con molti annunci e molte promesse, ma pochi fatti sia dal punti di vista industriale: senza investimenti formidabili soprattutto nell’adeguamento degli altiforni, sarebbe impossibile conseguire i risultati promessi nella produzione di acciai di elevata qualità. Ancora più mistificatorio sarebbe l’impegno ambientale con la previsione di ben 5 anni di tempo richiesti dalle operazioni di copertura dei parchi minerari, in piena osservanza dell’agghiacciante piano aziendale di risanamento approvato dal Ministro Galletti e l’adozione di tecnologie unicamente mirate alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, aspetto rilevante, ma che non basta alla diminuzione della gran parte degli effetti pericolosi per la salute e l’ambiente.

È poco insomma, ma è già qualcosa che il governo – la fotocopia di quello che ha promosso l’emendamento Tempa Rossa che libera le società dall’obbligo di pagare le compensazioni ambientali necessarie quando si realizzano infrastrutture di elevato impatto ambientale, o die fondi si fondi no per i malati di cancro di Taranto – mostri di aver paura della sua stessa sfacciataggine.

E adesso tocca a tutti, non solo agli operai dell’Ilva in sciopero ieri a Taranto e lunedì a Genova e Novi Ligure, dimostrare che non ci stiamo a subire la pratica divisiva: lavoratori in difesa della “fatica” contro cittadini minacciati dal cancro, e lavoratori che a casa hanno qualcuno ammalato di fabbrica, quella che dà quel pane sudato e intossicato; di non tollerare più il ricatto: occupazione contro salute, di non sopportare più l’alternativa: posto o sicurezza.

Spetta a tutti dire no a fianco dei lavoratori cui resta come unico diritto agguantare un salario,   vendendo la propria forza di lavoro e la propria salute. Che non contano nulla, come è successo anche in questo caso, esclusi dalle scelte, sospesi e licenziati perché così si possano comprare prodotti di terzi, colpevolizzati da chi li critica in quanto “sviluppisti”, disinteressati a una battaglia civile per produrre pulito e ecologico, parole d’ordine che dovrebbero essere ricordate e rinfacciate unicamente  alla proprietà, privata o pubblica, diretta o per azioni, nazionale o multinazionale, e solo ad essa e ai decisori al suo servizio,  come se potessero davvero incidere su decisioni delle quali non sono nemmeno informati. A terribile conferma che il salariato  diventa meno di un cittadino, meno di un uomo libero. A tremenda dimostrazione della rinuncia definitiva della sfera politica, continentale o nazionale, a controllare la potenza totalitaria del capitale, avendo invece scelto di mettersi al suo servizio.

“Cedere”, acconsentire a che vengano immolati 5-6000 lavoratori in cambio del posto sempre meno garantito e sicuro di altri provvisoriamente “salvati”, significa “concedere”. Concedere al governo e alla politica la rinuncia a cercare e adottare soluzioni “altre” rispetto a quella di ubbidire ai comandi, all’avidità padronale accumulatrice e impunita, al dovere di programmare il futuro di una fabbrica e dei suoi lavoratori combinando  innovazione tecnologica con l’attenta previsione e programmazione del ruolo dell’Italia nella produzione dell’acciaio identificando la richiesta in divenire, la qualità del materiale richiesto e i settori di impiego, dall’edilizia alla meccanica, interni e internazionali, prendendolo come occasione per  mettere alla prova  un modello di “valutazione dell’impatto ambientale” preventivo, con la partecipazione dei dipendenti e della popolazione, il contrario delle valutazione effettuate finora a disastri avvenuti.

“Cedere” significa concedere a quella moltitudine di tromboni e cialtroni che non vivono in accoglienti villette nella Terra dei Fuochi, che non respirano la brezza marina intorno all’Ilva di Taranto, di  irridere le nostre arcaiche battaglie “ideologiche” contro la Tav, la Tap, contro le operazioni pensate e realizzate per favorire malaffare e corruzione della cupola internazionale, penalizzando un Mezzogiorno sempre più ridotto a vittima consacrata in attesa che anche tutto il resto diventi Sud, diventi colonia, diventi schiavo  e tutti noi asserviti e ubbidienti. Si, je suis Taranto.

 

 

 

 


Ilva, “diritto” di strage

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri due notizie avevano, almeno apparentemente, un collegamento solo geografico.

