ManziE’ un genere teatrale quello che stiamo vivendo, qualcosa a metà fra il teatro dell’assurdo e quello di denuncia alla Osborne: un dramma nel quale i rancori, i fantasmi di complotti, la staticità dei pregiudizi e delle paure si confonde nell’attesa di un Godot il cui arrivo è annunciato ogni giorno, ma che non arriverà. Dunque vediamo quali sono le scene  in cui si svolge l’azione e i personaggi coinvolti, il canovaccio che viene recitato di fronte al pubblico desolato e disorientato.

Dunque abbiamo la più grave crisi economica e sociale che il Paese abbia vissuto, i disoccupati raggiungono i 3 milioni, il precariato è ormai una regola, i salari sono tra i più bassi dell’Ocse, mentre la tassazione  è tra le più alte, gli spread tendono a salire, l’industria vede calare i suoi ordini, i consumi calano a vista d’occhio, dobbiamo far fronte alle obbligazioni europee firmate in stato di allucinazione professorale, fra poco mancheranno i soldi per gli ammortizzatori sociali e nei prossimi mesi ci attendono altri balzelli, un aumento dell’Iva e probabilmente una nuova manovra. Per di più scoppiano qui è là episodi che ci parlano di una rabbia che ormai sale alla gola e che si rivela attraverso parole inopportune o azioni da carogne per di più compiute da chi dovrebbe badare all’ordine pubblico per non parlare delle ruberie sfacciate o della distrazione di fondi pubblici per spese inutili e armamenti sui cui si insiste probabilmente perché già  “tangentate”,  Abbiamo un disperato bisogno di governabilità, ma non abbiamo un governo.

E fin qui sarebbe abbastanza semplice. Se non fosse per il fatto che tutto quanto sta accadendo è in gran parte dovuto a quella governabilità che abbiamo invocato un anno e mezzo fa con il governo tecnico, ma anche a  quella che abbiamo voluto per circa vent’anni come se essa fosse un valore in sé e non dipendesse dalla sua qualità. Certo c’è agitazione e c’è una reazione nel Paese, ma ciò che essa ha raccolto non si vuole mischiare col vecchio, mentre il vecchio non sembra intenzionato a cambiamenti di sostanza e pare disposto solo a qualche lucidatina, mentre occorrerebbe qualcosa di assai più profondo: il riconoscimento che la strada intrapresa già da troppo tempo si è rivelata un vicolo cieco, che il Paese ha sbagliato quasi tutte le mosse e che alla fine si è arreso al colpo di coda di idee ormai invecchiate, benché imposte da un’ Europa finanziarizzata e divisa.

Bisognerebbe ripensare l’idea di Paese, ma non lo stiamo facendo, ci stiamo baloccando in attesa di una governabilità decisa a continuare dentro il vecchio solco: e del resto l’età anagrafica e culturale di quasi tutti i decisori è tale da non lasciare scampo. Sento dire che il M5S si sottrae al suo dovere e di certo astenersi in vista di una possibile palingenesi alle prossime elezioni, è un calcolo miope, dal sapore politichese e anche azzardato. Restituisce l’impressione di  codardia di fronte ai problemi da affrontare. Tuttavia il vecchio sistema, chiamiamolo così, non sembra in grado di mettere il nuovo con le spalle al muro. E dire che non sarebbe difficile: se Bersani avesse prospettato durante l’incontro-streaming un programma di governo che oltre a varo di una legge elettorale prevedesse anche il blocco della Tav, la rinuncia agli F35, l’immediata riconsiderazione del problema esodati e un nuovo atteggiamento in Europa, insomma l’abbandono degli incubi, di certo avrebbe spiazzato Grillo.

Ma queste parole non sono venute: apparati, interessi, modalità di gestione della cosa pubblica, prassi radicate sembrano più forti del dramma di un Paese che forse non viene ancora percepito in tutta la sua gravità. Per questo ci ritroveremo al governo il solito armamentario di cortigiani e cortigiane a difesa dell’eterno padrone: tutta gente encomiabile se dovessimo scegliere un banda di ladri di argenteria, ma una palla al piede per qualsiasi buon governo. Con gli altri affaticati a chiudere un occhio, nonostante il lungo allenamento da 15 anni. Ed è del tutto evidente che da tutto questo manca proprio l’elemento essenziale, ovvero la politica che è l’arte di decidere cosa fare oggi in vista di uno scopo, di un’idea, di una trasformazione che non sia la politica stessa.

Di certo c’è da ricordare con rabbia ciò che siano stati e ciò che non abbiamo saputo diventare, Ma spero che da qualche parte qualcuno sappia progettare con rabbia.