Annunci

Archivi tag: pensiero unico

Le capre di Strasburgo e la falsificazione storica

Donazio0ne di Costantino

La Donazione di Costantino il più celebre dei falsi storici

Forse l’equiparazione tra nazismo e comunismo che il parlamento europeo nella sua esplicita natura di megafono delle oligarchie, ha suscitato troppo clamore per poter essere doverosamente analizzata e non lasciare spazio alla cultura equivoca che l’ha generata. Io per primo non l’ho fatto, preso dall’ira, ma scioccamente perché raramente è dato di esaminare un documento che con tanta ipocrita ingenuità sveli le travature elitarie e ideologiche sulle quali si regge la costruzione europea, ma al tempo stesso sia la prova del nove della caduta di cultura politica e cultura tout court che è uno degli effetti desiderati e realizzati del pensiero unico neo liberista. Questa equiparazione nasce da semplificazioni che sono vere e proprie falsificazioni della storia, ma immerge le proprie radici nell’ambiente capitalistico il quale tollerò di buon grado, anzi con non tanto velata simpatia il nazifascismo mentre demonizzava il comunismo e per tutti gli anni ’30 sperò che il primo fosse un rimedio e un ostacolo per l’altro mentre ora sta cancellando le tracce dell’apporto decisivo, anzi fondamentale dell’Unione sovietica nello sconfiggere le forze dell’asse.

Cominciamo con considerazioni generali che sembrano sfuggire a quei acrobati del lobbismo che sono i cosiddetti parlamentari europei, parlamentari in senso pieno perché siccome non contano nulla possono solo parlare e fare un retorico sissignore al potere. Pensare di equiparare il nazifascismo al comunismo è una bestemmia storica, perché il primo rimane un’episodio durato una ventina d’anni in Italia e appena 12 in Germania, senza alcun significativo sviluppo culturale successivo se non il tentativo di minimizzarne le colpe con il negazionismo o di consideralo un male necessario per combattere  il comunismo che è la sostanza del revisionismo. Il comunismo è invece un movimento che ha 150 anni di storia, che ha rappresentato uno dei poli essenziali del pensiero filosofico e politico, che ha portato l’emancipazione e il riscatto per centinaia di milioni di persone, che ha decine di correnti, visioni e interpretazioni, che si è opposto con successo alle potenze capitaliste per 70 anni con l’Unione Sovietica, che è stato alla testa di decine di movimenti di liberazione e di decolonizzazione ed oggi è la dottrina ufficiale della più grande potenza industriale del pianeta. Solo un pugno di ometti ignoranti e servili può circoscrivere il comunismo a Stalin.  Dunque accomunare nella damnatio memoriae la svastica  alla falce e martello è semplicemente un’idiozia. 

