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Piovono aquile

hillary-nazi-pin--600x416E’ preoccupante il livello di idiozia che la campagna mediatico elettorale sta assumendo negli States, preoccupante perché viene condotta a livelli di tale strumentalità e infantilità da testimoniare senza possibilità di dubbio o di riscatto il declino inarrestabile delle società occidentali a cominciare da quella dominante che forza anche le altre ad entrare in questa spirale. Com’è noto l’aquila è da sempre uno dei simboli dell’America e della sua presidenza, ma se essa compare sulle magliette della campagna elettorale trumpiana allora diventa tout court tout court aquila nazista , secondo l’illustre parere di Usa today, terzo giornale degli Usa, nonché prodotto di punta della Gannet corporation che è il più grande editore del Paese. C’è da dire che a tale quotidiano, anzi a tutto il mainstream occidentale, sono del tutto sfuggiti  i simboli nazisti ben più evidenti e consistenti sfoggiati dai loro amici ucraini, ma in ogni caso sembra davvero impossibile poter smerciare una simile stronzata dal momento che l’aquila di per sé non ha nulla a che vedere col nazismo, tanto che essa compare in innumerevoli stendardi ed emblemi (compresi alcuni italiani) e che la stessa Germania federale l’ha conservata come simbolo. Eppure è accaduto: per qualche giorno questa polemica assurda è andata avanti, coinvolgendo tutte le grandi centrali dei media e persino i vari siti di “fact checking” che asseveravano la verità dell’aquila nazista. Solo quando gli avversari hanno cominciato a pubblicare foto nelle quali gli esponenti democratici, a cominciare da Hillary Clinton, sfoggiavano aquile a profusione, la polemica si è arrestata nell’arco di un nano secondo.

Si tratta dello stesso asse informativo unico, in mano a pochissimi potentati che quattro anni fa dava Trump per spacciato e la Clinton come vincitrice certa con percentuali perentorie: 84% per il New York Times,  98% secondo l’Huffington Post,  99% per l’università di Princeton, 81,4 % a dire della più grande società di scommesse elettorali e solo al 67,8 per cento da FiveTirdhyEigts che fu investita dalle polemiche per questa previsione così bassa. E’ anche lo stesso asse che fino a qualche giorno fa dava così per certa la sconfitta di Duda in Polonia che quasi quasi era inutile andare alle elezioni. E’ la stessa informazione padronale, orientata, intesa a scambiare i desiderata con i fatti, che tratta la narrazione pandemica, immaginate un po’ con  quale onestà, correttezza e distacco, con quale noncuranza verso i fatti e quale reverenza invece verso gli obiettivi, nemmeno tanti nascosti dell’apocalisse in una sindrome influenzale. E non si pensi che si tratta di ambiti diversi, sia perché la pandemia fa effettivamente parte dello scontro politico, sia perché essa è stata affrontata con i criteri del pensiero unico, pervasivo anche in ambito scientifico : gli studi e i modelli epidemiologici in base ai quali è stato dato un allarme scomposto e fuori luogo, salvo che per gli affari di Big Pharma, si rifanno a un fattore di rischio considerato esclusivamente nella dimensione individuale che non tiene in nessun modo conto delle componenti collettive del problema, nonché della prevenzione, pianificazione ed organizzazione dei servizi sanitari. Tanto questo è vero che adesso l’Europa ha bocciato il modello segregazione e dice che non dovrà mai più  esserci, a dimostrazione che la gestione dell’epidemia è stata trattata da affare piuttosto che da questione sanitaria. Insomma anche tutto questo fa parte del modello etico politico dominante che spinge verso la privatizzazione del rischio, negando o dimenticando il rapporto tra ambiente, ambiente sociale, gruppi e popolazioni .

