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Lavoratori, votate per chi vi sfrutta

bandAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio non ci sia strada virtuosa per il potere, mica occorre far man bassa dei fondi pubblici, evadere, riciclare, comprare e vendere consenso. A volte anche grandi illusioni che avevano alimentato grandi aspettative si fanno corrompere da presunti stati di necessità, da emergenze nutrite  apposta per consentire soluzioni eccezionali e per dare spazio a commissari, tecnici e plenipotenziari agli affari sporchi addetti a farci digerire pozioni maligne.

Proprio mentre l’Ilo, Organizzazione Internazionale del Lavoro  pubblicava il suon rapporto periodico intitolato in questo caso World employment and social outlook, “Prospettive occupazionali e sociali nel mondo”, una campana a morto senza speranze a cominciare dalla denuncia esplicita che la maggior parte dei lavoratori nel mondo vive al di sotto delle soglie di sicurezza e benessere materiale, psicologico e morale, senza alcuna possibilità di conseguirli e tantomeno di esprimere vocazioni e talenti, i sindacati insieme a Confindustria lanciano un Appello per l’Europa.

Quando qualcuno, io tra questi, ha osato esprimere il proprio sdegno per la prima apparizione ufficiale di Landini nella Triplice ricostituita in piazza insieme a un campionario confindustriale, venne accusato di iconoclastia, vantando il curriculum di operaio promosso alla rappresentanza dell’ex segretario della Fiom, come garanzia indubitabile della sua tenace appartenenza al ceto sfruttato e dunque della sua autorevolezza e credibilità che non sarebbe stata contagiata dal virus del partito del Pil, che da decenni vuol persuaderci che siamo sulla stessa barca, noi, loro e Adam Smith, tutti potenzialmente beneficiati dalla manina della Provvidenza che sparge come una polverina d’oro anche sugli ultimi i frutti dei profitti dei primi, tutti richiamati all’ordine dallo stato di necessità che costringe alla volontaria rinuncia a diritti e conquiste.

Adesso anche i più restii a prenderne atto dovranno capire che siamo irreparabilmente soli, come lo sono stati e lo sono i cassintegrati, o quelli che una mattina si sono presentati in fabbrica e hanno trovato i capannoni vuoti, che baracca e burattini erano stati trasferiti in geografie più favorevoli, o gli operai della Fiat abbandonati quando affrontarono la più grave crisi della storia dell’industria nazionale, intimoriti e ricattati a Pomigliano e Mirafiori  e colpevolizzati per la loro resistenza in modo da legittimare il trasferimento dell’azienda all’estero.

Soli, come lo sono i dipendenti di qualsiasi azienda e impresa e scuola e ospedale, che hanno perso anche l’autorizzazione al lamentarsi perché c’è chi sta peggio, convinti perfino dai loro rappresentanti che le restrizioni e i rischi sono ineluttabili, che l’austerità è un incidente, un evento naturale e imprevedibile che si è abbattuto su tutti e che tutti dobbiamo sopportare con uguale responsabilità. E che chi si oppone si mette fuori dal consorzio civile e dal progresso per tutti.

Soli, come lo sono i lavoratori precari, per loro stessa natura condannati alla competizione e alla concorrenza più feroci per mantenersi il contratto strappato al pensionato intimidito dallo stalking telefonico, esautorati della possibilità di unirsi per la difesa delle proprie prerogative, costretti a un isolamento coatto e agonistico che mina qualsiasi forma di coesione e solidarietà.

Soli come sono ormai anche quelli che si sono rifugiati in quegli impieghi che offrono la chimera di una autonomia che permetterebbe loro di essere imprenditori di se stessi, perché si auto organizzano le consegne dei pasti a domicilio, che ormai anche secondo i tribunali i pony express e quelli di Foodora sono “lavoratori autonomi”, o perché   esercitano l’accoglienza correndo da un B&B all’altro, o perché appartengono al ceto dei vaucher che si adatta a tutti i lavoretti flessibili compresi quelli del taylorismo digitale, o perché  circolano negli spazi spuri del coworking dove la socialità e la solidarietà si esprime attraverso la connessione e alla fidelizzazione a una aspettativa di guadagno. Soli anche quando si muore sul posto di lavoro, disapprovati in qualità di fattore umano irrazionale e incompetente, che crea danno all’impresa e ostacola la modernità.