Il pretesto con il quale si è tentato di giustificare questo sconcio è il patto Molotov -Ribbentrop che per un breve periodo segnò una sorta di tregua tra Germania hitleriana e Unione Sovietica, ma senza inserire questa vicenda nel contesto generale del tempo, il tentativo  di farne il cardine del ragionamento – si fa per dire –  risulta del tutto inconsistente e di fatto ha la stessa valenza di una falsificazione. Facciamo un passo indietro e andiamo al 1937  quando Lord  Halifax, ex ministro della guerra e al momento trait d’union fra il governo e la Casa reale, vola da Hitler ed esprime la simpatia britannica verso le rivendicazioni tedesche che erano l’incorporazione dell’Austria, il ritorno al Reich dei Sudeti cecoslovacchi oltre a ampie zone della Polonia, compreso il porto di Danzica. Inoltre egli dice al Führer, esprimendo un pensiero comune che la Germania è il baluardo dell’Europa contro il comunismo. E’ appunto alla luce di questa visione delle cose – la quale fu anche all’origine di quella prudente benevolenza che permise a Mussolini di conquistare l’Etiopia – che si possono comprendere gli eventi successivi. Infatti sia il governo inglese che quello francese ( e naturalmente quello italiano che si apprestava a firmare il patto d’acciaio) lasciarono cadere nel vuoto la proposta dell’Unione sovietica di un accordo per garantire la Cecoslovacchia che senza i Sudeti sarebbe stata una facilissima preda. Passano due anni, l’Austria viene risucchiata e così pure l’intera Cecoslavacchia, rendendo evidente il fatto che di Hitler non ci si poteva fidare: così Parigi e Londra che due anni prima avevano completamente snobbato Mosca cominciano seriamente a preoccuparsi del fatto che il loro baluardo finisca per per mangiarseli vivi o comunque divenire un concorrente troppo forte. Così fanno qualcosa di inaudito per i governi occidentali di allora e sembrerebbe pure di oggi: nel ’39 danno vita un  negoziato segreto con Mosca per trovare un accordo di difesa militare che doveva anche comprendere, in caso di ostilità, l’invio di 2 milioni e mezzo di soldati sovietici al confine tedesco (vedi nota): tuttavia mentre il governo di Mosca rispondeva  immediatamente ad ogni passo e proposta della trattativa, i governi occidentali ci mettevano settimane prima di fare il passo successivo. Ma l’Urss non poteva aspettare a lungo perché  nell’estate del ’39, circostanza questa ignota ai più, i suoi corpi d’armata migliori erano in estremo oriente al comando del Maresciallo Zukov per fermare le truppe di invasione giapponesi che occupavano la Manciuria e volevano spingersi fino ad inglobare la Mongolia che perciò aveva chiesto l’aiuto di Mosca. Fu una guerra vera che fece oltre 70′ mila morti e feriti e il cui scontro principale cominciò il 20 agosto: l’Urss aveva perciò un disperato bisogno di sicurezza immediata e quando si rese conto che  Gran Bretagna e Francia tiravano per le lunghe, sempre frenate da pregiudizio ideologico, fu costretta a firmare un patto di non aggressione con la Germania, tanto più che nelle mire esplicite di Hitler c’era proprio la conquista della vaste pianure russe, cosa questa che rivalutava agli occhi delle elite capitaliste la figura del cancelliere e le spingeva alle concessioni.

Dunque sono state proprio le potenze occidentali a favorire anzi a rendere necessario quel patto e  tutto il castello equiparativo, già di per se grossolano e insignificante, cade miseramente nella stessa sostanza dalla quale è nata. E lascio a voi immaginare quale sia.

Nota Poiché la Polonia è stata, assieme alla frittura mista baltica, il principale sponsor del documento, è interessante notare come gli occidentali la considerassero solo come corridoio per il passaggio di truppe, cosa che peraltro accade oggi con gli americani che ne fanno un territorio di scontro avanzato e ampiamente sacrificabile.

Annunci

Il fattore Darwin

darwinismo-socialL’altro giorno all’inizio di un documentario sono saltato sulla sedia quando la suadente e retorica voce fuori campo ha detto che le forze fondamentali della natura sono in competizione fra loro. Questo modo così banalmente antropomorfico di interpretare le interazioni fondamentali del mondo fisico può sembrare una sorta di innocua semplificazione destinata al grande pubblico a cui il documentario in questione era rivolto, ma in realtà si tratta di imporre una visione univoca del mondo in cui la competizione diventa fondamento della società, dell’antropologia e al tempo stesso dell’universo in una sorta di assurdo monismo sociale. Certo le cosiddette scienze dure sono difficilmente riconducibili a questa ontologia competitiva al di fuori delle esposizioni più infantili , ma altri campi della conoscenza scientifica ne sono pienamente esposti e condizionati. L’esempio principe è quello del darwinismo che per un secolo e mezzo è stato l’estensione della mentalità capitalistica come metafora della vita stessa: lotta e supremazia, vittoria del migliore, cosa che inizialmente ben si accordava con lo spirito del tempo e con un colonialismo che da una parte confermava la superiorità bianca, dall’altra ne era giustificazione e assoluzione