Ancora più impressionante è il livello di passività delle opinioni pubbliche cui può essere data in pasto qualsiasi cosa, compreso il fatto che l’aquila la quale compare in tutti i tagli del dollaro possa diventare improvvisamente e per qualche giorno nazista. Certo è un piccolo fatto, ma nella sua desolante semplicità, testimonia del disordine intervenuto nell’ordine simbolico e della capacità di manipolarlo a proprio piacimento da parte del sistema informativo – comunicativo – narrativo.  Questa si che è decadenza, con tutto il sentimento di precarietà, perdita di senso e di divenire che vine compensata con la fantasticheria gratuita e ripetitiva che nega la fantasia, con il gioco vacuo e con la volgarità del sentire, con la passività dell’apprendere. Per citare Emile Durkheim ( vado a memoria) “si produce una popolazione amorfa, emotiva, soggetta a scoppi improvvisi, non organizzati, frantumata e priva di obiettivi propri. Essa è quindi predisposta ad abbandonarsi a leader improvvisati, meteore che possono assumere significati e indirizzi politici nefasti”.


La paura fa 90

filoCi sono molte mistificazioni narrative in questa surreale vicenda della pandemia, dalla quale l’unica lezione che si dovrebbe trarre è che la scienza e la salute non dovrebbero mai finire in mano al profitto privato per non corrompere la prima e mettere a rischio la seconda. Ma la più grande favola che ho sentito narrare con compunta finzione di serietà è che gli italiani si sono rivelati ligi alle regole e alle leggi più di tante altre popolazioni e che la quasi assenza di disobbedienza non derivava da uno stato di soggezione al potere  o di subornazione cognitiva, ma da virtù civiche. Certo è strano non essersi accorti  prima di questa caratteristica che emergeva da tanti segnali: dalla trepidazione con cui l’artigiano supplica di poter fare regolare fattura per aderire alla normativa fiscale, dalla sollecitudine con cui chi ha posteggiato in seconda fila si sposta per farvi uscire dopo due ore mandandovi anche al diavolo o dallo scrupolo dei pubblici impiegati nel non sprecare nemmeno un minuto del prezioso tempo di lavoro.

Il fatto è che amiamo raccontarci queste balle come se non bastassero quelle che ci raccontano ogni giorno: gli italiani sono stati alle regole, anche quelle più assurde senza alcuna obiezione, semplicemente perché si sono messi paura, perché all’improvviso hanno scoperto la morte passare dalla sua dimensione individuale dove è in qualche modo esorcizzata a quella collettiva dove non può essere messa tra parentesi. Nei primi tempi della narratio pandemica, dopo aver osato infrangere il culto virale, ho scoperto che nessuno aveva idea del fatto che in Italia morissero quasi 1800 persone al giorno e che i decessi per influenza potessero arrivare a decine di migliaia ogni anno, semplicemente perché tutto questo veniva esorcizzato: il passaggio improvviso dal nulla alle cremazioni di massa inscenate ad hoc, non poteva che innescare un panico cieco a qualsiasi ragionamento.  Ora non è che gli italiani siano precisamente dei cuor di leone, ma la loro paura così assoluta da trasformarli da anarchici confidenziali a mansueti portatori di mascherina, deriva dal fatto di essere la popolazione occidentale più esposta alla sudditanza del pensiero unico e ai suoi richiami, priva ormai di una soggettività culturale che le faccia da salvagente per non annegare nel mare dell’omologazione che nello specifico è di carattere imitativo. Non mi soffermo qui a analizzare le cause di questo declino che ha avuto inizio dopo la guerra con la perdita di sovranità effettiva non contrastata né da un partito vaticano per cui  l’Italia era sempre stato un incomodo, né dall’internazionalismo della sinistra, cresciuto dopo la Resistenza e già allora di natura essenzialmente fossile, frutto di letture scolastiche del marxismo. Questo spiega  la ragione per cui  nessun governo da quarant’anni a questa parte osa chiedersi quale sia l’interesse nazionale e cosa fare per perseguirlo sia pure nei ristretti limiti in cui operare, ma spiega anche il surplus di paura.

