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Dittatura senza faccia, cittadini senza difesa

tumblr_m68bdlq3iv1ruj7pjo1_500Fra le straordinarie contraddizioni del neoliberismo  c’è anche questa, che alla crescita esponenziale della comunicazione orizzontale corrisponde una drammatica caduta di quella verticale nelle sue varie articolazioni. Se la rete e i cellulari permettono di accedere ovunque sono nel contempo diventate degli schermi per evitare il colloquio e la responsabilità per separare in una sorta di neo feudalesimo le aziende titolate e i poveri villani che si svenano per acquistare beni e servizi. Provatevi a prendere contatto con qualche responsabile di queste contee del consumo, chessò con chi fornisce elettricità o gas, o telefonia o trasporti o oggetti del desiderio come amazon o ebay: è di fatto impossibile perché non esistono uffici fisici, né indirizzi, né numeri telefonici, in molti casi persino la mail e tutto si svolge in una maniera così stupidamente standardizzata e anonima, efficiente solo per il profitto, da creare in realtà una totale mancanza di una possibilità di contatto, proprio come se fossimo computer.

Qualche settimana fa per problemi su una cosa acquistata su Ebay ho dovuto addentrarmi dentro la “modernità” dei formulari che sono a metà tra Kafka e Comma 22 e che appunto non prendevano nemmeno in considerazione la casistica che mi riguardava, non c’era la possibilità di contatto email, ma solo quella – a pagamento s’intende – di telefonare. Chiamo e mi risponde un tizio in Albania che a parte le difficoltà linguistiche, non poteva fare altro che dare risposte standardizzate come se fosse una pagina web con molta difficoltà ad aprirsi e che per suprema autonomia mi ha chiesto se volevo parlare con l’Irlanda. Il fatto è che la cosa riguardava precisamente la legislazione italiana, ma ho scoperto che questa organizzazione fa soldi a palate nello Stivale, ma non lascia nemmeno gli spiccioli da noi perché di fatto esiste solo in rete e oltretutto si sente legibus soluta rispetto alle leggi del Paese nel quale opera, ma anche a qualsiasi esigenza che non sia quella che compare nei modulari. Inutile dire che la stessa cosa accade nella sostanza con Amazon. Domenica scorsa ho avuto un’interruzione sulla rete Adsl che ormai comprende, com’è noto, anche i telefoni fissi, ma il numero del servizio clienti e segnalazione guasti del gestore non funzionava o se riusciva a prendere si staccava un momento dopo, senza che fosse possibile avere altra via d’uscita se non l’ennesimo formulario che non serve a nulla. Stessa cosa con i corrieri (Dhl è la maestra in questo) che fingono di essere venuti a consegnare o a ritirare qualcosa e di non avervi trovato mentre voi eravate proprio a casa, così da avere la scusa di non fare il servizio colpevolizzandovi. A chi lo vai a dire? E che pensare del fatto che a Venezia per avere il ripristino del gas dopo la grande acqua alta di quasi un  mese fa si è costretti a fare un esposto presso la Procura della Repubblica ?

Potrei continuare per ora solo sulla base delle esperienze personali e di una piccola cerchia di conoscenti, ma in pratica qualsiasi cosa vi accada vi mette nelle condizioni degli umani nei confronti degli dei e della loro bizzarra volontà, tanto che a volte viene quasi da rivalutare la cialtroneria di certe privatizzate dell’energia che magari vi rifanno il contratto per 8 volte ( non sto vaneggiando, mi è accaduto davvero) perché misteriosamente non riusciva ad essere registrato. Anche lì non puoi avere contatto nemmeno con il più infimo degli impiegati di concetto, ma almeno ogni tanto vedi delle persone fisiche, ancorché teoricamente operanti in proprio con la partita iva. Per decenni, passo passo, senza che ce ne accorgessimo, si è costruita una legislazione a totale favore dei forti che possono fare quello che vogliono senza alcuna conseguenza: a suo tempo ci pensò il prode Bersani a svuotare persino la possibilità effettiva della class action e di una legislazione punitiva, lasciando solo un piccolo residuo dentro alla sontuosa confezione regalo. Operazioni che vanno avanti da trent’anni ormai e che hanno trovato un facile alleato nella noncuranza assoluta degli italiani che si svegliano solo quando sono colpiti personalmente.

