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Think tank, thanks

downloadSe prendete i telegiornali di ieri e i giornali di oggi tutti al capezzale dello spread senza mai spiegare spiegare di che cosa si tratta, facendone una minaccia incombente quanto difficilmente potreste rendervi conto dell’entità del rischio, che un punto di spread vale circa 3,5 milioni, che il passaggio da 300 a 326 punti base, se costante per un  anno intero, potrebbe costare al Paese circa 780 milioni di interessi 500 dei quali  rimarrebbero in Italia, visto che il 60 per cento abbondante dei titoli di stato è in mano ad acquirenti nazionali. Dunque di tratterebbe di 280 milioni l’anno che in 50 anni farebbero più o meno la stessa cifra che si intende spendere per gli F35 o in 25 anni per la Tav Torino – Lione. Certo non può fare piacere, men che meno quando si sa che quello dello spread è uno strumento di ricatto politico che prescinde da qualsiasi reale considerazione economica, ancor meno sapendo che vi sarebbero sistemi per ridurre al minimo questo salasso  imposto dalla finanza internazionale che vola sinistramente sull’Italia dopo essersi ingozzato con la Grecia. Meno che mai sapendo che “It” ovvero lo spread è anche lo strumento per consentire senza scandalo per le diverse tifoserie l’unione finale tra i renzismo, il berlusconsimo e il fascismo di risulta, creando l’emergenza che tutto cancella, la notte dove tutto è nero.

Da notare che la stessa cura che è servita per cacciare via il Cavaliere servirà a riproporne la mummia agli italiani. Ma il segreto sta nell’agitare il mostro senza mai mostrarlo nella sua realtà e nelle sue dimensioni, il che fa dell’informazione qualcosa che somiglia più al cinema – in questo caso dell’ horror – piuttosto che a qualcosa che a che vedere con la ragione e le scelte. Tuttavia nel mondo contemporaneo qual è il tramite fra il potere, i media e il pubblico oltre all’ovvia concentrazione possesso dell’informazione in pochissime mani?  Quali sono i canali attraverso cui si formano i luoghi comuni e le suggestioni destinate ad impattare sul cosiddetto uomo della strada e a sortire l’effetto paura o euforia? Un pezzo importante di questo meccanismo scenico dell’ideologia neoliberista sono i cosiddetti Think Tank, accreditati come autorevoli pensatoi indipendenti. Nati come “case di riposo” per politici, intellettuali o illustri commis dello stato, si sono trasformati in centri di lobbismo immateriale finanziato poi da quelli per cui lavorano.

Ci sono esempi quasi di giornata per svelare questo arcano dei cattivi maestri che si nascondono nelle pieghe oscure della società contemporanea. Per esempio nella “battaglia” fra Ungheria e Ucraina, dopo che Kiev ha penalizzato lingue e culture diverse da quelle ufficiali, l’informazione occidentale sostenuta dai think tank glissa sul protonazismo ucraino e sul revanscismo ungherese cercando a tutti i costi di coinvolgere la cattivissima Russia in una questione che c’entra piuttosto con l’imperialismo americano e quello in pectore dell’Europa (vedi qui ). Sulla stampa internazionale e in particolare americana si sprecano le interviste e i riferimenti a un tale Peter Kreko, direttore del Political Capital Institute, un think tank di Budapest, il quale sostiene che dietro Orban ci sia la Russia la quale  “vuole sabotare l’integrazione euro-atlantica dell’Ucraina”. Insomma cose  che meriterebbero il cestino invece delle pagine di commento. Solo che chi pubblica le esternazioni di questo Kreko omette di riferire allo sfortunato lettore che il Political Capital Institute è finanziato da 1) l’ Istituto  Russia Moderna, giocattolo dell’oligarca degli anni ’90 Mikhail Khodorkovsky, caduto in disgrazia e avversario di Putin,  oggi residente in Svizzera; 2) dal famigerato National Endowment For Democracy  dedicato al “cambio di regime” e alla promozione di una prospettiva filo-statunitense nell’Europa orientale, la cui presidenza ha soprannominato l’Ucraina “il grande premio”; 3) dalla Open Society  di George Soros. Inoltre questo limpido think tank ha come partner ufficiali il consiglio Atlantico, ovvero l’ufficio stampa della Nato, l’European Values ​​un centro boemo, finanziato sempre da Soros, che ha definito Jeremy Corbyn un “utile idiota” e il German Marshall Fund of the United States, proprietario di Hamilton ’68 un sito dedicato a una campagna senza fine contro Putin.

