Archivi tag: precarietà

La paccottiglia dei vecchi giovanotti

paAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono uomini che non si arrendono all’età, venerati accademici corteggiano allieve che potrebbero essergli figlie, prestigiosi pensatori si tingono i capelli color nero apache, filosofi attempati indossano il chiodo e gli stivaletti rancheros e volano in sella a una Harley Davidson d’annata. Fin qui niente di male, in fondo sfidano solo il senso del ridicolo. Peggio è quando invece per provocare e vincere la battaglia con il tempo si iniettano forti dosi di ferocia capitalistica e ce la spacciano, convinti della loro funzione terapeutica in qualità di elisir di giovinezza.

Prima ci sono toccate le esternazioni del Gran Parassita Ichino – lo ricordiamo lamentarsi della cruda scoperta della precarietà di chi non viene ricandidato e rieletto – che approfitta del momento per prendersela con la concorrenza sleale di altri meno degni parassiti di serie B, impugnando come un’arma i consolidati pregiudizi contro i furbetti del cartellino che nella maggior parte dei casi  avrebbero goduto di una lunga vacanza retribuita al 100%. E duole dirlo, ma non ha del tutto torto a ritenere che l’improvvisato fervore del lavoro a distanza raffazzonato, rabberciato, affidato a gente impreparata con strumenti tecnici inadeguati,  sortisca l’effetto di aiutare l’incompetenza combinata con la detenzione di informazioni e piccoli poteri prepotenti, scavando ancora di più il distacco dei cittadini dall’apparato statale e dalla sua burocrazia.

Adesso invece ci tocca l’esaltazione scriteriata dello smart working a firma di  De Masi.

Parla chiaro l’ispirato sociologo, anni 82  ma con l’impeto di un nativo digitale: “durante i mesi di lockdown lo smart working ha salvato l’economia e la scuola contribuendo a salvare la salute”.

E continua, “nonostante la pandemia, milioni di lavoratori pubblici hanno continuato a lavorare come e più di prima benché i loro vertici, negli anni precedenti, non avessero fatto nulla per adottare gradualmente il lavoro agile”.E dire”, sostiene, “che grazie a esso, i lavoratori avrebbero risparmiato tempo, denaro e stress; le aziende avrebbero guadagnato il 15-20% in più di produttività; l’ambiente avrebbe evitato l’inquinamento del traffico”.

Da anni illustri studiosi segnalano come sia impossibile e inane in Italia effettuare una misurazione delle prestazioni – e della loro efficacia –  delle attività della Pubblica Amministrazione, qualcuno ha parlato dell’Italia come di uno Stato senza società proprio perché espropria i cittadini dei diritti di accedere alle informazioni e di tutelarsi da sopraffazioni e arroganza dei burocrati, altri hanno denunciato  come dietro all’inerzia, all’assenza di incentivi, alla scarsa formazione e motivazione, all’invecchiamento di uomini e strutture della macchina amministrativa, si nasconda la volontà di cedere anche questo settore strategico del viver civile e della cittadinanza ai privati,  come si fa già con i servizi pubblici, la sanità, i trasporti, la sicurezza e come in fondo si è fatto creando organismi come Equitalia che avevano la possibilità di sottrarsi a lacci e laccioli esercitando un potere di vita e di morte assolutistico.

Invece il De Masi che non a caso ha alternato la didattica da vicino con la consulenza da più vicino ancora a imprese “virtuose” e eccellenti,  e fondando la SIT-Società Italiana Telelavoro per la diffusione del telelavoro e la sua regolamentazione sindacale e la scuola  di Management Culturale per la professionalizzazione dei neolaureati in organizzazione di eventi di Ravello, è talmente entusiasta della paccottiglia ideologica di quello che proprio lui ha contribuito a definire come il cosiddetto “paradigma post-industriale, basato  sulla concezione che l’azione congiunta del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione, dei mass media e della scolarizzazione di massa abbia prodotto un tipo nuovo di società centrata sulla produzione di informazioni, servizi, simboli, valori, estetica”, da poter offrire numeri e statistiche sull’efficacia del lavoro agile e sulle benefiche e progressive ricadute per tutti.

