Archivi tag: multinazionali

Sepolcri sbiancati

dc0e4bb808c95260949e0488ea598e3bCertamente avete nelle orecchie quella pubblicità dell’Oreal che vuole vendervi i suoi prodotti con lo slogan ” perché voi valete” e forse avete sentito che in questi giorni l’azienda francese dei belletti ha deciso di eliminare dalla descrizione sui contenitori dei propri prodotti parole come “sbiancante”, “bianco” persino “chiaro” nel quadro di quell’antirazzismo scioccamente didattico e vuoto  che ogni tanto contagia un occidente e una classe dirigente facile a perdere il pelo del vocabolario per mantenere i vizi. Una cosa simile ha fatto l’Unilever indiana che ha eliminato il nome Fair (chiaro) dalle sue creme, ma entrambe le aziende hanno ovviamente mantenuto i loro prodotti assieme alle loro destinazioni d’uso e non credo che venderanno dentifrici annerenti o creme depuranti che promettono di non purificare la pelle  o detersivi che conservano  lo sporco: si tratta solo di un gioco così stupido da poter essere accettato da qualcuno come un progresso. Esattamente  come più grande è la menzogna più rischia di essere creduta, così più grande è l’idiozia più è facile accreditarla.

Ora non vi starò ad annoiare  con le stragi provocate dagli inglesi in India, ancora oggi  glorificate quando non vengono nascoste, né del fatto che l’Oreal ha passato grandi quantità di soldi a Sarkozy ( l’affarire Bettencourt ) ovvero il protagonista del ritorno alle politiche coloniali in Africa: sarebbe troppo facile e troppo scontato aprire il vaso di pandora dell’ipocrisia che sottende a queste operazioni di lifting da acchiappacitrulli. Invece mi preme dire qualcosa che appare così evidente da essere nascosto  alla vista: questa presunta opera di assurda correzione terminologica non costituisce affatto una qualche rivalutazione del nero, quanto invece un nascondimento del bianco, quasi che si dovesse cancellare ciò che viene considerato migliore per non offendere ciò che inconsciamente o forse nemmeno tanto si considera inferiore. Insomma sembra tutt’altro che un’operazione antirazzista, quanto un’operazione di cortesia, come a dire bè non siete bianchi, ma abbiamo l’educazione di non dirlo apertamente con un’operazione molto peggiore peggiore dal punto di vista della realtà di chiamare un cieco non vedente o chi è “seduto” diversamente abile. Se non lo si capisce è perché da tempo si è fatto il funerale all’esprit de finesse e anche all’ironia: per esempio accade spesso che se qualcuno prende in giro quelli che usano un certo linguaggio non più politicamente corretto viene immediatamente accusato di essere a sua volta razzista: questa reazione oltre a testimoniare dell’angustia intellettuale che ormai è la norma, riflette il fatto che si tratta esclusivamente di etichetta non di realtà e che quindi essa non va discussa, ma solamente rispettata.

E in effetti l’antirazzismo delle multinazionali che comandano il pianeta non ha un carattere positivo, ma negativo, significa che lo sfruttamento non ha più colori di pelle tipici, è e deve diventare universale, senza discriminazioni. A questi non interessa certo che i neri americani crescano o che sia riconosciuto loro l’apporto decisivo diretto o indiretto dato alla cultura americana che senza di loro sarebbe poca cosa, ma interessa semmai schiavizzare anche i bianchi dei ceti popolari.  Prova ne sia che mentre vengono abbattute le statue di Alessandro Magno o di Kant in un’orgia di confusione che nasce da gente che evidentemente non capisce proprio nulla di idee e di storia, gli stessi autori di questa iconoclastia non contestano affatto le stragi in medio oriente, i tentativi di golpe in Venezuela, le sanzioni a Cuba, insomma tutte le tipiche azioni del suprematismo bianco che molto spesso coincidono con l’affamare le popolazioni perché cedano. Ma lo si capisce anche dalla pazzesca revisione dei testi affinché non si trovi traccia di un negro nemmeno nella capanna dello zio Tom: un esempio clamoroso lo troviamo nel Ballo in Maschera di Verdi che si svolge nella Boston del XVII secolo: alla frase del conte di Warwick che dice “dell’abbietto sangue de’ negri”, l’edizione della West press, riporta “dell’immondo sangue gitano” , una correzione che dovremmo giudicare politicamente corretta. E dire che al tempo in italiano negro, come del resto ancora oggi in spagnolo e portoghese, aveva lo stesso valore di nero, non aveva alcun significato spregiativo che invece apparteneva tutto al conte di Warwick di cui invece Verdi voleva sottolineare il razzismo. Cosa che appunto si vuole nascondere, tirando fuori gli zingari al posto dei neri.

