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Rea Ilva

Ilva: fumi come teschio,menzione per fotografa tarantina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno ricorda una delle più sfrontate lezioni di realpolitik, impartita da Blair quando dichiarò che in Iraq c’erano stati abusi, crimini, errori, “cose che non si dovevano fare”, ma grazie alla democrazia, venivano riconosciute e la gente poteva lamentarsene. Abbiamo capito che anche gli ultimi arrivati al governo hanno appreso l’insegnamento, quando Luigi Di Maio a Taranto ha “messo la faccia” come avrebbero detto quelli del Pd e  ha fatto qualche pubblica ammissione di sbagli commessi e ritardi. Si tratta di atti certamente lodevoli che starebbero a dimostrare la crescita della sua statura di statista come ha prontamente rilevato qualche entusiasta commentatore deliziato dalla sua “ compostezza, irriducibilità e anche un rigore sconosciuti”.

Perché invece restano però tutti gli interrogativi in sospeso, resta la sostanza della tragedia, resta quella pesante eredità che dimostra la riluttanza del nuovo a scardinare l’immondo edificio criminale del passato. Resta impunita una classe dirigente che ha cambiato collocazione istituzionale o elettorale grazie a vari giri di poltrone, e che negli anni si è macchiata come ha sancito la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dei reati di violazione degli articoli  8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un rimedio effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, autorizzando la prosecuzione delle attività industriali nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziavano la pericolosità per ambiente e salute.

A Taranto, centraline installate o no,  in funzione o  casualmente spente, si registrano incrementi preoccupanti delle emissioni di polveri sottili, di quelle ultra sottili e un aumento degli idrocarburi policicli aromatici cancerogeni. I Riva si godono il riposo degli ingiusti, salvati dai vari livelli di governo, nessuno escluso: siamo ancora in attesa della sospensione per via di decreto o per inserimento in quello Crescita, della impunibilità per i vertici dello stabilimento. Ancelor Mittel prosegue indisturbata nella produzione compresa quella di ricatti e intimidazioni, promossa da un accordo cappio siglato dal candidato di + Europa Calenda che lo vanta nel suo programma elettorale quale intervento salvifico per 10 mila famiglie di operai tenuti per il collo grazie  all’assunzione di ognuno dei lavoratori tramite contratto individuale a fronte dell’esubero di 3000. A dimostrazione che il nuovo anche per via di indemoniati  alleati, non è in grado o non vuole disfarsi del prima, si tratti di Triv, Tav,  Tap, Muos, discariche, come fossero camicie di forza nelle quali costringere qualsiasi rispetto della volontà popolare e dell’interesse generale. E a conferma che nel calcolo di guadagni e perdite non vengono mai annoverati i più di 500 morti in fabbrica per incidenti, le migliaia di contagiati dai veleni dentro e fuori Taranto, la compromissione irreversibile di piante, terreni, aria, acqua a chilometri e chilometri di distanza e, perchè no?  quella della dignità di una popolazione che ogni giorno ancora viene costretta a scegliere tra fatica e cancro, tra salario e salute, tra sottomissione e dignità.  Tutto questo in una regione che paga il prezzo di una narrazione: la retorica dello sviluppo, mascherando dietro una falsa solidarietà nazionale le pressioni di un colonialismo assistenziale che considera territorio e cittadini  come laboratorio di un esperimento di sfruttamento ad opera di imprenditori e manager avidi, di tecnocrati aziendali e amministratori “progressisti”, che hanno realizzato una trasformazione della cittadinanza in clientela taglieggiata e blandita, una conversione aberrante della quale il sindacato è stato complice consapevole.

