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Archivi categoria: Immigrazione

La carità del profitto

decreto-salvini-casAnna Lombroso per il Simplicissimus

Verrebbe da ricordare alla ministra Lamorgese che ha dichiarato a conclusione del vertice di Malta “Adesso l’Italia non è più sola”, il vecchio adagio “meglio soli che male accompagnati” o anche “dagli amici mi guardi iddio…” con quel che segue.  Perchè non c’è nulla di più sospetto degli accordi su base volontaria (come quelli che hanno ispirato le intese fallimentari sul clima, tanto per fare un esempio) quando è evidente che le buone intenzioni che lastricano il cammino dei patti sono dettate dalla legge dei soldi.

Italia, Malta, Francia e Germania avrebbero infatti messo a punto e condiviso con la Finlandia, presidente di turno dell’Unione, uno schema che, si dice, potrebbe essere condiviso da 10 paesi intenzionati a scardinare il principio di base del trattato di Dublino che obbliga il Paese di primo ingresso a farsi carico degli stranieri – all’atto di accoglierli e fino all’eventuale rimpatrio – fino alla decisione sulla richiesta di asilo. Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Grecia e Spagna nel contesto dei Paesi sfigati, avrebbero manifestato il loro appoggio,  altri li seguirebbero per non incorrere in eventuali e paventate sanzioni economiche. Attualmente i migranti che arrivano in Italia a bordo delle navi delle Ong e delle motovedette di Guardia di Finanza e della Guardia Costiera vengono registrati negli hotspot e in caso di richiesta di asilo attendono l’esito nei centri di accoglienza.  Se passasse  l’accordo saranno stabilite quote fisse a seconda del numero di Paesi partecipanti (tra il 10 e il 25 per cento) e la distribuzione scatterà in maniera automatica,  entro quattro settimane dalla identificazione sul nostro suolo.

Nell’intesa di La Valletta è quindi previsto che sia lo Stato di destinazione a gestire la sistemazione dei richiedenti asilo e — in caso venga negata l’istanza per il riconoscimento dello status di profugo — anche le pratiche per il rimpatrio, che prevedono un negoziato bilaterale con gli stati (o i regimi? o entità statali farlocche?) di Tunisia, Egitto, Gambia, Nigeria e sulla collaborazione del Marocco, grazie a accordi avviati dal ministro Minniti lo stesso che designò le milizie libiche per l’incarico di Guardie Costiere.

Ancora una volta gli intenti sottoscritti su base volontaria grazie al deterrente delle penalità opera una distinzione tra profughi e emigranti economici, un criterio grazie al quale la gran parte degli italiani che sono andati a cercar fortuna per sfuggire alla miseria nera ( 4.711.000 verso le Americhe solo tra il 1901 e il 1923, di questi, 3.374.000 dal Sud) non sarebbero stati accolti. Perché, come recita il sito della Camera, l’articolo 10, terzo comma della Costituzione prevede che lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge, e non coincide dunque con quello del riconoscimento dello status di rifugiato, per il quale non è sufficiente che nel Paese di origine siano generalmente conculcate le libertà fondamentali, ma che il singolo richiedente abbia subito, o abbia il fondato timore di poter subire, specifici atti di persecuzione.

Tanto per restare in una comoda arbitrarietà e discrezionalità a seconda del vento umanitario che tira (e del bisogno di braccia) non è mai stata dunque adottata una legge organica che stabilisca criteri, requisiti e corretta interpretazione e attuazione  del  dettato costituzionale, anche se sulla base della Convenzione di Ginevra, è stato introdotto il principio di protezione umanitaria che viene concessa quando si valuta su base individuale, che esistono gravi motivi di carattere umanitario per i quali il rimpatrio forzato potrebbe comportare serie conseguenze per la persona, come nel caso di conflitti e di calamità naturali e climatiche.    In barba alle distinzioni tra “irregolari” e “richiedenti asilo” operate dalla Bossi-Fini e perpetuate dalla Tturco-Napolitano e delle infamie giuridiche a seguire, tutti i cittadini stranieri avrebbero dunque il diritto di chiedere asilo in Italia  presentando una domanda di protezione internazionale alla questura o alla polizia di frontiera, che viene esaminata dal  Dipartimento delle libertà civili e immigrazione, del ministero dell’interno. Quelle di protezione internazionale vengono analizzate dalle Commissioni Territoriali  composte da un funzionario della prefettura, uno della questura, un rappresentante dell’ente locale e un membro dell’Agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr).

Malgrado il numero delle commissioni sia stato incrementato perfino in vigenza di Salvini, i tempi di attesa sono di almeno un anno, rispetto ad una procedura che, anche secondo l’ipotesi di accordo, non dovrebbero superare  i 35/40 giorni.  E intanto chi è arrivato qui, aggirando i blocchi dei porti, su imbarcazioni delle Ong, su barconi e gommoni, resta in quel mondo in transizione dopo Minniti e Salvini dove è preferibile essere invisibili, che comprende gli hotspot, i centri di prima identificazione e “prima accoglienza”,  il Siproimi  (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati)  e i CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, concepiti come strutture temporanee da aprire nel caso in cui si verifichino “arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti”, così temporanee da diventare perenni, gestite da enti profit e no profit che “mettendo a frutto” i 26 euro pro capite concessi, collocano in lager non solo amministrativi, residence e strutture fatiscenti che ospitano fino a 300 unità e  dalle quale in molti preferiscono scappare per via delle condizioni lesive della dignità, passando dalla condizione di irregolarità a quella di illegalità.

Così adesso possiamo stare tranquilli, dove non arriva la legge,m dove non arriva la carità, dove non arriva la solidarietà arriva il mercato (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/09/16/tratta-legale/ ).

Quelli che scappano dalle guerre, dalla fame, dalle catastrofi climatiche, dalla espropriazione di risorse prodotte dal profitto e dell’avidità del sistema di sfruttamento diventano altre risorse da commercializzare e sfruttare: la distribuzione e la ricollocazione degli “eccedenti” risponderà alle esigenze del mercato del lavoro, i Paesi sottoscrittori li accoglieranno nel numero e nella qualità necessaria a coprire posti non qualificati a compensi inferiori a quelli che le conquiste e le lotte hanno imposto al padronato locale. Così l’immigrazione contemporanea, effetto frutto dello stesso modello di sviluppo capitalistico, della globalizzazione e della finanziarizzazione, delle espulsioni di manodopera dalla produzione tradizionale, dei conflitti bellici, serve ad alimentare un esercito di riserva di salariati che crea condizioni negoziali di compressione verso il basso del valore della forza-lavoro. Se aggiungiamo che si va facendo strada la consapevolezza che solo consistenti flussi migratori possono correggere lo squilibrio  tra le persone in età lavorativa e quelle che hanno superato i 65 anni ed evitare le sue pesanti ricadute sulla spesa pubblica degli stati membri, ecco spiegata la svolta umanitaria dei partner.

Allora non basta dire che bisogna guardarsi dagli abituali xenofobi di destra e pure da quelli riformisti, che si giustificano  con la minaccia secondo cui gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi, come se si trattasse di un fulmine che cade imprevisto e ineluttabile in geografie non devastate dal Jobs Act, dalle privatizzazioni che hanno abbassato il livello di qualità del lavoro e delle prestazioni ai cittadini, dalle liberalizzazioni dei flussi finanziari che hanno indirizzato investimenti verso il casinò azionario piuttosto che verso la ricerca e l’innovazione. 

E’ adesso, qui e ora che si deve invece combattere per la cittadinanza, di tutti, la nostra, di noi che saremo costretti a chiedere asilo in patria per i nostri diritti, e quella di chi arriva e che non è un nemico ma l’unico alleato, non per restare umani, ma per diventarlo.

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Tratta legale

traAnna Lombroso per il Simplicissimus

E’ la vivamente raccomandata l’estensione di criteri di sobrietà e austerità anche all’esercizio dell’umanità: da ora in poi anche le anime belle che pensavano di riguadagnare coscienza tranquilla e senso civico con l’oscuramento del babau all’Interno sono invitati a ridurre l’accoglienza al primo soccorso. Che poi come in tutte le cose di questi tempi, il resto è affidato alle regole di mercato e della libera concorrenza.

Nel corso della settimana in vista  della riunione con i ministri dell’Interno dell’Unione Europea che si svolgerà a La Valletta il 23 settembre, si stanno infatti mettendo le basi per un accordo che sta molto a cuore a Conte grazie al quale con un accordo permanente si raggiungerà l’obiettivo dell’automatismo nella ridistribuzione degli immigrati.  «Se arrivano cento persone, ha spiegato, è evidente che una parte rimane in Italia. Ma io già so che il resto andrà in altri Paesi…»,  tramite accordi che non saranno più frutto di estenuanti negoziati bensì fissati a monte. «E per questo dico che i pochi Paesi che riterranno di non partecipare all’accordo o che si opporranno dovranno ottenere meno risorse rispetto agli altri».  Pensando all’ungherese Viktor Orbán e agli altri leader del gruppo di Visegrád, ammonisce che è legittimo “tirarsi fuori”, ma che la mancata solidarietà dovrà avere un prezzo. 

Qualcuno si è sentito disturbato perchè  ho chiamato il patto che verrà fuori dalla trattativa in corso con i governi di Germania, Francia e Malta, un nuovo corso della millenaria tratta degli schiavi, benedetta peraltro dalle majors dell’aiuto e della compassione a cominciare da Andrea Riccardi che plaude all’iniziativa che promuoverà “la creazione di corridoi europei per il lavoro legale in modo da consentire a chi arriva di trovare un’occupazione laddove c’è molta richiesta … penso alle badanti e alla manodopera nelle imprese del nord”.

E Conte, «Non solo manterremo il rigore, ma saremo ancora più rigorosi sull’immigrazione clandestina rispetto al governo precedente», dice non rammentando che  per tutti i governi dalla Legge Bossi-Fini in poi, tutti i disperati sono “clandestini”, che l’identificazione non li libera dalla status di irregolari, che anche quando sono richiedenti asilo per motivi umanitari non hanno accesso a tutti i gradi di difesa in caso di azione giudiziaria in materia di espulsione. Però, rassicura, “saremo umani”, mentre verso Ventimiglia procedono i rastrellamenti delle autorità francesi, a Ferrara il sindaco intende sottrarsi all’obbligo di accoglienza, le diplomazie lavorano per “sciogliere i nodi con la  Siria”, trattando non si sa con quali autorità statuali, e con la Libia, perchè “svuoti i suoi lager”, dopo che Minniti e Salvini riconobbero alle milizie il ruolo di “guardie costiere”.

Non sarà accoglienza, non sarà integrazione, però possiamo star certi che i negoziatori metteranno a punto un piano per la piena occupazione della forza lavoro straniera. Non c’è da dubitarne, perchè se non è automatico il rapporto causa effetto di guerre e emigrazioni, che le guerre coloniali si fanno anche per dedicarsi allo sport preferito dall’uomo, rubare, violentare, ammazzare, segnare il territorio, è sicuro che uno delle desiderate ricadute del colonialismo dei giorni nostri, e non solo, sia quello di creare, e far circolare e indirizzare dove servono, eserciti disarmati di merce-uomo che lavori in condizioni di subalternità, di soggezione, senza sicurezze e senza diritti.

Vedrete se i padroni non riescono anche stavolta laddove non sono mai riusciti i lavoratori, trovare una incrollabile unità di classe nell’attrezzarsi di manopera dequalificata, abbassare i livelli di retribuzione e  creare divisione, cosicché  la debolezza  degli immigrati  indebolisca ancora di più il lavoro già colpito dei proletari europei, italiani e greci soprattutto, incrementando l’esercito industriale di riserva, aumentando i profitti e schiacciando tutti,  immigrati e indigeni.

Tutto questo con buona pace della sinistra nel cui alveo si è operato lo stesso spostamento ideologico del progressismo liberista, convertendo  le lotte anticapitaliste e per il lavoro in battaglie “umanitarie” e  per i diritti civili. Qualcosa che va bene per chi vuole illudersi – perchè ne è ancora esente –   che nel cammino del progresso possano procedere insieme globalizzazione, la libertà di movimento, l’uguaglianza, l’uscita dall’oscurantismo  che genera razzismo e xenofobia e dal nazionalismo che genera arroccamento e egoismo, sotto la bandiera di una emancipazione dell’umanità intera. E che va ancora meglio per chi l’immigrazione la riconosce nei panni della badante, del bagnino, del giardiniere e del molesto vuoi cumpra’, perchè non vive in periferia dove in buoni sentimenti della brava gente non hanno spazio, perchè – ancora – non soffre la concorrenza avvelenata di lavoratori costretti a piegarsi a salari al di sotto della sopravvivenza, senza garanzie, senza casco e bretelle se sta su un’impalcatura, senza contributi e senza certezze.

Adesso siamo tutti messi alla prova dopo le belle parole e il buon cuore,stesi come gli striscioni contro l’infamone al governo. Adesso che quelli per cui ci siamo compiaciuti di commuoverci e solidarizzare nelle mani degli stessi burattinai di sempre verranno esibiti come competitori, cui attribuire le colpe delle vittime che diventano sopraffattori, rubando lavoro, posti in graduatoria nelle scuole, case, sanità. E’ adesso che dobbiamo ricomporre un fronte unico di chi combatte contro lo sfruttamento che è uguale per tutti quelli che stanno sotto, bianchi, neri, maschi e femmine (un po’ di più se sono nere), e che devono imparare a rialzare la testa.

 

 

 

 

 


Istinto arrendista

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei secoli i poteri imperiali,  economici o militari o religiosi, si sono guadagnati un successo collaterale utile a coagulare consenso intorno alle loro opere e ai loro misfatti. Comportamenti illegittimi e immorali si sono magicamente trasformati in arti, quella della guerra che ha avuto maestri e sacerdoti da Machiavelli al generale Sun Tzu, quella del persuadere variamente interpretata da Blaise Pascal a Prezzolini fino a Piattelli Palmarini, quella di vendere e di vendersi, tradotta in manuali per piazzisti di merci e di sè stessi, che va d’accordo  con quella del compromesso, a indispensabile e doveroso corredo della politica, in modo da convertirla nel più pratico e disincantato esercizio della realpolitik.

Via via però abbiamo compreso che mentre un tempo venerabili maestri e astuti consiglieri indottrinavano i principi in procinto di salire al trono, spietati generali si chinavano sulle mappe insieme a ufficiali ambiziosi per studiare strategie e tattiche e smaliziati mentori addestravano ambasciatori e diplomatici per istruirli a condurre delicate trattative e faticose transazioni senza che le parti in causa fossero autorizzate a reazioni esuberanti e irragionevoli, oggi i nuovi arrivati che fanno irruzione sulla scena dell’esercizio della cosa pubblica arrivano già imparati, legittimati alla spregiudicatezza, alla prepotenza o,  peggio ancora, alla rinuncia anche vergognosa di convinzioni, all’abiura di fede e patti sottoscritti, fino al tradimento e alla resa. Giustificata per sedicenti fini nobili, in nome dell’interesse generale, se  il compromesso significa l’assoggettamento a chi viene riconosciuto come il più forte: un atteggiamento che ha caratterizzato la sinistra che ha deposto da tempo le armi contro il nemico di classe nella confortevole e conveniente persuasione che fosse possibile anche solo immaginare una alternativa allo status quo.

Oggi assistiamo ad una esemplare esercitazione dell’arte del compromesso come virtù e prodotto della ragionevolezza, del buonsenso e dell’attenzione al bene del popolo peraltro irriconoscente tanto che a gran voce chiede il rispetto di antiche promesse, decantata come necessaria, imprescindibile e fatale da chi ha raggiunto obiettivi importanti personali o di gruppo proprio grazie alla critica feroce  ai sistemi e alle cattive abitudini della cerchia dei “politicanti”  delle sue prassi illegittime in nome del numero di voti conquistati e di maggioranze legali ma spesso “illegittime”.

Non si capisce cosa vi sia di sensato nel consegnarsi, grazie alle mosse e alla furbizie di un mediatore che ha già dimostrato una certa navigata spregiudicatezza di montare  su un carro per assicurarsi il passaggio, a un avversario con l’aspettativa di farne un alleato meno ombroso, meno ingovernabile, meno prepotente di quello precedente,  che è riuscito a rivelare la fragile costituzione fisica e programmatica  dell’alleato, costretto via via alla capitolazione.

Non si capisce come potranno essere conciliabili i “punti fermi” del movimento, già soggetti a ripensamenti e cedimenti con le referenze del futuro compagno di strada che vanta tutta la serie di “risultati” oggetto della ferma opposizione del passato, così tenace allora da aver prodotto consenso e esiti elettorali grazie alla condanna di misure antipopolari: dal Jobs Act, alla Buona Scuola, dalla legge  Fornero alle disposizioni in materia di tutela del territorio che avevano ridotto la partecipazione di cittadini alle scelte e premiato l’avidità dei privati, oggi in attesa di ulteriori regali grazie alla secessione delle regioni ricche.

Non si capisce come, diminuita la potenza elettorale, il movimento 5Stelle possa sentirsi in grado di resistere alla pressione di un soggetto che, proprio grazie alla protervia brutale di Salvini e alla arrendevolezza del partner d governo, si è ritagliato una credibilità umanitaria, a suon di tweet, visite sul red carpet di imbarcazioni solidali, contraddetta in realtà dai suoi precedenti rappresentati dalla strategia del ministro Minniti in materia di controllo dell’immigrazione, di accordi con entità fantoccio in Nord Africa, di ordine pubblico inteso come persecuzione degli ultimi per rassicurare i penultimi.

O come potrà contrastare la tenacia di chi Tav, trivelle, militarizzazione delle isole, grandi opere e piccola salvaguardia a posteriori, non li ha subiti di buon grado, ma fortemente voluti e promossi nel quadro del definitivamente assoggettamento al disegno di riduzione della sovranità, dell’autodeterminazione,  pronto per questo a intervenire vigorosamente sulla Costituzione per vendicarsi dell’affronto subito in via referendaria e per portare i frutti delle sue rapine di democrazia  da mettere sotto i denti dei vampiri imperiali.


Non hanno paura di Salvini. Hanno paura del popolo

popolo Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tempo di serendipity. A molti sarà piaciuta la strana e felice coincidenza  per la quale il presidente Conte e il sociologo Marco Revelli hanno elencato con la medesima minuziosa precisione  le malefatte del Ministro dell’Interno del governo uscito, la lunga lista di scorrettezze istituzionali, abusi di potere, sconfinamenti, ignoranza o trasgressione delle regole.

L’uno al Senato, l’altro in un articolo vibrante di sdegno ripreso entusiasticamente dai social, hanno compiuto ambedue lo stesso  peccato, quello di omissione, il primo rimuovendo opportunamente le responsabilità dell’alleato di governo che ha scelto la via dell’arrendevolezza  per motivi  di sopravvivenza più che di salute pubblica, il secondo attribuendo solo alla “zavorra” renziana che sinistra non è e non vuole essere – come d’altra parte tutto quel che resta del Pd – le colpe di un “pensare” non più comune, di un’impotenza non sa tradursi in azione  ma nemmeno vuole e sa ascoltare e registrare la voce o respirare l’aria “della strada”.

E  tutti e due per motivi solo apparentemente differenti hanno espresso la stessa aspettativa di un governo “comunque”, che eviti le elezioni grazie, per il primo, al suo “sacrificio” e alla sua abnegazione personali, per l’altro in forma di coalizione di “sicurezza costituzionale” che eviti la possibilità che la destra incarnata dal Gradasso e dai suoi empatici, possa spostare dal Palazzo alle piazze scontente e rumoreggianti in occasione del drammatico passaggio di una manovra economica cruenta e dell’imperio tragico del default. Un “ponte” che resista fino all’ennesimo tentativo di mettere insieme una riforma elettorale che, cito Revelli,  allontani “il rischio che una maggioranza nero-verde di tipo weimariano possa manomettere la Costituzione senza neppur bisogno di un referendum confermativo”.

Insomma per quelli, tanti, che hanno creduto che con Salvini passasse la paura del fascismo, che cancellata la sua immagine, le sue foto, la sua voce, i suoi slogan, lo svolgersi pieno e appagante della democrazia potesse riprendere come in un dopoguerra costruttivo e fecondo, è il momento in cui tocca prendere atto che la rimozione volontaria e poi forzata dell’energumeno, il ridimensionamento elettorale (numericamente relativo) e di consensi (nella percezione più che nei voti) dei detestati 5stelle, sono il segnale di una crisi dell’assetto istituzionale, cominciata tanto tempo fa, quando partiti e leader hanno pensato che fosse il momento di procedere a una “revisione” costituzionale che spostasse il potere e il processo decisionale fuori dal parlamento, lo consegnasse nelle mani di una oligarchia rappresentata da una persona, un vicerè, un generale, un tecnico al servizio dei propri e dei suoi interessi di ceto.

E se Conte non vuole certo uscire dal vuoto torricelliano, dove l’invettiva e le reprimende prendono il posto dei programmi, aiutato dai compitini derisori dei problemi del Paese dell’opposizione,  coi “punti irrinunciabili” di Zingaretti che spera in un ritorno del bipolarismo con due fronti che la pensano allo stesso modo su Europa, austerità, Tav, fisco, etc.., Revelli, che fa parte di quella rara compagnia di spiriti critici dell’abiura dei partiti della sinistra tradizionale passati di buon grado ai ranghi del progressismo liberista, rivela quel cruccio diventato sentiment comune, quella preoccupazione nei confronti del malessere generale cui viene dato il nome di populismo. E che potrebbe voler dire non che si condivide plebiscitariamente il rigurgito neofascista che sale dalle viscere di Salvini, ma, molto più semplicemente e tragicamente, che la gente disapprova la gestione della cosa pubblica da parte del ceto dirigente e al tempo stesso non si riconosce in chi lo contesta, quando una volta arrivato ai posti di comando viene contagiati dalla realpolitik.

Il timore che l’astro di Salvini non sia tramontato è dunque più che legittimo, lo sa bene chi ha creato le condizioni grazie alle quali è sorto e ha brillato in cielo per più di un anno, conscio e soddisfatto che i riflettori della comunicazione indirizzassero la percezione sui temi dell’immigrazione grazie a un allarme che viene da lontano, dallo sbandieramento del vessillo della paura dell’invasione che ha prodotto le leggi Bossi-Fini, la Turco-Napolitano, la Legge Maroni, le ordinanze di Minniti,  culminati in  quei decreti-sicurezza,  colpevolmente sostenuti dai 5Stelle, che hanno coperto con l’autorizzazione al razzismo la legittimazione della repressione, grazie alle misure,  non solo unilateralmente volute, destinate  a colpire poveri di tutte le etnie e oppositori e che vanno dalla criminalizzazione del blocco stradale   alla stretta sulle manifestazioni di dissenso, nei casi della Tav, delle Triv, del Muos, delle occupazioni di fabbriche, di scioperi.

Lo sa bene chi ha dato enfasi a un umanitarismo a basso costo, esibendo uno schizzinoso disprezzo per il condottiero barbaro dei rozzi xenofobi delle periferie che si contendono spazi angusti  e desolati, per i lavoratori precari che temono la concorrenza degli stranieri propensi a svolgere mansioni non garantite, non sicure e sottopagate, proprio come vuole  la grande industria  transnazionale che usa ogni arma a cominciare da quelle belliche e  di conquista, per muovere eserciti di forza lavoro e  abbassare il costo della mano d’opera.

E lo sa bene chi ha avallato la secessione delle regioni ricche permettendo che venisse interpretata nelle sue espressioni più esuberanti dal leghista razzista contro il terzo mondo interno dal Vesuvio all’Etna, ma condivisa largamente da chi sta mettendo in piedi una mostruosa truffa ai danni del Mezzogiorno grazie alla costituzionalizzazione di una “apartheid” delle nostre colonie meridionali.

Non c’è da temere il ritorno di Salvini, non è mai andato via, era là a garantire le larghe intese che approfittavano delle sue smargiassate per consolidare il consenso da dare ai “meno peggio”, che lo denigravano e subito dopo lo blandivano in occasione di associazioni d’impresa, quelle del mito del produttivismo, del progresso, che  lo esibivano come un babau agli occhi dell’Europa conquistandosi il merito di averlo persuaso alla ragione come in molti casi, o messa da parte in rari altro, che hanno raggiunto il risultato di far fuori un movimento che si è arreso a fare il vaso di coccio, impreparato e inadeguato ma che ai loro occhi era un rischio destabilizzante.

Si sono resi un servizio a vicenda, preparando un dopo sul quale Salvini reclama qualche diritto, di quelli che piacciono a lui: possesso, prevaricazione, intimidazione, ricatto, diventati sistema di governo, qualsiasi sia la coalizione.

 

 

 

 


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