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La fame e gli affamatori

fat_kits_eating_mcdonaldsOgni giorno ci tocca sentire sciocchezze dei neo liberal ignoranti, bugie pietose, menzogne sfacciate e verità di zucchero filato quando chi propala narrazioni abonormi rischia di essere smascherato. La possibilità di scelta è pressochè infinita, viviamo immersi come sottaceti nell’inautentico, nel non esserci potrebbe dire  Heidegger che d’altra parte se ne intendeva parecchio. Il peggio di questa rappresentazione al minimo livello possibile dell’umanità, non è però l’inganno o la rappresentazione fraudolenta, ma la verità amputata delle proprie ragioni, quella che sembra navigare nel nulla come una fata Morgana, quella fatta passare come un dato di natura e dunque inevitabile.

Recentemente l’Onu nel suo rapporto sulla sicurezza alimentare e la nutrizione ci fa sapere che nel 2016 le persone che rischiano di morire di fame sono 815 milioni, vale a dire 82 milioni in più rispetto all’anno precedente, un dato che dai primi rappporti sul 2017 è destinato ad aumentare ancora e di molto quest’anno. Tuttavia questa situazione di drammatico degrado viene affrontata come se fosse un puro dato contabile o una spiacevole calamità naturale senza nemmeno tentare di capire le ragioni di ciò che avviene. Et pour cause: perché mettere il dito sulle cause ovvero sull’affossamento dell’agricoltura locale in favore dei profitti delle multinazionali alimentari, la trasformazione di milioni di ettari da policoltura e allevamento, in monoculture destinate quasi in toto all’esportazione e di fatto divenute aree franche defiscalizzate, la progressiva scomparsa dei piccoli agricoltori abbandonati alla mercé dei cosiddetti mercati internazionali, chiamerebbe immediatamente in causa quel sistema liberista che poi, attraverso il braccio secolare dell’impero, tiene la stessa Onu per le palle, tanto per usare un’espressione aulica.

In due parole la fame aumenta a causa della mondializzazione che tanto piace a quel migliaio di persone che detiene i tre quarti della ricchezza del pianeta e alle vittime consapevoli o meno della loro egemonia culturale, sinistre rituali comprese o quelle che pensano di contribuire a una soluzione con i 9 euro al mese. Ed ecco allora che l’Onu individua le cause della crescita enorme della malnutrizione non nella struttura stessa della produzione, ma nei cambiamenti climatici e nelle guerre, (spiegazioni peraltro evitate in altre sedi) cosa che peraltro non corrisponde alla geografia della malnutrizione dove invece le multinazionali producono a più non posso. Evidentemente il cambiamento climatico funziona come la nube di Fantozzi che si accanisce contro i poveri, come del resto le guerre, tutte, nessuna esclusa, di origine occidentale e dunque con i piedi ben saldi nel sistema di comando e nella sua totale amoralità.

Di certo non è il riscaldamento globale che costringe decine di migliaia di bambini e adolescenti a lavorare nelle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio che fruttano enormi profitti alle note Nestlè, Lindt, Mars o Ferrero e compagnia cioccolatante (vedi qui ) oltre a distruggere quasi totalmente la foresta e a impoverire il Paese invece di arricchirlo. Ma il buon occidentale si preoccupa dell’olio di palma, dimostrando che certe campagne non nascono a caso. E non è certo per via dei cambiamenti climatici che Mali e Niger vivono nella più estrema miseria mentre la francese Areva ruba loro l’uranio di cui dispongono e con le sue truppe cerca di mantenere libere le strade del flusso di minerale, suscitando così rivolte e terrorismo, che poi viene immancabilmente deplorato dal mainstream. Un fatto anche questo che contribuisce a distruggere l’agricoltura e l’allevamento locale. Sono solo esempi di una realtà variegata e complessa, ma

L’ipocrisia sulla quale si reggono queste verità prive di ragion sufficiente, è la stessa che ha ribattezzato l’ insieme di aree che una volta facevano parte del mondo del sotto sviluppo in Paesi in via di sviluppo o emergenti, così da rendere meno stridente la contraddizione tra grandi profitti di rapina e strutture evolute con la fame nera delle popolazioni. La promessa di benessere infinito garantito dalla fine della storia, dalla mondializzazione felice e dalla deregolamentazione dei mercati si è tradotta come ormai troppo spesso accade in nominalismo farisaico  nel tentativo di nascondere la realtà che ormai in ogni sua forma presenta diseguaglianze del tutto inedite nella storia, cosa che ai malati di liberismo appare come una cosa positiva. Il che fa del pensiero unico la vera droga da mettere al bando.