Soli come lo è la classe disagiata, sempre più estesa della quale fanno parte quelli che sofforno la perdita di beni, sicurezze e garanzie, quelli che giurano ogni giorno, di mese in mese e di anno in anno, che il loro sotto-impiego è soltanto «temporaneo» e  serve alla sopravvivenza, ma poi.., quel 90% di ricercatori che secondo una statistica proprio della Cgil ha abbandonato l’università italiana, quella zona grigia che  tira avanti finché durano i risparmi di famiglia, i contratti precari e gli assegni di disoccupazione, che si vergogna di chiedere il reddito di cittadinanza e che aspetta che si liberi il posto che credono di meritare perché hanno studiato e preso una laurea, in aperto conflitto con le migliaia  che si sono adattati a stare in un call center, a fare i manovali o i pizzaioli perché non hanno nessuno alle spalle e che hanno perso con la speranza anche la loro identità.

Soli come quelli che non hanno goduto delle mancette e degli 80 euro e che si sentono dire che il reddito di cittadinanza è “illegittimo”  perché è troppo generoso rispetto ai salari italiani. Condannandolo invece di condannare trattamenti iniqui, disuguali e umilianti. Soli come quelli che ricorrentemente si sentono dire da chi ha il culo al caldo che sono indolenti, mammoni, viziati, inadeguati e impreparati dopo che è stato smantellato l’edificio dell’istruzione pubblica, dopo che le riforme che si  sono susseguite hanno realizzato la distopia dei diplomifici privati, hanno creato una falsa concorrenza tra Università statali e private, le ultime adatte a selezionare per censo, fidelizzazione al mercato, rendita il personale da immettere nell’apparato imperiale, comprese quelle tipologie di occupazioni inutili, quell’ammuina di occupazioni svalutate se le svolgiamo noi, valorizzate se a coprire quei ruoli fasulli è qualche delfino, uniti comunque dallo status di sudditi.

Si, soli se chi doveva rappresentarci e testimoniare di noi si appaga di una costruzione elitaria e feroce definendola come un progetto demiurgico  “cruciale per affrontare le sfide e progettare un futuro di benessere per l’Europa che è ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa”. Come se la lotta condotta contro le democrazie da una unione che le deplora in quanto nate da lotte di resistenza e dunque macchiate dalla colpa di essere “socialiste” non fosse motivo sufficiente per volerne star fuori. Come se i vincoli, i diktat, le estorsioni, le minacce e le cravatte del rigore non siano stati pensati e attuati per dividere i paesi e nei paesi, per limitare diritti, autonomie e libertà, per condannare al malessere e all’ubbidienza. Come se la rivendicazione di giustizia sociale fosse una manifestazione di populismo ignorante e primitivo e  la pretesa di indipendenza e autodeterminazione fosse  una espressione di arcaico e irragionevole sovranismo. Come se che denuncia la globalizzazione e i suoi guasti contribuisse alla decrescita della nazione e della regione, come se fosse vero che “dove passano le merci non passano i cannoni”, come dimostrerebbero ex Jugoslavia,  Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Venezuela.

L’appello concorde e condiviso di sindacati ha la natura di una letterina a Babbo Capitale in tre paragrafi: “Unire persone e luoghi”, forse grazie all’Alta Velocità, e all’Apprendistato europeo, una festosa rivisitazione dei sogni di Poletti,  “Dotarsi degli strumenti per competere nel nuovo contesto globale”, sulla linea direttrice tracciata dal duo Reagan-Thatcher con la libera circolazione dei capitali e degli eserciti di schiavi? e infine “Potenziare la rete di solidarietà sociale europea”), nel quale ci si piega alla opportunità di offrire un sostegno europeo al reddito  purché non pesi sulle imprese.

Ah però, ma allora meglio soli che male accompagnati.