Ora non vorrei scandalizzare i tifosi del globalismo e detrattori di qualsiasi sovranità che non sia quella del potere economico, ma mi sembra che la misura sia colma e che sia venuta l’ora di propiziare un giro di boa rendendo obbligatoria per tutte queste nazionali e multinazionali del potere l’ apertura di uffici fisici, di centralini telefonici che fanno riferimento diretto ad essi, di costringere all’accessibilità con personale locale responsabile e adatto a seguire le pratiche  nel rispetto della legislazione italiana e non di quella  dell’Oklaoma o di qualche altro buco nero del mondo “ammerregano”. Non conviene  e se ne andrebbero come certamente  sussurrerebbero le voci del ricatto? Chissenefrega: rinuncino alle concessioni in favore delle aziende pubbliche (ma non credo proprio che accadrebbe) e per il resto potrebbero essere efficacemente sostituite da organizzazioni nazionali che oggi esistono, ma sono letteralmente schiacciate. Si, forse i prezzi aumenterebbero un po’, ma non ci sarebbe tanta robaccia di incerta origine dei black friday e di altre sagre del cavolo che sono divenute come la preghiera dell’uomo contemporaneo per cui alla fine si farebbero scelte più oculate. E alla fine si creerebbero anche posti di lavoro ridistribuendo un po di quel denaro che oggi va in pochissime mani. Pensate che in Polonia dove per vendere qualcosa sono obbligatorie istruzioni in polacco, solo da questo che sembra niente, si alimenta un giro d’affari fra traduzioni, scuole di lingue, tipografie, siti web e quant’altro, superiore ai 500 milioni di euro l’anno che entrano nel ciclo economico, mentre da noi gli sciocchi, che sono una valanga, si fanno un vanto di non aver bisogno di istruzioni in Italiano. Ma non mi interessano le vittime della sindrome di Arcore – Capalbio a me interessano le vittime della loro malattia che non solo soltanto le singole persone messe di fronte a labirinti da 1984, ma anche la dignità della legge o quel poco che ne è rimasto.  In una parola non mi interessano i consumatori, ma i cittadini.

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Venezia “cancellata”

troneAnna Lombroso per il Simplicissimus

I pregevoli manufatti di una qualche corrente artistica neobrutalista o più probabili  avanzi di magazzino di una metropolitana bulgara, sono già in funzione e fanno da pittoresco  sfondo a selfie e foto ricordo in sostituzione di vere da pozzo e stormi di colombi,

Gli sbarramenti,  ben vigilati da corpi armati come in un centro commerciale o all’ingresso di di un luna park, sono stati collocati in tre snodi strategici per “regolare” le fiumane del ponte di maggio che arrivano in puzzolenti pullman o treni sferraglianti, mentre non si conoscono analoghe iniziative per canalizzare il flusso dei forzati delle crociere vomitati dalla navi condominio, o quelli dei poderosi lancioni che solcano spericolatamente la laguna dall’aeroporto.

Come sempre succede con reticolati, steccati e “diversamente muri”, i tornelli che il sindaco Brugnaro detto Gigio ha installato a Venezia e che si possono oltrepassare solo se muniti di certificato di residenza o esibendo la Carta Venezia Unica che viene generosamente erogata   a chi sta in albergo o in un qualsiasi anche pulcioso B&B, casa vacanza e assimilati, hanno un duplice scopo. Quello di escludere per quanto possibile il turismo sgradito, quello faidate e per caso, quello delle gite di un giorno, delle carovane e delle comitive con tanti di parroco con o senza vendita di pentole sul pullman, insomma quello che non porta quattrini. Perché è vero che anche i crocieristi a prezzo scontato e offerta speciale non spendono un euro durante in fugace pellegrinaggio, ma hanno già ampiamente foraggiato in forma anticipata   i padrini e i padroni della Serenissima, le multinazionali del travel e i taglieggiatori portuali che con quelle risorse nutrono le imprese dello scavo e della fabbrica  delle paratie,  della fortuna, insomma, tirata su sull’acqua e sul fango. Ma anche quello di rinchiudere nella riserva gli ultimi veneziani,    in modo che si arrendano all’ergastolo, alla condanna senza riscatto a servire il forestiero, autorizzato  a compere qualsiasi oltraggio e nefandezza, o a andarsene definitivamente lasciando a più alti fruitori il poco che hanno conservato e che nelle mani della speculazione si trasforma in oro avvelenato.

C’è da giurare che gli stessi che hanno promosso la benettown dentro al Fontego dei Tedeschi, gli stessi che perseverano nella narrazione della necessità irrinunciabile di dighe mobili taroccate quanto gli F35, innalzate   per alimentare l’industria della corruzione, gli stessi innamorati della torre di Cardin, quelli entusiasti per la modernità dinamica e marinettiana delle grandi navi e delle tramvie lungo il ponte della Libertà, i promotori di un altro ponte, impronta imperitura lasciata da una sindaco schifiltoso quanto megalomane, che sta prosciugando quattrini pubblici a anni dalla edificazione alla pari con altre distopie che dovrebbero unire due sponde, ecco c’è da giurare che proprio loro  giustificheranno la sconcertante iniziativa e accuseranno i veneziani e chi ama davvero la città di essere incontentabili e disfattisti,  di sputare nel piatto in cui mangiano, di essere affetti da una patologica superbia che rivendica a un tempo  il primato della città più speciale del mondo e patrimonio dell’umanità ma ne vorrebbero impedire l’accesso e il godimento alle generazioni di oggi e di domani di tutte le latitudini.

Il fatto è invece che le barriere sono proprio come gli steccati tirati su per fermare i buoi quando sono scappati, che l’allarme per un turismo (più di 28 milioni di visitatori l’anno) la cui pressione porta solo danni irreversibili doveva essere ascoltato, provenendo da fonti influenti e autorevoli,  ma non certo sulla base di una selezione, di censo e a posteriori, di chi arriva: poveracci   dirottati verso le “fodre” della città o forse invitati e aiutati a fare i turisti a casa loro,  quelli invece organizzati con tanto di cicerone in testa, o meglio ancora quelli che solcano velocemente i canali diretti verso magioni esclusive, liberi di occupare l’ambiente costruito più straordinario della terra,    il tabù “antidemocratico” del numero chiuso cosicché si possa esercitare il diritto, unico ormai concesso?  di stare tutti nello stesso momento e nello stesso posto: giovinastri che i tuffano dal ponte di Rialto,  passanti circuiti da floride ragazzone slave in vesti di Colombina che invitano aa  una foto indimenticabile o a un improbabile Vivaldi per tastiiera e  percussioni,  banchi e asciugamani stesi a terra con ostensione di prodotti locali contraffatti o made in China, famigliole disinibite con tanto di nonne e mocciosi che fanno la pipì in canale o in suggestivi incroci di calli.

E mica vorreste che si ostacoli il brand dell’accoglienza come da tradizione locale di città melting pot, quella in grande e quella meno appariscente fino alla clandestinità, al nero, quella delle catene alberghiere che hanno prodotto l’esproprio e la svendita del patrimonio immobiliare pubblico e privato  per trasformare antichi palazzi e manieri in residence e hotel tutti uguali, a Venezia come a Dubai o Las Vegas, ma anche quello  della microeconomia di risulta, delle stanze in affitto, dei B&B dove non si cambiano le lenzuola coi letti a castello e i materassi a terra, un business di piccoli clan che hanno trovato questo espediente per dare una parvenza di mestiere a parenti sfaccendati e figli senza futuro che si improvvisano manager dell’ospitalità.

Con il risultato che nessuno ha più nemmeno l’ardire di immaginare un domani e nemmeno un oggi per la città che non sia quello di un hub di infrastrutture e attività al servizio di chi passa, e ne approfitta e coi residenti condannati a mansioni servili preferibilmente abbigliati come figuranti del Fornaretto, con vetrine scintillanti di paccottiglia di importazione che imita  la tradizione artigianale a prezzo maggiorato: vetri della Slovenia, maschere di Taiwan, merletti tailandesi, bacari che espongono menù fusion col baccalà in versione sushi,

E così in forma accelerata si va avanti col processo di esproprio e espulsione dei veneziani dalla case e dalle strade e dai campi, fantasmi e comparse condannate alla fuga o alla servitù da un padronato avido e speculatore e dai suoi sacerdoti,  fondazioni dubbie, S.p.A. criminali,  consorzi affetti da turnover di imprese e Cd’a, finanziarie di progetto, accanite nel prendere il posto dello Stato esautorato e ridotto all’impotenza dal sopravvento del mercato, quei privati, che non siamo noi cui resta di essere privati, si, ma del nostro bene comune e della nostra dignità.

 

 


Inception

inception-coffee-table-black-1jpgUna decina di anni fa ebbe un certo successo e qualche oscar l’ennesimo filmucolo hollywoodiano, pastiche tra fantasy e thriller che sfruttava un’ antica e sfruttatissima  idea della letteratura fantascientifica ovvero quella di estrarre e inserire idee nella mente umana. Tuttavia qualcosa di nuovo distingueva questa modestissima prova dal titolo Inception (ovvero principio, inizio) da altri film più o meno sullo stesso tema e che  questo ha saccheggiato: qualcosa di nuovo che non stava nella macchina da presa, nella regia, negli effetti speciali, negli attori o nella sceneggiatura, ma molto più concretamente nel fatto che la storia non era altro che una stretta metafora di una realtà in cui l’immaginario, le idee, i  memi,  vengono caricati nelle teste senza che i possessori delle medesime se ne accorgano, ma con un impianto talmente pervasivo che alla fine le persone finiscono per abbandonare tutti gli altri punti di vista.