Non si capisce che cosa dobbiamo ancora aspettare per chiudere “questa” Ilva ex Riva, ora Arcelor Mittal, il cui piano di acquisizione della fabbrica era stato considerato poco credibile dalla gestione commissariale così come quello di risanamento e che ora si sta fondendo con la tedesca TyssenKrupp, sempre quella,  sia pure con un progetto di nazionalizzazione che più passa il tempo e più si rivela utopistico anche se nei fatti l’Italia ha bisogno di siderurgia . Quanti morti e quali costi dobbiamo ancora subire per capire che non si tratta di un tema locale magari da affrontare con un referendum cittadino come si vuol fare con tutte le controversie scabrose, perché è invece la punta di un iceberg, la più vergognosa, affiorata dal mare di altri siti avvelenati e avvelenatori, proprio là, in un’area di 125 chilometri quadrati, lungo 17 chilometri di costa, comprendente il mostro e le sue discariche ma pure la raffineria Eni, le due centrali termoelettriche ex Edison passate all’Ilva, la centrale Enipower, la Cementir, due inceneritori, la discarica Italcave, una delle più grandi basi navali militari del Mediterraneo, l’arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.

E poi quanti altri: la discarica di Bussi e i veleni riversati nel fiume Pescara, la Centrale Porto Tolle (danno ambientale, stimato dall’ Ispra intorno ai 3 miliardi di euro); l’Ex Pertusola Sud per la produzione dello zinco dismesso nel 2000 (anche qui danni per 3 miliardi di euro nell’area di Crotone) o il Petrolchimico Priolo (per il disinquinamento ci vorrebbero 10 miliardi); la Chimica Caffaro di  Brescia ( l’Ispra stima un danno di almeno 1,5 miliardi di euro); le centrali di Brindisi, area Sin ( danno di 3,5 miliardi); l’area frusinate a sud di Roma (un miliardo il danno provocato da diverse industrie nella Valle del Sacco, tra cui la Caffaro, colpevole anche del rischio delle lagune di Grado e  Marano, calcolato in un ,miliardo) ); il Fiume Toce e il Lago Maggiore (la Syndial dell’Eni è stata condannata a pagare quasi 2 miliardi di euro per averli contaminati); Cogoleto, una delle zone  più inquinate d’Italia, dove l’ex stabilimento Stoppani per trattamento del cromo ha comportato sconci per quasi un miliardo e mezzo di euro.

Quanta altra Italia dobbiamo veder morire di tossine letali, compresa la complicità con una classe padronale da parte di uno Stato che non ha saputo controllare nemmeno le sue imprese, e di governi e amministrazioni comprate in cambio di consenso e prebende, prima di pensare che le bonifiche sono un onere a carico degli inquinatori come vorrebbe una legge disattesa e derisa, oltraggiata e vanificata tramite altre leggi di segno opposto, nazionali e regionali, come la famosa “antidiossina” prontamente svuotata di portata e significato proprio per consentire all’Ilva di uccidere indisturbata, come il Codice ambiente subito invalidato per quanto concerneva le emissioni dal successivo Milleproroghe.

Quante altre morti renderanno credibili e autorevoli le rilevazioni delle emissioni usate come pelli di zigrino perfino da Vendola che con il suo piglio lirico ebbe la faccia di tolla di rivendicare i “comuni valori cristiani” che condivideva con i Riva e pure con la Marcegaglia, quella degli applausi ai killer della Thyssen diventata poi l’attachée della multinazionale francoindiana, mentre correva sul filo del telefono  la demolizione della autorità scientifica del direttore dell’Arpa, quando si intimidivano i giornalisti e altri se ne compravano, quando si sbeffeggiavano perfino gli amici di partito che osavano far proprie le analisi indipendenti dell’Arpa.

Quanti altri delitti verranno consumati ai danni del territorio e dell’ambiente prima che si riveda l’Aia, Autorizzazione integrata ambientale, e più in generale, che si pensi a ridare forza ai processi di valutazione della pressione sull’ambiente delle produzioni  che i precedenti governi hanno impoverito e limitato in favore delle aziende.

E quanti altri soldi nostri dobbiamo impegnare per salvare oltre alle banche criminali anche le aziende criminali, in attesa di altri misfatti prossimi che si stanno consumando e  si consumeranno nei gioielli di famiglia conservati, come la sorella dell’Ilva, l’acciaieria di Trieste, svenduti a prezzo di favore, chiusi con i loro delitti sepolti che però continuano a mietere vittime, esportatori delle stesse consuetudini a corrompere e ammorbare ben oltre i confini nazionali.