 

 

 

 

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Misfatto bianco

serviAnna Lombroso per il Simplicissimus

Potrebbe essere la trama di uno di quei noir che narrano di spietatezze commesse nel buio oltre la siepe, uno di quei misfatti bianchi efferati della Virginia o della Luoisiana, invece il teatro degli eventi dei quali si è venuti a conoscenza un mese dopo l’accaduto si svolgono tra le montagne del bellunese dove un dinamico imprenditore si avvale di manodopera straniera per le sue attività e che quando rinviene per caso il cadavere di un uomo in un dirupo avverte scrupolosamente i carabinieri.

A suo dire si tratta di certo di un boscaiolo colpito dalla caduta di un albero, ma in quel posto di alberi non ce ne sono. Così gli investigatori effettuano indagini ulteriori e si scopre che la vittima, un ragazzo moldavo bianco ma assunto in nero  proprio da lui, è stata colpita alla testa dallo schianto di un cavo d’acciaio di una teleferica mentre lavorava al taglio di un bosco. E che non era morto subito:  il padrone, che non voleva guai  forse insieme a un complice, lo ha rimosso senza prestargli soccorso e, trasportandolo sull’auto della vittima forse per non sporcare i sedili della sua, lo ha “conferito”  in quell’anfratto, mettendogli intorno rami e legni per simulare un incidente provocato dalla caduta accidentale di un albero.

Malgrado di lavoro ce ne sia sempre di meno, quelle che vengono eufemisticamente chiamate morti bianche da gennaio a settembre di quest’anno sono state 834, con un aumento dell’8,5% rispetto alle  769 del 2017. L’incremento secondo l’Inail è da attribuire all’elevato numero di incidenti nei quali hanno trovato la morte più lavoratori. Ovviamente le statistiche si riferiscono a “crimini”, è giusto chiamarli così, accertati e  denunciati: i dati rilevati  non tengono infatti conto di tutti gli incidenti che avvengono nelle zone “grigie” della manovalanza clandestina che sfuggono a classifiche e controlli. Le verifiche in proposito effettuate dall’Inail nel corso del 2017, e che hanno interessato 16.648 aziende, informano che  l’89,43% risultava essere fuori norma.

La maggior parte dei “delitti” si è verificata tra i lavoratori di industria e servizi del Nord Italia, in particolare in Lombardia, Veneto e Piemonte con un incremento di quelli che hanno coinvolto lavoratori stranieri, i più esposti, insieme alle donne, allo sfruttamento del caporalato nelle campagne, e al lavoro irregolare e senza nessuna sicurezza sulle impalcature, nelle cave, ma anche nelle fabbriche grandi e piccole, dove i robot che li starebbero soppiantando perdono una vite, si incantano o vanno in tilt, ma gli operai invece muoiono e muoiono perché si lavora  su macchinari e impianti vecchi, che sfuggono alla vigilanza dei pochi ispettori rimasti dopo lo smantellamento della rete dei controlli o perché non c’è formazione mentre ci sono i finti corsi e tirocini che fruttano soldi a chi li tiene solo sulla carta.

E poi non c’è impresario edile, non c’è caporale, non c’è padroncino di camion che non si difenda incolpando le vittime: non capiscono la lingua, non si mettono i caschi, sono ignoranti e non sanno usare le attrezzature di sicurezza, e poi, ammettiamolo, bevono e si presentano al lavoro ancora sbronzi. E  poi sono clandestini e mica li si può mettere in regola. Poco importa che la Cassazione dopo innumerevoli sentenze contro datori di lavoro colpevoli di non aver adempiuto alla formazione dei loro dipendenti, per la  prima volta sia entrata nel merito del rapporto tra imprese italiane del settore industriale e lavoratore straniero, stabilendo con una recente sentenza che ha confermato la condanna per omicidio colposo dei manager di un’azienda di Sesto Fiorentino dove ha trovato la morte un operaio romeno folgorato dall’alta tensione, che non addestrare e informare il dipendente, “tanto più se straniero”, dei rischi che corre sul posto del lavoro può causarne la morte,

