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Femminismo alla Boscaiola

ghgliotAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Il movimento #MeToo ha il grandissimo merito di aver fatto prendere consapevolezza della necessità di denunciare e ha accesso i riflettori su un tema grave e trasversale come la violenza psicologica, fisica e sessuale sulle donne nelle relazioni di potere”. È  l’ex Ministra Boschi che parla. E aggiunge: “credo che quello che ho fatto io, nel bene o nel male, sia stato accettato con più fatica che non se l’avesse fatto un uomo”.

Mai come in questi anni l’eclissi dell’ideale di progresso è stata segnata da tremendi paradossi. Mai come oggi proprio i più esposti, i più vulnerabili: troppo giovani, troppo vecchi troppo poveri troppo donne, troppo “altri”, troppo diversi,  scontano le magnifiche sorti di una modernità regressiva, fatta di scoperte scientifiche ed applicazioni tecnologiche, iniquamente accessibili e differentemente distribuite.

Mai come oggi  formidabili ritrovati per contrastare malattie e eventi naturali sono soggetti a disuguaglianze che fanno sì che non vi abbiano accesso i più, che aumentino quelli che non possono usufruire di cure e farmaci, così come terremoti e alluvioni hanno perso il carattere di “livella” e abbattono e travolgono geografie, borghi e abitazioni di chi non ha potuto proteggersi, di chi ha conquistato una casetta senza requisiti di tutela e sicurezza, magari sotto un ponte, su argini di fiumi ribelli dove ormai è rischioso anche andare a fare una gita, in territori feriti dalla speculazione e dal cemento selvaggio.

Mai come oggi noi che sembriamo fortunati per essere stati sorteggiati dalla lotteria naturale nascendo dove leggi dovrebbero regolare relazioni umane e sociali, lavoro e istruzione e tutte le attività umane, se apparteniamo a quelle categorie di serie B, quelle dei “troppo” – la maggioranza dunque – patiamo   crudeli sofferenze per l’egemonia implacabile della flessibilità che sprofonda chi sta sotto padrone nell’abisso della soggezione all’arbitrarietà, all’intimidazione, alla competizione spietata che cancella ogni residua forma di coesione e solidarietà.

Mai come oggi perfino le parole e i valori che rappresentano derise o messe all’indice o soggette a aberranti trasformazioni: l’etica in moralismo, la compassione in buonismo, la sicurezza in repressione. Mai come oggi vengono propagandati come necessaria arma di difesa l’egoismo in modo che si possa essere attrezzati alla lotta eterna di lupo contro lupo, salvo che quelli almeno vivono in branco, e come premio, per il liberato istinto di sopraffazione, visibilità, censo, fama sia pure anche solo virtuale a colpi di mi piace. Mai come oggi questa forma di guerriglia perenne e solo a bassa intensità si deve consumare tra uguali, tra soggetti che vivono allo stesso livello o meglio ancora ai danni di chi sta ancora più giù, perché invece nelle relazioni con chi comanda deve vigere il primato della docile accondiscendenza, della soggezione remissiva, pena la perdita, la condanna alla sommersione  e alla deplorazione dei momentaneamente “salvati”, sicché i diritti sono retrocessi a elargizioni e la loro richiesta sempre più sommessa a irrealistiche pretese; i talenti e le vocazioni a ridicole e poco plausibili aspirazioni, criticabili se provengono da ceti immeritevoli, quelli impoveriti e penalizzati per aver voluto troppo, comprese garanzie, pensioni, tutela dei risparmi. rispetto della dignità.

Se vi chiedete cosa c’entri con tutto questo la Boschi, la risposta è facile.  La disgregazione del tessuto sociale e la svalutazione di ogni richiesta di diritti e prerogative sono state favorite e legittimate da chi si è autoproclamato portatore e interprete del progressismo e del riformismo, inteso inizialmente come tentativo maldestro di addomesticare il sistema capitalistico e di mercato, poi come esplicito appoggio. Spacciandolo come doverosa manifestazione di realpolitik, come avveduta espressione di ragionevolezza e moderatezza rispetto alle intemperanze estremiste di chi chiedeva sempre più flebilmente uguaglianza liberà e fraternità, regredite ad arcaiche reminiscenze da riporre in soffitta.  In modo che tutto quello che riguardava affrancamento, liberazione, riappropriazione della dignità venisse svuotato di significato per diventare oggetto di stanche celebrazioni, di giornate della memoria, o peggio ancora, della concessione di briciole al disotto del minimo sindacale, come è avvenuto per le coppie di fatto, occasione per dare un po’ di guazza alla propaganda e alle celebrazioni folcloristiche, purché non si tocchi l’istituto familiare sacro per la perpetuazione di modelli inclusivi e recessivi, con la condanna dei ruoli femminili a destini secondari imposti dalla necessità di sostituire tutto quello che Stato e società negano.

Così se tutti siamo ridotti a merce, alle donne spetta di essere strumenti di servizio, attrezzi da impiegare per far funzionare lo “stile di vita”, da oliare offrendo qualche contentino che viene direttamente dal bagaglio del politicamente corretto, con il suo gergo e i suoi slogan indirizzati a farci accontentare di qualche brioche, delle desinenze in A, delle invettive contro il consumo patinato dei corpi femminili, delle denunce tardive di svariate tipologie di sporcaccioni che occupano partiti e showbusiness, della creazione degli osservatori sul linguaggio sessista, delle quote rosa.

Mentre intanto noi tiriamo la carretta, che assomiglia a quella che portava le aristocratiche a Place de la Concorde. Ma quelle che per censo, affiliazione, mimetismo allora sarebbero state le condannate, sono quelle che partecipano furiosamente alla morte di una aspettativa di libertà dallo sfruttamento per uomini e donne che ne soffrono doppiamente. Che collaborano e dettano le leggi dell’ingiustizia e della discriminazione, ricordando la loro “origine”  femminile tradita e offesa e invitando all’immunità di genere solo quando scricchiola il loro trono usurpato. Beh, per i loro crimini se la meritano davvero la ghigliottina.

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Non è tutto argento quello che luccica

A vendor sells #MeToo badges a protest march for survivors of sexual assault and their supporters in Hollywood, Los Angeles  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Allora, tutto è cominciato quando una donna di spettacolo subito retrocessa al rango di divetta (chiamavano così le attrici che davano scandalo con abbigliamenti succinti o pose provocatorie sui red carpet) ha dato inizio a una campagna di denuncia di molestie subite nell’ambito dello show business, accolta con entusiasmo da chi si è abituato ai riti della giustizia  preferibilmente officiati a Forum, a ghigliottine solo virtuali, a processi nei salotti dei talk come se fosse ormai causa persa rivolgersi a  commissariati e tribunali.

Ma molto deplorata di cultori dell’ideologia del “se l’è cercata”, del “per come si veste, avrà fomentato”, del “ma quello è un ambiente corrotto, a donne perbene non succede”, del “in fondo non c’è mai morta nessuna, avrà avuto il suo tornaconto”, incoraggiando così, visto che in tanti ci cascano,  i burattinai di questa e simili pantomime, che orchestrano queste liturgie della riprovazione con attori “speciali”, in modo che restino in ombra altre più diffuse violenze “comuni” perpetrate su vittime ordinarie, in fabbriche, studi professionali, negozi, cucine, dove il ricatto fa rima con contratto e è sistema di gestione usuale, dove per legge la precarietà e l’incertezza lo favorisce, dove le donne, ma pure gli uomini, non godono di tribune altrettanto eccellenti, e sono costretti al silenzio tramite intimidazione e minaccia, o anche, perfino, per via della riprovazione di chi ormai è costretto a credere che posto incerto e salario minimo siano una fortuna che solo un viziato o una capricciosa prenderebbe a calci.

Allora sia pure infastidita dal frastuono delle curve, mi espressi difendendo le tardive denunce: tutto fa brodo, comunque sia l’oltraggio sia pure con diverse gerarchie è un affronto per la dignità di tutti e le vittime restano vittime, anche se sembrano solo in cerca di scomoda pubblicità, anche se hanno una voce e  atteggiamenti indisponenti e preferiscono lo sberleffo al ragionamento. Lo sostengo anche oggi, aggiungo, anche se si racconta che si siano si rese colpevoli di colpe e delitti analoghi a quelle che hanno subito. Perché non è una novità – l’abbiamo visto mille volte in vergognosi tribunali  a cominciare da quello del Circeo passando per Firenze dove sono stati convertiti in vittime i carabinieri che si sono approfittate di ragazze ubriache– quello delle molestie e delle violenze è un contesto spinoso, dove si toccano i nervi sensibili del virilismo più che della cultura patriarcale, dove succede che comportamento, inclinazioni, usi e umane debolezze delle donne bersaglio vengono esplorati e manipolati in modo da far sospettare opache correità, occulte istigazioni, esecrandi interessi.

Lo dimostra il riaccendersi dei riflettori sull’Argento. Non che si fossero spenti, eh, per via perfino di intemperanze filiali cui la maggior parte dei genitori italiani guarda con intenerita indulgenza, per via perfino della sua elaborazione del lutto, considerata alternativamente al disotto o al disopra dei normali standard. Ma che adesso permette che si metta in moto la macchina del revisionismo, a dimostrazione che si sarebbero sprecate compassione e  solidarietà, che le donne sanno gestire le loro prerogative di genere per i loro interessi, per rifarsi un’immagine sbiadita, per suscitare compatimento e approfittarsene, che si sapeva che da che mondo è mondo, la loro mela cela vermi e veleni.  Senza parlare delle pruriginose ricostruzioni, dei dubbi in merito allo svolgersi degli eventi grazie alla mutazione intervenuta tra gli opinionisti della rete, da ingegneri a sessuologi e ginecologi. E non basta, possiamo aggiungere al rinnovato fastidio anche le discese in campo degli accattoni del movimentismo, osservatori e  editorialisti al maschile, che si aggrappano a quel che resta del femminismo perché si tratta del fermento che impone minori scelte personali e professionali: in fondo male che vada, è sufficiente mettere i piatti nelle lavastoviglie, cliccare un mi piace sotto qualche post,  scrivere con alata penna della reproba.

Il fatto è che si preferisce non andare al fondo della questione, quando è invece evidente che comunque siano andate le cose tra la navigata attrice e il ragazzone vittima del suo mito maledetto, si tratta sempre e solo di esercizio del potere, di una delle sue mutevoli rappresentazioni, nessuna esclusa e nessuna più o meno colpevole di sopraffazione compresa quella che tira più di un carro di buoi. Il potere che governa attraverso censo, vantaggi dinastici, forza bruta o elegante persuasione, privilegi che nutrono una sicurezza proterva capace di piegare con la convinzione più che con la potenza muscolare, fama e notorietà conseguite oggi con molta più facilità di un tempo se le leggende si autoalimentano grazie a followers e tweet.  Così chi ne è stata attratta e sedotta e irretita può sentirsi autorizzata a tradurre il danno in risarcimento, in condizione di rimborsare l’ultima bambolina della matrioska con una cospicua donazione. Così si dimostra che il potere supera le differenze di genere, quando viene esercitato indifferentemente da maschi o femmine che ne hanno mutuato i caratteri, quando da entità apparentemente selvaggia e incontrollata cede all’assoggettamento antico del denaro che tutto può corrompere e comprare.


Arbeit macht friday

blackfridayfights_trans_NvBQzQNjv4Bq2oUEflmHZZHjcYuvN_Gr-bVmXC2g6irFbtWDjolSHWgIo che sono un compratore a volte compulsivo in presenza di qualche nuovo balocco della tecnologia, questa settimana mi sono astenuto da qualsiasi acquisto per evitare di partecipare all’ennesima manifestazione della subcultura del capitale che diventa segno di sottomissione quando è insensatamente importata di peso per cercare di vendere fondi di magazzino solo suppostamente scontati e di diffcile smercio, conferendo loro l’aura benedicente e propizia delle numinose american things. Certo tutto è travolto e coinvolto nel mercato e nelle mille feste di mamma, babbo, zio, fidanzato, cane e gatto per tenere sulla corda l’animo dei desideranti e impedirgli di vedere a fondo la propria condizione dando loro l’esca per indebitarsi ad ogni occasione o accettare qualunque cosa pur di procurarsi beni di fatto inutili e dunque per rimanere sottomessi. Ma l’ importazione di una abitudine americana, ormai lontana dai vecchi fasti persino dove è nata, visti i tempi di vacche magre e di crescita dell e – commerce, è talmente insensata e ridicola nel nostro ambiente, appare così acchiappacitrulli, da far venire i brividi. E’ l’apice della sudditanza psicologica.

Anche perché nel nome stesso di friday sono implicati significati ancestrali e derivazioni non molto lontani da ciò che implica la disgraziata scadenza commerciale, cosa questa irresistibile per il mio pallino etimologico che mi preparo ad infliggervi. Ora bisogna sapere che friday, come del resto freitag in tedesco e fredag nelle lingue scandinave, deriva dalla dea Frija  (da noi Freia) , moglie di Wotan o Odino, posta come analogo di Venere che dà il nome al giorno nelle lingue romanze, ossia in qualche modo derivate dal latino, anche se la dea nordica rappresenta anche la ricchezza, la seduzione e la guerra. Ora – detto per inciso – a  nessuno sfugge che sia la stessa derivazione dei vocaboli libero e  libertà in tutte le lingue di origine germanica, il che già crea una bella cesura simbolica con il nostro mondo mentale e la nostra parola che ha la stessa radice di libro (dal vocabolo libens volonteroso ) e che in sostanza ha a che fare più con l’attività, il lavoro e la convivenza che con istinti basici: se vogliamo la scritta Arbeit macht frei che campeggiava all’ingresso di Auschwitz era la cosa meno germanica di tutto l’insieme, oltre che la più lontana dall’orrore che incarnava. Poiché nell’osco umbro (parlato in realtà in tutto l’appennino centrale fino ad arrivare in Calabria e più vicino per certi versi alle radici sanscrite) libero si diceva freis  possiamo suppore che la separazione dei significati tra le varie famiglie di lingue indoeuropee del ramo occidentale si sia formata a cominciare da  3000 anni fa e abbia dato origine da una parte alla straordinaria invenzione dello stato e della legalità in ambito romano e a quella delle libertà personali in ambito germanico in una cornice ancora magmatica e tribalistica, messe in rilievo da Tacito: due corni tra i quali si aggira in sostanza ancora oggi tutto il discorso politico, sia pure nelle forme determinate dalle modalitàm e dai caratteri strutturali delle successive rivoluzioni industriali.

Comunque sia, tornando all’argomento principale, il nome della dea Frija derivava dalla radice indoeuropea *prei che vuol dire voler bene o esprimere sottomissione, la stessa da cui deriva la nostra preghiera, ma attraverso il latino precarius che appunto vuol dire ottenuto grazie a speciali richieste di intercessione agli dei che implicavano il rimanere in piedi con le braccia tutte tese verso l’altro sopra la testa e il palmo delle mani unito come in un esercizio per gli addominali. Non si fa fatica a immaginare come si trattasse di una preghiera assai precaria che giustamente ha dato origine a due vocaboli che apparentemente non c’entrano nulla l’uno con l’altro. Ma di certo il mondo è così piccolo che tutto si tiene anche a distanza di millenni e così abbiamo il black friday che è l’ennesima caramella commerciale sventolata sulla faccia di una precarietà del lavoro e dei diritti ormai tematizzata come moderna e inevitabile. D’altro canto bisogna dire che gli italiani sono geniali nell’importare e farsi condizionare dal peggio, mentre il meglio viene scartato e finisce nella raccolta indifferenziata. Indifferenziata come il mondo omologato e conformistico che molti considerano come ideale e nel quale il lavoro non rende più liberi, ma finisce in Friday.


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