00-03a-democracy-not-corporatocracyDa molti punti di vista l’Europa è stato un disastro per i popoli che la compongono e un grande successo per i poteri che l’hanno sfruttata con lo scopo di imporre un arretramento civile, una “riduzione della democrazia” , una strage di diritti sul lavoro e di tutele di cittadinanza. Il matrimonio di comodo tra finanza e interessi nazionali dei Paesi più forti intervenuto con la crisi, ha insomma diroccato proprio il modello economico europeo, grazie anche a quell’arma letale che si chiama euro.  Tutto questo assume ormai un’evidenza solare sia sul piano dell’economia dove la dottrina dell’austerità è stata ridicolizzata, sia su quello politico dove ormai si fanno sempre più frequenti le voci di dissenso, persino da parte di Martin Schulz, capo della solciademocrazia a Strasburgo, ma anche amico personale della Merkel che lo vuole a tutti i costi futuro capo della commissione europea, nel caso di una vittoria socialdemocratica alle europee.

In realtà il fallimento era evidente già da due anni, proprio ad essere ciechi, ma  si è andati avanti come volevano i poteri finanziari, come conveniva alla Germania (non certo ai ceti popolari tedeschi)  e ancora adesso il gregge dei Paesi della periferia continentale sono chiusi nell’ovile, tra i recinti di governi vassallatici formati da complici di provata fede e chierici dell’intelligentja con il cero in una mano e il responsorio europeista nell’altra. Nemmeno si sono accorti che l’idea di Europa non c’entrava nulla con quanto stava accadendo, anzi era il suo opposto.

Tuttavia ancora non si vede via d’uscita: prima di arrivare al riconoscimento degli errori e a qualche correzione di rotta, prima che la Germania sia costretta a rivedere il suo enorme surplus commerciale e si arrivi a una nuova Bretton Wood, prima che scoppino insurrezioni e disgregazioni, i potentati economici vogliono raggiungere ancora un’obiettivo: diventare i legislatori al posto dei Parlamenti e degli Stati. Il pugnale per quest’ultimo pogrom di democrazia, è già bello pronto, messo in un fodero apparentemente inoffensivo e riccamente intarsiato: è il trattato per la creazione di un mercato unico Europa – Usa.

All’opinione pubblica viene venduto come una semplice eliminazione di dazi, ma in realtà prevede la rimozione di ogni norma statale e perfino europea che si proponga di dare ai cittadini strumenti di controllo e di contrasto nei confronti delle corporation. Il meccanismo specifico si chiama “risoluzione delle controversie investitore – stato” e prevede in sostanza che il profitto e gli interessi delle compagnie siano tutelati al di là e contro le leggi degli stati, divenendo così il fulcro regolatore delle comunità. Il tutto viene gestito non attraverso i tribunali, ma attraverso arbitrati coperti da segreto tra avvocati aziendali, le cui decisioni sarebbero insindacabili. Questo in parte già accade in varie parti del mondo, soprattutto anglosassone, e uno dei “giudici” di questi organismi di arbitrato rivela: ” “Quando mi sveglio la notte e penso all’ arbitrato, non cessa mai di stupirmi che gli Stati sovrani abbiano accettato tutto ciò … ai privati ​​è affidato il potere di rivedere, senza alcuna restrizione o ricorso, tutte le azioni del governo, tutte le decisioni dei tribunali, e di tutte le leggi o regolamenti emanati dal Parlamento”.

Infatti la Philip Morris è riuscita a farsi risarcire dal governo australiano per la decisione presa da quest’ultimo di eliminare i marchi dai pacchetti di sigarette: un arbitrato ad Hong Kong (per una complessa vicenda di accordi commerciali)  ha deciso che il marchio era una “proprietà intellettuale”; oppure l’Argentina ha dovuto pagare un miliardo di dollari alle società di gestione dell’acqua per la decisione di congelare le tariffe al tempo della crisi nera nel Paese sudamericano; una società canadese che non è riuscita ad aprire una miniera d’oro in Salvador a causa dell’opposizione delle popolazioni locali, otterrà un risarcimento di 315 milioni e infine il governo dello stesso Canada è stato citato dalla società famaceutica Usa Ely Lily perché i tribunali avevano revocato due brevetti su medicinali di incertissima e non provata efficacia. La richiesta è di 500 milioni.

Ma sono briciole in confronto a quanto avverrà col trattato transatlantico. Addirittura la fantastica e tragicamente comica commissione europea dice che l’arbitrato privatistico è necessario perché  i tribunali nazionali non offrono una protezione sufficiente alle società visto che “potrebbero essere prevenuti o mancare di indipendenza.” E’ del tutto evidente che presupposti di questo genere possono essere usati per distruggere i servizi sanitari pubblici, per evitare qualsiasi controllo delle banche o incoraggiare  l’avidità delle multinazionali dell’acqua o dell’energia, per sventare qualsiasi ritorno alla gestione pubblica.  E in ogni caso mettono praticamente fuorilegge qualsiasi tema legato al controllo del profitto, della gestione dei beni comuni, di qualsiasi intervento diretto o indiretto dello Stato. Non a caso le sinistre nostrane di governo, sono entusiaste di questo trattato.

Solo dopo aver raggiunto l’obiettivo di spostare il potere legislativo reale in mano alle multinazionali verrà presa in considerazione di fare una qualche elemosina ai più poveri perché se ne stiano buoni e magari anche quella di una ristrutturazione del debito, ovvero di un default morbido. Questa è l’Europa, quella vera, non quella di cui scrivono anziani glossatori nelle loro bustine o nelle loro prediche domenicali o quella addobbata a festa dei complici o ancora quella rancida tenuta nella madia delle belle speranze per troppo tempo. Ed è ora, mi sembra, di svegliarsi.