Il fatto è che la sceneggiatura del delitto commesso nel maestoso paesaggio delle montagne bellunesi, parla di uno schiavo “nero per caso”, di uno straniero morto di sfruttamento che non merita né degna sepoltura e meno che mai giustizia. Ma ormai gli stranieri in patria, soggetti a ricatti, intimidazioni, umiliazioni fino alla perdita della vita, sono sempre di più. E anche per gli italiani vige la possibilità che i loro assassini restino impunti o quasi e non solo alla Thyssen, all’Ilva, all’Eternit (l’83 per cento degli incidenti si verifica in piccole e medie aziende), o che i feriti o intossicati vengano raggiunti negli ospedali e il loro silenzio comprato per pochi soldi magari in cambio di un posticino per i figli o le mogli, o che venga simulato un incidente lontano dal posto di lavoro se non addirittura in casa,  in modo da non far aumentare i premi assicurativi che l’imprenditore deve pagare all’Inail e da non far affiorare il sommerso delinquenziale.

Così quando in un’azienda qualcuno perde la vita o subisce lesioni gravi, come avviene nel dieci per cento dei casi di infortunio,  la notizia di reato non viene neppure comunicata alle procure e le indagini che dovrebbero essere svolte dalla polizia giudiziaria preposta, cioè dagli stessi ispettori delle Asl, che sono pochi e hanno già molti compiti da svolgere, nemmeno cominciano o vengono insabbiate. E se la procura apre un procedimento, si arriva al processo solo tra il 2 e il 3 per cento dei casi.

E come potrebbe essere altrimenti? Lo Stato investe sempre meno in controlli e prevenzione, gli ispettori delle Asl sono passati da cinquemila nel 2008 a meno della metà, impegnati a vigilare su 4,4 milioni di imprese italiane, più meno di 300 funzionari del ministero del Lavoro che intervengono per lo più nel settore edile, e circa 400 carabinieri, sicché il 97 per cento delle aziende non verrà mai visitata. Le Regioni non superano il tetto del cinque per cento di spesa che per legge dovrebbe essere destinata alla prevenzione negli ambienti di vita e lavoro: addirittura in Lombardia  non si arriva oltre il 3,7 per cento, benché i proventi delle sanzioni per irregolarità provenienti dall’attività ispettiva debbano essere investiti nella prevenzione.  La formazione del personale,  soprattutto se fasulla, è un brand ghiotto, che il Lombardia raggiunge quasi un miliardo e mezzo di euro, se si considera che ci sono 4 milioni di dipendenti che devono fare corsi formativi del costo di 400 euro lordi a testa. Ma è più profittevole se l’imprenditore ricorre a una patacca organizzata da agenzie  che, con la complicità di un ente paritetico (perlopiù un sindacato), producono   attestati falsi e patentini contraffatti per tirocini o addestramenti mai tenuti, nemmeno online e  perfino per le attività più esposte a rischi, quelle di cantiere, quelle del comparto chimico o manifatturiero.

È tutto nero, le morti, i contratti, la miseria. Anche i conti non tornano: se le posizioni dell’Inps denunciano 23 milioni di occupati, gli assicurati Inail sono invece circa 16 milioni e si scopre così che perfino alcune categorie di “particolari” prestatori di servizi non versano i contributi all’ente, i vigili del fuocoe  le forze di polizia. Per non parlare delle partite Iva, di un numero rilevante di addetti del comparto agricolo, dei contratti anomali e del precariato, più di 10 milioni di soggetti a rischio e invisibili.

E se non si muore, ci si continua ad ammalare: vista l’età elevata della forza lavoro italiana, a subire danni è perlopiù il sistema osteomuscolare, le patologie “professionali” riguardano gli addetti del tessile, della meccanica, della chimica e anche i lavoratori del comparto agricolo e in tanti patiscono ancora l’esposizione all’amianto: poco meno di 2000 accertati nel 2017, tra neoplasie, asbestosi e placche pleuriche.

Non viene assimilato alle malattie da lavoro, quello nero o quello precario. A esserne colpite sono le donne e le persone mature: l’età della vite rinviate, come le chiamava Gallino,  si sta alzando e il rinvio diventa così permanente, perché se fino a quando si hanno 25, 30, anche 35 anni, si può sempre sperare sulla stabilizzazione, quando si superano i 40 e si è al decimo contratto di breve durata si sa che l’occasione è persa, che il posto più o meno fisso non arriverà mai.

