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I post gretini

vvox_einaudi2-1030x539Non sono state elezioni facili per il potere oligarchico, né è stato semplice riuscire a contenere sovranisti ed eurocritici  e non concedere loro la platea del parlamentino di Strasburgo che sul piano concreto conta meno del due di coppe quando briscola è a bastoni, ma che può avere comunque un potere di tribuna. Tuttavia la governance è riuscita a sfruttare i suoi stessi peccati per recuperare consensi usciti dalla porta principale  facendoli transitare dalla porta di servizio grazie all’operazione Greta Thunberg: deviando il discorso sui temi dell’ambiente che essi stessi tradiscono quotidianamente, sono riuscite a riempire i serbatoi dei Verdi continentali. Occorreva però qualcosa di forte per poter spostare consensi su formazioni da sempre alleate con le socialdemocrazie più corrive con il capitalismo di mercato: ed ecco la ragazzina davanti al Parlamento di Stoccolma che già fa simpatia, soprattutto se si dimentica che è circondata da guardie del corpo, per giunta autistica o dichiaratasi tale che moltiplica per due l’interesse, portatrice di discorsi apocalittici, abbastanza ingenui e rozziin pratica solo slogan,  da far presa a largo raggio dentro un’opinione pubblica devastata e facile all’emozione più che al pensiero e tanto meno all’azione. In ogni caso del tutto aliena dall’avere un’idea coerente dell’insieme dei problemi che in realtà sono spesso  molti diversi da come vengono affrontati (vedi nota).

Probabilmente l’idea è stata data dai gilet gialli che fin da subito hanno collegato i temi ambientali con quelli della critica al sistema, non occorreva altro che gonfiare i primi con l’aria fritta del millenarismo escatologico e cancellare i secondi, per creare il terreno di colture perfetto per convogliare voti su formazioni che hanno da sempre accettato il sistema capitalistico e il mercato in una ambiguità che li ha condannati all’impotenza sostanziale: non bisogna dimenticare, tanto per fare una citazione, che fu il ministro degli esteri tedesco , il verde Joschka Fischer a dare il via definitivo ai bombardamenti sulla Jugoslavia. Ma questo non è che un segnale: nel governo Jospin hanno approvato le privatizzazioni e le detassazioni per gli azionisti, mentre nel governo Schroeder  sono stati protagonisti della restrizione del welfare e della deregolamentazione delle leggi del lavoro.

Però la ventata di ecologismo a reti unificate, che ha assunto il tono di una vera e propria campagna elettorale,  li ha portati ad ottenere il 13, 47% in Francia, addirittura il 20 e qualcosa in Germania, il 15% in Finlandia ed altrettanto in Irlanda. Dalle analisi del voto risulta che i Verdi hanno raccolto i consensi della classe medio alta giovanile e scolarizzata delle grandi città, quella che fa eco alle marce e agli scioperi per il clima, mentre si prepara ad accedere alle posizioni con cui devastare il pianeta in età adulta. Non è certo un caso se ecologisti radicali come Jutta Ditfurth in Germania e Martine Billard in Francia abbiano abbandonato il verdismo di mercato. Né può essere una sorpresa vedere come i verdi post gretini abbiano cominciato ad attaccare  France Insoumise e anche il Front de Gauche ora per l’attaccamento ai regimi progressisti dell’America Latina,o per il loro posizionamento anti sanzioni sulla Russia o ancora per il lato “sovietico” che scorgono nella pianificazione ecologica elaborata da Jean-Luc Mélenchon.

Essi ora inalberano sul loro vessillo ciò che ritengono sia una medaglia al valore, ossia il non essere né di destra né di sinistra, che in realtà significa poter essere entrambe le cose a seconda delle convenienze: così ora il co-presidente dei verdi valloni Jean-Marc Nollet dice di essere pronto, a livello federale, a “una coalizione con tutte le parti “, mentre in Germania già da tempo ci sono “coalizioni nero-verdi” con la destra, come quella in atto nella regione del Baden-Württemberg, che adesso potrebbero moltiplicarsi sull’onda di un successo che ha portati i Grünen ad essere il secondo partito grazie ai voti in libera uscita da Cdu e Spd. A Strasburgo hanno annunciato di voler essere “pragmatici”, insomma disponibili a tutto detto in soldoni. Dunque l’ennesima creazione di false alternative è pienamente riuscita, anche a livello strategico perché non c’è alcun dubbio che i problemi ambientali siano in stretta relazione di causa ed effetto con il sistema neo liberista ed è questa consapevolezza che si vuole stroncare sul nascere, mettendo in campo ogni sorta di depistaggi che coprono le diverse aree socio culturali: il negazionismo climatico per la destra borghese corrotta e incapace, la catastrofe millenarista annunciata da una Cassandra sedicenne per le aree radical chic, le buone e false intenzioni dei vari accordi e conferenze internazionali per i ceti medi tradizionali. Di certo quella del gattopardo non è una specie in estinzione.

Nota Un esempio di scuola è quello della salute oceanica e del suo ecosistema. A tutti viene detto che il problema principale è quello della plastica che ormai forma intere isole ed è causa della morte per molte specie marine. Che questo costituisca un motivo d’allarme non c’è dubbio, ma  un rapporto dell’ Ipbes, l’Istituto di ricerca sulla biodiversità e gli ecosistemi, creato dall’ Onu, in un rapporto di poche settimane fa ha chiarito che il crollo della vita negli oceani non è dovuto a questo, né all’acidificazione delle acque e nemmeno al cambiamento climatico, ma all’industria della pesca commerciale che non solo preleva immense quantità di pesce e di crostacei, spesso sotto banco, dimezzando le cifre ufficiali, ma agisce in modo da devastare interi ecosistemi. Tuttavia non se ne parla mai per il fatto che qui non si tratta del pescatore che esce con lampara e a cui va addebitato circa il 2%  del pescato totale, ma di mostri commerciali la cui gestione è in mano – nel pianeta – a non più di 600 grandi aziende che hanno un forte potere di interdizione sulle notizie, come per esempio è accaduto alla Bbc che nella serie Blue Planet  evita sempre di collidere con gli interessi forti. Attribuire tutto alla plastica da una parte nasconde i responsabili e il contesto strutturale nel quale essi possono crescere, dall’altra colpevolizza i singoli.

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I fumi della “libertà”

Yulin Coal Industry in ChinaE’ veramente pazzesco, anzi tutto da ridere, una gag della storia: se tutto il sistema mediatico europeo è in ginocchio da Greta i cui genitori l’hanno saggiamente ritirata dalla scuola dell’obbligo perché evitare in futuro la iattura di capire qualcosa di ciò che dice par coeur, le reali politiche ambientali vengono completamente contraddette. Basti pensare che per compiacere gli Stati Uniti e ridurre la dipendenza energetica dalla Russia, la Germania ha aumentato  del 34% le importazioni di carbone americano, la Gran Bretagna pure, ma in misura enormemente maggiore arrivando al 255% di aumento, così come l’Olanda che ha visto crescere le sue importazioni carbonifere dell’80% rispetto allo scorso anno, arrivano a quasi 8 milioni di tonnellate che evidentemente vengono poi smistate in altri Paesi. La ciliegina sulla torta è però quella della Svezia il paese di Greta, il cui consumo di coke made in Usa è aumentato più che in ogni altro posto, del 256%.

Insomma i Paesi europei, in questo pienamente appoggiati dalla Ue, per allinearsi al clima di ostilità nei confronti della Russia, secondo i voleri di Washington,  preferiscono i fumi del carbone della libertà a quelli assai più puliti del gas siberiano. Se il piano di imporre il gas liquefatto americano in Europa al posto di quello di Mosca era pressoché impossibile per la differenza di prezzo e per gli enormi investimenti necessari alla costruzione di degassificatori, quella del carbone sembra essere una strada parallela più praticabile e silenziosa. Certo aumenta l’inquinamento e la scia di inquinamento da carbone dalla Germania arriva sino a Parigi, ma basta non farlo sapere troppo in giro ed esporre il santino di Greta perché ci si liberi dal male. Già ha fatto miracoli, supportando una crescita anomala dei Verdi sia in Germania che in Francia e scongiurando il pericolo che il parlamento di Strasburgo avesse una maggioranza diversa da quella dello status quo. Tanto, anche se questi verdi si mettessero in testa di fare i verdi, nel parlamentino europeo possono solo mugugnare perché questa assemblea non ha alcun effettivo potere. Anzi ancor meglio perché si può dare l’impressione che di un europa verde e di cattive nazioni sporche. Niente di meglio per confondere le opinioni pubbliche. come per esempio è avvenuto in Gran Bretagna dove nel 2017 è stato festeggiato il “giorno senza carbone” , intere 24 ore nelle quali il mix di energia immessa in rete non comprendeva l’elettricità prodotta dalle centrali a coke. Chissà magari si voleva celebrare la definitiva chiusura delle residue miniere inglesi, ma poi si è preso ad importare carbone a più non posso dai cugini. Anche in Italia, dove la scarsità di questo combustibile fossile aveva favorito  piani e prospettive di decarbonizzazione, almeno sulla carta, il processo sembra essersi fermato e addirittura è in costruzione una nuova centrale  a Saline Ioniche. Inutile dire che che con il 13 per cento di energia prodotta, il carbone rappresenta il 40% delle emissioni di Co2.  

Basta insomma creare eventi e personaggi per mettere la realtà effettiva sotto un tappeto di chiacchiere: è bastato che Washington imponesse di tagliare i ponti con la Russia, per ragioni ed interessi del tutto estranei al nostro continente,  perché il consumo di carbone aumentasse a dismisura, salvando tra l’altro molte miniere Usa, fortemente contestate dalla popolazione americana. Proprio dei servi schiocchi. Ma d’altronde i meccanismi Ue messi in piedi  per limitare l’inquinamento ambientale fanno esclusivo riferimento al mercato e di fatto puniscono l’energia sporca facendo pagare l’inquinamento attraverso le quote Co2 o la carbon tax, ma tutto questo è assai poco efficace semplicemente perché i soldi spesi vengono poi addebitati su di noi ovvero sui consumatori di beni e di servizi, soprattutto di questi ultimi che non possono essere acquistati fuori. Così i un certo senso finiamo anche per pagare per l’inquinamento. In questo modo si spiega la resilienza dei combustibili fossili più inquinanti i cui impianti avendo già da molti decenni ammortizzato i costi di realizzazione, sono comunque più convenienti per gli azionisti, i gestori e i padroni, anche se si deve pagare qualcosina in più.

Sempre per evitare il gas russo le oligarchie europee hanno anche preso a favorire sottobanco il nucleare, ma  chissenefrega, tanto per essere custodi dell’ambiente basta ostentare Greta come se fosse una santa reliquia e tutti si sentono con la coscienza a posto e speranzosi di liberarsi di una peste che è tuttavia consustanziale al sistema che lo produce. Tutti a posto con la coscienza come lo erano i mafiosi che non si perdevano una messa.


Rea Ilva

Ilva: fumi come teschio,menzione per fotografa tarantina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno ricorda una delle più sfrontate lezioni di realpolitik, impartita da Blair quando dichiarò che in Iraq c’erano stati abusi, crimini, errori, “cose che non si dovevano fare”, ma grazie alla democrazia, venivano riconosciute e la gente poteva lamentarsene. Abbiamo capito che anche gli ultimi arrivati al governo hanno appreso l’insegnamento, quando Luigi Di Maio a Taranto ha “messo la faccia” come avrebbero detto quelli del Pd e  ha fatto qualche pubblica ammissione di sbagli commessi e ritardi. Si tratta di atti certamente lodevoli che starebbero a dimostrare la crescita della sua statura di statista come ha prontamente rilevato qualche entusiasta commentatore deliziato dalla sua “ compostezza, irriducibilità e anche un rigore sconosciuti”.

Perché invece restano però tutti gli interrogativi in sospeso, resta la sostanza della tragedia, resta quella pesante eredità che dimostra la riluttanza del nuovo a scardinare l’immondo edificio criminale del passato. Resta impunita una classe dirigente che ha cambiato collocazione istituzionale o elettorale grazie a vari giri di poltrone, e che negli anni si è macchiata come ha sancito la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dei reati di violazione degli articoli  8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un rimedio effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, autorizzando la prosecuzione delle attività industriali nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziavano la pericolosità per ambiente e salute.

A Taranto, centraline installate o no,  in funzione o  casualmente spente, si registrano incrementi preoccupanti delle emissioni di polveri sottili, di quelle ultra sottili e un aumento degli idrocarburi policicli aromatici cancerogeni. I Riva si godono il riposo degli ingiusti, salvati dai vari livelli di governo, nessuno escluso: siamo ancora in attesa della sospensione per via di decreto o per inserimento in quello Crescita, della impunibilità per i vertici dello stabilimento. Ancelor Mittel prosegue indisturbata nella produzione compresa quella di ricatti e intimidazioni, promossa da un accordo cappio siglato dal candidato di + Europa Calenda che lo vanta nel suo programma elettorale quale intervento salvifico per 10 mila famiglie di operai tenuti per il collo grazie  all’assunzione di ognuno dei lavoratori tramite contratto individuale a fronte dell’esubero di 3000. A dimostrazione che il nuovo anche per via di indemoniati  alleati, non è in grado o non vuole disfarsi del prima, si tratti di Triv, Tav,  Tap, Muos, discariche, come fossero camicie di forza nelle quali costringere qualsiasi rispetto della volontà popolare e dell’interesse generale. E a conferma che nel calcolo di guadagni e perdite non vengono mai annoverati i più di 500 morti in fabbrica per incidenti, le migliaia di contagiati dai veleni dentro e fuori Taranto, la compromissione irreversibile di piante, terreni, aria, acqua a chilometri e chilometri di distanza e, perchè no?  quella della dignità di una popolazione che ogni giorno ancora viene costretta a scegliere tra fatica e cancro, tra salario e salute, tra sottomissione e dignità.  Tutto questo in una regione che paga il prezzo di una narrazione: la retorica dello sviluppo, mascherando dietro una falsa solidarietà nazionale le pressioni di un colonialismo assistenziale che considera territorio e cittadini  come laboratorio di un esperimento di sfruttamento ad opera di imprenditori e manager avidi, di tecnocrati aziendali e amministratori “progressisti”, che hanno realizzato una trasformazione della cittadinanza in clientela taglieggiata e blandita, una conversione aberrante della quale il sindacato è stato complice consapevole.

Non si capisce che cosa dobbiamo ancora aspettare per chiudere “questa” Ilva ex Riva, ora Arcelor Mittal, il cui piano di acquisizione della fabbrica era stato considerato poco credibile dalla gestione commissariale così come quello di risanamento e che ora si sta fondendo con la tedesca TyssenKrupp, sempre quella,  sia pure con un progetto di nazionalizzazione che più passa il tempo e più si rivela utopistico anche se nei fatti l’Italia ha bisogno di siderurgia . Quanti morti e quali costi dobbiamo ancora subire per capire che non si tratta di un tema locale magari da affrontare con un referendum cittadino come si vuol fare con tutte le controversie scabrose, perché è invece la punta di un iceberg, la più vergognosa, affiorata dal mare di altri siti avvelenati e avvelenatori, proprio là, in un’area di 125 chilometri quadrati, lungo 17 chilometri di costa, comprendente il mostro e le sue discariche ma pure la raffineria Eni, le due centrali termoelettriche ex Edison passate all’Ilva, la centrale Enipower, la Cementir, due inceneritori, la discarica Italcave, una delle più grandi basi navali militari del Mediterraneo, l’arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.

E poi quanti altri: la discarica di Bussi e i veleni riversati nel fiume Pescara, la Centrale Porto Tolle (danno ambientale, stimato dall’ Ispra intorno ai 3 miliardi di euro); l’Ex Pertusola Sud per la produzione dello zinco dismesso nel 2000 (anche qui danni per 3 miliardi di euro nell’area di Crotone) o il Petrolchimico Priolo (per il disinquinamento ci vorrebbero 10 miliardi); la Chimica Caffaro di  Brescia ( l’Ispra stima un danno di almeno 1,5 miliardi di euro); le centrali di Brindisi, area Sin ( danno di 3,5 miliardi); l’area frusinate a sud di Roma (un miliardo il danno provocato da diverse industrie nella Valle del Sacco, tra cui la Caffaro, colpevole anche del rischio delle lagune di Grado e  Marano, calcolato in un ,miliardo) ); il Fiume Toce e il Lago Maggiore (la Syndial dell’Eni è stata condannata a pagare quasi 2 miliardi di euro per averli contaminati); Cogoleto, una delle zone  più inquinate d’Italia, dove l’ex stabilimento Stoppani per trattamento del cromo ha comportato sconci per quasi un miliardo e mezzo di euro.

Quanta altra Italia dobbiamo veder morire di tossine letali, compresa la complicità con una classe padronale da parte di uno Stato che non ha saputo controllare nemmeno le sue imprese, e di governi e amministrazioni comprate in cambio di consenso e prebende, prima di pensare che le bonifiche sono un onere a carico degli inquinatori come vorrebbe una legge disattesa e derisa, oltraggiata e vanificata tramite altre leggi di segno opposto, nazionali e regionali, come la famosa “antidiossina” prontamente svuotata di portata e significato proprio per consentire all’Ilva di uccidere indisturbata, come il Codice ambiente subito invalidato per quanto concerneva le emissioni dal successivo Milleproroghe.

Quante altre morti renderanno credibili e autorevoli le rilevazioni delle emissioni usate come pelli di zigrino perfino da Vendola che con il suo piglio lirico ebbe la faccia di tolla di rivendicare i “comuni valori cristiani” che condivideva con i Riva e pure con la Marcegaglia, quella degli applausi ai killer della Thyssen diventata poi l’attachée della multinazionale francoindiana, mentre correva sul filo del telefono  la demolizione della autorità scientifica del direttore dell’Arpa, quando si intimidivano i giornalisti e altri se ne compravano, quando si sbeffeggiavano perfino gli amici di partito che osavano far proprie le analisi indipendenti dell’Arpa.

Quanti altri delitti verranno consumati ai danni del territorio e dell’ambiente prima che si riveda l’Aia, Autorizzazione integrata ambientale, e più in generale, che si pensi a ridare forza ai processi di valutazione della pressione sull’ambiente delle produzioni  che i precedenti governi hanno impoverito e limitato in favore delle aziende.

E quanti altri soldi nostri dobbiamo impegnare per salvare oltre alle banche criminali anche le aziende criminali, in attesa di altri misfatti prossimi che si stanno consumando e  si consumeranno nei gioielli di famiglia conservati, come la sorella dell’Ilva, l’acciaieria di Trieste, svenduti a prezzo di favore, chiusi con i loro delitti sepolti che però continuano a mietere vittime, esportatori delle stesse consuetudini a corrompere e ammorbare ben oltre i confini nazionali.


C’era un europeo in coma

solar_farm_floating_china_power_plant_sungrow_10I nodi vengono al pettine e per quanto riguarda la fragile e insieme tracotante Europa proprio in queste settimane le oligarchie al potere dovranno decidere quali rapporti avere con la Cina: se obbedire agli ordini di Washington e ai suoi diktat o sviluppare i rapporti con Pechino che già oggi in via formale arrivano al 15% dell’interscambio diretto del continente, dunque superiore ormai a quello  con gli Usa, ma in termini reali, cioè attraverso altri Paesi, è parecchio più alto.  Domani arriva in Italia il presidente cinese Xi Jinping che poi andrà anche in Francia, oggi si è aperto il Consiglio Europeo dedicato alla questione cinese e il 9 aprile ci sarà il vertice annuale Cina-UE che si terrà a Bruxelles il 9 aprile, co-presieduto dal premier cinese Li Keqiang. Insomma molta carne al fuoco mentre a Washington  “invita” e  minaccia, vuole le barricate contro la Huawei e contro l’ingresso cinese nelle vere grandi opere strategiche. Tutto sotto il capitolo di una “minaccia cinese” agitata proprio da chi per tre quarti di secolo ha ricattato, spiato, rubato all’Europa tutto ciò che poteva servire a fare l’America grande e a conservarne il dominio planetario.

Non so cosa succederà, cosa decideranno Berlino e Parigi (quest’ultima con un interscambio industriale globale ancora inferiore a quello italiano, però noi lasciamo che sia Macron a decidere per nostro conto), ma una cosa è evidente, con la controprova del vertice di Hanoi fra Trump e Kim Jong: il sistema sanzionatorio di Washington non ha letteralmente alcun senso se non quello di impedire finché è possibile il ritorno alla multipolarità. Tuttavia a questo proposito mi piace riallacciarmi a uno degli slogan dei gilet gialli  che sberleffa l’ecologismo “gretino”, salottiero oltreché politicamente corretto quanto ipocrita o ottuso: “Fin du monde, fin du mois : même combat ! ” che vuol dire fine del mondo, fine del mese (inteso come capacità di acquisto del salario ndr) sono la medesima lotta, come comprende benissimo chi non si ferma ai fondotinta retorici del neoliberismo.  Ma qui ritorniamo all’inizio del discorso, perché nonostante i luoghi comuni diffusi a piene mani dai media occidentali, la Cina è divenuta anche un modello per l’ambientalismo possibile.

In meno di mezzo secolo il Paese è stato attraversato da un gigantesco sviluppo industriale che lo ha trasformato nella fabbrica del mondo mentre i capitalismi occidentali senza fiato si sono costantemente trasferiti nell’ex celeste impero per ottenere maggiori profitti e creare una disoccupazione strutturale nei Paesi di origine. Questo trasferimento di capitali ha permesso alla Cina di ridurre in maniera drastica la povertà nella stragrande maggioranza della proprio popolazione , ma non è “l’apertura al mercato” di per sé che ha permesso questo, poiché molti paesi a “basso salario” hanno attirato investimenti senza alcun risultato sociale. In ogni caso la rapidità di questa crescita ha ovviamente causato giganteschi problemi ambientali non fosse altro che per lo spostamento di centinaia di milioni persone dalle campagne alla città, dall’interno verso le zone costiere: possiamo immaginare l’esplosione dei problemi per il cibo, l’energia, l’acqua, per il trattamento  dei rifiuti, per l’inquinamento industriale a cui si aggiunge il passaggio all’agricoltura intensiva con il suo sfruttamento e ammorbamento di terreni. Insomma quattro secoli di storia europea e anche più, accelerati 8 volte. 

Con tutto questo la Cina è diventata notoriamente il leader assoluto nello sviluppo delle energie rinnovabili: vento , solare, idroelettrico e in una prima fase anche nucleare, anche se basato sulla tecnologia più pulita del torio e non dell’uranio: oggi produce il 31% dell’eolico dell’intero pianeta, il 71% di solare, il 28,9 per centro di energia idroelettrica e queste cifre vanno rapidamente crescendo mentre intere città, più grandi delle capitali europee, ancorché sconosciute, stanno lavorando oggi per ridurre le emissioni di carbonio e ripristinare la biodiversità: le “città-foresta” di Liuzhu e Shijiakhuang ( che hanno molto di italiano nei progetti) o l’ultra-moderna “città solare” di Dezhou nel Chandong) con la sua centrale solare galleggiante sono la vetrina di questo gigantesco sforzo. Incredibili anche i progressi nell’agricoltura biologica soprattutto nella produzione di riso e cereali per non parlare della grande muraglia verde  il più grande piano di riforestazione della storia, voluta per impedire l’estendersi del deserto del Gobi, le sui sabbie arrivano regolarmente a Pechino: un’area grande come il Regno Unito  o se vogliamo i tre quarti dell’Italia, completamente verde  che assorbe il 2,5 per cento della CO2 mondiale.  Lo stesso progresso si è avuto sull’inquinamento industriale a partire dal 2003 quando Jiang Zemin ha inserito la sicurezza ambientale  negli obiettivi strategici della Cina, non a causa dell’impegno “morale” e soggettivo, ma perché le risorse ambientali della Cina sono tanto vitali quanto la loro sostenibilità e perché non si può immaginare un miglioramento nella vita delle persone in un ambiente diventato invivibile. Il Ministero dell’Ambiente, creato nel 2008 conta oggi oltre 3000 organizzazioni locali e 130.000 dipendenti mentre due anni fa il Partito comunista Cinese ha ufficialmente intrapreso una battaglia totale contro l’inquinamento con tassazione delle industrie “sporche”, nazionali e straniere, interdizione assoluta per alcune società recalcitranti, ampio piano per la trasformazione del settore auto in elettrico, valutazione di tutti i funzionari e dirigenti locali o nazionali anche in base al rispetto per l’ambiente  e i risultati raggiunti.

Guarda caso l’ostilità aperta alla Cina comincia proprio in questo periodo in cui si iniziano a imporre vincoli ambientali alle imprese straniere sulla base di tre principi che sono esattamente il contrario delle dottrine occidentali:  1) che tutte le risorse naturali appartengono allo Stato; 2) che lo Stato rappresenta interessi nazionali superiori agli interessi privati; 3) che opera a lungo termine, non può essere sottomesso “al feticismo del tasso di crescita” ed è dunque l’unica entità che può portare a un riequilibro ambientale che richiede tempi medio lunghi. Ed ecco le ragioni per cui le elite atlantiche si limitano a fare ambientalismo -spettacolo e nutrono sospetti sulla Cina: non è la protezione dell’ambiente che li spaventa, ma l’evidenza che essa non può essere efficacemente realizzata in un contesto esclusivamente privatistico che ha al proprio centro il profitto. Ecco cos’è davvero la “minaccia cinese”. Si alla fine i nodi vengono pettine e la soluzione occidentale non è quella di sciogliere i nodi, ma di eliminare i pettini.


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