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L’Amazoncrazia vince sugli sfruttati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Beati i tedeschi con le loro parole composte che rendono concetti complessi. Si potrebbe lanciare un gruppo su Facebook che in Germania sarebbe Fremdschämen, e da noi qualcosa che voglia dire provare vergogna e disonore per conto terzi.

Invece sul social in versione nostrana ce n’è uno che si chiama Lavoro & Progresso, proprio con la & commerciale, sul quale raccoglie un gran numero di like  uno di quegli “stati” arancioni come l’auspicio delle regioni, che recita: Amazon, il 71% dei lavoratori dice no ai sindacati, evidentemente agli autisti piace fare la pipì in bottiglia.

Il ghigno si riferisce al caso dell’Alabama dove, si legge sulla stampa, “è svanito per ora il sogno del sindacato di avere una presenza organizzata all’interno di un sito Amazon. Sarebbe stata una prima volta negli Usa e avrebbe rappresentato un precedente denso di significato per un gruppo che ha sedi e depositi in tutto il mondo. Nell’azienda dell’uomo più ricco del mondo, invece, il no ha vinto in modo schiacciante, con più del doppio dei voti ottenuti dal sì al sindacato”.

Ve la ricordate la frase conclusiva del Manifesto, proletari di tutto il mondo unitevi? No, non ve la ricordate, se il vero trionfo conquistato dal capitalismo consiste nell’aver diviso con successo gli sfruttati mettendoli gli uni contro gli altri grazie al configurarsi di una lotta di classe che si muove al contrario, ricchi contro poveri, e anche orizzontalmente, lavoro intellettuale contro lavoro manuale, occupati contro precari, disoccupati contro garantiti, secondo categorie più formali e virtuali che reali che permangono come bandiere di eserciti di disperati.

Aggiornata in proletari di tutto il mondo datevi addosso, riscuoterebbe consenso quasi unanime grazie alla manutenzione che viene fatta dalle vittime degli stereotipi del progressismo divulgato dai kapò delle multinazionali, delle grandi imprese, quelle pubbliche comprese, delle associazioni confindustriali e della politica allo loro servizio, che si sta prestando alla valorizzazione dello Stato come investitore e elemosiniere di grandi concentrazioni al fine di operare una selezione con conseguente “soluzione finale”, per cancellare il tessuto di piccole e medie imprese giudicate parassitarie e arcaiche, e per omologare i lavoratori in massa i cui diritti e le cui remunerazioni possano essere appiattite verso il basso in attesa della sospirata sostituzione con automi più o meno intelligenti e obbedienti.

Qualcuno a leggere la notizia, ha giustificato la decisione dei dipendenti di Amazon con l’evidente pressione esercitata dall’azienda, con le minacce di licenziamento e i ricatti espliciti. E d’altra parte siamo un paese civile che ha manifestato la sua solidarietà per i lavoratori di Amazon e della logistica non comprando per un giorno il cacciavite e l’inchiostro per stampante online, rinviando provocatoriamente l’acquisto al giorno dopo lo sciopero indetto il 22 marzo, quando gli italiani avevano mandato i loro auguri ai colleghi americani  che stavano votando per darsi una rappresentanza sindacale (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/03/21/i-dannati-del-clic-in-sciopero-domani/).

In effetti in alcuni dei centri strategici dell’impero di Amazon in Italia, i sindacati si sono recentemente affacciati, in controtendenza solo apparente con l’indifferenza colpevole esercitata nei confronti di precari, part time, contratti anomali, abbandonati a loro stessi in un isolamento accorato, sena tutele e senza via d’uscita, che verrà incrementato dal ricorso al lavoro agile. E’ che il bacino degli “occupati” nella logistica si allarga sempre di più nelle sue varie declinazioni, facendo aumentare la concorrenza delle organizzazioni di base in aperta competizione con i sindacati della triplice, che si sono accreditati come autorevole parte negoziale al tavolo delle trattative con l’azienda.