E allora lo stress, l’incertezza diventano un contagio che colpisce tutta la famiglia e che non ha prevenzione nè cura, come succede ormai nella maggior parte dei rischi sanitari, perché l’instabilità economica nega l’accesso all’assistenza sanitaria  e sbatte i precari nella categoria dei sans dents, come Hollande definì sprezzantemente i ceti plebeizzati che non hanno i mezzi nemmeno per le cure essenziali, o nel “cesto dei deplorevoli” dove li collocava Hillary Clinton, piagnoni meritevoli solo di biasimo per carenza di ambizione, arroganza, cinismo, le qualità indispensabili ad avere la titolarità per il comando e sul mondo e le vite degli altri.

 

 

 

 

 


Femminismo alla Boscaiola

ghgliotAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Il movimento #MeToo ha il grandissimo merito di aver fatto prendere consapevolezza della necessità di denunciare e ha accesso i riflettori su un tema grave e trasversale come la violenza psicologica, fisica e sessuale sulle donne nelle relazioni di potere”. È  l’ex Ministra Boschi che parla. E aggiunge: “credo che quello che ho fatto io, nel bene o nel male, sia stato accettato con più fatica che non se l’avesse fatto un uomo”.

Mai come in questi anni l’eclissi dell’ideale di progresso è stata segnata da tremendi paradossi. Mai come oggi proprio i più esposti, i più vulnerabili: troppo giovani, troppo vecchi troppo poveri troppo donne, troppo “altri”, troppo diversi,  scontano le magnifiche sorti di una modernità regressiva, fatta di scoperte scientifiche ed applicazioni tecnologiche, iniquamente accessibili e differentemente distribuite.

Mai come oggi  formidabili ritrovati per contrastare malattie e eventi naturali sono soggetti a disuguaglianze che fanno sì che non vi abbiano accesso i più, che aumentino quelli che non possono usufruire di cure e farmaci, così come terremoti e alluvioni hanno perso il carattere di “livella” e abbattono e travolgono geografie, borghi e abitazioni di chi non ha potuto proteggersi, di chi ha conquistato una casetta senza requisiti di tutela e sicurezza, magari sotto un ponte, su argini di fiumi ribelli dove ormai è rischioso anche andare a fare una gita, in territori feriti dalla speculazione e dal cemento selvaggio.

Mai come oggi noi che sembriamo fortunati per essere stati sorteggiati dalla lotteria naturale nascendo dove leggi dovrebbero regolare relazioni umane e sociali, lavoro e istruzione e tutte le attività umane, se apparteniamo a quelle categorie di serie B, quelle dei “troppo” – la maggioranza dunque – patiamo   crudeli sofferenze per l’egemonia implacabile della flessibilità che sprofonda chi sta sotto padrone nell’abisso della soggezione all’arbitrarietà, all’intimidazione, alla competizione spietata che cancella ogni residua forma di coesione e solidarietà.

Mai come oggi perfino le parole e i valori che rappresentano derise o messe all’indice o soggette a aberranti trasformazioni: l’etica in moralismo, la compassione in buonismo, la sicurezza in repressione. Mai come oggi vengono propagandati come necessaria arma di difesa l’egoismo in modo che si possa essere attrezzati alla lotta eterna di lupo contro lupo, salvo che quelli almeno vivono in branco, e come premio, per il liberato istinto di sopraffazione, visibilità, censo, fama sia pure anche solo virtuale a colpi di mi piace. Mai come oggi questa forma di guerriglia perenne e solo a bassa intensità si deve consumare tra uguali, tra soggetti che vivono allo stesso livello o meglio ancora ai danni di chi sta ancora più giù, perché invece nelle relazioni con chi comanda deve vigere il primato della docile accondiscendenza, della soggezione remissiva, pena la perdita, la condanna alla sommersione  e alla deplorazione dei momentaneamente “salvati”, sicché i diritti sono retrocessi a elargizioni e la loro richiesta sempre più sommessa a irrealistiche pretese; i talenti e le vocazioni a ridicole e poco plausibili aspirazioni, criticabili se provengono da ceti immeritevoli, quelli impoveriti e penalizzati per aver voluto troppo, comprese garanzie, pensioni, tutela dei risparmi. rispetto della dignità.