Qual è la caratterista di questo sentimento nel contesto attuale? Da cosa deriva? Essa si combina col senso di insoddisfazione necessario ad alimentare il consumismo e dunque  il futile appagamento del possesso che lascia subito spazio ad altre inquietudini, ad altre passioni tristi: il risvolto cognitivo di tutto questo si regge sulla mitologia dell’infinita possibilità che ha preso il posto delle ideologie, ma che è anche un occulto generatore di angoscia, non più temperato da valori, tradizioni,riferimenti di pensiero. Quando questa mitologia viene messa in crisi da eventi come ad esempio quello pandemico che pongono dei limiti laddove esisteva solo l’indefinito, allora la paura si fa più intensa perché non si tratta di temere qualcosa di specifico, nel quale la razionalità e la logica conservano i loro diritti, ma diventa angoscia per la perdita generale di senso delle prospettive. Per questo chi è più esposto al pensiero unico è anche portatore di maggiore paura, ma anche di maggior ubbidienza come se volesse compensare con questa omologazione senza scampo al potere la frattura di pensiero. Non sarà sfuggito a nessuno che i contestatori della narrazione pandemica sono tutti gente in età, ovvero quella che teoricamente dovrebbe nutrire le maggiori paure da Covid, mentre i giovani che dal virus non hanno nulla da temere sono stati generalmente succubi del racconto: ma più anni si portano sulle spalle meno si ha il fardello del pensiero unico e quindi si è più lucidi di fronte alla straordinaria quantità di sciocchezze pandemiche dalle quali siamo stati investiti.


Metamorfosi di un’epidemia

20080713-kafkaC’è un bellissimo racconto di fantascienza di cui ahimé non ricordo il titolo e nemmeno l’autore,  che narra di un astronauta sbarcato su Marte dopo un fortunoso naufragio della sua navicella e incappa nei resti di un’antica e avanzatissima civiltà sepolta, tanto avanzata che alcuni sistemi ancora funzionano. Purtroppo ciò che mangiavano e bevevano i marziani era tossico per l’uomo e così la speranza di poter sopravvivere si tramuta ben presto in disperazione mentre i pochi viveri e la poca acqua rimasta nella navicella semidistrutta si esauriscono e lui tenta di penetrare i segreti della civiltà marziana. Tuttavia poco a poco l’astronauta nota che il cibo e l’acqua della città sepolta diventano man mano meno nocivi , che giorno per giorno variano di consistenza e sapore, che non gli fanno più tanto male, anzi pian piano cominciano a piacerli a dargli nutrimento, che persino l’aria prima troppo rarefatta ora può essere respirata consentendogli di staccare il respiratore proprio quando era ormai agli sgoccioli. Egli si convince che la città e la sua intelligenza artificiale abbiano compreso di cui aveva bisogno e l’abbiano prodotto, ma quando casualmente nella sue peregrinazioni nella città sotterranea passa davanti a una superficie di metallo lucido si accorge che è lui ad essere diventato un marziano.