Ma ormai dentro una lingua e una cultura  impoverita sono cose che nemmeno si possono dire. La verità è che non valiamo più un cazzo.


Il golpe elettrico

bolivia-20foto-20efeLo ha detto Noam Chomsky che il golpe militare in Bolivia contro Evo Morales vincitore delle ultime elezioni, è stato organizzato  dagli Stati Uniti con la complicità dell’Organizzazione degli stati americani. E lo dimostrano, se proprio ci fosse qualche cieco coatto, i contatti quotidiani dei golpisti con l’ambasciata americana di La Paz e i 16 audio i cui i gli stessi non solo rivelano la direzione a stelle e strisce del colpo di stato, ma menzionano anche il filo diretto fra loro e i senatori repubblicani Marco Rubio e Ted Cruz oltre che con il democratico  Bob Menendez. In questo caso gli Usa non sono andati per il sottile, hanno fatto di tutto a suon di dollari per far vincere le opposizioni, anche appoggiandosi al razzismo contro i nativi ( “Togliete di mezzo il presidente indio”.ha esclamato uno dei leader del golpe, l’estremista fascista Camacho) e quando queste sono state sonoramente battute da Morales era già pronto il piano B per costringerlo alle dimissioni, come infatti è accaduto oppure assassinarlo: la posta in questo caso  infatti era troppo grande, ovvero il litio, necessario per rivoluzione elettrica di cui la Bolivia detiene i più grandi giacimenti. Il Paese andino è l’unico che abbia nazionalizzato l’industria mineraria e dunque non solo contrasta il profitto privato e l’arbitrio delle multinazionali de mondo anglosassone, ma potrebbe essere utilizzato come arma strategica per alleggerire giogo di Washington.

Fino ad ora il litio (vedi nota)  che si estrae dalla regione di Atacama, divisa fra  Cile e Argentina (precedentemente i piccoli giacimento di litio in Nord America si sono esauriti o sono stati contaminati per l’uso di questo metallo nella costruzione delle armi nucleari), è stato sufficiente a garantire enormi profitti, grazie alla sottomissione politica dei Paesi dove si trovano i giacimenti e a tecniche di estrazione e lavorazione di basso livello, ma la prospettiva della rivoluzione elettrica dell’auto spinge a prendersi adesso ciò che fino qualche giorno fa apparteneva al popolo boliviano e ne poteva essere la ricchezza. Gli avvoltoi sono principalmente la Fmc, con sede a Philadelfia,  l’Orocobre con base a Brisbane,  l’Albemarle centrata nella Carolina del Nord e la Sqm cilena, la cui maggioranza azionaria è detenuta dalla Nutrien Ltd canadese che si mangiano molta della ricchezza mineraria del Sudamerica,  si spartiranno i giacimenti boliviani e sono pronto a scommettere qualsiasi cifra che il primo provvedimento di golpisti sarà proprio quello di privatizzare i giacimenti. Per una straordinaria coincidenza la pressione contro la Bolivia e contro il suo presidente socialista è divenuta pesantissima da circa un anno, ovvero da quando il governo di La Paz ha vinto presso La Corte di giustizia internazionale dell’Aia il contenzioso con il Cile per l’utilizzo di un porto franco sul Pacifico e le trattative per questo sbocco sull’ oceano  si erano avviate.  Basta andare avanti dalle coste cilene per 7000 chilometri verso nord ovest e incontriamo la Cina che oggi produce il 90 per cento delle batterie al litio per qualsiasi utilizzo, dai cellulari alle auto, Tesla compresa che però utilizza le più scadenti, vista l’abbondanza di citrulli allo stato puro sulla crosta terrestre  E’ fin troppo chiaro ciò che Washington temeva: ovvero che Morales cedesse al corteggiamento dei giganti cinesi del litio facendo venire meno un dominio fino ad oggi incontrastato sul mercato mondiale da parte delle  multinazionali anglosassoni.