Qui voglio essere chiaro, a scanso di equivoci: l’evoluzione o meglio ancora la mutazione dei viventi non è una teoria, ma un fatto accertato e confermato dalla dinamica stessa dei meccanismi di riproduzione: Il problema sta nel comprendere i meccanismi e le condizioni in cui questo avviene. La teoria darwiniana che prevedeva minimi e graduali cambiamenti guidati in maniera assoluta dalla selezione ambientale non era solo quella che spiegava meglio i fatti paleontologici del suo tempo ( da notare che L’origine delle specie uscì quando ancora non si conoscevano le leggi mendeliane)  e dava loro un senso, ma si accordava anche alla perfezione con lo spirito del capitalismo. Dunque nonostante questa visione sia sostanzialmente cambiata, soprattutto dopo la scoperta del Dna, il darwinismo rimane la dottrina ufficiale mentre Darwin stesso diceva che la teoria avrebbe dovuto essere totalmente abbandonata se si fosse trovata qualche caratteristica che non si fosse evoluta gradualmente. Di fatto, a parte qualche tratto marginale, nulla può essere spiegato col gradualismo e tuttavia si assiste a un disperato funambolismo narrativo e ipotetico per non abbandonare esplicitamente Darwin e quel gradualismo che fa della competizione il senso dell’evoluzione. Per certi versi questo campo di ricerca che ha il suo fulcro in America. teme che una fuoriuscita anche solo nominale dal darwinismo lasci campo libero al fanatismo creazionista per cui anche i contestatori di fatto del darwinismo, a cominciare da Motoo Kimura e passando da Stephen Gould con i suoi equilibri punteggiati, pur confutando il gradualismo, hanno scelto di non dire che Darwin aveva torto, contribuendo a costituire un tabù attorno a questo. Per altri e forse più consistenti versi, almeno al di fuori delle logiche accademiche, questa resilienza ha origine nel fatto che il pensiero unico si crogiola nell’idea di essere la continuazione sociale e politica dell’evoluzione e dunque di riprodurre la dinamica della vista stessa: in questo senso l’affermazione, peraltro rozza e sbagliata, secondo cui l’uomo deriva dalla scimmia era solo apparentemente motivo di scandalo a suoi tempi, ma era musica per le orecchi del capitalismo rampante visto che giustificava ontologicamente la disuguaglianza e la vittoria competitiva. Immaginate lo scandalo se si scoprisse che l’evoluzione è guidata dalla cooperazione tra viventi.

In effetti l’evoluzione intesa nel senso di Darwin pone insormontabili problemi sia fattuali che concettuali e comunque la genetica, le teorie evo – devo e la recente nascita dell’epigenetica, rendono il darwinismo una teoria storica più che attuale e tendono a cambiare la visione d’insieme mettendo l’accento più sulla “creatività genetica” di specie  che sui meccanismi selettivi individuali e restituendo perciò una visione d’insieme profondamente diversa da quella originale dove l’evoluzione è qualcosa di molto più cooperativo e collettivo. La cosa è così conclamata  ormai da decenni, che uno dei massimi e più intelligenti  studiosi del settore, Richard Dawkins, ha tentato di  trasferire la competitività dagli organismi ai geni stessi cercando di salvare capra e cavoli.  Ma il successivo accumulo di conoscenze ( Il gene egoista è del ’76) ha messo in crisi una visione peraltro affascinante sotto altri punti di vista. Non posso qui spiegare cosa è cambiato nel tempo perché il  campo è molto complesso e spesso pieno di sottili insidie, ma per i curiosi a cui non dispiace fare qualche fatica intellettuale posso consigliare Gli errori di Darwin di Massimo Piattelli Palmarini e Jerry Fodor e per chi invece vuole cominciare a farsi un’idea del campo e delle trasformazioni subite già 50 anni fa  Gli equilibri punteggiati di Stephen J. Gould.