Grazie al Covid dunque e allo stato di eccezione imposto, lo Stato stesso potrà essere  positivamente rivoluzionato:  e infatti “ se la ministra Dadone prende al volo questa occasione, se libera milioni di lavoratori pubblici dal greve contesto polveroso in cui sono ammassati, se li coinvolge in una moderna organizzazione per obiettivi, illustra coi toni lirici dell’Utopia,  rischia di passare alla storia per essere riuscita a fare quello che grandi giuristi come Giannini e Cassese, per mancanza di un’occasione così rara, non sono riusciti a fare”.

È sicuro che rappresenti, come dice lui, un’occasione rara, che si potrà ancora meglio cogliere se un altro virus si presenterà opportunamente con i primi freddi a favorire esodi, scivoli, pensionamenti punitivi, tagli e licenziamenti, possibili grazie a venti riformisti anche nella Pa, riduzione di emolumenti per impiegati e insegnanti.

Si sta già cominciando a vedere che magnifiche occasioni si presentano per le donne cui viene elargito il part time a uso della custodia dei valori domestici, che opportunità di mettere a frutto la proprio creatività vengono offerte a chi si sta già cercando un secondo lavoretto alla spina per arrotondare un reddito ridotto dalla pandemia, e si possono già registrare i successi di quella selezione operata sulla risorsa umana dalle odierne forme legalizzate di servitù, per eliminare chi non si adegua, chi non è attrezzato per la scommessa della tecnologia, che ha già condannato alla marginalità vergognosa pensionati con non possono interagire con l’Inps, costretti al conto alle Poste e a essere umiliati dal medico curante, dal farmacista, dal bancario per la colpa di non avere introiettato i valori digitali, ma anche ragazzini senza rete in casa e senza pc, considerati tutti nuovi analfabeti secondo un nuovo razzismo tecnologico.

E non c’è da sentirsi rassicurati che il Vangelo digitale di Colao, sia finito a reggere la zampa sbilenca di qualche scrivania a Palazzo Chigi se l’ideologia che lo ispira è forte e attiva, quando il lavoro a distanza è la cornice dentro al quale dare forma e legittimità a precarietà e flessibilità,  se l’era Bonomi in Confindustria esige di mettere  mano al diritto del lavoro, eliminando le causali per i contratti a tempo determinato, abolendo il reintegro dei licenziati senza giusta causa assunti prima del Jobs Act e quando Marco Leonardi, consigliere del ministro Gualtieri, propone di congelare le causali per “rimuovere ogni ostacolo normativo alla ripresa”.

Già la regolarizzazione ai tempi di Bellanova, già l’ostensione di nuovi valori a uso dei ragazzi: volontariato, avvicendamento scuola-lavoro, già l’avvento del taylorismo digitale, che illude l’esercito della forza lavoro dei lavoretti alla spina con un ideale di libertà concepito come l’autonomia nello scegliersi percorsi e orari per la consegna della pizza avevano disegnato il futuro del cottimo di Stato e di governo, mutuato dall’era Prime Now di Amazon con tanto di recapiti domenicali.

E siccome l’arma più efficace è sempre il ricatto salariale, finalmente si farà giustizia dei preconcetti sui  Travet, inchiodati al desk, in gara coi colleghi in analoghe camere e cucina, soli e isolati in modo che non abbiano la tentazione di confrontarsi con altre vittime e di reagire, persuasi alla rinuncia all’ora d’aria per dimostrare attaccamento al lavoro anche in carenza di straordinari e benefits.

Sull’efficacia del New Deal secondo Colao, secondo De Masi, secondo i golpisti confindustriali che non si accontentano delle concessioni già ottenute e pretendono  i soldi europei, quelli dello Stato, quelli dei lavoratori, quelli dei poveri, abbiamo avuto delle anticipazioni durante il lockdown: bastava collegarsi all’Inps, ai siti dei Comuni e delle prefetture, al numero verde messo a disposizione di chi lamentava sintomi allarmanti, ai vigili e alle polizie locali, all’Agenzia delle Entrate, per avere conferma della remota distanza di chi è incaricato di rispondere e soddisfare a esigenze e bisogni dei cittadini.