Patristica vendoliana

1420956008-ipad-73-0Alle volte si vorrebbe urlare “giù la maschera”. E forse non c’è personaggio che incarni meglio di Vendola questa pulsione. L’uomo che se la rideva con i Riva  per i fumi mortali dell’Ilva che facevano carne di porco del diritto alla salute, quello che non ha avuto il coraggio di difendere con un no aperto i diritti del lavoro dal job act, ora rivendica il proprio diritto alla paternità, entrando nel meraviglioso mondo della compravendita di uteri a cui sono costrette le poveracce (in Usa la tariffa per l’affitto dell’utero va da 14 mila a 18 mila dollari su totali per l’intero intervento che si aggirano dai 100 ai 300 mila dollari). In pratica si è comprato un diritto di classe svendendo diritti di classe. E pretende di nascondere, di attenuare tutto questo dietro l’alibi emotivo dei diritti negati dell’omosessualità.

Ma questo tralignamento personale, peraltro immaginabile dietro le narrazioni enfatiche, da poetino del politichese, nasconde  un tradimento molto più essenziale di ciò per cui diceva di battersi: ha sostanzialmente benedetto la compravendita di bambini ancorché la trattativa commerciale si svolga prima del concepimento, e in secondo, ma vitale luogo,  ha fatto opera di testimonianza personale del nuovo concetto di diritti acquistabili e non più conquistabili. La paternità e la maternità sono una possibilità e un desiderio, ma in che senso si possono definire un diritto se non in un mondo nel quale questi sono in vendita nelle boutique dei ricchi o degli abbienti? Ed è quasi ovvio che in un’era in cui il diritto al lavoro, alla casa e alla salute sono diventati una bestemmia i diritti di mercato finiranno a lungo andare per non conoscere confini e condurci per mano a cose finora impensabili.

D’altronde l’idea alla Bateson di mettere dei limiti o dei freni alla ricerca scientifica  non è concretamente praticabile, oltre ad essere politicamente sospetta, perché trasferisce ingenuamente sull’attività di ricerca prospettive che hanno senso e applicazione solo in un progetto generale di trasformazione sociale che vada in direzione diametralmente contraria a quella del mercato. Una società in cui i diritti oltre ad essere quelli socialmente rilevanti sono anche quelli per tutti , non quelli a disposizione  delle “macchine individualmente desideranti” in cui ci hanno trasformato. A disorientare non è il fatto che sia nato un bambino costituzionalmente orfano di madre e tutte le notissime e immaginabili fesserie gridate del milieu catto reazionario che peraltro è amabile prosseneta del mercatismo , ma l’arroganza classista nell’accedere alla compravendita di uteri, ovuli e feti che di per sé giustifica le logiche di mercato in ogni loro forma.  Una buona ragione per fare solo il padre a tempo pieno.


Svendola di paternità

tobiaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sarò un bastian contrario, avrò un’evidente e colpevole idiosincrasia nei confronti dello snobismo di massa, ma non mi associo al coretto estatico che è seguito al lieto annuncio da parte di Vendola e del suo compagno di vita dell’acquisizione di un bimbo di nome Tobia, creatura innocente e doppiamente esposta alle ferite della vita, in qualità di simbolo oggetto di ostensione e scandalo proprio da parte di chi dovrebbe proteggerlo e salvaguardarlo.

Ma invece riconosco all’ex presidente della Regione Puglia, che già in passato si era dimostrato esente, inconsapevole o indifferente ad altri veleni, di averci voluto dare dimostrazione, dopo mesi di sorprendente silenzio da parte di uno dei più dinamici, lirici e visionari esternatori “a cazzo” della politica nazionale, che il Ddl Cirinnà, il riconoscimento delle unioni di fatto con annessa o rimossa fedeltà e  l’adozione del figliastro detta stepchild adoption, non c’entrano nulla con l’utero in affitto. Pratica cui,  una volta di più è dimostrato in questo caso, continuano a ricorrere quei tandem affetti da coazione a procreare a tutti i costi, per una varietà di motivi non tutti nobili, spesso manifestazione di indole proprietaria, siano essi coppie sposate o conviventi, perlopiù eterosessuali, equipaggiate di una condizione di benessere e dei mezzi sufficienti per approfittare delle opportunità offerte dal mercato.