Rimane  il fatto davvero paradossale che mentre le prospettive proposte o riassunte in questi libri sono patrimonio comune, l’assoluta maggioranza degli studiosi insorge se appena si tocca  un darwinismo che lo stesso Darwin aveva consigliare di “abbandonare totalmente” di fronte anche a una sola evidenza contraria al gradualismo: è chiarissimo che questo ha poco a che fare con la scienza, ma piuttosto con l’ideologia popolare del pensiero unico. Immaginiamoci dunque la difficoltà di contestare tale ideologia e i suoi articolati in altri campi assai più coinvolti come quello sociologico, economico e politico.

 


Corrierini e furbini

CP03062018_CP85337_imagefullwideNella comedie humaine la parte più ridicola e ingrata, ma anche quella di maggior successo spetta a quelli che scimmiottano atteggiamenti e linguaggi, assumendoli come propri senza alcuno spirito critico, ma in maniera puramente imitativa. E si capisce perché alcune piece come Miseria e nobiltà hanno avuto e continuano ad avere anche in altre forme e partiture, un grande successo: i servi che imitano i padroni, gli ignoranti che si fingono colti, i poveri che si fingono ricchi, sono un classico ultra millenario, un topos teatrale che mette alla berlina gli aspetti paradossali della servitù volontaria, un’archetipo che tuttavia opera in ogni campo e circostanza, spesso senza essere notato, ma che qualche volta esplode come un mortaretto e ti fa sobbalzare. In questi giorni, lo confesso, mi ero lasciato sfuggire l’ultima piece a stampa di Federico Fubini, figlio d’arte senz’arte, vicedirettore ad personam della premiata compagnia Corriere della Sera, membro direttivo della Open Society di Soros e reo confesso per aver censurato la morte per austerity di 700 bambini greci, il quale di fronte alle manifestazioni dei gretini per l’ambiente,  ha superato se stesso come Totò facendo il principe di Casador nell’immortale commedia citata. 

Il nostro infatti scopre che gli anziani non dovrebbero avere diritto al voto: dopo aver messo alla prova lungamente la propria mente se ne esce con questo ragionamento (si fa per dire, naturalmente) : ” Ma è giusto che uno voto valga un voto in un tema di lunga lena come il clima (o il debito, o il cambio tecnologico)? La generazione degli 0-25enni in Europa oggi ha un patrimonio di vita futura di oltre 9 milioni di anni. Più di tutte le altre generazioni adulte messe insieme” . Insomma è come se parlasse di stock di merci da smaltire e non di problemi che investono la società umana, dimostrando come l’economicismo più rozzo e perverso sia alla base dei pensieri di questi tomi che nemmeno paiono avere idea del significato di suffragio universale, delle lotte sociali, del significato stesso della vita. Il calcolo è ovviamente sballato perché prende in considerazione lo stock di vita futura di persone dagli zero ai 17 anni  che non votano, rendendo così la massa di anni da vivere dei maturi e degli anziani soverchiante rispetto a quella dei ggiovani. Ma poi lo stesso ragionamento vale per qualsiasi campo che è sempre di “lunga lena”, se si riescono a decifrare le cose e la catena di causalità e casualità: per esempio sarebbe molto più giusto che invece di un Fubini che va per i sessanta ci sia uno scolaro di seconda elementare perché rappresenta uno stock più significativo di vita futura. E poi le persone mature e anziane con un patrimonio di vita più ridotto rispetto ai giovani consumano una quota di spesa sanitaria molto maggiore: che ingiustizia. Faccio notare en passant che storicamente maggiore è il livello di civiltà di una società e maggiore è il numero di anziani.