Naturalmente assisteremo al tentato spaccio di falsa democrazia per giustificare un golpe fascista le cui cui origini sono chiarissime. Ma nella confusione attuale   ci dimentichiamo che il fascismo reale è quello che derivata dal sistema neo liberista il quale prevede come  diceva Foucault “uno stato sotto il controllo del mercato, anziché un mercato sotto il controllo dello stato”. E non si potrebbe immaginare esempio migliore, più luminoso di ciò che accade  in Bolivia per renderlo evidente. Del resto anche il golpe di Pinochet, ispirato e rivendicato dai Chicago boys oltre che organizzato dalla Cia e dall’esercito fu attuato per denazionalizzare gli stessi giacimenti, al tempo importanti per altri minerali.  Insomma è sempre la stessa merda, ma questa volta i banchettatori agiscono per disperazione:  perché non si tratta più come nel ’73 di sperimentare il sistema di dominio, ma di una lotta per sopravvivere ai danni compiuti.

 Nota Beninteso il litio è un metallo molto diffuso nella crosta terrestre, ma essendo anche un elemento molto reattivo si lega strettamente ad altri composti che ne rendono difficile o comunque costosa la separazione: solo quello contenuto nelle “salamoie” dei laghi salati sudamericani e asiatici è relativamente facile da ottenere sotto forma di carbonato di litio. Se così non fosse,  visto che questo metallo è presente in molte rocce vulcaniche e anche nelle acque che le attraversano, l’Italia sarebbe una specie di paradiso del litio. A questo proposito va detto che i cinesi hanno brevettato un sistema per riciclare il litio delle batterie a prezzi abbastanza contenuti e stanno cominciando ad usarlo, mentre in occidente l’unico brevetto in questo senso è del Cnr italiano ed è  ancora in sperimentazione.


In guerra

En-Guerre-700x430La gioia con cui  il Tg3 ha dato notizia del quarto tentativo di golpe da parte di Guaidò quando ancora sperava che andasse in porto fa piena luce su cosa abbia significato  la sinistra di governo e sottogoverno in questo Paese: un impasto di leninismo per quanto riguarda la difesa delle rendite di posizione e di globalismo servile appena ricoperto dalla sfoglia di cioccolato di un internazionalismo fumoso e di politicamente corretto. Non importa se Kissinger avesse già spiegato molte volte e in maniera specifica cosa significasse globalismo ovvero  il sistema americano esteso a tutto il mondo, quel nuovo ordine mondiale millenario del neoliberismo che oggi si sta disgregando: questi hanno fatto orecchie da mercante, in maniera quasi letterale e hanno cercato di confondere fischi con fiaschi o forse nemmeno loro capivano la differenza.