E così viene alla luce il vero intento dello smart working coi fichi secchi, senza banda larga, senza organizzazione, senza formazione, senza garanzie, senza tutele, per chi sta da una parte o dall’altra dello schermo, come in uno specchio che riflette servi contro servi.


Pil virus

Un-altro-anno-in-caduta-libera-per-l-economia-veneta_articleimageLe previsioni più ottimistiche  dicono che il coronavirus o meglio tutta la vicenda costruita intorno a questa nuova sindrome influenzale farà diminuire di un punto il Pil italiano che ancora deve riprendersi dalla mazzata del 2008, ma dal momento che la nostra trasformazione in appestati planetari colpirà proprio i settori sani dell’economia, vale a dire export e turismo, non è difficile immaginarsi che la mazzata sarà ancora più dura  e che occorre attendersi una crescita della disoccupazione e al contempo delle sofferenze bancarie, un aumento dello spread e del deficit tali da rendere praticamente inevitabile la sottomissione al nuovo Mes e alla troika, in poche parole alla speculazione finanziaria, che ci renderà poveri per parecchie generazioni, esattamente come è accaduto alla Grecia. Singolare che l’epidemia influenzale di nuovo conio sia calata proprio nel momento in cui l’adesione al nuovo Meccanismo di stabilità ha suscitato resistenze e lo scontento di molta parte del milieu economico italiano oltreché perplessità e paura da  dei risparmiatori; inesplicabile il fatto che lo Stivale con le minori relazioni con la Cina degli altri partner europei sia diventato il maggior focolaio mondiale del Covid 19 dopo la Cina dove tuttavia ormai la sua diffusione è stata fermata; suicida l’allarmismo idiota che è stato sparso a piene mani e che forse si salda con la consapevolezza degli italiani di non poter ricevere grande aiuto da strutture sanitarie che si vanno via via smantellando e da soldi che non ci sono mai quando servono davvero giusto per ubbidire ai folli diktat europei che vengono violati oggi proprio da chi li ha imposti.

Cosa sia andato storto è impossibile da dire così come è ancor più impossibile comprendere se, come e da chi qualche passaggio della via crucis sia stato scioccamente favorito, magari come distrazione dalla nuova crisi in atto. Ma non mi interessa il “Grande Complotto” perché la stupidità, l’improvvisazione e l’inazione sono sufficienti a surrogarlo agevolmente:  faccio semplicemente notare che la santa Ue dei contromiracoli per far fronte all’epidemia ha stanziato appena 280 milioni di euro per l’intero continente e si può pensare che le ulteriori spese peseranno sul calcolo dei deficit come del resto è stato anche per ogni altro disastro naturale. In Cina le cose sono andate diversamente anche perché il governo si è immediatamente reso conto che l’epidemia, nonostante una gravità comparabile a quella dell’influenza, sarebbe stata usata come un arma contro il Paese e dunque ha stanziato 50 miliardi di euro, per mettere in quarantena una regione con 60 milioni di abitanti, per costruire nuovi ospedali, assumere nuovo personale e per sostenere le imprese durante questa battaglia. Addirittura ad Hong Kong nonostante l’impero abbia reclutato  i mafiosi e i loro soldati ( e persino nazisti reclutati in Ucraina) per bloccare le leggi sull’estradizione facendo passare tutto questo come battaglia di libertà, ha stanziato altri 14 miliardi di euro per compensare un calo del pil di quasi il 3%, distribuendo aiuti direttamente ai cittadini  per 1.200 euro a testa, intervenendo con sgravi fiscali alle imprese e  sostenendo le famiglie. L’insieme di questi provvedimenti si tradurrà alla fine in un aumento di pil e non in una sua diminuzione, come invece accade da noi.

Cose del tutto inimmaginabili in Europa, anche riducendo la scala e infatti ci troviamo a fare una insulsa e avvilente lista della lavandaia con a disposizione solo pochi mserabili spiccioli che sono veramente un’offesa alle speranze riposte in tempi lontani nell’unione continentale.  Qui con tutta evidenza si confrontano due modelli, quello liberista e quello ad economia pianificata e mista  che si sta rivelando più efficiente ed è anche per questo che la guerra alla Cina sta diventando parossistica: benché non possa certamente essere definito uno stato comunista di tipo sovietico, il pubblico è sempre prevalente, governa il mercato e non vi è succube o semplice espressione amministrativa delle sue volontà, le ragioni economiche non sempre prendono il sopravvento sulle ragioni di vita. Ma ormai tutto ciò che non fa riferimento adorante al privatistico e al profitto senza limiti è un nemico da abbattere: basta semplicemente vedere la guerra che in Usa infuria verso il candidato Sanders contro il quale è sceso in campo persino un miliardario, non con lo scopo di vincere, ma per non far vincere uno che parla di socialismo senza prima farsi il segno della croce. Diventa sempre più chiaro che bisogna uscire da questa logica e bisogna liberarsi dei poteri da cui essa promana solo per sopravvivere dignitosamente.


Cervelli immunodepressi

ScËne de carnaval ou Le menuetAnna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi, martedì grasso, a ridosso delle meritate penitenze quaresimali, a descrivere percezione e stati d’animo di tutti – compresi quelli che cercano di mantenere vivi gli anticorpi della ragione minacciati da passioni ancestrali e pulsioni animali di difesa ferina del proprio territorio e della propria vita –  più delle foto del personale addetto con tute e scafandri da Contagio di Soderbergh,  andrebbero bene certi bozzetti e schizzi di Guardi, di Tiepolo o di Goya.  Quelle, per intenderci,  che illustrano il dinamismo effimero, profetico di morte, dell’attimo fuggevole: moltitudini di persone che, come larve trasportate dall’istinto e dalla passione,   mettono in scena la   decadenza di imperi che si credevano inviolabili, come in un  theatrum mortis nel quale recitano la malinconia della caducità, del marcio e del fatiscente, il senso della corrosione, il morso del tempo e delle intemperie.

Nella Cina da dove sarebbe partito il contagio, si usa indirizzare un auspicio che contiene la cifra della maledizione: l’augurio  di vivere “tempi interessanti”, una formula ripresa in questi anni da filosofi e pensatori per definire la nostra contemporaneità inquietante, conflittuale, difficile, ma che, proprio per questo, potrebbe essere stimolante, esaltante, se, sia pure per via delle maniere forti che usa il destino che fuori da noi altri ci assegnano, ci svegliassimo dall’indolenza e dal torpore  nel quale ci siamo fatti sprofondare.

È che la paura, che ci viene concessa come unica passione compatibile con la crescita e la civilizzazione secondo le leggi del mercato, avendoci tolto l’altra, la speranza, che a volte, aveva ragione Spinoza, è una passione triste elargita perché nell’attesa possa scemare e avvilirsi la combattività e la ribellione, o il senso di caducità arcaica ereditata dalla egemonia confessionale, sopportabile a costo di pentimenti e penitenze,  non dovrebbero farci perdere la lezione che può venire da questa odierna allegoria  del progresso, un Giano che fino a oggi voleva dimostrarci di possedere solo una faccia buona, magnifica e redentiva: scoperte scientifiche, tecnologie, guarigioni e conoscenza, consumi e benessere, ma che d’improvviso rivela quella malvagia con le piaghe d‘Egitto, pestilenze, guerre e morte.

E che svela come la magnificata globalizzazione sia diventata la versione aberrante dell’apertura al mondo di cui parlavano Marco Polo, il Roman de la Rose citando la numerazione e il prezzemolo, le scoperte astronomiche e gli spaghetti, le albicocche e il tè, se ha incrementato formidabili disuguaglianze e dando forza oscura a istinti predatori, allo sfruttamento e a un delirio di onnipotenza che ci ha fatto dimenticare i limiti.

Ce ne voleva una, di morte nera, barbara e cruenta perché le altre minacce parevano intangibili, invisibili, sembrava che toccassero altri meno fortunati nel sorteggio della lotteria naturale, paesi che cambiano di continuo nome e status istituzionale nel mappamondo virtuale, popolazioni così remote che ci siamo convinti che a bombardarli siano droni che si comandano da soli, inondazioni e tsunami prodotti da fenomeni naturali, imprevedibili e incontrastabili, mentre noi e qui ci godiamo una meritata primavera precoce.

Invece potremmo imparare qualcosa da quello che succede, anche senza darci attestati di UniCusano in virologia e nemmeno di RadioElettra in materia di controlli e vigilanza, per interrogarci su quando la precarietà, che oggi ci colpisce, ricordandoci che l’unica sicurezza che ci viene offerta è quella che impone la perdita di diritti e la limitazione della libertà, di circolare, di esprimersi, di incontrarsi e di criticare, è diventata “accettabile” o addirittura desiderabile da quando è stata proposta come cancellazione di molesti obblighi, come licenza da imposizioni e comandi, tanto che una nuova generazione si sente libera di scegliere il cottimo perché organizza autonomamente orari di lavoro e tragitti per consegnare pizze a pasti a gente che lavora part time appagata di non aver mai visto il suo “caporale”. E da quando ci hanno comunicato che era una necessità ragionevole e doverosa per rimettere in moto lo sviluppo, ricordandoci che siamo tutti nella stessa barca, tutti in pericolo, lavoratori e padroni, quelli però col salvagente.

Dovremmo pensare che la confusione artificiosa e artificiale nella quale si inseguono menzogne e denunce di complotto, smentite di bugie precedenti con nuove bugie, rivelazioni a orologeria e dietrismi altro non è che il frutto di una informazione tossica che comunica solo quello che fa comodo poteri forti che tirano su le tende dei loro stanzoni agli addetti ai lavori in modo che somministrino a piccole dosi omeopatiche porzioni di realtà o le sparino a raffica, in modo da manipolare e trattare, nascondere o esagerare, manomettere o amplificare quello che è utile alla sopravvivenza dello status quo.

E che ancora una volta si rimette la questione nelle mani dei “tecnici”, nemmeno fossimo tutti sardine, dei competenti, degli stregoni, dando l’illusione di partecipare delle decisioni anche ai cretini che su Fb rivendicano di aver frequentato l’università della vita e che da esperti di rating e di spread, di moviola e canzonette si sono convertiti all’immunologia, ripristinando l’autorità indiscussa di figure qualificate promosse a venerabili maestri, possibilmente identificabili in qualità di supporter di partiti e movimenti, che se una volta la scienza rivendicava la sua “neutralità” adesso è un vanto la tessera di partito o ThinkTank, iperdotati di qualità telegeniche e di simultaneismo nei social.

E magari adesso potremmo vedere sotto una nuova luce  e condannare col poco potere che ci resta, il crimine originario di chi ha smantellato l’edificio dell’assistenza pubblica, chiuso reparti, impoverito e umiliato i medici, i paramedici, il personale ospedaliero, tramutato le Asl in macchine per la corruzione e la speculazione.

Se, come pare, il problema cruciale che si pone,  rappresentato da una possibile epidemia di Covid-19, non consisterebbe  nell’indice di  mortalità, poco superiore ad una normale influenza, ma nei tempi e nella “qualità” del decorso, che richiede ricovero ospedaliero, criteri e  requisiti particolari, isolamento, allora è ovvio che il rischio vero è rappresentato dalla inadeguatezza del nostro sistema a fronteggiare una qualsiasi emergenza, ben oltre i tempi di attesa per le analisi, i casi di cronaca di cattiva sanità, i turni massacranti di personale promosso a figure eroiche.

E allora a poco servono le polemiche tra presidenti delle regioni e governo per rimpallarsi le colpe, perché è sotto gli occhi di tutti dove sta il marcio di un welfare scarnificato, impoverito, defraudato e depredato per esaltare le opportunità del “privato”, cliniche, ambulatori e laboratori, fondi integrativi e assicurazioni che in questi giorni, tutti, sono scomparsi dall’orizzonte occupate dalle responsabilità e dagli oneri, tutti, d’improvviso, in capo allo Stato, in un tardivo riscatto del sovranismo.

E infatti siccome dalla palude della tragedia all’italiana affiorano i fiori del male del ridicolo, così i governatori che esigevano fino a ieri autonomia del dare corso auna desiderabile pluralità di soggetti più privati che pubblici, malgrado i conclamati insuccessi registrati in tutte le latitudini, reclamano procedure ma soprattutto esenzioni, assistenza, aiuti del maledetto Stato padrone, recuperato in veste di padre doverosamente compassionevole, e della collettività oltre i confini regionali, riesumata in veste di popolo unito dagli accadimenti.

Purtroppo potrebbero essere tempi interessanti, ma se la morte non va in vacanza, i cervelli sembrano essere in ferie per malattia.


Lavoratori, votate per chi vi sfrutta

bandAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio non ci sia strada virtuosa per il potere, mica occorre far man bassa dei fondi pubblici, evadere, riciclare, comprare e vendere consenso. A volte anche grandi illusioni che avevano alimentato grandi aspettative si fanno corrompere da presunti stati di necessità, da emergenze nutrite  apposta per consentire soluzioni eccezionali e per dare spazio a commissari, tecnici e plenipotenziari agli affari sporchi addetti a farci digerire pozioni maligne.

Proprio mentre l’Ilo, Organizzazione Internazionale del Lavoro  pubblicava il suon rapporto periodico intitolato in questo caso World employment and social outlook, “Prospettive occupazionali e sociali nel mondo”, una campana a morto senza speranze a cominciare dalla denuncia esplicita che la maggior parte dei lavoratori nel mondo vive al di sotto delle soglie di sicurezza e benessere materiale, psicologico e morale, senza alcuna possibilità di conseguirli e tantomeno di esprimere vocazioni e talenti, i sindacati insieme a Confindustria lanciano un Appello per l’Europa.

Quando qualcuno, io tra questi, ha osato esprimere il proprio sdegno per la prima apparizione ufficiale di Landini nella Triplice ricostituita in piazza insieme a un campionario confindustriale, venne accusato di iconoclastia, vantando il curriculum di operaio promosso alla rappresentanza dell’ex segretario della Fiom, come garanzia indubitabile della sua tenace appartenenza al ceto sfruttato e dunque della sua autorevolezza e credibilità che non sarebbe stata contagiata dal virus del partito del Pil, che da decenni vuol persuaderci che siamo sulla stessa barca, noi, loro e Adam Smith, tutti potenzialmente beneficiati dalla manina della Provvidenza che sparge come una polverina d’oro anche sugli ultimi i frutti dei profitti dei primi, tutti richiamati all’ordine dallo stato di necessità che costringe alla volontaria rinuncia a diritti e conquiste.

Adesso anche i più restii a prenderne atto dovranno capire che siamo irreparabilmente soli, come lo sono stati e lo sono i cassintegrati, o quelli che una mattina si sono presentati in fabbrica e hanno trovato i capannoni vuoti, che baracca e burattini erano stati trasferiti in geografie più favorevoli, o gli operai della Fiat abbandonati quando affrontarono la più grave crisi della storia dell’industria nazionale, intimoriti e ricattati a Pomigliano e Mirafiori  e colpevolizzati per la loro resistenza in modo da legittimare il trasferimento dell’azienda all’estero.

Soli, come lo sono i dipendenti di qualsiasi azienda e impresa e scuola e ospedale, che hanno perso anche l’autorizzazione al lamentarsi perché c’è chi sta peggio, convinti perfino dai loro rappresentanti che le restrizioni e i rischi sono ineluttabili, che l’austerità è un incidente, un evento naturale e imprevedibile che si è abbattuto su tutti e che tutti dobbiamo sopportare con uguale responsabilità. E che chi si oppone si mette fuori dal consorzio civile e dal progresso per tutti.

Soli, come lo sono i lavoratori precari, per loro stessa natura condannati alla competizione e alla concorrenza più feroci per mantenersi il contratto strappato al pensionato intimidito dallo stalking telefonico, esautorati della possibilità di unirsi per la difesa delle proprie prerogative, costretti a un isolamento coatto e agonistico che mina qualsiasi forma di coesione e solidarietà.

Soli come sono ormai anche quelli che si sono rifugiati in quegli impieghi che offrono la chimera di una autonomia che permetterebbe loro di essere imprenditori di se stessi, perché si auto organizzano le consegne dei pasti a domicilio, che ormai anche secondo i tribunali i pony express e quelli di Foodora sono “lavoratori autonomi”, o perché   esercitano l’accoglienza correndo da un B&B all’altro, o perché appartengono al ceto dei vaucher che si adatta a tutti i lavoretti flessibili compresi quelli del taylorismo digitale, o perché  circolano negli spazi spuri del coworking dove la socialità e la solidarietà si esprime attraverso la connessione e alla fidelizzazione a una aspettativa di guadagno. Soli anche quando si muore sul posto di lavoro, disapprovati in qualità di fattore umano irrazionale e incompetente, che crea danno all’impresa e ostacola la modernità.

Soli come lo è la classe disagiata, sempre più estesa della quale fanno parte quelli che sofforno la perdita di beni, sicurezze e garanzie, quelli che giurano ogni giorno, di mese in mese e di anno in anno, che il loro sotto-impiego è soltanto «temporaneo» e  serve alla sopravvivenza, ma poi.., quel 90% di ricercatori che secondo una statistica proprio della Cgil ha abbandonato l’università italiana, quella zona grigia che  tira avanti finché durano i risparmi di famiglia, i contratti precari e gli assegni di disoccupazione, che si vergogna di chiedere il reddito di cittadinanza e che aspetta che si liberi il posto che credono di meritare perché hanno studiato e preso una laurea, in aperto conflitto con le migliaia  che si sono adattati a stare in un call center, a fare i manovali o i pizzaioli perché non hanno nessuno alle spalle e che hanno perso con la speranza anche la loro identità.

Soli come quelli che non hanno goduto delle mancette e degli 80 euro e che si sentono dire che il reddito di cittadinanza è “illegittimo”  perché è troppo generoso rispetto ai salari italiani. Condannandolo invece di condannare trattamenti iniqui, disuguali e umilianti. Soli come quelli che ricorrentemente si sentono dire da chi ha il culo al caldo che sono indolenti, mammoni, viziati, inadeguati e impreparati dopo che è stato smantellato l’edificio dell’istruzione pubblica, dopo che le riforme che si  sono susseguite hanno realizzato la distopia dei diplomifici privati, hanno creato una falsa concorrenza tra Università statali e private, le ultime adatte a selezionare per censo, fidelizzazione al mercato, rendita il personale da immettere nell’apparato imperiale, comprese quelle tipologie di occupazioni inutili, quell’ammuina di occupazioni svalutate se le svolgiamo noi, valorizzate se a coprire quei ruoli fasulli è qualche delfino, uniti comunque dallo status di sudditi.

Si, soli se chi doveva rappresentarci e testimoniare di noi si appaga di una costruzione elitaria e feroce definendola come un progetto demiurgico  “cruciale per affrontare le sfide e progettare un futuro di benessere per l’Europa che è ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa”. Come se la lotta condotta contro le democrazie da una unione che le deplora in quanto nate da lotte di resistenza e dunque macchiate dalla colpa di essere “socialiste” non fosse motivo sufficiente per volerne star fuori. Come se i vincoli, i diktat, le estorsioni, le minacce e le cravatte del rigore non siano stati pensati e attuati per dividere i paesi e nei paesi, per limitare diritti, autonomie e libertà, per condannare al malessere e all’ubbidienza. Come se la rivendicazione di giustizia sociale fosse una manifestazione di populismo ignorante e primitivo e  la pretesa di indipendenza e autodeterminazione fosse  una espressione di arcaico e irragionevole sovranismo. Come se che denuncia la globalizzazione e i suoi guasti contribuisse alla decrescita della nazione e della regione, come se fosse vero che “dove passano le merci non passano i cannoni”, come dimostrerebbero ex Jugoslavia,  Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Venezuela.

L’appello concorde e condiviso di sindacati ha la natura di una letterina a Babbo Capitale in tre paragrafi: “Unire persone e luoghi”, forse grazie all’Alta Velocità, e all’Apprendistato europeo, una festosa rivisitazione dei sogni di Poletti,  “Dotarsi degli strumenti per competere nel nuovo contesto globale”, sulla linea direttrice tracciata dal duo Reagan-Thatcher con la libera circolazione dei capitali e degli eserciti di schiavi? e infine “Potenziare la rete di solidarietà sociale europea”), nel quale ci si piega alla opportunità di offrire un sostegno europeo al reddito  purché non pesi sulle imprese.

Ah però, ma allora meglio soli che male accompagnati.

 

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: