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Ite, mafia est

mafia spaghetti Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare ci siano una  graduatoria dei comportamenti delittuosi e una gerarchia dei misfatti, secondo le quali la corruzione, il traffico di influenze, la commistione tra politica e malaffare,  sarebbero “veniali”, rispetto alla mafia, invece, certamente “mortale”.

Così per anni dalla rivelazione di un mondo di mezzo che si era mosso e aveva condizionato il sopra e il sotto per affermare la sua potenza e la sua autorità in ogni settore della Capitale – scoperta poco sorprendente, visto che tutti lo conoscevano, tutti lo temevano, tutti ne sapevano l’esistenza visto che non occorrevano intercettazioni sofisticate per ascoltare i dialoghi di padroni, padroncini, manovali perlopiù alla luce del sole, in disadorni caffeucci e tristi pizzerie-  e fino alla prima sentenza, oggi ribaltata in appello,  valeva la distinzione tra vizi capitali e Mafia Capitale, con l’ammissione che era pur vero che Roma era magari malata di corruzione ma né più né meno del resto del Paese, come se essere parte del contagio rendesse la patologia meno grave, meno, appunto mortale.

Eppure era evidente che non mancava proprio niente al fenomeno criminale che si era consumato nel cuore d’Italia per essere assimilato alla mafia, all’ideologia, alla pratica, perfino al linguaggio delle organizzazioni delittuose.

Non mancava niente per essere “mafia” agli accadimenti e al clima di quegli anni se il vertice, meglio ancora la “cupola”, era rappresentato da terroristi, assassini e lestofanti magicamente tornati in seno al consorzio civile dopo condanne troppo brevi e discutibili proscioglimenti, favoriti da ex commilitoni neri per niente pentiti e assurti a ruoli prestigiosi  che ben presto  hanno finito per dover chiedere protezione e subire ricatti e intimidazioni da parte degli stessi malfattori recidivi; se la minaccia e il taglieggiamento erano il sistema di relazioni instaurato anche grazie agli uffici di professionisti dal soprannome eloquente, come lo “Spezzapollici”,  incaricato di affrettare procedure e conclusione di accordi grazie ai suoi metodi persuasivi; se l’infiltrazione e l’occupazione dei gangli vitali della città interessava tutto il tessuto economico anche quello apparentemente legale e sano e perfino quello a forte contenuto sociale, con copertura e benevolenza bipartisan dimostrate da concessioni e benefici speciali elargiti alle cooperative del tristemente noto Buzzi: un palazzo a via Pomona, per esempio, dato dal sindaco marziano a 1200 euro, un passo avanti rispetto al predecessore che lo offrì gratis; se la partecipazione attiva di pezzi grossi dell’amministrazione pubblica alla gestione dell’emergenza umanitaria (quell’Odevaine su tutti a  contratto con 5000 euro al mese, al servizio della mala di  Carminati e Buzzi, dopo essere stato vice capo di gabinetto di Veltroni e capo della polizia provinciale con Zingaretti)  dimostra il naso dell’organizzazione criminale nell’individuare un brand più proficuo della tradizionale droga. E se le pistole non erano state definitivamente dismesse, ma l’arma più impiegata era certamente il ricatto, sperimentato con successo dal “Cecato” fin dai tempi della rapina al caveau della filiale della Banca di Roma all’interno del Tribunale, quando vennero forzate le cassette di magistrati, avvocati e politici alla ricerca più che di denaro e gioielli, di ben più preziosi documenti, costata al Carminati detto Cecato una modesta condanna.

Pareva vero che a Roma come  a Palermo, il vero problema fosse il traffico, se due soliti sospetti diventano insospettabili attori sulla scena della Capitale, se l’uno, Carminati appunto, ex terrorista finito in carcere più volte, legato alla banda della Magliana, addestrato in Libano durante la guerra civile, noto per la benda nera che copre l’occhio offeso durante una sparatoria con la polizia, l’altro, Buzzi,  un omicida che aveva ammazzato un balordo con 34 coltellate per paura che interrompesse la sua carriera di bancario prestato al racket, da insospettabili diventano intoccabili, vezzeggiati per via della conversione umanitaria da attori, cantanti, politici, giornalisti, Scalfaro compreso che rende omaggio all’assassino diventato detenuto modello con tanto di laurea, poi promotore della cooperativa 29 giugno di cui Miriam Mafai disegna un edificante e commosso ritrattino, se ministri in carica siedono alla stessa tavola di festosi bagordi, se candidati eccellenti si fanno organizzare e finanziare cene sociali facendo sospettare che il favore sia ricambiato, se qualche intercettato durante le indagini si dice fiero di essere annoverato tra la gente che conta.

Come altrimenti si sarebbe dovuto definire se non mafia quel “mondo di mezzo” se dopo la fase temporanea del recupero crediti, il business della cupola  si allarga, con l’appoggio esterno di mafiosi e  camorristi veri e propri, quelli con coppola e rituali oltre che commercialisti e avvocati in veste di “consigliori”,  fino a condizionare gli appalti, quello per la gestione dei rifiuti, tanto per fare un esempio, ottenendo l’assegnazione di lotti e concessioni, fino a occupare il settore immobiliare, grazie a nuovi e dinamici cantieri e all’ingresso manu militari nel brand dei Caat, quei Centri di assistenza   abitativa temporanea voluti ai tempi di Veltroni sindaco, che dovevano assorbire l’emergenza senzatetto, e che per anni ha sottratto dalle casse comunali milioni di euro per l’affitto di stabili fatiscenti, mai finiti e localizzati in luoghi sperduti messi generosamente a disposizione dalle grandi famiglie degli immobiliaristi romani e dalle cordate del cemento di tutte le latitudini.

Durante la presidenza Clinton i servizi segreti – e quelli se ne intendevano, si sa, per aver fatto affari con mafie, cartelli, despoti e tiranni – annunciarono al presidente che già nel 2010 molti paesi avrebbero transitato dalla condizione di stati sovrani, a quella di protettorati delle organizzazioni criminali, che avrebbero  governato occupando istituzioni, politica, informazione, economia. Profetizzando inconsapevolmente l’integrazione di mafie e finanza, di cupole criminali e cupole del credito tossico, dei fondi spacciati come droga dal racket di Wall Street e delle lavaggio di denaro sporco negli stessi prestigiosi uffici.

Figuriamoci se non sarebbe accaduto laddove gli stati hanno abiurato, nelle regioni occupate militarmente dall’impero in America Latina o in Ue, dove paesi costretti alla rinuncia in nome di una distopia unitaria, si sono piegati al restringimento degli spazi democratici nelle istituzioni, nelle amministrazioni, negli enti locali, assoggettandosi ai voleri di un ceto transnazionale che usa ricatto, intimidazione, estorsione, che cancella diritti e libertà, che spinge alla disperazione e annega i disperati, che muove guerre di conquista, che lascia propagare malattie  e ignoranza avendo corroso assistenza e istruzione, perché è proprio della malavita organizzata prosperare nella barbarie, nella inciviltà, nella riduzione in servitù.

È perfino banale dire che quella malavitosa è una delle fisionomie che ha via via assunto il capitalismo, che sempre ha impiegato mercenari sanguinari per tenere il popolo degli sfruttati sotto il suo tallone, che stringe alleanze con avventurieri pronti a guerre redditizie e incursioni predatorie, che grazie alla fase di finanziarizzazione trasferisce commerci e transazioni sui tavoli del casinò globale, che costringe a consumi e investimenti per poi strozzare le incaute vittime, che propone modelli esistenziali inarrivabili salvo piegarsi alla rinuncia di dignità e osservanza delle regole, in modo da assoldare per lo spaccio e l’estorsione nuova manovalanza tra i drogati del sogno americano, cui non basta la corruzione delle leggi perché ha scoperto che è più profittevole la corruzione per legge, più redditizia una via legale al malaffare e all’illecito, non solo manomettendo le regole ma creando le premesse per farne dettare altre, in modo da appagare appetiti e accontentare interessi privati, alimentando la sfiducia nello stato e nelle istituzioni, infettando con incompetenza e incapacità il governo delle città, decomponendo la coesione sociale, nutrendo la leggenda di eroi maledetti, banditi come il Cecato o come Gekko.

Qualcuno dice che questo sistema si sta condannando al suicidio. Non fatevi illusioni, farà suicidare prima noi.

 


Mal Ton di regime

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che dispetto ci ha fatto l’America, che sgarbo far vincere il populismo cattivo, volgare, maleducato, scorretto, sessista, razzista, sguaiato, ignorante. Che affronto che quella macchietta abbia battuto una così affine alle signore del senonoraquando,  perfetta per le cene delle Soroptimist, educata e responsabile fino alla devozione e allo spirito di servizio,  riservati al Paese attraverso  un marito sciupafemmine, alla famiglia e alla casa, bianca magari, così somigliante alle ragazze del college in gita premio in Italia, coi loro diari, le cartoline, le scappatelle col latin lover al Palio di Siena subito rimosse al rientro in Arkansas. Che delusione che la virulenza verbale di Trump abbia coperto la vocina mielata e impostata, autorizzando il politically incorrect, facendo immaginare  un’escalation dell’intolleranza e della discriminazione delle minoranze — gli immigrati, i musulmani, le donne.

Da giorni tocca sentire e leggere nei volti aggrondati e nei necrologi della defunta democrazia di Tocqueville, la delusione e la preoccupazione di opinionisti abituati a attribuire importanza soprattutto al bon ton, al garbo, ai modi e alle mode di una civilizzazione formale e ufficializzata grazie a buone scuole, birignao, appartenenze a cerchie influenti, protezioni autorevoli, stampa amica, tutti ingredienti che permettono di creare una gerarchia della “cattiveria” tollerabile o addirittura desiderabile, sicché i bombardamenti in tailleur sono meno cruenti, l’occupazione militare della finanza meno oscena, i tagli al welfare per via di sedicente stato di necessità meno deplorevoli di quelli operati per motivi ideologici anche se gli effetti sono gli stessi,  sicché era ineluttabile se non addirittura doveroso  mettere le “organizzazioni” democratiche e socialiste  e i loro bacini di consenso al servizio degli interessi dell’impero e del suo modello di sviluppo, sicché era inevitabile e imperativo scegliere un candidato forte per l’appoggio di lobby e potentati e più allineato di un anziano visionario.

La riscossa dello zotico  sembra essere davvero insopportabile  per chi è stato tanto compito e ammodo da riservare benevolenza per il pittoresco cow boy alla Casa Bianca, quello che ha avviato la rivoluzione liberista, la circolazione dei capitali, o per il capitalismo compassionevole, o da guardare con ammirato spirito di emulazione alle avventure dei Gekko  a Wall Street, tanto da farsi tentare da qualche acrobazia azionaria, o da credere che una spericolata prevenzione anche bellica sia  inderogabile e categorica per contrastare il terrorismo e i suoi untori, spesso ex alleati e che potrebbero ridiventare tali, di sovente prodotti artificiali della fabbrica della menzogna sempre in cerca di un nemico utile ad autorizzare la guerra.

Beh se è così si presentano tempi duri per loro. Perché tutto conferma che è arrivato il tempo dei più sguaiati, dei più cialtroni, dei più sboccati, dei più sfacciati, dei più screanzati. E la buona creanza non li salverà e nemmeno l’ipocrisia. Perché hanno contribuito, blandendo il folclore leghista, nato, si disse, da lombi antifascisti, sottovalutando le corna e le sacre liturgie polesane, celebrative, si disse, di radici e tradizione, liquidando sbrigativamente xenofobia e razzismo, frutto,  si disse,  di atavica ignoranza e isolamento superabili grazie al diffondersi i benessere e convinzioni progressive, a creare figure mostruose e geografie del rifiuto e della paura, che rivendicano rozzezza, ferocia, rancore, come fossero le virtù del politico e le fondamenta di una leadership e moltiplicano ingiustizia e sopraffazione.

Perché l’opposizione sobria, responsabile, cortese che non accetta provocazioni e non si presta a bugie e manipolazioni ha favorito una cricca di governo che l’ha scambiata – e magari non a torto – per codardia. Quella cerchia infame che adesso, quando qualcuno mette il naso nei suoi affarucci, svela le magagne, scopre l’ennesimo interesse privato, anche sotto forma di abuso dei dati e di trucco elettorale, perde la testa e sbrocca, chiama alle armi perché torni a regnare il suo ordine, fa i segni in trasmissione al conduttore come nella briscola, bercia come gli odiati grillini e apostrofa con toni beceri il pubblico dei suoi eventi di propaganda.

Pare che dobbiamo diventare  villani e scostumati anche noi per vincere. Che bisogna tiragli i pomodori, prenderli a pernacchie e peggio ancora, informarci e informare, scoprire le loro carte di bari, riprenderci la conoscenza e la gestione della “cosa pubblica”, che hanno ridotto a merce, i diritti dei quali ci hanno espropriato, quelli scritti in una Carta, che odiano per quello, per l’invidia e l’avversione che riservano a quello che è libero, generoso, giusto e solidale.


Non è più Hillary

hillary-clinton-wall-streetCi sono molti modi di leggere gli eventi, alcuni più significativi di altri o più intelligenti o con un maggior valore euristico riguardo alla realtà. E ci sono anche molti modi di indirizzare le interpretazioni verso il facile, il banale e lo stereotipo. Così per mesi  i media globali hanno fatto la caricatura di Trump, grazie al fatto che il personaggio si prestava in maniera quasi perfetta a questa operazione, per sostenere la candidata di Wall Street e dello status quo, foraggiata a dismisura dall’industria bellica e dall’Arabia Saudita, dal Kuwait, da Soros e dalle banche che ci hanno messo ufficialmente, loro soltanto, 44 milioni mettendo in campo alcune ovvietà politichesi per giunta deformate che possono essere riassunte con:  la donna democratica contro il maschilista e razzista di destra. E’ una chiave di lettura possibile, certo, ma così misera, così scioccamente rituale da essere fuorviante, da nascondere che Trump a torto o ragione, non era Trump, ma uno strumento con cui gli elettori hanno mandato il loro vaffa  all’economia di carta  che affligge quella reale e le vite reali.

Proprio questa rabbia di fondo in via di accumulazione rappresentava il grande nemico delle onnipotenti oligarchie finanziarie che hanno appoggiato la Clinton, candidato per la verità debolissimo come era chiaro a tutti, soprattutto perché alla primarie facesse fuori Sanders: le statistiche possono matematizzare le menzogne, ma non cambiare la vita delle persone e così nella narrazione di una ripresa inesistente sarebbe stato possibile che potesse spuntarla persino un candidato dichiaratosi – oh my God – socialista come Sanders, praticamente l’unico in tutta la storia americana. Evitare questo disastro per una pletora di poteri grigi che sotto Obama avevano preso definitivamente il sopravvento era l’obiettivo principale. Meglio ancora, se la fidata Clinton, parte attiva di questi clan di sottogoverno,  fosse riuscita a insediarsi alla Casa Bianca , nonostante la gigantesca montagna di scheletri nell’armadio e lo scarso appeal, senza costringere a una disperata campagna lobbistica per coinvolgere l’antagonista che in questo caso non faceva parte delle dinastie regnanti della politica americana. E di certo Wall Street assieme a tutta  la rete di potere che rappresenta, non si è risparmiata, compresi anche i sondaggi martellanti, ma clamorosamente falsi che ormai sono parte integrante della degenerazione democratica.

Per certi versi non c’è dubbio che Trump sia una risposta assolutamente sbagliata se non antitetica al declino democratico occidentale, ma per altri versi, per il significato profondo del voto che in qualche modo ha tratti antisistema, si carica di un impatto che se sfruttato finirà per mettere in crisi le dinamiche messe in campo dai poteri elitari, che in due decenni hanno fatto strage  di diritti, di pace, di lavoro oltre che di economia reale con impensabile facilità. E’ un segnale che l’opinione pubblica non può essere totalmente condizionata, che alla fine può reagire in qualche modo, anzi la circostanza che si sia costretti ad aggrapparsi a un personaggio dai tratti clowneschi pur di rifiutare l’establishment, rende esplicito il livello esplosivo a cui giunto il malcontento dopo le promesse tradite e gli illusionismi di Obama. Basta concentrarsi non sul personaggio Trump, che in realtà più che vincente è stato il testimonial del rifiuto della Clinton e della sua galassia di potere, ma sul contesto delle elezioni per vedere la possibilità di fare argine contro lo scasso di ogni conquista di civiltà, contro i trattati concepiti dalle banche, contro i “consigli” costituzionali suggeriti dai centri finanziari e prontamente attuati dai burattini del potere.

Di certo quella del miliardario è la scelta meno pericolosa per questa parte dell’Atlantico che proprio Hillary in prima persona ha devastato con le sue guerre, la sua creazione di terrorismo, la sua ossessione antirussa e il pervicace, convinto, incondizionato appoggio alle politiche reazionarie sviluppatesi ovunque. Altro che la candidata moderata e progressista che il media mainstream hanno voluto ad ogni costo dipingere cercando di soffocare ciò che veniva fuori dal vaso di Pandora delle mail. Ma questo è il meno, la figuraccia della Clinton appoggiata da tutto il sistema mediatico e oligarchico, significa che si può dire No, che si può resistere, ancor meglio se in qualche caso specifico è un clown a suggerire il si. E’ più che evidente, a volte anche esplicito, che  le preoccupazioni riguardo alla vittoria di Trump si indirizzano in apparenza sul’imprevedibilità del personaggio, ma nella realtà consistono tutte o quasi nella possibilità di un effetto domino che rilegittimi l’opposizione a ciò che vanno facendo governo e ceti politici subalterni e induca a qualche passo indietro. Tutto sta a indirizzare questo riscatto in maniera meno occasionale, meno da ultima spiaggia populista rispetto al trumpismo che è un prodotto del sistema politico americano, cosa assai più facile in Europa dove fra i sargassi della demagogia di ogni genere, galleggia ancora un residuo di cultura politica. E’ un segnale, tutto sta a coglierlo.


Declino dell’impero: un missile contro Wall Street

r_2012032116352880881600Il settimanale guerrafondaio di ispirazione repubblicana National Interest è molto preoccupato: ritiene che gli Usa abbiano troppo poche portaerei, che gli aggiornamenti aeronavali siano troppo lenti e altrettanto il turn over dei mezzi, che le capacità di reazione russa e cinese abbia  fatto un salto di qualità rendendo molto più vulnerabili le forze americane compresa la nuova portaerei Gerald Ford che dovrebbe prendere servizio a maggio, definita un cimitero di lusso per 5000 marinai americani  Non hanno tutti i torti i ganassa di area repubblicana: dopo i nuovi missili antinave di Pechino che tanto stanno preoccupando Washington ecco che arriva un nuovo ordigno russo il 3M22 Zircon un missile navale che raggiunge i mach 5 ed è dunque praticamente invulnerabile alle difese anche più sofisticate. Per di più oltre ad equipaggiare via via tutti i vascelli di Mosca verrà  montato anche su bombardieri realizzati appositamente per dar la caccia alle portaerei.

Non si tratta di giocare ai soldatini, ma di capire che l’evoluzione della missilistica, dell’elettronica e dei sistemi d’arma stanno rendendo molto più vulnerabili di prima le grandi flotte ossia proprio quel potere navale che è stato lo strumento fondamentale  dell’impero anglosassone: il pilastro di oltre due secoli di dominio. Se la portaerei è stato il mezzo attraverso il quale è stato possibile protrarre, anzi ad accrescere l’egemonia dopo la nascita dell’aviazione e permettere un controllo militare sull’intero globo, adesso la situazione cambia e navi del costo di decine di miliardi possono essere facilmente preda di armi dal costo infinitamente inferiore, dunque realizzabili  in grande quantità  e, in prospettiva, acquisibili anche da piccole potenze. Insomma in un conflitto che non sia drammaticamente asimmetrico come la maggior parte dei quali abbiamo assistito negli ultimi decenni, i rapporti di forza si stanno spostando verso le potenze continentali rispetto a quelle marittime. Del resto le cose possono cambiare molto in fretta e se nel 1854 le navi del commodoro Perry forzarono il porto di Tokio ostacolate solo da qualche freccia incendiaria o da qualche colpo di antichi moschetti portoghesi del ‘600, meno di 90 anni dopo i nipoti dei  samurai sconfitti erano davanti a Perl Harbour con le più grandi portaerei mai costruite fino a quel momento.

Il fatto è che questi cambiamenti sempre più evidenti man mano che si delinea la resurrezione della Russia e la maturazione della potenza cinese, si collegano in maniera sinergica alla crisi chiaramente endemica del sistema mercatista e finanziario imposto ovunque dall’impero assieme al dollaro. E non è una buona notizia perché da una parte Washington, dopo aver buttato nella tazza  qualsiasi brandello di diritto internazionale  deve assolutamente assumere un completo controllo sull’Europa e sulle altre sparse colonie, mentre dall’altra è sempre più tentata dal risolvere la questione dell’egemonia con la guerra finché gode di un margine di vera o presunta superiorità: asserire il diritto del più forte è letale se non si è effettivamente i più forti. Del resto questa situazione, queste sinergie, questi umori, prendono corpo nella stessa campagna elettorale con un candidato democratico che ha dovuto fare un vero patto col diavolo dell’industria bellica per imporsi su Sanders e un presumibile vincitore per i repubblicani, più rozzo, ma forse meno guerrafondaio dei suoi concorrenti e tuttavia del tutto imprevedibile nel suo impatto con la realtà mondiale che per lui è sempre stata una realtà di affari e per il resto non molto diversa dalla weltanschauug proposta dalla Disney. Ma il perno su cui tutti incardinano in un modo o nell’altro la leva della loro campagna è la difesa dell’egemonia Usa e la volontà esplicita di colpire chi in qualche modo la ostacola, rifiuta di prendere atto della volontà di Washington o osa difendersi. Che del resto è anche un argomento principe per distrarre i cittadini dai drammatici problemi di impoverimento progressivo e lasciare che Wall Street detti l’agenda politica. Ecco un bel missile non ci starebbe male.

 

 

 

 


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