A questo proposito vorrei consigliare a tutti un film francese dell’anno scorso, In Guerra di Stéphane Brizé nel quale si narra la lotta e la sconfitta dei lavoratori nel tentare di salvare un’azienda dalla delocalizzazione, ma anche quella degli stati e dei poteri statali ridotti a prigionieri del mercato globale se non in suoi agenti sotto copertura pubblica.  Lo consiglio non solo perché è un  buon film anche se non comparirà mai nei contenitori di pura spazzatura, i Netflix, gli Sky, gli Amazon  e compagnia cantante con cui il sistema ci rimbecillisce e ci infantilizza, ma anche perché mostra con chiarezza e senza retorica  cosa significa il mercato globale, quali sono i suoi scopi e il suo breviario ripetuto a ipnoticamente dai suoi parroci  e dai suoi cardinali affinché i fedeli ne ripetano le parole e se ne convincano. A questo proposito non si comprende come possa essere accaduto che la sinistra europea abbia scambiato i dazi come qualcosa di contrario agli interessi dei lavoratori, quando è assolutamente evidente che essi tra i loro effetti hanno proprio quello di difendere il lavoro locale e dunque anche le possibilità di evolvere una battaglia sociale. Che tutti i lavoratori abbiano gli stessi interessi finali non significa affatto che abbiano gli stessi scopi immediati, né che percepiscano lo sfruttamento nello stesso modo: questa confusione era possibile quando si pensava che la rivoluzione mondiale fosse questione di pochi anni e non si trattasse invece di un grenz begriff , ma oggi è priva di qualsiasi senso e infatti riprende in maniera sospetta le giaculatorie neo liberiste contro lo stato, con il risultato di dare il maggior potere possibile alla multinazionali private che oramai legiferano apertamente. 

Però invece di imparare dal senno di poi ci si ostina ripetere i miti di ieri e i tanti sentieri interrotti.  Il cosmopolitismo delle merci e della mercificazione serve solo a sottrarre diritti e lavoro dove esso è meglio pagato per trasferirlo dove lo è meno e dove si può attuare il maggior sfruttamento possibile: un meccanismo che agisce nei due sensi privando entrambe le parti dei propri diritt e lasciandoli in balia di qualunque ricatto. Sperare ingenuamente ( o magari solo far finta per poter esercitare  il doppio gioco) che tra qualche decennio la situazione sia parificata e l’uguaglianza del massimo sfruttamento porti a un radicale cambiamento e a un esplosione rivoluzionaria è qualcosa che appartiene al passato perché dovrebbe essere ormai chiaro che la sola e fondamentale precondizione per cui  una rivoluzione possa nascere non consiste tanto in una precisa situazione oggettivo-infrastrutturale, quanto in un certo livello di consapevolezza e di volontà ideale, vale a dire di conoscenza che proprio il sistema penserà a mettere nel tritacarne, anzi lo sta già facendo da tempo.

Il film mostra chiaramente la dinamica delle cose, la subalternità dello stato e delle persone, la lontananza di certe posizioni di comodo e infine la necessità di reintrodurre la complessità rimproverata a Gramsci e Lucaks, in un mondo dove economicismo e delirante determinismo la fanno da padrone sia tra dominati che tra i dominanti, come se invece di voler costruire un mondo, si fosse costruiti dal mondo. Comunque buona visione.


Le mani pulite del colonialismo

-721381_w650h366Non siate affamati, come diceva un mitico ragazzo del garage noto per non aver scritto in vita sua nemmeno una riga di codice, ma abbastanza levantino da riuscire a vendere a prezzo doppio rispetto alla concorrenza strumenti basati su un sistema operativo libero e gratuito. No, non siate affamati per affamare gli altri, siate invece curiosi, non vi fermate alle apparenze, alle blandizie e alle persuasione di un sistema feroce ed elusivo. Questa storia comincia con un sapone, uno di quei saponi neri africani di cui si dicono meraviglie: uno di questi distribuito in esclusiva e con un proprio marchio da un’azienda  inglese e prodotto in Ghana, presenta tutta la panoplia dell’acchiappacitrullismo contemporaneo: naturale, vegano, con un aspetto grezzo appositamente ricercato per asseverare la sua lontananza dall’ industria, cosa che tanto piace alle cattive coscienze dei desideranti benestanti e nascondendo il fatto di essere un potente esfoliante che per certe situazioni dermatologiche piuttosto diffuse può essere gravemente controindicato.

Ma una scritta su tutte le altre mi ha colpito e cioè il fatto che sia anche ethically sourced: la cosa non può che rafforzare ulteriormente la propensione all’acquisto sebbene non significhi proprio nulla, sia perché l’espressione può avere almeno una decina di accezioni differenti ed è facilmente usato come specchietto per le allodole dalle multinazionali, sia perché quasi sempre significa sfruttamento delle persone. Un esempio potrebbe essere Starbucks che dichiara nel breviario delle sue buone intenzioni da sepolcro imbiancato:  “Oggi, il 99 percento del caffè Starbucks è di origine etnica (?). Starbucks ha una responsabilità verso le persone che producono il nostro caffè e il terreno su cui cresce”. La retorica che sfrutta vacuamente l’ambientalismo salottiero fa il paio con il “naturalismo” da caffetteria, peccato però che siano proprio queste multinazionali ad aver fatto crollare i prezzi del caffè dell’80% e ridotto in miseria milioni di piccoli agricoltori “etnici”, una parola che è divenuta il razzismo politicamente corretto del XXI° secolo. 

Ma torniamo a noi: una piccola e semplice ricerca ci mostra come in Ghana il lavoro minorile ( dai 5 ai 14 anni) sia enormemente diffuso e coinvolge ufficialmente il 41% dei dei bambini, ma di fatto la loro quasi totalità: si va dallo sfruttamento nelle miniere d’oro dove gli avvelenamenti da mercurio e i ferimenti sono all’ordine del giorno, alle coltivazioni cacao e a tutte le altre attività agricole e di raccolta che appunto convergono nel nostro sapone etico. Il tutto ovviamente per risparmiare visto che gli adulti in agricoltura possono arrivare a pretendere anche 2 dollari al giorno nella loro avidità: dunque i bambini sono chiamati a gonfiare le tasche degli sfruttatori occidentali visto che sono quasi gratis. Non dubito che il sapone nero appartenga proprio a quest’ultima sorgente etica, ovvero quella del capitalismo. Tutto questo è anche possibile perché si è costretti a leggere narrazioni indecorose, come quella ad esempio prodotta dall’Espresso nella primavera scorsa in cui si esalta il Ghana come un’economia vincente. che cresce del 8 e passa per cento l’anno, (grazie all’oro dei bambini) mentre la borsa di Accra “inanella record”, che esiste “una salutare alternanza tra i due partiti maggioritari” (che poi sono pressoché identici), dove cristiani e musulmani vivono in pace. Come si concili questa scellerata celebrazione borsistica con il fatto che la metà dei giovani, tra quelli che non emigrano altrove e sono almeno una decina di migliaia l’anno (su una popolazione inferiore ai 10 milioni) e priva di lavoro perché costerebbero troppo, con la presenza più grande discarica di prodotti tecnologici e di metalli pesanti al mondo, con il fatto che l’acqua manca perché su consiglio della Banca mondiale è stata affidata a multinazionali private che servono solo chi se la può permettere e per gli altri i pozzi, che manca anche l’elettricità visto che quella prodotta in abbondanza viene o venduta ai paesi vicini o usata principalmente per le industrie dell’alluminio occidentali. Questo viene considerato dal settimanale un modello per il futuro sviluppo africano, appunto un modello di perfetto sfruttamento dentro il quale le oligarchie tribali sguazzano. E’ ben noto che il Ghana ha passato circa 120  milioni in oro all’ente spaziale giapponese perché producesse e mandasse in orbita un satellite chiamato Ghana -sat 1 il quale è destinato a monitore l’ambiente costiero messo a rischio dalle stesse multinazionali. Ma per lavarsi le mani c’è sempre un ottimo sapone che pulisce a fondo tutto salvo l’ipocrisia.

Siate curiosi e vi passerà la fame.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: