Come mai sappiamo solo adesso degli 8 miliardi di derivati sottoscritti negli anni ’90 per drogare i bilanci ed entrare nell’euro? C’è chi interpreta la rivelazione in maniera molto casalinga e consona agli usi italiani, come un siluro lanciato a Draghi, al tempo direttore generale del Tesoro, partito dall’interno di Bankitalia e/o da ambienti vicini a Grilli per questioni di nomine e di potere. Però se l’obiettivo è certamente il capo della Bce le ragioni di questo fendente, sono forse diverse dai duelli per le poltrone: si avvicina sempre di più il tempo del redde rationem per l’euro. Il punto di svolta è settembre con le elezioni in Germania e il pronunciamento della corte costituzionale tedesca sull’ammissibilità di meccanismi europei che passano completamente sulla testa dei cittadini e offendono la democrazia.
Non lo dico io, lo dice il presidente della corte suprema tedesca, Andreas Vosskuhle per il quale è quanto meno improprio che “le decisioni più importanti a livello europeo vengano negoziate nei corridoi anonimi della burocrazia di Bruxelles, o nelle riunioni del Consiglio d’Europa, o in qualche altro posto senza un’adeguata discussione pubblica e senza che i cittadini europei abbiano alcun potere di influenzare queste decisioni. Sarebbe davvero tragico se dovessimo perdere la democrazia per risolvere i problemi dell’euro o per raggiungere una maggiore integrazione europea”.
E’ abbastanza chiaro che siamo di fronte a radicali mutamenti di umori e pensieri che fatalmente finiscono per avere come oggetto Draghi, vale a dire l’uomo simbolo dell’euro e del governo finanziario. Non a caso gli attacchi al presidente della Bce non si contano in Germania. E adesso questo siluro tutto italiano partito fra l’altro tra un giornale come Repubblica fino a ieri tra i più osannanti. Si potrebbe anche pensare che si cominci ad attaccare il contesto e gli uomini che hanno portato all’ingresso nella moneta unica come per preparare un cambiamento di posizione, rendendo più agevole il giro di valzer, del resto inevitabile vista la situazione insostenibile e senza uscita nella quale ci si trova. E non solo insostenibile, ma anche grottesca visto che il famoso ” mercato” punisce qualsiasi segnale che indichi un rallentamento del flusso di denaro dalle banche centrali.
Naturalmente anche questa è solo un’interpretazione che nasce anche dallo scandalo di oggi e dalla noncuranza invece con cui venne trattata nel 2012 la chiusura di un’analoga operazione sui derivati con Morgan Stanley che costò al Tesoro più di tre miliardi totali. Non è nemmeno un caso che adesso si rammenti come Kohl conoscesse la vera situazione finanziaria dell’Italia, ma non disse nulla per non creare difficoltà all’entrata nella moneta unica. Insomma la sensazione è che con la scoperta degli altarini dell’operazione euro, si voglia cominciare a prendere le distanze dalla moneta stessa. Anzi quasi quasi mi figuro plasticamente gli “io l’avevo detto” di economisti e di opinionisti, di responsabili economici di partito e belle firme che invece hanno ostinatamente detto il contrario. comincia l’ammaina banderuola.
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Seconda parte – Il burattinaio americano, che è regolarmente dimenticato nelle discussioni sulla crisi europea quasi non c’entrasse per niente, punta paradossalmente sia sul mantenimento dell’euro e dell’UE che sul loro costante indebolimento. In effetti, la strategia USA è vincente sia quando l’UE pare rinforzarsi (ma a patto che non si rinforzi troppo e cominci ad alzare la cresta), sia quando l’UE pare indebolirsi (ma a patto che non si indebolisca troppo e rischi di sfasciarsi). Quando in Europa il costo del lavoro sarà pari o inferiore a quello cinese, gli americani avranno raggiunto il loro doppio scopo: indebolire l’Europa e dirottare il flusso di delocalizzazione delle aziende americane dalla Cina all’Europa. Gli Stati Uniti si sono infatti accorti nel tempo che l’aver alimentato il dragone cinese li ha esposti a rischi geopolitici incredibili come una possibile egemonia di Pechino in Asia, Africa, Artide e Sud America. Ora cercano disperatamente di contenerne al massimo l’espansione ma anche, se possibile, di metterla in crisi in modo definitivo. L’Europa, invece, non presenta di questi rischi. È già in partenza in una posizione di totale sottomissione e, dopo gli accordi per la zona di libero scambio che si stanno discutendo ora, sarà ancora di più una mera appendice degli Stati Uniti, un cagnolino rimpinzato di sonniferi e senza neanche più bisogno di guinzaglio.
Prima parte – Non credo si possa ancora dire che si sta ammainando la banderuola dell’euro, magari! Quello che è certo è che c’è una dura battaglia in atto, battaglia che si svolge peraltro senza molta trasparenza. Chi non è direttamente coinvolto nella lotta non sa bene chi siano i reali contendenti e da che parte della barricata collocare le pedine politiche dei vari parlamenti nazionali e delle istituzioni UE. Per esempio, si pensava che Alternative für Deutschland fosse per l’uscita dall’euro di tutte le nazioni, ma da maggio in poi c’è stato un dietrofront abbastanza radicale, ora dall’euro devono uscire solo gli stati del sud. Altro esempio è Grillo che diverse volte aveva fatto balenare l’idea di un referendum sull’euro, ipotesi che ora sembra però definitivamente tramontata.