Sono stati prescritti 23 dei 25 reati contestati all’ex senatore Pd Alberto Tedesco, assessore alla Sanità nella giunta Vendola. Il processo proseguirà per gli unici due rimasti in piedi: l’associazione per delinquere e la concussione.  Secondo l’accusa Tedesco avrebbe avuto parte attiva nella “cupola” che fra il 2005 e il 2009 avrebbe “illecitamente pilotato” forniture e gare d’appalto nel settore sanitario.

E intanto la Regione Puglia, dopo la pubblicazione del dossier sulla correlazione tra le emissioni dell’Ilva e i fenomeni di malattia e morte a Taranto, ha deciso di impugnare  dinanzi alla Corte Costituzionale l’ultimo decreto legge Ilva «per lesione del principio di leale collaborazione che dovrebbe ispirare l’operato del legislatore». L’indagine, che ha preso in considerazione un campione di 321.356 persone residenti, tra il 1 gennaio 1998 ed il 31 dicembre 2010, nei comuni di Taranto, Massafra e Statte, seguendoli fino al 31 dicembre 2014, ovvero fino alla data di morte o di emigrazione, conferma i risultati degli studi precedenti e «depone a favore dell’esistenza di una relazione di causa-effetto tra emissioni industriali e danno sanitario nell’area». La latenza temporale tra esposizione ed esiti sanitari appare breve, a indicare «la possibilità di un guadagno sanitario immediato a seguito di interventi di prevenzione ambientale».

La relazione tra le due notizie non è soltanto quella “territoriale”. Parla invece di impunità, di una immunità che, tramite un’applicazione ristretta della legge, come fosse un’operazione aritmetica, esonera la politica dalle responsabilità civili, sociali, politiche, morali, sia che delinquano, che perseguano ambizioni o interessi personali,  sia che esercitino le loro funzioni al servizio di ceti padronali, industriali che finiscono per sconfinare nell’attività criminale,  o le tre cose insieme.

Favoriti da lungaggini e inefficienze, tutelati dalle   connivenze e  dalle coperture colpevoli di cui i potenti godono, autorizzati a proseguire comportamenti illeciti e delittuosi fino alla strage, grazie a leggi fortemente volute da un susseguirsi di esecutivi che hanno scelto di agire in nome e per conto di profitto, speculazione, rendite parassitarie, incuranti dei morti che hanno lasciato per strada.

Quella frase contenuta nel rapporto la dice lunga sui delitti e sulle pene e perfino sulle malattie e sulla morte, terribilmente disuguali:  poteva esserci – e potrebbe esserci – un effetto positivo nel limitare l’incidenza di patologie legate all’inquinamento dell’Ilva, se si fossero messi in atto, o si metteranno in atto,  interventi di prevenzione e riparazione ambientale. Mentre, invece, da Monti a Renzi, i governi in carica hanno permesso al siderurgico tarantino di rimandare continuamente la copertura dei famigerati parchi  minerali dell’impianto, la misura più idonea per garantire una drastica riduzione dei veleni.

Non c’ nemmeno bisogno di prescrizione: in piena estate e in gran corsa il Parlamento ha licenziato l’ultimo decreto, il decimo in ordine di tempo,  quello contestato dalla Regione, dal nome eloquente di Salva Ilva, perché la finalità è quella appunto di “salvare” l’azienda dai costi e dalle conseguenze anche penali dell’opera di risanamento che dovrebbe essere avviata grazie all’attuazione di un piano già prorogato e la cui scadenza potrebbe essere dilazionata al 2019. Di esonerare dalla obbligatorietà dell’azione penale il Commissario, concedendo una oscena “deroga”, addirittura un “diritto” al disastro e alla strage.

E in ministro “competente” – si dice così, a prescindere – quello dell’Ambiente, rivendica la correità, ha rivendicato l’operato  dell’esecutivo, irridendo la denuncia della Regione, i contenuti del dossier e le parole del Presidente Emiliano, che, risponde, “fanno riferimento a un periodo necessariamente antecedente all’abbassamento della produzione all’Ilva e dunque anche di quelle attività più impattanti sull’ambiente” , aggiungendo che “loro”  preferiscono “all’allarmismo le risposte quotidiane”,

Vada a raccontarle ai genitori dei bambini ( i più esposti), morti o malati, le loro risposte, agli infartuati (mica si muore solo di cancro vicino all’Ilva), le vada a raccontare agli operai che rischiano malattie e incidenti sul lavoro, messi di fronte all’impossibile ricatto,  all’infame alternativa tra posto e salute.  Venga a raccontare a tutti noi che ci ribelliamo a una così criminale intimidazione che imporrebbe di preferire il salario ai diritti, l’unica certezza della fatica  alla certezza della fame, la qualità delle loro misure, le stesse che aveva proposto sfrontatamente Fabio Riva, rifilate come strategiche alla commissione ministeriale e finite nell’inchiesta “Ambiente svenduto”: la erezione di una barriera antivento e la progressiva riduzione del cumulo che ogni giorno sparge in giro i suoi veleni. Venga a raccontarci perché ha dato la sua approvazione all’immancabile decreto Milleproroghe che contiene  l’ultima di una lunga serie di rinvii per adeguarsi ai limiti per le emissioni inquinanti imposti dal Codice dell’Ambiente per i “grandi impianti” costruiti prima del 2006, cioè quasi tutti.

Quando invece le soluzioni ci sono, costose, certo, ma meno di un Ponte, meno di una Tav, perfino meno dei morti di cancro e  del loro “prezzo” economico, sociale, morale. È il processo di decarbonizzazione delle produzioni, introducendo il gas al posto del carbone nei cicli di lavorazione e riducendo drasticamente le emissioni.   Il processo, come sostiene da anni Giorgio Nebbia, uno dei pochi medici credibili e  autorevoli  inforno al capezzale della fabbrica, consentirebbe di liberare Taranto dalla schiavitù del carbone, comporterebbe un minore consumo di energia per tonnellata di acciaio prodotto e un minore inquinamento e sarebbe certamente molto più “verde” ed ecologicamente accettabile di quello attuale, anche se nessun processo è esente da polveri e fumi e scorie.

Certo, richiede una radicale trasformazione dell’acciaieria, forse la localizzazione in un’altra zona vicina, la soluzione di molti problemi tecnico-scientifici. E incontra l’ostilità, oltre che dei signori dell’acciaio, che non intendono investire della conversione, malgrado nel mondo già circa 75 milioni di tonnellate di acciaio siano prodotti ogni anno con ferro preridotto,  anche delle potenti organizzazioni dell’estrazione, del commercio e del trasporto del carbone:  circa 1000 milioni di tonnellate di carbone ogni anno sono assorbite dalla siderurgia mondiale.

A loro risponde la “maggioranza”, sono i loro profitti criminali e i loro gruzzoli delittuosi che difende. Ma a inspirarli è anche un’ideologia che legittima e promuove l’inimicizia e il conflitto: occupati contro disoccupati, lavoratori contro cittadini, occupazione contro salute, giovani precari contro vecchi neo provvisori e instabili, mariti in fabbrica contro mogli in piazza,  sindacalisti contro medici. È ora di fare pace tra noi contro la loro guerra.

 

 


Perché si? perché si!

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Loro dicono: ne avete fatto una battaglia “ideologica”. Beh, cosa ci sarebbe di male a battersi in nome degli ideali di chi si sente nel giusto se prende posizione attiva contro lo sfruttamento dell’ambiente, delle risorse e delle persone? Se è uno dei pochi modi che ancora ci hanno lasciato per manifestare critica e dissenso nei confronti di un’ideologia plasmata sulle richieste della finanza e applicata giorno dopo giorno da un governo non legittimato da un voto  e che gode della fiducia, continuamente reclamata, di un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale che considera il referendum del 17 aprile il test di collaudo di quel plebiscito su se stesso che dovrebbe  stravolgere  in un colpo solo, 47 articoli della Costituzione? E non ha il carattere di ideologia, per non dire di teocrazia del profitto, il continuo richiamo al culto del “rinnovamento” fine a se stesso,  la liturgia delle misure eccezionali e emergenziali spacciate come riforme, la religione dello “sviluppismo” tramite interventi e opere faraoniche, pesanti, ingombranti, che lasceranno un’impronta, si, ma di  oltraggio e di infamia, se tra i loro effetti, desiderati, c’è l’incremento di malaffare e corruzione?