Sconcerta che dopo anni di film e serie tv che hanno svelato il lato buio delle rappresentanze sindacali americane, i viluppi opachi con i decisori, le alleanze malavitose con la mafia e le rese dei conti cruente tra corporazioni, le modalità intimidatorie del racket delle tessere, il ceto progressista e riformista nostrano che conosce gli Usa da Netflix e dalla terza fila della sala Gaumont, condanni i lavoratori sottoproletarizzati d’oltreoceano che si sottraggono alla protezione degli eredi di Hoffa, riservando una sobria indulgenza per via di no ipotetici ricatti e intimidazioni ma una netta deplorazione per il loro status di schiavi che si assoggettano perfino alla pipì in bottiglia per conservarsi il posto.

Si vede proprio che pensiamo di avere i numeri necessari per esibire il minimo di compassione e il massimo di biasimo per chi rinuncia alla dignità, non reagisce al sopruso, accondiscende a pratiche lesive della civiltà e dell’umanità, per chi abiura dalla resistenza a indebite pressioni.

O forse eravamo in letargo quando abbiamo acconsentito alla cancellazione dell’articolo 18, una delle tante misure di abdicazione doverose a garantire sviluppo e nuova occupazione come le più di 40 leggi e leggine promosse dal 2000 in poi per promuovere la benefica mobilità. Si vede che fortunati noi eravamo “occupati” altrove quando è passata tra le lacrime dei boia la legge Fornero che nel susseguirsi di governi è rimasta nei “codici” e in tv dove la sua patronessa ne perora tuttora la validità.

Si vede  che l’etichetta abusata di “riforma” appiccicata al Jobs Act ne garantiva le virtù a cominciare dalle procedure di controllo e ai dispositivi di sorveglianza da adottare anche nella pausa “bisogno corporali”, non molto più equa della bottiglia appresso.

E si vede che si era impegnati a prendersela sui social con i tumulti irrazionali di categorie sofferenti, di corporazioni e sette dedite all’evasione da tasse e alla renitenza agli scontrini, perciò fisiologicamente esposte a contagi fascistoidi, da non aver letto le confortanti esternazioni di Landini, investito dal cono di luce dell’audace panoplia di valori del Presidente, che si fa interprete della svolta ecologico-digitale di Confindustria, dando una pennellata green alla gamma minimalista di rivendicazioni, retrocesse a caute e educate raccomandazioni, che guarda di buon occhio all’intesa per la Pubblica Amministrazione incentrata sul potenziamento  della performance contrapponendo vecchi e nuovi assunti, nello spirito della “meritocrazia”, il nome che si dà a arbitrarietà e clientelismo.

O che guarda con entusiasmo a un “rilancio” costruito sul cemento di opere e interventi resi necessari dall’opportunità di rimettere in pista con le cordate dell’edilizia e della rendita, anche la macchina del profitto speculativo all’ombra del sole che dovrebbe sorgere orgoglioso coi soldi improbabili del Recovery.

Così non ci si accorge che la pipì in bottiglia  non è che una delle umiliazioni che ci siamo piegati a sopportare grazie agli uffici di chi si era assunto il dovere e la responsabilità di tutelarci.  


100 anni di lupi in forma di Agnelli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’ultimo rito monarchico prima della recente incoronazione dell’imperatore bizantino, ieratico e enigmatico tanto quanto serve per mostrare la sua distanza dalla plebaglia, è stato di sicuro il funerale di Gianni Agnelli, l’avvocato (per via di una laurea in giurisprudenza) il cui mito non può essere offuscato da mediocri imitazioni contemporanee.

Cronisti e osservatori raccontarono allora di lunghe e ordinate  file di dolenti silenziosi e attoniti in attesa dell’ultimo omaggio all’uom fatale, di un corteo muto dei “suoi” dipendenti  in abito della domenica, perché il lutto raccomandava di indossare davanti alla salma del monarca i panni dei cortigiani e non la tuta degli sfruttati.  

Troppo facile interpretare lo sfilare dei quei sudditi durante la cerimonia degli addii, come un fenomeno locale, espressione di una Torino identificata e riconosciuta per la sua Fabbrica, città chiusa e provinciale, malgrado avesse dovuto aprirsi a una poderosa immigrazione, anticipatrice del disegno imperialista interno di una industrializzazione estemporanea e occasionale, predatore di risorse, speculativo e parassitario,  ancora condizionata dalla soggezione sabauda e dunque incline al culto fedele di una personalità e di una dinastia “reale” che aveva dato Lavoro alla sua gente.

In realtà il successo di un uomo passato alla storia più per la capacità e la facoltà di fare pubblica ostensione dei suoi vizi, che per le sue qualità di magnate, influencer ante litteram per  l’esibizione di tic, difetti e manie che in altri sarebbero stati ridicolizzati e al contrario replicati e emulati, è quello di una incarnazione della società dello spettacolo, di un caratterista  tagliato per interpretare un creso  elegantemente sprezzante, raffinatamente spietato, geneticamente strutturato per esercitare il diritto a avere il meglio eppure frugale nelle sue tavole imbandite con solo qualche chicco scrocchiante di caviale grigio,  cosmopolita ma con una reggia in ogni capitale, una barca in ogni porto, una donna in ogni letto, eppure vigile nella tutela di prerogative comuni e popolari, come dimostra l’oculato godimento di un assegno di invalidità per via di quella signorile zoppia diventata una sua cifra distintiva e uno spot vivente per stivaletti modaioli.

E difatti la sua leggenda gode della stessa fama sovranazionale di altri protagonisti dello star system, Lady Diana o i Kennedy che sono entrati nell’immaginario collettivo e lo occupano ancora grazie alla memoria inossidabile di eventi epocali,  matrimoni, lutti – anche i ricchi piangono – malattie esotiche, foto rubate e pettegolezzi fatti filtrare a orologeria per alimentare l’epica personale.

Così  la saga  ha messo in ombra la storia, che è quella di una icona del capitalismo rapace e parassitario italiano, le cui malefatte stiamo scontando anche per colpa della legittimazione offerta da ragionieri, capireparto, commessi viaggatori, geometri che hanno intravisto un riscatto sociale nel mettere come Pippononlosa, l’orologio sopra il polsino della camicia,  che si sono promossi socialmente preferendo il magnate assimilato per diafani congiungimenti carnali all’aristocrazia più schizzinosa,  al culto del volgare tycoon fattosi da sè.

Quella storia vera e disonorevole era cominciata proprio prima della nascita dell’augusto rampollo, nel1920 quando il nonno aveva chiuso la porta in faccia alle delegazioni operaie che chiedevano miglioramenti nel contesto delle rivendicazioni e delle richieste della contrattazione nazionale. Dopo aver dichiarato che «per le pesantezze del mercato l’incertezza di un immediato futuro e per i nuovo gravami che i provvedimenti governativi hanno preannunciato, le industrie non sono in grado di accordare un qualsiasi aumento delle mercedi», Giovanni Agnelli chiese e ottenne l’intervento delle forze dell’ordine e dei militari a presidiare le fabbriche.

Al suo atto di forza risposero i lavoratori con le serrate e le occupazioni e a oggi quella protesta resta nell’immaginario oltre che nella storia come una allegoria amara dell’impossibilità di un riscatto senza la guida e la potenza aggregativa e coagulante  di un movimento di lavoratori e cittadini, mosso, come perorava Gramsci, dalla “volontà di fondare uno Stato, di dare una sistemazione proletaria all’ordinamento delle forze fisiche esistenti e di gettare le basi della libertà popolare”.

La parabola della Fiat prende le mosse da là, opponendo la restaurazione, termine abusato dall’Avvocato, allo statuto dei lavoratori, decidendo la disdetta della scala mobile ancor prima di conoscere l’esito del referendum, dettando più dal trono del monarca che dalla poltrona confindustriale le strategie industriali del Paese, contribuendo alla normalizzazione del conflitto di classe e territoriale con le procedure e le modalità del colonialismo interno.

Se Fiat ha goduto di aiuti, sostegni, leggi ad hoc, impunità, immunità in pieno regime monopolistico, tutto il mondo di impresa privata ha goduto di riflesso dei processi che hanno anticipato l’attuale stato delle cose, anche quando le realtà produttive si sono mutate in esangui azionariati affetti da ludopatia, chiusi nei loro palazzi a aspettare i dividendi e i proventi acrobatici del gioco d’azzardo borsistico.

Fin dalla fine degli anni ’80 hanno potuto avvantaggiarsi del cannibalismo che ha portato allo squartamento delle aziende IRI e delle banche ex IMI grazie all’opera infaticabile dei camerieri del capitale finanziario internazionale, Draghi e Prodi, sono stati autorizzati a norma di legge a demolire le aziende di Stato, a cominciare da  SIP, poi Telecom Italia, finita poi nelle fauci incontentabili di   Tronchetti Provera  e infine svenduta a Vivendi, da  Alitalia,  retrocessa a vettore low cost in perenne stato di fallimento, per non parlare dell’Ilva o dell’Alfa Romeo, ridotta a brand marginale di un  gruppo impegnato in ingegneria societaria e finanziaria e disinteressato a auto e motori.

L’acme della consegna dei nostri patrimoni industriale ai privati è stato raggiunto con l’infame vicenda  della rete autostradale nelle mani dei Benetton, non ancora finita se nel gennaio scorso il gruppo Atlantia ha potuto riconfermare i capisaldi del suo piano industriale con l’incremento  delle attività di manutenzione e degli investimenti nel settore infrastrutturale in vista della ricostruzione a base di cantieri.

Non occorre essere complottisti per sospettare che ci fosse l’Avvocato a guidare i cavalieri dell’Apocalisse scatenati contro i diritti e le garanzie del lavoro conquistate in anni di lotta, per ottenere la demolizione  della legislazione e della contrattualistica a favore dei lavoratori, ben condotta non da inveterati golpisti ma da illuminati progressisti, lettori di Repubblica, abbonati all’Espresso e spettatori di Rai3, tramite vari pacchetti, vi ricordate quello Treu?, riforme, contrattazioni capestro, puntando come è successo sull’egemonia della precarietà, della mobilità, della flessibilità, grazie all’abrogazione dlel art.18, alla legge Biagi, alla giungla di oltre 40 tipologie contrattuali,  e via via al Jobs Act e alla legge Fornero con la revisione degli istituti e degli ammortizzatori sociali.

Il suo è stato un ruolo trainante, quello che lui esigeva e conquistava apriva la porta agli altri, legittimati come avrebbe detto suo nonno, con la sua proverbiale parsimonia, a non sprecare in spese sociali, e quindi a non investire in innovazione tecnologica e sicurezza, mandando avanti le industrie di stato delle quali erano fornitori, in ricerca e sviluppo, appagati dalle commesse estere, facendosi risarcire o garantire dai bilanci pubblici nel caso di fallimenti, per poi scegliere la scorciatoia delle fughe all’estero nottetempo a caccia di merce lavoro a buon mercato, leggi ambientali meno stringenti o quella delle svendite: ultima in ordine di tempo quella di Fiat-Crysler a PSA, che ha fatto strillare ai titolisti della nostra stampa: “Stellantis, parla francese. Agli Agnelli subito il dividendo”.

E dobbiamo sempre a lui l’ineluttabilità fatale che ha condannato lo Stato a erogare negli anni almeno una quarantina di miliardi in agevolazioni, aiuti, aggiustamenti fiscali a imprese squalificate, obsolete, in perenne ritardo tecnologico e in cerca di gruppi muscolari pronti a ingoiarle in un boccone, non fosse altro che per sgombrare il campo dalla concorrenza.

Eppure ieri abbiamo dovuto subire l’oltraggio della intervista all’anemico nipotino a cura di Will, una media startup nata sui social “per parlare del cambiamento” e che, si legge su Repubblica,  “ha voluto raccontare  la Storia tramite la storia quella dell’Avvocato, simbolo di un’Italia che è cambiata con il mondo intorno a sé, simbolo anche per i più giovani, ma a volte sconosciuto oltre il suo mito… da ripercorrere nei 20 minuti di un Podcast”.

Mentre  l’altro più esuberante nipote, lo zerbinotto sciupasoldi, si è azzardato ad affermare che Draghi sarà il nuovo Agnelli:  “Non parlo del carattere e neppure delle abitudini, ovviamente”, ha ammesso, “ma del fatto che, di nuovo, c’è un italiano che tutti conoscono e tutti ci invidiano, mai coinvolto nelle tignose controversie nazionali, con il cuore in Italia e la testa nel mondo“.

Ecco adesso sappiamo con certezza dove andranno a finire, se mai arriveranno, i quattrini del Recovery che poi noi dovremo restituire quando ci avranno già tolto diritti, libertà, dignità: sono già aperti i forzieri con lo stemma nella galleria dei ritratti del monarca con mascherina autoprodotta e che abbiamo già pagato.  


Donne che piacciono alla gente che piace

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’Istat  ha confermato l’impressione che traiamo noi andando per strada e vedendo le serrande tirate giù, le vetrine impolverate di esercizi chiusi, spiando nel carrello della spesa  di chi è in fila al supermercato: in un anno si registra un milioni in più di individui in condizione di povertà assoluta.

Tra qualche giorno avremo analisi più approfondite ma intanto  ci è già stato anticipato che la povertà è cresciuta soprattutto al Nord, che le fasce più colpite sono quelle delle famiglie monoreddito dove porta a casa il salario una persona – azzardiamo che sia un uomo – tra i 35 e 50 anni, che si salvano di più i nuclei dove c’è un anziano che “aiuta” con la sua pensione.

E ci fa capire che la povertà si declina al femminile proprio come direttore e disoccupazione,  per via di donne costrette a “ritirarsi” dal mercato del lavoro per far posto a un compagno che guadagna di più, per dedicarsi giocoforza alla “cura” della casa, dei figli, degli anziani, dei malati, sostituendo un Welfare ormai cancellato, sollecitate socialmente e moralmente ad accontentarsi di contratti anomali, quando ci sono, di occupazioni precarie che ripropongono iniquità del passato quando le magliaie emiliane, le guantaie campane, quelle che cucivano le tomaie della Riviera del Brenta, si alternavano tra le macchine comprate a rate dove pedalavano tutta la notte e i campi, il pollaio, la cucina.

La  celebrazione compulsiva dei fasti dello smartworking è stata disturbata dalla notizia molesta che il lavoro agile penalizza le donne. Se ne sono accorti perfino al meeting Cl di Rimini,  passato alla leggenda  per essere stato teatro della svolta keynesiana del crudele Foca (il più crudele degli imperatori d’Oriente), dopo il crimine greco ma prima del suo riposizionamento in vista del governo bizantino quando ci ha rivelato come intende risolvere l’annosa questione femminile,  valorizzando il capitale umano in quota rosa:  «L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo. Una vera parità di genere non significa unfarisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi ». 

Musica per le orecchie del femminismo neoliberista, quello che ha gettato alle ortiche emancipazionismo e ancora di più  lotta di liberazione delle donne, preferendo la meccanica sostituzione dei maschi con femmine nei ruoli manageriali e direttivi, riservati solitamente ai più prepotenti, arrivisti, spregiudicati che verrebbero così scalzati da belve speculari  ma più volitive, tenaci, ma ugualmente selezionate per meriti dinastici, affiliazione, obbedienza alle leggi del dominio.

Perfino il piano preparato da quelli in prima fila per rompere la pignatta dell’albero della cuccagna del Recovery, che Draghi promette di conservare nei suoi propositi,  si preoccupa di sanare quel maledetto gap favorendo la presenza delle donne nelle “stanze dei bottoni” dando spazio anche ad altre proposte costruttive per “dare gambe a un futuro diverso per le donne e per il Paese”, investendo sull’occupazione femminile anche nella Green economy, nel settore dell’innovazione e in quelli a maggiore intensità di impiego femminile, “disciplinando” smartworking e lavoro agile.

E difatti, tanto per non sbagliare, tratta la quota di maggioranza dei cittadini come una minoranza svantaggiata cui gettare un salvagente: 20 milioni per due anni  all’imprenditoria femminile e un fondo contro discriminazioni e violenza destinato a associazioni e Ong che promuovano l’inclusione, alla pari con immigrati (preferibilmente maschi), disabili fisici e disabili caratteriali in forma di giovani impreparati alle sfide della modernità, insomma quei segmenti di pubblico sui quali si agisce di solito per normalizzare la differenza e l’emarginazione.

 Non sarà un complotto, ma è sicuro che esista una cospirazione per offrire al posto della giustizia sociale qualche aggiustamento progressista, allestendo, tanto per dirne una,  le  quote rosa anche digitali: “disinvestire negli spazi degli uffici ed investire nelle babysitter per i nostri dipendenti” è la proposta di Marco Cerasa, A.D. di Randstad Italia, regole per razionalizzare lo smartworking “per contrastare il rischio che vengano penalizzate le donne”, dice Blangiardo (Istat),  e per questo devono essere le aziende “le prime a attivarsi” proclama Profumo.

E ci mancherebbe, che non dovessero essere gli uomini a darsi da fare, che si sa che altrimenti le mogli e madri si impigriscono, stanno al pc alternando lavoro con Fabebook e quattrosaltiinpadella, sono antropologicamente gregarie e  poco inclini alla consapevolezza identitaria:  “Prendiamo una signora con tre figli: per quella donna, andare a lavorare era un’occasione per uscire da un certo ambiente e sviluppare elementi di socialità,  tuona il presidente dell’Istat, il lavoro era occasione per interagire con altre persone, e un lavoro a distanza non dà questa possibilità”.

Vuoi mettere invece che opportunità relazionale è stata offerta a una cassiera del supermercato per uscire dalla gabbia domestica anche la domenica e i festivi barba al distanziamento, a una donna delle pulizie, alle dipendenti delle aziende delle Marche, del Veneto, pugliesi, nelle quali durante il Lockdown l’unico provvedimento di sicurezza è consistito nel far passare la distanza delle une dalle altre nella catena di montaggio da 15 cm. a un metro.

Di questi tempi è estemporaneo e risulta oltraggioso parlare, sia per gli uomini che per donne,  di “valori del lavoro”  secondo una retorica concepita a partire dall’alto dell’astrazione, piuttosto che dal basso della materialità del processo produttivo, delle imposizioni della necessità, che si traducono nell’obbligo della rinuncia, del sacrificio, dell’abdicazione di talento, vocazione e pure dei diritti e delle conquiste.

E lo è ancora di più da quando la nostra società è stata investita da un processo di medicalizzazione,  da quando l’approccio  sanitario  si è allarga a tutti i contesti, combinandosi con le forme di controllo anche a distanza e di polizia e incrementando discriminazioni e disuguaglianze investendo il lavoro, diviso in essenziale e “superfluo”, l’accesso alle cure, la mobilità, l’istruzione, esaltando quel connotato bio-politico inteso a una sorveglianza sempre più serrata e pervasivo degli atteggiamenti, dei comportamenti ma anche dei “modi di pensare” della popolazione.

Il rispetto dell’imperativo della salute è stato consegnato alle donne, alle madri di famiglia, secondo una distribuzione dei ruoli e della trasmissione di “valori” più borghese che patriarcale, e grazie a una persuasione morale che le invitava a “scegliere” un destino consono alla preziosa armonizzazione di un’occupazione marginale, precaria, esecutiva, e quell’attività di “cura” oggi più che mai doverosa e indispensabile.

Ovviamente la dolce violenza non riguarda manager, politiche, accademiche prestate al governo, che si fano interpreti generosamente di questo credo che non le coinvolge direttamente, che sfiorano con lo sguardo la “questione femminile” dietro agli occhiali Prada quando vanno a fare la spesa proprio come un Draghi qualunque che si rifornisce di carne per il brasato, quando distrattamente ascoltano la sciampista che domanda quando farà il vaccino mentre massaggia il balsamo, quando rilasciano interviste, reclamano il riconoscimento di “perfezione” dal palco di Sanremo o fanno pubblicità a qualche prodotto istantaneo di influencer gradite all’establishment.

E difatti da un bel po’ giorni campeggia sui social il photoshopspot della Boldrini col consiglio per gli acquisti del libro della Murgia, oggetto di diatribe con esponenti dello scemenzaio dei curatori dell’anime e della mente un tanto l’etto come Vanna Marchi in tv.

Non c’è da avere molte speranze nel riscatto di genere se proprio come gli uomini anche le donne si cercano una leader che testimoni e incarni la loro battaglia quotidiana di sfruttate, proprio tra quelle che non solo non la vivono direttamente, ma godono i frutti della loro ammissione e annessione alla cerchia oligarchica che permettono loro di rifiutare sdegnosamente un caffè con l’empio energumeno, ma di starci legittimamente sedute a fianco sugli alti scranni da cui si diramano i comandi che umiliano e affamano la   donna e l’uomo colpevoli di essere “qualunque”.  

Siamo sul canale Telegram all’indirizzo https://t.me/simplicissimus2


Letta: sono cavoli vostri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto c’è da rimpiangere il Gran Bugiardo che elargiva menzogne, auto, spettacoli,  sogni e realtà di seconda mano, adesso che dire la cruda verità è l’uso di mondo dei culialcaldo che ci hanno confezionato il peggiore dei mondi possibili, dal quale sono esenti per nascita, meriti dinastici, nepotismo in senso stretto nel caso in oggetto, affiliazione a tutte le possibili tipologie di cricche e cerchie, la cui produzione culturale sconfina nel crimine sociale.

Ospite di una tv di “servizio”,  di quelle dove i maggiordomi fanno gli spiritosi tra una leccatina e un soffietto senza doverosa mascherina, Enrico Letta (nella foto con due degli zii) ha profetizzato che da oggi l’arte di arrangiarsi, carattere nazionale così presente nell’autobiografia dell’Italia e del quale ci si è vergognati in passato, preferendo la dizione: popolo di navigatori e poeti, consisterà nel “conformarsi” a un nuovo  “contratto sociale”.

È finito il tempo in cui si andava a scuola, all’università e poi si lavorava”, ha detto. “ Adesso per tutta la nostra vita dobbiamo adattarci, cambiare ed essere pronti. E il sistema deve aiutare tutto questo”.

Andrei anche oltre, fossi in lui. Direi, fuori dai denti, i canini particolarmente sviluppati nei vampiri, che è inutile andare a scuola, all’università, fare i concorsi, cercare un lavoro, a meno di non essere come lui, che, fin dalla nascita, benedetta da uno stuolo di parenti influenti, è stato addestrato per l’arte del Michelazzo, che fin dall’asilo è stato fornito della tessera di iscrizione a tutti i possibili partiti dell’arco costituzionale e a tutte le vecchie e nuove cupole, sette, Trilateral, Aspen Institute, Fondazioni europee, Nato, bancarie, fino al coronamento di un sogno nato sui banchi di scuola a Strasburgo e di parrocchia: farsi un think tank tutto suo, quel VeDrò che riunì ai tempi d’oro personalità illustri  da Angelino Alfano alla Nunzia De Girolamo, dalla Gelmini al Giorgetti,  da Lupi alla Polverini  e alla Ravetto, da Tosi a Passera e a Moretti,  fino al grande traditore pronto a sguainare serenamente il pugnale, Matteo Renzi.

E se molti di loro sono scomparsi dalla scena, lui con calma serafica sta seduto sulla sponda del fiume, scuotendo la naftalina nella quale si conserva in attesa che la situazione sia talmente grave ma non seria da concedergli una quarta, quinta, sesta possibilità dopo tutte quelle che gli sono state immeritatamente regalate dalla provvidenza, che ha perfino assunto i panni di quell’emerito di Napolitano: pluriministro, plurisottosegretario, Presidente del Consiglio, tutti incarichi svolti sotto la bandiera con le stelle, e magari fossero quelle di Negroni che vuol dire qualità, quella dell’Europa alla quale ogni giorno rinnova il suo atto di fede cieca ricambiato con prestigiose sine cura e affiliazioni automatiche in autorevoli organismi.  

Me lo sono guardato il filmato della recente dichiarazione di guerra al popolo, con lui che sogghigna parlando del futuro che ci condannerà a diventare delle nullità come sarebbe lui se fosse nato da altri lombi, in una vasca di pesci rossi invece che in un delfinario reale.

Si capisce che non è solo una minaccia. Il processo è cominciato ma la condanna è già stata pronunciata da quelli sopra di lui cui regge così scrupolosamente le code, e che, per ridurci così,  delle vite nude, hanno demolito l’istruzione che correrebbe il rischio di risvegliare la coscienza, hanno cancellato il lavoro, i suoi diritti e le sue garanzie, che correrebbero il rischio di pretendere l’uguaglianza, sapendo bene che la libertà comincia dove finisce la necessità.

 I lustrascarpe dell’Europa, ancora esaltati dal trionfo della “democrazia” americana baluardo intrepido della civiltà occidentale, che parla alla Grecia, a noi tramite i suoi pupazzi da ventriloquo,  hanno da tempo superato l’idea che l’austerità – oggi il Recovery- siano delle strategie economiche, delle misure eccezionali e temporanee, degli algoritmi, da quando sono invece diventate i capisaldi dell’ideologia dominante, che impone una condizione e una percezione di incertezza sistemica e di precarietà strutturale, tali da persuadere dell’obbligatorietà di cedere a ricatti e intimidazioni, di obbedire ai condizionamenti intimati in nome del senso di responsabilità e dell’interesse generale, di partecipare da singoli individui e da collettività alla lotta quotidiana contro i grandi babau,  concorrenza mondiale, saturazione dei mercati, invendibilità delle merci, inflazione, ristagno, spread, problemi che il capitalismo finanziario produce e che ci chiede di risolvere con la rinuncia, il sacrificio e la schiavitù.

Tanto che a un certo momento siamo stati espropriati degli ultimi diritti rimasti, quello a lavorare per poi consumare: finite le produzioni, consumati i risparmi, ridotta l’occupazione a prestazioni occasionali o da remoto, secondo le regole di nuovi cottimi e caporalati, la merce umana è invitata a prendere atto del suo stato di minuscoli ingranaggio di una macchina globale, della quale assicura il funzionamento prestandosi a venire azionato e spostato dove e come il padrone vuole, tanto non sa fare e non merita nulla di più.  E siamo regrediti perfino da quella rivendicazione dei prerogative  personali che era  diventata un elemento progressista, nella convinzione che fosse sufficiente all’emancipazione dal giogo dello sfruttamento, nel momento nel quale siamo stati richiamati alla inevitabile e fatale necessità di abdicare a diritti fondamentali, istruzione, socialità, lavoro in cambio di quello alla sopravvivenza sanitaria.

In fondo Letta ritiene di essere un onestuomo che non ci nasconde l’infamia di quello che nella sua mediocrità ha contribuito a generare, con scelte politiche che dimostrano l’intento esplicito di ridurre ai minimi storici il nostro status di persone  e il nostro habitat civile. Proprio come Toti che ha espresso con sincerità quello che altri ipocritamente celano, che siamo essenziali solo contribuendo al profitto, solo da sfruttati. Fuori da quello siamo inessenziali e tutto quello che per noi è fondamentale fuori dalla produttività, inclinazioni, vocazioni, talento, desideri, affettività, relazioni, amicizia, deve essere soggetto a controllo, in regime di libertà condizionata, discrezionale e oggetto di regole arbitrarie.

E quindi, in occasioni eccezionali,  compito di governi e istituzioni è quello di occuparsi, ingerirsi e decidere per forgiare le abitudini e disciplinare ciò che accade fuori dall’orario di lavoro, che si prolunga nelle 24 ore nel caso molto propagandato dello smartworking e dei part time grazie a forme di sorveglianza totale.

La precarietà esibita come un’opportunità di godere di licenze, autonomia e indipendenza mostra adesso la sua funzione di selezione e di controllo a monte delle nostre esistenze,  sulla base di criteri di accesso diseguali, di premialità discrezionali e discriminatorie che sono servite a depoliticizzare, isolare e dividere i fronti e le trincee della forza lavoro. Al tempo stesso, e oggi  in presenza di una emergenza  sociale spacciata come sanitaria, si è accreditata una gamma di doveri pubblici e collettivi originati da un malinteso richiamo alla responsabilità individuale, addossata interamente ai cittadini e alle loro condotte personali, in modo da esonerare le istituzioni dal minimo richiesto sul piano  della tutela della salute.  

 E se Letta, l’aspirante postino delle disgrazie europee che arrivano sempre in forma di lettera, l’esattore esoso delle pretese imperiali, il cassamortaro azzimato della nostra dignità, si è accreditato come un galantuomo a confronto con bulli e teppisti di governo e opposizione, bisognerebbe cominciare col condannarlo per abuso, di uomo.


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