Se vi chiedete cosa c’entri con tutto questo la Boschi, la risposta è facile.  La disgregazione del tessuto sociale e la svalutazione di ogni richiesta di diritti e prerogative sono state favorite e legittimate da chi si è autoproclamato portatore e interprete del progressismo e del riformismo, inteso inizialmente come tentativo maldestro di addomesticare il sistema capitalistico e di mercato, poi come esplicito appoggio. Spacciandolo come doverosa manifestazione di realpolitik, come avveduta espressione di ragionevolezza e moderatezza rispetto alle intemperanze estremiste di chi chiedeva sempre più flebilmente uguaglianza liberà e fraternità, regredite ad arcaiche reminiscenze da riporre in soffitta.  In modo che tutto quello che riguardava affrancamento, liberazione, riappropriazione della dignità venisse svuotato di significato per diventare oggetto di stanche celebrazioni, di giornate della memoria, o peggio ancora, della concessione di briciole al disotto del minimo sindacale, come è avvenuto per le coppie di fatto, occasione per dare un po’ di guazza alla propaganda e alle celebrazioni folcloristiche, purché non si tocchi l’istituto familiare sacro per la perpetuazione di modelli inclusivi e recessivi, con la condanna dei ruoli femminili a destini secondari imposti dalla necessità di sostituire tutto quello che Stato e società negano.

Così se tutti siamo ridotti a merce, alle donne spetta di essere strumenti di servizio, attrezzi da impiegare per far funzionare lo “stile di vita”, da oliare offrendo qualche contentino che viene direttamente dal bagaglio del politicamente corretto, con il suo gergo e i suoi slogan indirizzati a farci accontentare di qualche brioche, delle desinenze in A, delle invettive contro il consumo patinato dei corpi femminili, delle denunce tardive di svariate tipologie di sporcaccioni che occupano partiti e showbusiness, della creazione degli osservatori sul linguaggio sessista, delle quote rosa.

Mentre intanto noi tiriamo la carretta, che assomiglia a quella che portava le aristocratiche a Place de la Concorde. Ma quelle che per censo, affiliazione, mimetismo allora sarebbero state le condannate, sono quelle che partecipano furiosamente alla morte di una aspettativa di libertà dallo sfruttamento per uomini e donne che ne soffrono doppiamente. Che collaborano e dettano le leggi dell’ingiustizia e della discriminazione, ricordando la loro “origine”  femminile tradita e offesa e invitando all’immunità di genere solo quando scricchiola il loro trono usurpato. Beh, per i loro crimini se la meritano davvero la ghigliottina.


Non è tutto argento quello che luccica

A vendor sells #MeToo badges a protest march for survivors of sexual assault and their supporters in Hollywood, Los Angeles  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Allora, tutto è cominciato quando una donna di spettacolo subito retrocessa al rango di divetta (chiamavano così le attrici che davano scandalo con abbigliamenti succinti o pose provocatorie sui red carpet) ha dato inizio a una campagna di denuncia di molestie subite nell’ambito dello show business, accolta con entusiasmo da chi si è abituato ai riti della giustizia  preferibilmente officiati a Forum, a ghigliottine solo virtuali, a processi nei salotti dei talk come se fosse ormai causa persa rivolgersi a  commissariati e tribunali.

Ma molto deplorata di cultori dell’ideologia del “se l’è cercata”, del “per come si veste, avrà fomentato”, del “ma quello è un ambiente corrotto, a donne perbene non succede”, del “in fondo non c’è mai morta nessuna, avrà avuto il suo tornaconto”, incoraggiando così, visto che in tanti ci cascano,  i burattinai di questa e simili pantomime, che orchestrano queste liturgie della riprovazione con attori “speciali”, in modo che restino in ombra altre più diffuse violenze “comuni” perpetrate su vittime ordinarie, in fabbriche, studi professionali, negozi, cucine, dove il ricatto fa rima con contratto e è sistema di gestione usuale, dove per legge la precarietà e l’incertezza lo favorisce, dove le donne, ma pure gli uomini, non godono di tribune altrettanto eccellenti, e sono costretti al silenzio tramite intimidazione e minaccia, o anche, perfino, per via della riprovazione di chi ormai è costretto a credere che posto incerto e salario minimo siano una fortuna che solo un viziato o una capricciosa prenderebbe a calci.