Ora non ci potrebbe essere specchio migliore di questa pandemia per vedere le mutazioni che sono avvenute in questa civiltà sepolta del neoliberismo:  un certo ambiente una volta definito genericamente progressista pensava che il sistema stesse dando in qualche modo nutrimento alle esigenze di libertà, benché puramente individuali, avesse maggiore attenzione alle donne e alle discorsi di genere, si preoccupasse per i diritti umani, in particolari dei migranti, ad onta del fatto che essi migrassero proprio per sfuggire a guerre e rapine indotte dal sistema, che il globalismo fosse come un manifesto di Toscani, che l’unità europea si stesse finalmente realizzando, sia pure attraverso le doglie dell’austerità che non si potevano contestare troppo senza il pericolo di un aborto spontaneo, che il razzismo fosse ormai all’angolo con l’elezione di un presidente Usa “abbronzato, anche se permanevano i fascisti alla Salvini. Certo c’erano anche dei problemi: le conquiste sociali cancellate, le relazioni di lavoro ridotte a ricatto, il welfare sotto attacco, le guerre in catena di montaggio, il terrorismo, le periferie ribollenti per un’integrazione solo dichiarata, un enorme aumento della disuguaglianza sociale . Ma c’erano anche dei trucchi mentali, delle facili scorciatoie e delle parole d’ordine per rendere meno duro l’impatto con queste realtà: il famoso scontro generazionale che inseme giustificava la precarietà, i bassi salari e l’attacco alle pensioni come forma di riequilibrio e non di ingiustizia, il sovranismo come parola dispregiativa per chi non era un cittadino del mondo erasmizzato e tendente a confondere chi  rivendica una sovranità popolare esplicitamente connotata in termini di classe o di diritti e il nazionalismo destrorso e infine il populismo per raccogliere  in un solo sacco per l’umido tutto ciò che non era conforme a questo modello creato con penosi bricolage ideologici. Insomma questo ambiente pensava che il sistema fosse ancora in qualche modo riconducibile dentro l’alveo keynesiano di riformismo.

Invece basta passare davanti a un qualche specchio per rendersi conto che in realtà è stato proprio questo ambiente complessivo ad essere mutato a tal punto da ritenere naturale e quasi ovvia la messa in mora della costituzione e dei più elementari diritti umani, da apprezzare la comparsa di ambigue oligarchie sanitarie che dettano l’agenda, da arrendersi alla tentazione dell’autoritarismo e della tecnocrazia che non è  meno forte anche se espressa da personaggi ridicoli. Tutto sotto il patetico slogan di “scegliere la vita” che unisce la casalinga bene di Voghera al costituzionalista  Zagrebelsky. Non è strano per non dire grottesco che un’influenza, fosse più severa del normale,  induca a gettare alle ortiche un’intera cultura politica comprese le sue fondamenta? Si, sarebbe strano se non fosse che in realtà il pensiero unico ha ormai  trasformato questo ambiente a tal punto da essere ormai la punta diamante del globalismo e della finanziarizzazione. Esso plaude a provvedimenti di sapore autoritario e fascista che bypassano il parlamento con la scusa di uno stato di eccezione da raffreddore, si abbassano a credere ai salvifici i passi dell’Europa che prepara il cappio e sostengono a spada tratta l’operato del governo nonostante le gigantesche balle su miliardi gratuiti  in arrivo e le spaventose manipolazioni epidemiche. Insomma plaudono a tutto ciò che in cui si incarna il fascismo salvo professare l’antifascismo. Si direbbero fascisti su marte o replicanti dentro Blade runner.

Tutto ciò è davvero molto triste perché si delinea una battaglia senza esclusione di colpi e di vittime, tutta all’interno del campo capitalista, senza alcun soggetto organizzato  in grado di formulare un pensiero sociale alternativo. Che ne sarà del Paese dentro questa trasformazione planetaria che tra l’altro sta già portando l’Unione europea in stato preagonico senza che la classe dirigente riesca a prendere in considerazione questa ipotesi ormai imminente? Per giunta dentro una recessione di portata tale – e forse appositamente provocata – da non avere paragoni se non con  il collasso totale durante la guerra?  Da qui dovrebbe ricominciare la Resistenza.


I giorni di Superman

Look2Uno entra in macchina, si mette la cintura, deposita la chiave da qualche parte,  pigia il pulsante di accensione  e immediatamente parte la radio sintonizzata giorni prima su un canale Rai, quindi mentre fa manovra sente questo siparietto di cui non si conosce l’origine: apprende che nel 1938 ci sono due cattive notizie, ma per fortuna anche una buona. In quell’anno – spiega una garrula voce – Hitler assume il comando delle forze armate tedesche e in Italia vengono varate le leggi razziali, ma in compenso in America appare la prima storia di Superman. Lasciamo perdere il fatto che la questione del comando della Wehrmacht è una questione puramente formale e che magari occorreva citare l’invasione tedesca di Boemia e Moravia e la successiva conferenza di Monaco, ma ciò che colpisce  come un sasso  è l’incommensurabilità fra gli eventi, fra la tragedia che si affacciava sull’Europa e una striscia e fumetti.  In quell’anno tra l’altro furono significativamente pubblicate La Nausea di Sartre e la Cripta dei cappuccini di Joseph Roth che hanno molto più da dire sugli gli avvenimenti di un fumetto ispirato alla fantascienza più ingenua.

Ma si ha l’impressione che chi ha scritto o improvvisato il testo non sappia nemmeno di cosa stia parlando e rimbambito dalla infiorescenza micotica dei supereroi, espressione dell’imperial hollywoodiano oltreché della miseria intellettuale del presente,  interpreti il vagito dell’uomo di acciaio come un evento di cruciale importanza.  Potrebbe sembrare il frutto di qualche decerebrato ” all american”, esemplare umano che di certo non difetta alla Rai ed è invece espressione della cultura di un’intera generazione totalmente fumettara e filmica, comunque eterodiretta, che ha perso il senso di sé e della vita, che non riesce e non vuole andare oltre la celebrazione del proprio ego interpretando questa condizione di  prigionia culturale dentro il pensiero unico, come libertà. E per compensare l’ incapacità di rapportarsi agli altri, anzi di concepirli in senso sociale, si mette la maschera del finto buonismo, del politicamente corretto, dispensa buone intenzioni sui social, protesta contro l’odio e la violenza con odio e violenza verbale, mentre è disposto a qualsiasi cosa per la propria scalata sociale e per la propria visibilità dentro il gregge. L’unico vero peccato per l’egoismo coatto è non essere dentro la corrente, non essere trendy, di qualunque cosa si tratti, dell’ambiente o dell’ultima pastiglia in smercio, della cosiddetta democrazia come del fregiarsi di qualche intolleranza alimentare di fantasia, di essere cittadini del mondo non accorgendosi di non essere più cittadini, di vestirsi come si deve così come essere contro il mostro di turno. Sì, perché dentro tutto questo non senso è solo la presenza di un nemico indicato di volta in volta che può fungere da collante. che permette di appropriarsi di parole e illusioni che sono solo tatuaggi mentali o ancor meglio oggetti consumo da rinnovare come fossero cellulari.

Inutile dire che nessuno si interroga davvero sulla democrazia o sul fascismo o sul sovranismo o sul populismo: sono soltanto nomi, si tratta al massimo di emozioni e non di sentimenti, tanto meno di idee, perché è proprio il vuoto a creare un’insoddisfazione che per essere temporaneamente placata ha bisogno di oggetti, di funzioni – finzioni  sempre nuovi, di una circolarità che fa rimanere sempre allo stesso posto come la cavia che corre sulla ruota. Alla fine è solo la perpetuazione di questa condizione ciò che conta ed solo in questo contesto antropologico così bene espresso dalle sardine che si può arrivare a pensare che nel 1938 la bella notizia possa essere la prima uscita di Superman, soprattutto pensando che proprio il superomismo nelle sue varie forme è una tipica espressione narrativa del fascismo (qui ovviamente Nietzsche non c’entra nulla), sia pure nella sua forma proto liberista.  Quella comparsa era in realtà inquietante per il futuro quanto il presente di allora: non è un caso se in una storia comparsa nella primavera del 1940 l’uomo d’acciaio, già arruolato, cattura Hitler e Stalin ponendoli sullo stesso identico piano, cosa che 80 dopo verrà fatta dal parlamento europeo la cui fondamentale cultura è sovrapponibile a quella dei fumetti più popolari .


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