E infatti la coppia molto corteggiata dalla stampa scandalistica e non solo, ha potuto andare a comprarsi gli ovuli necessari e poi affittare un grembo materno da una donna che supponiamo non sia una imprenditrice, una docente universitaria, una manager, una professionista, tanto privilegiata da scegliere una prestazione piuttosto discutibile in nome di una malintesa solidarietà, e nemmeno una ragazza madre decisa a assicurare una vita più sicura a un figlio della colpa, come si sarebbe detto un tempo, bensì una qualche probabile povera crista, costretta a abiurare per bisogno a libero arbitrio e leggi di natura, quelle che piacciono tanto a Alfano e Giovanardi, per concedersi in veste di partecipe contenitore.

Privilegiata due volte la coppia Vendola- Testa, perché in condizione di potersi permettere il lusso estremo di una paternità surrogata e di sottrarsi alla legge nazionale italiana, che vieta e vieterà l’utero in affitto, grazie alla nazionalità di uno dei due partner, ma soprattutto in virtù di quella divina condizione di impunità legale e morale che deriva dall’appartenenza castale a un ceto consapevole e legittimato a potersi permettere tutto, anche scelte almeno “inopportune” rispetto a ideali e valori professati e militati,  che dovrebbero condannare sfruttamento e disuguaglianze.

L’amabile pigolio dei fan in risposta al certamente infame schiumar di collera degli squadristi, offre una liberatoria in nome dell’amore, concetto molto propagato in questi giorni di repêchage renziano del berlusconi pensiero: ha vinto l’amore, ha detto il premier altrimenti anaffettivo in occasione dell’approvazione del vergognoso topolino sortito dalla montagna evidentemente insormontabile del pari accesso a diritti fondamentali. Accreditando obliquamente che trattasi  di un bene, anche quello, soggetto alla solita discriminazione, che lo rende godibile e accessibile interamente a chi può, a chi ha, a chi possiede e vuole possedere ancora di più e illimitatamente, a chi ha la fortuna spesso dispensata dalla dea bendata, dalla lotteria naturale, altre volte per fidelizzazione e conformismo, al ceto privilegiato. E che invece è sempre più limitato quando non negato ai comuni mortali, cui si impedisce anche di crepare con dignità, prerogativa anche quella a pagamento, e si vieta di sposarsi o di convivere sotto lo stesso tetto, di procreare anche nell’ambito di una coppia benedetta da Alfano e Gasparri, di garantire assistenza, cura e istruzione alla prole.

In effetti l’amore non gode di buona stampa salvo negli slogan di regime, che invece nutre anche per legge i più tremendi istinti volti a creare inimicizia, sospetto, diffidenza, che rompe vincoli e patti, che induce a odiare e invidiare gli altri da noi, perfino chi sta più sotto, condannato a essere detestato perché non avendo nulla da perdere attenta al poco che ci resta.

E non basta aver sofferto di discriminazione e omofobia, di aver avuto un percorso esistenziale difficile per rivendicarne il possesso esclusivo, per arrogarsi una possibilità vietata da altri e fuori dall’ambito della legalità, in altri contesti professata con dubbia aderenza personale. Basterebbe invece a esaltare un impegno politico, morale, civile   per promuovere una legge che faciliti le adozioni per tutti, coppie eterosessuali, omosessuali, per single, per donne e uomini di buona volontà che un po’ di amore lo conservano anche per creature non “loro” e che sostituiscono al possesso, la solidarietà, la generosità, la tenerezza, la comprensione, l’umanità.

 

 

 

 


Cosmopolitica da Marte

26pol2-cosmopolitica-5050-420x277Lo vediamo che  Renzi si dibatte come un’anguilla nella tenaglia fra l’Europa  e la ripresa inesistente nella quale da buon frequentatore del bar sport credeva così ingenuamente da far fuori anzitempo Letta perché non ne godesse i frutti. Sappiamo anche che il disastro è in agguato perché in questa ingannevole prospettiva, sotto la spinta dei voraci e opachi padroni del vapore locali, il premier si è slanciato nelle regalie pre elettorali degli 80 euro e nelle donazioni alle aziende del job act, tutte cose prive di senso al di fuori del teatrino mediatico e che ora pesano come un macigno obbligando il governo a un nuovo e inevitabile aumento della tassazione, prescritto del resto da Bruxelles attraverso le clausole automatiche di salvaguardia (aumento di 2 punti dell’Iva, delle accise e via dicendo).

Questo senza parlare del danno immenso che l’inconsistenza politica del premier e del suo governo, il suo essere un sottoprodotto dell’Europa oligarchica, producono rendendo l’Italia completamente assente sul piano internazionale e ridicolo megafono di volontà altrui. Ma è desolante vedere come anche all’opposizione che teoricamente dovrebbe potersi avvantaggiare di tutto questo, le cose non vadano molto meglio e dimostrino il nulla di ideazione e cultura politica, l’involuzione drammatica del Paese. Lo dimostra  meglio di ogni altra cosa la “dieta” di Sinistra Italiana (in pratica Sel allargata)  che si è data da fare per presentare la sua “Cosmopolitica”. Di cosa si tratta? Di niente è solo l’ennesimo involucro che si propone di conquistare uno spazio elettorale, vasto, ma non coperto da nessuno, un tentativo di creare un contenitore che salvi trombati, rottamati, epurati e marginalizzati dalla tragedia personale della perdita della poltrona. Con relativi saluti e interventi del Jedi Vendola e della principessa Leila alias Boldrini.

In particolare fra deliri di vario genere messi lì a pantografare i cliché in cui ormai consiste la sinistra, si è potuto osservare lo spassoso spettacolo di chi, appena atterrato da Marte (forse è questo il senso della Comopolitica) , continua imperterrito a parlare dell’altra mitica Europa e della conseguente necessità di non fare assolutamente nulla per spezzare la cortina di ferro dell’austerità, nonostante le terribili esperienze fatte in questi anni. Le parole di Fassina sono illuminanti, pur costituendo la notte in cui tutti i detentori di poltrone sono neri e l’ennesima giravolta del personaggio : “L’alternativa non è la solitaria e disperata uscita dall’euro. L’alternativa è, insieme al programma di democratizzazione dell’euro-zona, la preparazione in un quadro cooperativo di un Piano B pro-labour”. Naturalmente non è dato sapere quale sia questo programma di democratizzazione dell’Europa, né con quali mezzi lo si potrebbe portare avanti e nemmeno cosa significhi il quadro cooperativo del piano B: direi che si tratti proprio di robaccia di bassissima lega, di parole messe assieme col famoso tubolario e che non spiegano affatto come si possa fare di qualcosa di sinistra senza mettere in discussione la lettera e il senso dei trattati che hanno sottratto democrazia e partecipazione.

Anzi peggio: a voler proprio pensare male sembrerebbe persino un appello al potere perché sia comprensivo nei confronti di un’opposizione così innocua da riproporre tali e quali i propri fallimenti e opponendosi in corpore vili, con la sua sola presenza, alla nascita di opposizione vere, più agguerrite sul piano della prassi e delle idee. Per il resto non ci vuole poi molto a raggranellare qualche voto: basta ormai dimostrare di essere il meno peggio per lucrare sulla disperazione politica di chi non è più in alcun modo rappresentato. Poco importa che uno o anche cento deputati non possano ( e mi pare nemmeno vogliano ) cambiare una virgola della politica di bilancio  detenuta di fatto da Bruxelles e dalla Bce; ma sono una o cento  poltrone e posizioni nell’immenso sottobosco della politica. Così viene da pensare che Cosmopolitica sia in realtà il piano B di un ambiente che ormai non sa distaccarsi dai propri riti, pruriti e relazioni, senza riuscire a dire nulla né di nuovo, né di ragionevole, recitando il rosario astratto degli antenati che al momento opportuno fanno finta di non conoscere .

Vi prego, ritornate su marte, è lì che fanno Cosmopolitica.

 


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