L’equazione è lineare, semplice, facilmente risolvibile: aggredisci un Paese e per farlo colpisci gli interessi e la stessa vita dei tuoi amici, alleati, valletti; perdi la guerra mostrando i limiti di un potere che supponevi e comunque proclamavi senza limiti; di conseguenza perdi quell’ordine che avevi costruito a tuo esclusivo vantaggio. Per giunta non puoi nemmeno arrivare a un compromesso perché farlo ti farebbe apparire come perdente e questo è impossibile dentro un sistema politico di carattere imperialista. Il nemico, in questo caso l’Iran, è assolutamente disposto a chiudere la partita e ha proposto un piano in tre fasi che potrebbero essere riassunte così:

  1. Un accordo di pace con la garanzia che Stati Uniti e Israele si astengano da ulteriori attacchi contro l’Iran. 
  2. Un accordo per revocare il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz e il blocco statunitense del trasporto marittimo iraniano, per quanto esso sia più teorico che efficace. Mantenimento del controllo di Hormuz e riscossione di un pedaggio in conto riparazioni di guerra a ogni nave che lo attraversa. 
  3. Si discute delle questioni nucleari fermo restando però di un diritto dell’Iran a sviluppare le centrali civili. 

Si tratterebbe di un buon inizio per dipanare il groviglio, ma l’amministrazione americana non lo gradisce pur non sapendo che alto fare e discutendo animatamente al suo interno se prolungare il blocco per danneggiare Teheran oppure defilarsi. Il fatto è che un altro attacco militare con una potenza di fuoco inferiore al primo non servirebbe a nulla, sarebbe molto rischioso e al massimo potrebbe curare l’ego ferito di Trump e dei suoi accoliti. Ma questo è il meno: è che tutta la costruzione del mondo unipolare, già scosso dal colpo fallito in Ucraina si va sfilacciando. A cominciare dagli Stati del Golfo che sanno ora di poter essere colpiti perché le difese statunitensi offrono una protezione limitata e incerta, ai vecchi amici come la Thailandia che si lamentano di non aver avuto alcun sostegno. Il ministro degli esteri di Bangkok Sihasak Phuangketkeow ha detto, in un intervista al Washington Post, che gli Usa dopo “una guerra che non avrebbe mai dovuto scoppiare”,  non hanno offerto alcun aiuto e che il Paese è stato costretto a rivolgersi a Mosca e a Pechino per ottenere i fertilizzanti senza i quali sarebbe saltata un’intera stagione agricola. Persino il cancelliere Merz, un atlantista di ferro, si è lasciato scappare che gli Stati Uniti stavano subendo un’umiliazione da parte dell’Iran e ha sostenuto di non vedere “alcuna strategia di uscita” per porre fine al conflitto mediorientale in tempi brevi, ma che gli Stati Uniti sono entrati nel conflitto senza un piano convincente nemmeno durante i negoziati.

Ma il colpo grosso è venuto dagli Emirati Arabi Uniti che hanno reso nota la loro intenzione di uscire dall’Opec e di non voler più sentir parlare di quote di produzione. Finora l’Opec è stato una sorta di cartello, di costrutto politico  che ha agito come una banca centrale del petrolio e questo per molti decenni ha dato stabilità ai mercati, mentre adesso ci si troverà a fattori di instabilità permanente che mette a rischio proprio quel mondo globale in cui gli Usa hanno sguazzato. L’agonia dell’Opec significa anche che ogni stato produttore di petrolio commercerà tendenzialmente l’oro nero con chi vuole e nella divisa che vuole, diversificando i propri investimenti. Insomma si tratta di uno choc sistemico. Ma ovviamente tutto questo ha senso se questo petrolio potrà essere prodotto ed esportato: gli Emirati non si trovano sullo stretto di Hormuz, ma la continuazione della guerra potrebbe portare alla distruzione degli impianti energetici. Dunque il tramonto dell’Opec significa anche il tramonto del Washington consensus così come era strutturato. Non c’è dubbio che sia un brillante risultato.