 

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L’uomo del banco dei pegni

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vedrete che prima o poi ci toccherà leggere un’accorata lettera aperta a Repubblica di Lei –  la Maria Elena, più bella che intelligente? – che, sia pure delusa, sia pure offesa, sia pure oltraggiata, sia pure tradita e ferita nei suoi affetti più cari, quelli figliali, esprime tuttavia delicata e muliebre compassione nei confronti di Lui, un malato, affetto da un forsennato delirio di onnipotenza e da una paranoia ossessiva che lo spinge a contraddire le sue stesse parole e i suoi stessi atti nella schizoide, folle e pervicace difesa di una perduta posizione di potere.

E in effetti non avrebbe del tutto torto a vedere quel furto di identità quella sindrome di Zelig che porta Lui, il Renzi, a farsi di volta in volta Salvini per aiutarli in casa loro, Papa per concedere il tardivo e caritatevole ius soli, Weinstein per molestare la Costituzione, Di Maio per reclamare epurazioni e purghe perfino retroattive di controllori sleali, in modo però, è inutile dirlo, da smantellare superstiti edifici e sistemi di vigilanza e contribuire a una generale sfiducia che consolidi il primato della libera iniziativa sregolata,   della licenza totale e legalizzata del conflitto d’interesse e dell’interesse privato.

Il fatto è che la sua interpretazione migliore resta quella del servo di tutti padroni, di quella cupola  costituita dall’alleanza di finanza e banche, gruppi e multinazionali e lobby, rendite e latifondi, tycoon dell’informazione/intrattenimento, e il suo contorno di politica compiacente,  agenzie di rating, concordi nel perseguire il disegno di sostenere nazionalismi quando inseguono il sogno regressivo del riarmo esterno a fine di conquista e di quello interno a scopo di repressione e arroccamento dietro muri e fili spinati, mentre  espropria popoli e stati di sovranità e democrazia per imporre il suo dominio deterritorializzato e  trasversale, E che da noi in forma appariscente comprende oltre all’ormai ineliminabile presenza di organizzazioni criminali, quelle massoniche, come, proprio a proposito di banche, denunciava nelle sue conclusioni finali la Commissione presieduta da Tina Anselmi, “A completare il quadro concorrevano inoltre, i contatti emergenti con esponenti di numerose banche pubbliche e private per alcune delle quali le presenze … nella loggia P2… erano particolarmente significative per qualità e rappresentatività, come per la Banca Nazionale del Lavoro (quattro membri del consiglio di amministrazione, il direttore generale, tre direttori centrali di cui uno segretario del Consiglio), il Monte dei Paschi di Siena (il Provveditore), la Banca Toscana (il direttore centrale), l’Istituto centrale delle casse rurali e artigiane (il presidente e il direttore generale), l’Interbanca (il presidente e due membri del Consiglio), il Banco di Roma (due amministratori delegati e due membri del consiglio di amministrazione). Infine: il Banco Ambrosiano col presidente e un membro del consiglio di amministrazione”.

E infatti i contesti criminali dall’Ilva alle banche non si nazionalizzano: lo Stato serve in quel caso per intervenire nelle aree di crisi, per metterci i nostri soldi che invece non ci sono mai per il sistema assistenziale, per quello scolastico, per il risanamento del territorio, per dare casa ai terremotati, perché occorrono per facilitare il generoso e solidale prodigarsi in operazione di salvataggio di istituti criminali e sofferenti da parte di istituti criminali che pretendono di non soffrire più prendendosi l’attivo su cui speculare e scaricando sul soggetto pubblico, noi, il corpaccione verminoso dei passivi.