Allora sia pure infastidita dal frastuono delle curve, mi espressi difendendo le tardive denunce: tutto fa brodo, comunque sia l’oltraggio sia pure con diverse gerarchie è un affronto per la dignità di tutti e le vittime restano vittime, anche se sembrano solo in cerca di scomoda pubblicità, anche se hanno una voce e  atteggiamenti indisponenti e preferiscono lo sberleffo al ragionamento. Lo sostengo anche oggi, aggiungo, anche se si racconta che si siano si rese colpevoli di colpe e delitti analoghi a quelle che hanno subito. Perché non è una novità – l’abbiamo visto mille volte in vergognosi tribunali  a cominciare da quello del Circeo passando per Firenze dove sono stati convertiti in vittime i carabinieri che si sono approfittate di ragazze ubriache– quello delle molestie e delle violenze è un contesto spinoso, dove si toccano i nervi sensibili del virilismo più che della cultura patriarcale, dove succede che comportamento, inclinazioni, usi e umane debolezze delle donne bersaglio vengono esplorati e manipolati in modo da far sospettare opache correità, occulte istigazioni, esecrandi interessi.

Lo dimostra il riaccendersi dei riflettori sull’Argento. Non che si fossero spenti, eh, per via perfino di intemperanze filiali cui la maggior parte dei genitori italiani guarda con intenerita indulgenza, per via perfino della sua elaborazione del lutto, considerata alternativamente al disotto o al disopra dei normali standard. Ma che adesso permette che si metta in moto la macchina del revisionismo, a dimostrazione che si sarebbero sprecate compassione e  solidarietà, che le donne sanno gestire le loro prerogative di genere per i loro interessi, per rifarsi un’immagine sbiadita, per suscitare compatimento e approfittarsene, che si sapeva che da che mondo è mondo, la loro mela cela vermi e veleni.  Senza parlare delle pruriginose ricostruzioni, dei dubbi in merito allo svolgersi degli eventi grazie alla mutazione intervenuta tra gli opinionisti della rete, da ingegneri a sessuologi e ginecologi. E non basta, possiamo aggiungere al rinnovato fastidio anche le discese in campo degli accattoni del movimentismo, osservatori e  editorialisti al maschile, che si aggrappano a quel che resta del femminismo perché si tratta del fermento che impone minori scelte personali e professionali: in fondo male che vada, è sufficiente mettere i piatti nelle lavastoviglie, cliccare un mi piace sotto qualche post,  scrivere con alata penna della reproba.

Il fatto è che si preferisce non andare al fondo della questione, quando è invece evidente che comunque siano andate le cose tra la navigata attrice e il ragazzone vittima del suo mito maledetto, si tratta sempre e solo di esercizio del potere, di una delle sue mutevoli rappresentazioni, nessuna esclusa e nessuna più o meno colpevole di sopraffazione compresa quella che tira più di un carro di buoi. Il potere che governa attraverso censo, vantaggi dinastici, forza bruta o elegante persuasione, privilegi che nutrono una sicurezza proterva capace di piegare con la convinzione più che con la potenza muscolare, fama e notorietà conseguite oggi con molta più facilità di un tempo se le leggende si autoalimentano grazie a followers e tweet.  Così chi ne è stata attratta e sedotta e irretita può sentirsi autorizzata a tradurre il danno in risarcimento, in condizione di rimborsare l’ultima bambolina della matrioska con una cospicua donazione. Così si dimostra che il potere supera le differenze di genere, quando viene esercitato indifferentemente da maschi o femmine che ne hanno mutuato i caratteri, quando da entità apparentemente selvaggia e incontrollata cede all’assoggettamento antico del denaro che tutto può corrompere e comprare.


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