Un vero peccato che non si trattasse dell’inizio, ma quasi della conclusione di una Inception cominciata a metà degli anni ’70, man mano che l’ideologia neoliberista si sviluppava e si saldava ai meccanismi di dominio imperiale: in quegli anni miliardi di dollari furono spesi per creare in tutto il mondo occidentale decine e decine di think tank per diffondere il nuovo verbo, che poteva essere sintetizzato nel memorandum  che un avvocato d’azienda tale Lewis Powell, finito successivamente alla Corte suprema,  scrisse nell’autunno del 1972 per difendere la decisione della aziende automobilistiche di trasferire i loro uffici centrali da New York a Washington: “Siamo a New York da prima del volgere del secolo, perché consideravamo questa città il centro degli affari e dell’industria. Ma la cosa che influenza di più il business oggi  è il governo. L’interrelazione tra affari e affari non è più così importante come l’interrelazione degli affari con il governo. Negli ultimi anni questo è diventato molto evidente per noi”. Si tratta di una rivoluzione copernicana che prima vista sembra contraddire il meno stato più privato che è uno degli slogan delle peggiori vulgate liberiste, ma in realtà va letta al contrario: il governo diventa importante semplicemente perché esso è ormai un prodotto degli affari.

Nel frattempo stavano sorgendo potenti centri di “inception” come  Heritage Foundation, Istituto Brookings, Stratfor, Cato Institute, American Enterprise Institute, Council on Foreign Relations, Carnegie Endowment, Open Society Foundation, Consiglio Atlantico per ciarne solo alcune, che avevano il compito di diffondere un modello economico di deregolamentazione, privatizzazione e abbandono dei piani sociali: un’opera cominciata con la coppia Reagan-Thatcher, fatta propria dal regime Clinton – Blair, imbellettata dall’amministrazione  Obama e che negli anni ha risucchiato risorse incalcolabili per favorire la metastasi prima fra i cittadini americani e poi nell’intero occidente della cosiddetta democrazia di mercato. Un concetto ingannevole che confonde la libertà individuale con la libertà economica del capitale di sfruttare il lavoro e le vite.

Non c’è da stupirsi se da quarant’anni a questa parte gli aiuti statunitensi e occidentali sono forniti solo a condizione che i riceventi accettino i principi formali di questo sistema legato al mercato e ovviamente lascino il potere effettivo e le risorse in mano alla multinazionali che rappresentano il nuovo legislatore unico. Insomma un’economia sfrenata che più di recente si è impreziosita e al tempo stesso nascosta dietro slanci per le minoranze o per i diritti individuali attinenti alla sfera sessuale e alle sue modalità espressive solitamente represse o soggette a condanne morali.

Inutile dire che l’apparente liberazione è una falsa promessa contrapposta a un concreto ritorno dell’oppressione in ambito sociale che si evidenzia man mano che lo Stato e la rappresentanza vengono meno: del resto il medesimo neo liberismo riconosce che lo stato è l’ultimo baluardo che protegge la gente comune contro la predazione del capitale: rimuovi lo stato e essa sarà indifesa. La deregolamentazione abolisce le leggi; la ristrutturazione rimuove il welfare, i servizi universali e il loro finanziamento; la privatizzazione distrugge lo scopo stesso dello stato facendo assumere al settore privato le sue responsabilità tradizionali. Alla fine, gli stati si dissolvono con la possibile eccezione degli eserciti e delle forze di repressione. Rimarrebbe un grande mercato mondiale  non soggetto al controllo popolare, ma gestito dall’0,1% transnazionale disperso a livello globale, mentre l’intero processo è camuffato sotto il benevolente altruismo umanitario.

Già negli anni settanta i globalisti come trent’anni dopo si chiameranno i capitalisti neo liberisti, compresero che qualche diritto individuale e una cabina elettorale erano, assieme alla forza, il modo ideale per introdurre il pensiero unico non solo nelle società occidentali, ma anche nei Paesi emergenti, strombazzando  il trionfo dei diritti umani nei paesi in cui sono organizzati gli interventi e nei quali solitamente viene messa in piedi una sordida opera di rapina che secondo i calcoli frutta 100 miliardi l’anno di soli interessi. L’importante non è tanto nascondere le cose, quando assicurarsi che gli individui siano in sintonia sulla bontà della causa e sulla superiorità dei valori che essa rappresenta, cosa che in occidente serve allo smantellamento dei diritti e all’auto colpevolizzazione delle vittime che non riescono a sfuggire all’egemonia culturale del neoliberismo, la visione del mondo che fa da sonnifero per le masse.  Tuttavia non è detto che non si possa sfuggire a questa cattività: da dentro il leviatano che paradossalmente è diventata la libertà di mercato,  si possono avere generare relative autonomie e dissensi in grado di crescere, di allargarsi e creare crepe fatali nel monolitismo dogmatico. Questo e solo questo è ciò che oggi possiamo chiamare politica.

 


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