E non c’è da dubitarne: le banche italiane da anni hanno scelto il brand  di drenare risorse dai “piccoli”(risparmiatori, mutuatari, richiedenti prestito) per mettersi al servizio dei “grandi” (affaristi, speculatori, top manager, azionisti di grandi aziende) che le trattano come un bancomat personale. E sono infatti i secondi a alimentare la patologia non ripagando i finanziamenti e i prestiti senza garanzia concessi dal ceto omologo e speculare ai loro manager, superdotati di pelo sullo stomaco, stipendi d’oro, indole alla trasgressione e buone parentele. Mentre sono i primi a pagare due volte, con le operazioni, i risparmi, i mutui, e poi coi capestri e gli espropri   se non fanno fronte ai debiti o se sono caduti nella trincea delle lusinghe avvelenate.

No, Lui non è malato anche se possiamo immaginarlo nelle vesti ultime di piccolo Napoleone con la feluca in testa e la mano dentro alla redingote mentre si aggira nei corridoi del manicomio. Abbiamo fermato il cammino del suo miserabile golpe personale ben collocato e funzionale a quello sovrastante e tristemente epico di finanza, banche, potentati, gruppi di interesse privato, multinazionali coi loro accordi, i loro trattati, le loro alleanze. È proprio venuta l’ ora di stringerlo noi, un patto, per rovesciarli.

 

 

 

 

 

 


Tunisia, le donne, il petrolio e le multinazionali

042_CS_140478_1552782-k1jE--835x437@IlSole24Ore-WebGiornali in grande spolvero, specie quelli redatti in Italia, ma pensati a seimila chilometri di distanza verso ovest: si tratta di festeggiare la notizia che il presidente Essesbi vorrebbe dare alle donne tunisine la possibilità di sposare uomini non mussulmani senza l’obbligo che essi si convertano prima del fatidico si. Questo dimostrerebbe l’evoluzione del paese dopo la primavera araba e il successo del processo di civilizzazione di un regime sostenuto principalmente dai governi e dai petrolieri occidentali, i quali, similmente a ciò che avviene da noi in Europa e in Usa, spingono molto sulle libertà personali per tagliare quelle sociali.

Ora non vorrei dare l’impressione di essere contrario a un provvedimento del genere che mi sembra invece il minimo sindacale della convivenza , ma non capisco perché mentre si giubila per la Tunisia e si fa comprendere come essa, anche grazie a questo, stia uscendo dal medioevo, le medesime considerazioni vengono completamente dimenticate quando si tratta di altri: mi chiedo se in questi giornali e nelle catene dei media mainstream occidentali si sappia per esempio che in Israele sempre portato ad esempio di civiltà nel barbaro mare mussulmano, il matrimonio ( e il divorzio) è stato fino a ieri esclusivamente rabbinico, gestito direttamente dalle autorità religiose, dunque esclude uomini e donne che non siano di religione ebraica, per non parlare di laici. Così migliaia di israeliani sono costretti a sposarsi a Cipro dove invece ci si può unire civilmente, facendo la fortuna di questa piccola isola piena di agenzie che organizzano le nozze, fiorai, alberghi dedicati, catering e quant’altro: il 20 per cento del turismo in termini numerici, ma il 40 in termini di ritorno economico, è dovuto a questa migrazione nuziale.

Eppure su tutto questo si stende un silenzio infinito perché non si può dire che lo stato ebraico sotto certi aspetti appare più integralista di molte aree mussulmane dove almeno formalmente le unioni civili esistono. Ma non è di questo che voglio parlare quanto piuttosto della Tunisia come un esempio di narrazione deviata che si pretende sia informazione: il regime di Ben Ali, durato la bellezza di 23 anni, sostanzialmente aveva svenduto il Paese ai petrolieri, in cambio di mazzette che assommano a milioni dollari finiti nelle tasche sue e dei dirigenti politici: basti pensare che British Gas con una quota del 60% di estrazioni  paese grazie ai giacimenti di Hasdrubal e Miskar, di sua intera proprietà, rivende il gas alla STEG (Società Tunisina di Elettricità e Gas) a prezzi di materia prima importata. Nel 2007 ai pescicani già presenti si sono aggiunti la britannica Petrofac e l’austriaca Tps che volevano sfruttare i giacimenti delle isole Kerkenne propria davanti a Sfax ( anche qui si ipotizzano due milioni di mazzette: questa volta però ci si aspettava un certo ritorno, assunzione di quadri qualificati e di operai provenienti da quella zona del Paese e una qualche redistribuzione dei proventi, anche per bilanciare la perdita secca provocata dalle piattaforme estrattive all’attività di pesca. Invece nulla: tutto personale importato e quel poco locale assunto con salari da fame, intorno ai 150 euro, parecchio meno della Corea del Nord tanto per istituire un paragone che farebbe scandalo tra i produttori nostrani di “notizie”.

Così alla fine del 2010  comincia la lotta degli abitanti delle Kerkene per la difesa delle loro risorse naturali, lotta che ben presto passa alla prospiciente Sfax, seconda città del Paese e si diffonde dovunque contro la disoccupazione e i salari: grandi manifestazioni di disoccupati e blocco degli impianti di estrazione con dure battaglie contro la polizia e le squadre ingaggiate dai petrolieri. Per i media occidentali si tratta  di proteste per il caro vita e si mette in primo piano l’episodio dell’ambulante che si dà fuoco davanti al governatorato di Sidi Bouzid, tutto rimane vago e senza ragioni o meglio la colpa ricade su Ben Alì presidente autocrate che tanto aveva fatto, dietro lauto compenso, perché il suo Paese fosse depredato: poi il tutto viene ribattezzata “rivoluzione dei gelsomini”, nome suggestivo, ma nulladicente e incasellate dentro la “primavera araba” altra elusiva chimera linguistica. L’occidente adesso si dà da fare per stare dalla parte della gente dopo averla affamata e soprattutto per gestire le cose in maniera che lo sfruttamento intensivo non provochi un vero cambiamento capace di mettere in pericolo le multinazionali e si cerca di aiutare  il presidente della Camera, divenuto presidente ad interim, nel placare le ire della folla distribuendo un po’ di posti nella pubblica amministrazione, soprattutto nelle Kerkene e a Sfax epicentro della protesta.

Intanto si lavora a una nuova costituzione liberal democratica che viene varata nel 2014 con successive elezioni,  bendette ” a livello internazionale” ossia da Washington come valide e prive di ombre dopo la vittoria del moderato Essesbi. Inutile dire che sarebbero state considerate diversamente se la vittoria, per altro favorita da partiti sorti dal nulla come quella del “petroliere” anglo tunisino Slim Rihai, un maneggione che ha fatto oscuri affari con Gheddafi e che è poi stato condannato a 25 anni per riciclaggio di denaro sporco. Nel frattempo però, nonostante scioperi generali, cortei,  battaglie urbane non è che sia cambiato nulla e le proteste isolate vengono classificate come terrorismo o incipiente terrorismo. Anche dopo la formazione del nuovo esecutivo le cose non cambiano affatto, anzi vengono revocate a partire dal primo gennaio del 2015 quelle assunzioni fatte dopo le prime ondate di proteste. Così la battaglia ricomincia attorno ai pozzi di estrazione se possibile ancora più dura di prima e con i manifestanti trattati liberal democraticamente come criminali. Anzi se per caso tutto questo fosse arrivato alle opinioni puibbliche occidentali si sarebbe adombrata l’ombra del terrorismo.

E’ dal 2016 che il Paese è attraversato da proteste e scioperi sia generali che locali, blocchi per i quali deve intervenire l’esercito, morti e feriti, segno di profonde tensioni che non sono affatto state sedate dalla nuova “democrazia” visto che la ragione di fondo, ossia lo sfruttamento e l’impoverimento del Paese non solo rimangono, ma si sono persino aggravate. Tuttavia mentre questa situazione rimane del tutto sconosciuta l’unica cosa di cui ogni tanto si parla è del jihadismo in agguato, come se questo fosse un’entità metafisica e non derivasse da condizioni concrete e reali. In compenso Essesbi ventila la possibilità che le donne tunisine possano sposare anche un non mussulmano, sempre che il Parlamento approvi, cosa di cui può fortemente dubitare:  una mossa studiata per togliere momentaneamente il presidente dai pasticci e soprattutto per accreditarlo presso le opinioni pubbliche occidentali come campione di democrazia e permettere all’occidente di intervenire in difesa dei propri affari se le cose dovessero precipitare.


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