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Papa e petrolieri: “chiedetelo a loro”

VaticanoSarebbe proprio il caso di dire “Chiedetelo a loro”. Si voi che vi affrettate a dare l’obolo alla chiesa cattolica in virtù di opere umanitarie che per la maggior parte sono costituite da ristrutturazioni edilizie, restauri, stipendi e non ultima proprio la pubblicità che serve per raccoglierli. Chiedete a loro perché questo fine settimana, a cominciare da domani, ci sarà un piccolo concistoro segreto fra le supreme autorità della Chiesa e le cosiddette sette sorelle del petrolio, più  alcuni dei maggiori investitori mondiali tra cui Larry Fink, amministratore delegato di  BlackRock, il più grande fondo di investimenti del pianeta, con interessi in molti settori e soprattutto in quello delle pensioni dove risiede il suo core business tanto che egli lamenta la scarsa privatizzazione del settore in Europa e spinge la Commissione di Bruxelles a prendere provvedimenti in tal senso anche dopo la creazione di un progetti pilota gestito dalla stessa BlackRock. Forse non c’è nemmeno bisogno di dire che questo umanista del dollaro ha subito espresso un parere negativo riguardo al governo appena entrato in carica in Italia: se non altro si vanno ormai chiarendo gli schieramenti di fatto.

Se lo scopo di questo vertice fosse solo la preoccupazione per il clima, come rivelato dal Vaticano una volta diffusasi la notizia, a che scopo rendere segreto e privato questo “concilio” che per il numero e l’importanza dei partecipanti è impossibile da tenere segreto? Non sarebbe stato più incisivo farne totalmente partecipi quelle ” periferie” di cui Papa  Francesco dice di essere il pastore e rivelare urbi et orbi cosa ne pensa il governo globale delle multinazionali?  Qui già ci troviamo di fronte a un problema di comunicazione e di metodo che lascia davvero perplessi; se come dice il Vaticano  “i giovani esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi” è del tutto incoerente parlarne nelle segrete stanze con un curia di ultra ricchi che poi sono quelli che hanno creato il problema ambientale, che finanziano il negazionismo scientifico sul cambiamento climatico recentemente criticato dalla Cei e che alla fine creano esclusione e disuguaglianza ad ogni livello.

Ma poi non è ben chiaro lo scopo del santo vertice petrolifero. Una nota vaticana sostiene:  “Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti – specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas –, deve essere sostituita progressivamente e senza indugio. In attesa di un ampio sviluppo delle energie rinnovabili, che dovrebbe già essere cominciato, è legittimo optare per l’alternativa meno dannosa o ricorrere a soluzioni transitorie”. Che vuol dire questo contraddittorio ondeggiare tra i “senza indugio” e nel “frattempo” ? Probabilmente che bisogna consumare più petrolio e meno carbone ( ancor meglio sarebbe più gas e meno carbone e petrolio) ben sapendo che la riconversione delle centrali elettriche da un combustibile a un altro comporta anni e impegna investimenti così consistenti da sottrarli nella sostanza allo sviluppo delle energie rinnovabili.  Ma poi perché solo le sette sorelle angloamericane e i mega centri finanziari americani e non invece anche rappresentanti delle grandi compagnie russe che dispongono delle maggiori riserve planetarie o di quelle cinesi che sono le maggiori utilizzatrici di oro nero al mondo? Che significa questo vertice limitato all’occidente e di fatto al solo centro dell’impero: sono i petrolieri che cercano una benedizione per i loro ultimi fuochi o il papa che si vuole proporre come mediatore di un modello produttivo e sociale per altri versi respinto a parole? Non è per caso che si vuole in qualche modo elevare agli altari il globalismo di marca americana e i suoi modelli di consumo portati all’estremo man mano che esso e le sue conseguenze stanno allontanando e disgustando le famose periferie di Papa Francesco? Sono domande perfettamente legittime di fronte alle ambiguità vaticane che con l’attuale pontefice stanno raggiungendo la massima ampiezza, anzi quasi una totale dissociazione tra fatti e parole. Magari qualcuno avrebbe detto petrolio al petrolio e rinnovabili alle rinnovabili. Ma di certo non troverebbe ospitalità nella chiesa

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Sinistra organica e umida

arcimb Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un aspetto particolarmente miserabile e desolante che colpisce nella grottesca vicenda dei “sacchetti”.

Ed è lo sprezzo altezzoso con il quale hanno trattato la protesta, forse arruffona e ingenua, anche soggetti abitualmente critici nei confronti di soprusi e balzelli governativi, una spocchia maturata grazie a  acquisti equi e solidali, a baratti con deliziati procacciatori di uova da covate armoniose, salamini derivanti da maiali liberi e festosi, oli da olive brucanti e gioviali,  alla frequentazione di  folcloristici mercatini a km zero, a sedani ridenti e carote giocose che escono da reticelle e borse intrecciate nelle geografie scelte per vacanze intelligenti. Nulla a che fare con i brutali e maleducati forzati dei supermercati, con le loro spese irresponsabili e infantilmente viziate,  con l’autodafè  dei carrelli cigolanti, stracolmi di sughi pronti e pizze surgelate.

Non c’è da stupirsi di certi schizzinosi e della loro acquiescenza smorfiosa a  una retorica ambientalista, interpretata magistralmente da una dirigenza verde che con  la raccolta degli shopper in spiaggia si redime  del consenso accordate a indecorosi sacchi del territorio, condoni,  “sblocca italia”, Valutazioni di impatto ambientale piegate alle ragioni egemoniche dei privati, della loro accettazione come incontrastabili della Terra dei Fuochi, dell’Ilva e pure dei conflitti di interesse, dazio da pagare per stare nel progresso con la speranza che la “manina” distribuisce qualche beneficio grazie alla generosità di imprenditori innovativi.  O  della sprezzante rivendicazione di superiorità e consapevolezza,  rispetto a plebei tumulti egoistici e fermenti micragnosi che si agitano intorno a 20 infimi  20 centesimi, dei fedeli a un’Europa anche quella irrinunciabile.

Ma nemmeno tanto sotto c’è il timore di venire assimilati ai beceri populismi, agli odiati 5stelle, ai forconi, agli assalti ai forni, a quel malcontento legittimo, ma così maleducato, interpretato da nuovi straccioni che in passato hanno avuto troppo e che viene su dalla pancia, in specie se è vuota, incontenibile come un borborigmo e volgare e ignorante e perciò molesta e riprovevole da chi pensa ancora a una innegabile superiorità di movimenti tradizionali, di organizzazioni strutturate ancorché  liquide, quelle stesse che vivono grazie alla ostensione pubblica e reiterata della impossibilità di un’alternativa e che hanno platealmente eseguito la rinuncia e il tradimento di qualsiasi ideologia che non sia la sudditanza al pensiero nei liberista. Convinti che lo status quo brutto disonorevole e condiviso per vigliaccheria, sia meglio di un ignoto forse promettente seppure sconosciuto e imprevedibile. Persuasi che sia rispettabile e decoroso ripiegare su quello che viene continuamente accreditato come il meno peggio,  quella feroce “concretezza” della realpolitik, quegli imperativi implacabili della necessità e opportunità e quindi  la improrogabile cancellazione anche dall’orizzonte immaginario di una alternativa a quello che abbiamo intorno e ci viene imposto come fatale.

Sono loro che guardano, affacciati alla loro finestrina angusta, lo svolgersi degli eventi, la dissoluzione di esperienze, quella del Brancaccio definita icasticamente un’Isola dei Famosi, il riaffacciarsi delle solte mutrie, i colpi di coda di mostri riluttanti a recedere e si sa che alla fine cercheranno riparo sotto l’ombrello del partito unico, con tanti spicchi colorati che nascondo un cielo cui non sanno guardare. Aspettiamoci i soliti caldi inviti dunque a non disperdere voti che  favorirebbe una destra –  fantasmatica e indefinibile rispetto alla loro così evidente? Aspettiamoci la disincantata bonarietà con cui condannano al limbo delle anime belle programmi e aggregazioni volonterose.

Chi oggi pensa che il meglio non sia nemico del bene. Che non ci si deve arrendere al meno peggio, sarà opportuno che sia meno schizzinoso, per timore di non piacere a intellettuali e commentatori che hanno bisogno del  Viagra movimentista per rimanere giovani. Non basta redigere un quadro generoso dei cosa vogliamo, un inventario degli ideali e delle aspirazioni, quello che hanno disegnato con giovanile e entusiasta potenza i tanti che in 140 assemblee stanno facendo circolare i propositi di Potere al Popolo: 15 punti  o meglio obiettivi fondativi  dalla “rottura” dell’Unione Europea dei trattati all’uscita dalla Nato, dalle nazionalizzazioni/ripubblicizzazione di banche e aziende strategiche, all’amnistia per i reati connessi alle lotte sociali e sindacali, che dovrebbero  consolidare legami e strategie comuni con lavoratori in lotta: da quelli di Almaviva, di Sky, di Atac,    ai metalmeccanici delle acciaierie di Terni, agli autoconvocati della scuola, e tanti altri ancora,con i precari, i disoccupati, gli occupanti, gli sfruttati, i licenziati… e più in generale con chi subisce la crisi voluta e generata da chi ha e vuole sempre di più.

Potere al Popolo fa irruzione in una campagna elettorale nella quale i contendenti ancora una volta ricorrono al manuale Cencelli o alla sua conversione online, non può essere questo nemmeno il primo traguardo intermedio e nemmeno il banco di prova, perché si sarebbe destinati a una mesta ritirata in un contesto avvelenato e truccato, nella totale eclissi dell’informazione, nel ridicolo cui viene condannata qualsiasi iniziativa di rottura degli equilibri mai abbastanza precari dell’establishment.

Guardare a oggi e a domani ben oltre la scadenza notarile del 4 marzo, senza pregiudizi e senza chiudere la porta in faccia a nessuno per intercettare consenso e promuovere un coagulo di pensiero e forza, è necessario per verificare la fondatezza di quel progetto di sindacalizzazione territoriale che non basta da sola ma che è preliminare a un nuovo modo di fare politica, quella combinazione di buone ‘pratiche’ che prefigurano modalità altre di relazioni produttive, della tutela e del godimento dei beni comuni e del patrimonio naturale che vedono la loro avanguardia in resistenze lontane da noi eppure così vicine, quelle irriducibili dei popoli indigeni, dei contadini, delle popolazioni impoverite e di quanti non hanno smesso di usare il proprio cervello e il proprio coraggio, seppure oscurati dai media, quelle di chi non cede bendandosi gli occhi e tappandosi le orecchie, con un attendismo fatale e prescritto,  alla minaccia dell’affermazione definitiva e catastrofica della superpotenza delle imprese transnazionali, dei conglomerati industriali-finanziari.

Qualcuno ha detto che ormai la sinistra rappresenta o i mendicanti, invisibili, o l’alta borghesia, appartata nelle sue enclave, avendo segnato ormai la sua separazione dal popolo. e dai suoi bisogni, dalle sue paure, dai suoi desideri, Eppure sarebbe ancora possibile tornare a parlare di bene e di male, di giustizia e solidarietà, di accoglienza e redistribuzione. di amicizia e interesse comune, di ideali e di idee, quelle che di solito non trovano mai posto sui manifesti elettorali.

 

 


Piccole utopie crescono, grandi bugie crollano

8365d7_84506059e5164bfaa22582a62a5d1797Che il neo liberismo con le sue teorie dell’economicismo integrale fosse incompatibile con la salvaguardia dell’ambiente e del pianeta stesso, era intuibile e logico, ma oggi tutto questo  ha anche la sua sistemazione concettuale e insieme la sua dimostrazione pratica: un recente studio pubblicato su Nature a gennaio e riportato sul Guardian più recentemente (qui il  link ) spiega more matematico, che è del tutto impossibile far coesistere gli obiettivi di massima del tanto decantato accordo di Parigi sul riscaldamento globale e insieme la mitica crescita, ovvero l’abracadabra con il quale le elites cercano di ipnotizzare e ingannare la massa delle persone che di quella crescita non vedranno nemmeno le briciole. La ragione è molto semplice: su base annua ad ogni aumento del pil pro capite (ma qui parliamo tipicamente del pollo di Trilussa) dell’ 1,8 per cento, quello auspicato dall’Fmi per l’insieme delle economie, corrisponde una crescita dell’ 1,9 per cento delle emissioni di gas serra.

Lo studio si basa sull’analisi dei dati climatici ed economici dagli anni ’60 del secolo scorso al 2010 e dunque ha una consistenza così solida da aver meritato la non citazione davanti alle opinioni pubbliche da parte dell’informazione. A questo punto è chiaro che la distruzione del pianeta o in ogni caso delle condizioni climatiche per le quali la specie homo è adatta e/o permettono  l’agricoltura intensiva, dunque la produzione di cibo, non è una questione di buona volontà,  anche ammesso che esista, ma di sistema: il neo liberismo e il capitalismo possono sopravvivere, senza lasciare il passo ad altri sistemi economici e sociali solo attraverso due strade: quella di un totale e ragionevolmente rapido cambiamento di tecnologie sia nella produzione dell’energia che nel suo utilizzo, oppure attraverso un immane olocausto bellico che distrugga enormi quantità di forza lavoro e impianti produttivi lasciando relativamente illese le elites e dunque il sistema di comando.

La prima ipotesi è da scartare per una lunga serie di motivi che vanno dalla necessità di giganteschi investimenti a medio e lungo termine che non è nelle corde dell’attuale economia di rapina la quale si regge in gran parte su denaro rubato al futuro delle persone e su profitti immediati, per arrivare al fatto che nuove tecnologie essenzialmente basate sul rinnovabile, inevitabilmente più distribuite e orizzontali non solo farebbero pericolosamente diminuire la centralizzazione sociale, con conseguenze enormi anche sul sistema di comando, ma probabilmente non permetterebbero gli eccessi consumistici di oggi e dunque i profitti di oggi. Di fatto anche se l’apporto delle rinnovabili è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi 15 anni non ha sostituito i carburanti fossili su quali si investono ancora enormi cifre, ma ha finito semplicemente per aggiungersi ad essi in maniera da contribuire al surplus di produzione, almeno su scala globale. Per questo ho l’impressione che le oligarchie finiranno per scegliere un’altra tragica strada.

L’alternativa a queste alternative, perdonate il gioco di parole, sta in una radicale svolta che sposti il fulcro dell’economia dal privato al pubblico. E badate non parlo di un pubblico onesto, socializzante, ma modesto e spesso carente, come nelle razionalizzazioni del secolo scorso, ma di un pubblico ricco, distribuito capace di fornire a tutti eleganza, bellezza e in un certo senso lusso.  Finora tutto questo è stato appannaggio del privato e del ricco, creando sul piano puramente numerico esigue soddisfazioni ed enormi privazioni con conseguente guerra spietata ed eterna fra poveri, ma è sempre più chiaro che ormai per questo non c’è più spazio vitale perché il sistema stesso a questo punto e per qualche verso si rivela letale: il meglio dunque deve essere condiviso a cominciare dalla fruizione del verde, ai trasporti, allo sport, al tempo libero, alle vacanze, all’arte, sottratti a una gestione privatistica nel senso più ampio del termine e diventando bene comune sotto il controllo finale delle conunità, qualunque ne sia il tipo di gestione. Questo crea spazio, allarga il pianeta e lo fa respirare. Certo non è marxismo, non è keysianesimo e rassomiglia molto a una beata utopia per quelli che vivono così immersi nel mercato da non vedere nulla al di fuori di essi, ma qui e là si cominciano a vedere tentativi ion questo senso come nei comuni diciamo cos’ autogestiti attorno a Gand, nelle proposte di fondi di ricchezza dei cittadini in Norvegia e Alaska, nel budget comunitario di Porto Alegre in Brasile. Piccoli esempi che però indicano una direzione nella quale comincia ad essere repinto il modello di singoli isolati che agiscono nel vuoto sociale, come prescritto dal captalismo e portato al grottesco dal neo liberismo, una direzione che si allontana dalla massimizzazione della crescita e mette limiti di benessere sotto i quali non si può andare e ovviamente limiti di accumulazione e dunque di potere che potrebbero corrispondere ai limiti fisici dell’ambiente.


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