Altro giro, altro premio. In questi giorni la Henry Jackson Society, un gruppo di pressione neoconservatore inglese ha prodotto una cosiddetta inchiesta basata su 16 interviste anonime. dalla quale emerge che la metà dei 75 mila russi presenti a Londra sarebbero spie di Putin. Non è una battuta è una notizia a dir poco grottesca, quasi quanto gli attentati al gas nervino che poi si è rivelato essere fumo di hashish,  che acquista un rilievo solo perché è stata detta da un think tank qualunque e non da un ubriacone al dodicesimo bicchiere. Così questa cazzata è finita sul Times a firma di Edward Lucas, coatore di un libro finanziato dall’industria bellica statunitense e lobbista presso il CEPA, un gruppo con sede a Washington e Varsavia, che promuove la vendita di armi  nell’Europa centrale e orientale trai cui membri figurano Raytheon, Lockheed, FireEye, e Bell Helicopters. Senza queste vitali informazioni tutto, anche la cosa più idiota e sorprendente può sembrare in qualche modo plausibile, come ad esempio che ha Londra ci siano il quintuplo di spie russe rispetto agli spioni locali. Il fatto è che i think tank dovrebbero chiamarsi think for tank, pensiero per le scatole ovvero per i coglioni. 

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Lo spread ha anche l’Angela custode

Vignetta-satirica-di-Altan-sui-contribuenti-italianiStanno mobilitando tutto e tutti per l’operazione paura. E sul fronte, come ufficiale di complemento, non poteva mancare Piero Angela che per decenni ha propalato la gaia scienza democristiana e atlantica attraverso una divulgazione che spesso ha usato le scienze esatte per accreditare della stessa natura le interpretazioni economiche e sociologiche che sono invece un diverso modo di fare politica. Non voglio negare al personaggio il merito di aver dato vita in questo Paese, alla divulgazione scientifica di buon livello, ma nemmeno voglio sottrargli il demerito di averla fatta in maniera sommaria, senza mai entrare nel vivo del dibattito scientifico e subalterna in tutte le sue angolazioni, ad onta delle agiografie correnti, lasciando che il lavoro vero venisse sostituito sia dall’acquisto massiccio di documentari e servizi così da non stimolare la nascita di un documentarismo autonomo, sia congelandola in una sorta di area privata che non ha fatto scuola visto che alla fine ha lasciato posto solo al figlio – un buon liceale nella migliore delle ipotesi –  in un’epigonia verso il basso che è al tempo stesso sfacciato nepotismo.

Ora Angela, come se stesse parlando del principio di Archimede o delle equazioni differenziali della termodinamica ci dice che l’impennata dello spread è un grave pericolo per il Paese perché ci farà spendere “decine di miliardi in più” e naturalmente è subito stato ripreso da Repubblica e dalla informazione di regime che ormai ha solo lo spread come arma per tornare al pieno comando delle operazioni. Il compito di Angela sarebbe stato invece di spiegare nei particolari cosa è lo spread, ovvero il differenziale tra i titoli decennali del tesoro italiano e quelli tedeschi, ma non lo fatto per un ottima ragione: che se venisse rivelata qualche informazione articolata e specifica attorno questa ennesima espressione  inglese usata proprio perché ai più non dice nulla e suona come un clangore vocale minaccioso (si potrebbe benissimo usare differenziale, scalino, gradino eccetera eccetera) si capirebbe benissimo che le decine di miliardi di interessi esistono solo nella narrazione degli Angela e degli Arcangela caduti della politica. Infatti secondo i calcoli dei tecnici del Ministero del Tesoro, fedelissimi a Mattarella se non a Draghi, dunque non sospetti, l’aumento dello spread a maggio, ovvero da 150 a 300 punti (poi nato il governo è calato) ha fatto sì che la spesa per interessi nel 2019 sarà del 3,6% del Pil invece del 3,5% delle previsioni precedenti, ovvero di appena lo 0,1%. Siccome nei mesi successivi il differenziale è calato questo dato va ulteriormente rivisto verso il basso., sempre che già non sia stato enfatizzato. Certo meglio evitarlo, ma comunque non si tratta di decine di miliardi e il Paese sicuramente non andrà in bancarotta per questo, tanto più che si può benissimo ridurre al minimo l’emissione dei titoli a dieci anni che sono gli unici a creare i problemi. Anzi lo si sarebbe dovuto fa tempo.

Non voglio inerpicarmi nei meandri delle prassi tendenziose di mercato, ma ci sarebbe anche da contestare il fatto di rapportare i titoli italiani solo a quelli tedeschi, un vero assurdo proprio perché siamo dentro  a realtà complesse dove girano decine di titoli sovrani a cominciare da quelli europei che interagiscono fra di loro, nella quale i titoli considerati più sicuri sono anche quelli che offrono meno o addirittura una perdita netta come appunto quelli tedeschi e dove infine sono soli i grandi investitori che dettano legge in vista di interessi del tutto extra finanziari. Già così, a volo d’ uccello si vede che il mitologico spread, la sua scelta come indicatore unico e semplicistico, fatto appunto per la divulgazione della paura, è solo la voce del padrone il quale lo gestisce come vuole, anche se c’è qualche pezzo di quark che vorrebbe attribuirgli il medesimo status delle leggi di natura, tanto per dare una mano ai miliardari sulle barricate. Del resto da buon pianista non rinuncia a suonare sul Titanic  per distrarre i passeggeri dalll’iceberg prossimo venturo.


La tempesta perfetta e il ritorno delle mummie

mummieSi parla di settembre come il mese della resa dei conti: Berlusconi e Renzi hanno fatto sapere di voler abbattere il governo servendosi – senti chi parla – della magistratura e della faccenda dei 42 milioni della Lega scomparsi. Ed è probabile che riescano comunque a rendere le cose più complicate per Conte, Salvini e Di Maio perché le toghe rosse sono una magnifica invenzione del Cavaliere, visto che i colori prevalenti sono ben altri, bianco, nero, tengo mutuo, carriera e famiglia che è una particolare nuance tutta italiana, Ma nei mormorii prevacanzieri, così segreti da trovarsi virgolettati su Dagospia, si parla anche di un altro attacco a tenaglia contro l’esecutivo populista portato dalla finanza via spread, secondo le modalità che ben conosciamo anche se in sette anni di chiacchiere e di bugie col distintivo dell’informatore, si è riusciti a confondere l’uomo della strada a tal punto che egli ritiene l’aumento del differenziale di interesse sui titoli di stato a 10 anni come un pericolo di morte imminente. Ma quello nostrano  non è che un caso, perché anche in Usa lo stato profondo rappresentato dai giacobini del globalismo alleati all’apparato industrial – militare tenterà una nuova spallata contro Trump sempre via Putin e in nome di uno stato di conflitto permanente.

Ora lasciatemi esprimere due osservazioni. La prima riguarda in primo luogo l’Italia: qualunque opinione si possa avere del governo Conte e dei suoi ministri è chiaro che una crisi maturata attraverso il ricatto finanziario e giudiziario non può configurarsi in altro modo che come una consegna del Paese alle condizioni greche. Anche chi è fortemente contrario al cosiddetto governo populista, commetterebbe un vero suicidio politico se dovesse consentire alle manovre di un Berlusconi ormai in via di decomposizione sotto i  belletti e a quelle del suo figlioccio etico e malandrino, il guappo di Rignano: significherebbe un ritorno al peggior passato di questo Paese e per giunta sotto ricatto franco tedesco, in nome poi del nulla.

La seconda osservazione, questa volta più estesa, è che il revanscismo dei poteri globalisti, anche riuscendo in qualche operazione, non potrebbe essere che un colpo di coda, doloroso, ma temporaneo e inutile, perché ormai il processo di multipolarizzazione è andato troppo avanti per essere riassorbito e perché l’economia del casinò finanziario sta macinando le ultime risorse. I segnali vengono da molte parti e alcuni sono chiari: per esempio la Russia ha disinvestito in pochi mesi i quattro quinti dei suoi asset in titoli di stato americani  (da 90 miliardi a 15), aumentando costantemente le riserve di oro; inoltre sta abbandonando in maniera graduale, ma inarrestabile, il sistema di scambio interbancario Swift in favore dell’ SPFS, autoctono, cosa questa che testimonia del fatto di non essere in presenza a manovre temporanee, ma a una linea strategica che mentre si inserisce nel processo di dedolarizzazione, mette insieme strumenti per non essere travolti da possibili tempeste esterne. Dal canto suo la Cina si prepara a rispondere all’aggressione daziaria basato sul mito del deficit commerciale americano attraverso rappresaglie contro società come Boeing, Ford, Apple, HP e moltissime altre che paradossalmente fanno parte dell’opposizione occulta a Trump. D’altronde l’interscambio commerciale tra i paesi Brics è aumentato del 30%, ed è ora il motore della crescita nell’economia globale. Ciò significa che la maggior parte dell’economia e del sistema che facilita lo scambio palenetario di beni e merci è ora nelle mani di entità multilaterali che sono al di fuori del controllo sia degli Usa che delle elites occidentali ormai ridotte a far conto solo sulla forza militare: il prossimo vertice brics in Sudafrica ci dirà cosa bolle in pentola oltre al recente accordo tra Cina e Russia per lo sviluppo di infrastrutture in Africa.

Insomma questo complesso di eventi suggerisce che le possibilità di una tempesta perfetta non sono più così remote, cosa del resto che anche molti analisti occidentali temono e che dunque le concezioni, ideologie, teorie e prassi economiche, istituzioni intese come facility per le disuguaglianze e le oligarchie,  difese accanitamente dalle elites contro ogni parvenza di partecipazione reale, stanno ormai saltando avendo   raggiunto i propri limiti intrinseci. Così le politiche basate sul mantenimento dello status quo – vedi  il preconizzato,  Berlusconi  Renzi italiano – sono ormai dietro le spalle e incapaci di portare qualsiasi cambiamento o miglioramento. Focalizzarsi su questi obiettivi non solo è insensato, un po come castrasi per far dispetto alla moglie, ma è anche una diserzione dal battersi perché il cambiamento sia quello verso una maggiore eguaglianza e solidarietà sociale ( quella vera non quella a pie di lista delle cosiddette ong, tanto per fare un esempio) e non sia invece lasciato a estemporanei interpreti che brancolano nella penombra.


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