Loro dicono: avete trasformato una questione tecnica in una cerimonia di carattere simbolico per manifestare contro il governo. Ma non è proprio il presidente del Consiglio ad attribuire valore dimostrativo a questa scadenza, per dare prova di muscolarità autoritaria, per vanificare il significato profondo di un pronunciamento popolare, ultima occasione democratica prima della conversione definitiva del voto in gota domenicale finalizzata a apporre un sigillo notarile su scelte calate dall’alto? E non ha avvalorato questa ostensione di dispotismo gradasso appellandosi all’astensione, alla manifestazione cioè di spirito disincantato e rinunciatario, che placa la coscienza civile autorizzando all’elusione, all’astrazione mediante gita al mare, quel mare così minacciato in nome della “crescita”?

Loro dicono: quelli del si penalizzano l’occupazione e avranno sulla coscienza la riduzione di posti di lavoro. Ma non vi offende che parlino di lavoro quelli che hanno dimostrato di avere convenienza strategica dalla sua scarsità, quelli che fino a ieri hanno rivendicato i successi industriali delle nostre imprese impegnate negli armamenti (come la  fornitura di 28 Eurofighter Typhoon al Kuwait) e oggi esaltano gli attuali e futuri ricavi della guerra all’ambiente, al mare, alle risorse, nascondendo pudicamente la loro esiguità che rende irragionevole  la loro pervicacia? Non vi pare insultante che giochino con i numeri di quella occupazione come con i trionfi del Jobs Act, come con le magnifiche sorti e progressive dei vaucher, della mobilità, della nuova e moderna servitù, per cancellare l’ingiuria del dover scegliere tra posti insicuri, fatica certa, reddito miserevole, e salute, qualità di vita, ambiente protetto? Ed anche tra investimenti in occupazione qualificate, in ricerca e in innovazione, in favore di sostegno suicida al fossile, a risorse dannose per il clima,  a grandi strutture industriali elargite dall’alto come donazioni generose, ma che non generano nuove economie, anzi, se interi territori e porzioni di mare sono svenduti a multinazionali e imprese statali di natura intensive, che consumano immense quantità d’acqua, inquinano il  suolo, l’aria e i fondali marini. Non vi sentite vilipesi dalla imposizione a difendere attività residuali e i pochi posti elargiti dalla Total o dalla Shell, a detrimento del turismo, della qualità ecologica, del riscaldamento globale che sta cambiando in peggio le nostre vite ma a beneficio di interessi opachi, di un affarismo sempre più scriteriato?

Loro dicono: è una questione tecnica, lasciate fare a noi. Ma non vi pare che abbiamo avuto sufficienti dimostrazioni che la loro tecnica non è certamente neutrale, che dalla riforme costituzionali, ai diritti, al lavoro, viene decisa negli uffici e nei grandi studi dei consulenti delle multinazionali, dai sacerdoti della giurisprudenza che scrivono leggi sotto dettatura dei padroni?  Non è per quello che i quesiti referendari sono criptici proprio per convertire in gergo indecifrabile questioni e soluzioni chiare ed evidenti, proprio come quella  che non esistono in terra il diritto e il permesso di sfruttare un giacimento o una risorsa finchè non si esauriscono?  Non è forse vero che il blocco di nuove concessioni non impedisce che nell’ambito di permessi   già accordati siano perforati nuovi pozzi e costruite nuove piattaforme, se previsto dal programma di lavoro, come potrebbe  accadere per la Vega, nel mar di Sicilia, dove l’Eni progetta da tempo una nuova piattaforma (Vega B) da aggiungere a quella oggi in esercizio, e che scade nel 2022? E non c’è da sospettare  (come scrive oggi il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/04/16/un-si-per-il-futuro-e-contro-il-malaffare/) che il prolungamento della durata della concessione altro non sia che l’accorgimento più economico per rinviare le costose operazioni di smantellamento e rimozione delle piattaforme obsolete, che potranno restare là a marcire a spese nostre?

Loro dicono: ma si tratta di attività sicure, gli incidenti si contano sulle dita di una mano. Ma non ci hanno insegnato abbastanza incidenti industriali, l’Ilva, Bophal, Seveso, Chernobyl, La Thyssen, i morti di amianto o quelli delle cave? Non protestano per la rimozione dalla pratica e dalle coscienze dei principi elementari di precauzione, prevenzione, cautela? Dobbiamo proprio aspettare altri disastri, altre stragi, altri costi umani e economici?

Loro dicono e verrebbe la tentazione di rispondere con la frase delle mamme: perché si? Perché lo diciamo noi che siamo i diretti interessati, i cittadini e voi non siete niente.


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