Oddio non so se il Corriere della Sera sarebbe peggiore  se fosse il giornalino della quinta C, di certo non dovremmo leggere certi arzigogoli che non distinguono tra uomini e merce, tra speranze e conti di bottega e che in definitiva mostrano in maniera inequivocabile come il pensiero unico, sia totalmente estraneo alla democrazia e a ogni idea di progresso o giustizia sociale: a un certo livello si riesce a confondere le acque, ma nelle espressioni più grossolane e intellettualmente futili, appare chiarissima l’idea elitaria che tende ad escludere qualcuno dalla rappresentanza per i più svariati motivi, compresa la cretinata degli stock egli anni. Ogni tanto qualcuno ci tiene a farci sapere dagli spalti dei giornaloni che non dovrebbe partecipare alla vita pubblica, nemmeno con il voto, chi ha certe o certe altre caratteristiche, proprio perché i servi volontari non riescono a comprendere la natura della democrazia o comunque quella che dovrebbe essere e tendono ad averne comunque un’idea oligarchica. Forse hanno ragione loro, il suffragio universale è pericoloso: figuratevi che può votare anche uno come Fubini.


Il mito del ministro competente

imagesCi avrei giurato che anche questa volta sarebbe saltato fuori il mito del ministro competente che mi accompagna fin dalla più tenera infanzia e che rimane tuttora uno dei più efficaci artifici retorici per ingraziarsi il favore della gente. Anzi meno un governo ha le idee chiare, meno ha senso e più ha bisogno di riempire il vuoto con competenze che spesso poi sono semplicemente presunte se non apertamente false . Il fatto è che i cittadini sono nella maggior parte politicamente incompetenti e non capiscono che il ruolo politico di indirizzo ha poco a che fare con la tecnica: ciò che serve è intelligenza e cultura che scarseggiano. Anzi in un certo senso più un governo ha ambizioni di cambiamento, meno ha bisogno di tecnici che sono legati alle pratiche e alle prassi correnti, oltre che ovviamente a persone, enti, aziende del settore e che vedono l’albero, ma non più la foresta. Per esempio il ministro delle infrastrutture e dei trasporti cosa deve essere? Un ingegnere edile, un palazzinaro, un capotreno o un camionista? No deve essere qualcuno che abbia le idee chiare su cosa fare per raggiungere determinati scopi in relazione a ciò che si pensa della società, saranno poi i tecnici a spiegagli quante risorse occorrono, le cose fattibili e quelle invece rischiose, i tempi di realizzazione e via dicendo.  Allo stesso modo il presidente del consiglio dovrebbe essere esperto in tutto, cosa palesemente impossibile, perché i neuroni di un singolo individuo non possono contenere tutto il sapere collettivo e ormai nemmeno quello di una  singola branca. C’è una sola eccezione, quella del settore finanziario che  nel pensiero unico corrente è  come una sfera celeste aristotelica immutabile che non può essere soggetta a politica, ma solo a tecnicismi.

Capisco che il povero Di Maio a corto di argomenti per giustificare il governo col Pd, stretto fra Salvini il cattivone assoluto creato dai media e Grillo che ha recentemente visto dio –  il refugium peccatorum di chi non sa che dire – abbia tirato fuori i ministri competenti. Ma del resto il dio apparso a Grillo è in realtà quello che ha spodestato l’uomo con la barba dell’iconografia cristiana, troppo freudianamente scoperta, cioè il pensiero unico che non ammette nulla al di fuori di sé e che appunto per questo non tollera niente al di fuori della amministrazione tecnica, vale a dire da ciò che grosso modo chiamiamo competenza. Questo non è un passaggio marginale: l’evocazione da parte di Di Maio dei competenti come ultima spiaggia della credibilità mediatica non è altro che il passaggio dalla prospettiva di cambiamento a quella della resa. Non credo che egli  sia lucidamente consapevole della mutazione tra il fine che determina i mezzi e i mezzi che determinano il fine come accade nell’era contemporanea o che abbia compreso il suo passaggio del Mar Rosso a ritroso come il congedo da tutti quegli ordinamenti normativi di ispirazione etica ed umanistica dei quali la politica è stata privata e la cui mancanza smaterializza il sentire collettivo e il senso dei bisogni . Diciamo che afferra i refoli dello spirito del tempo per usarli come tecnica di persuasione. Molti di questi passaggi sono inconsapevoli, esattamente come quelli degli elettori e a mio giudizio anche quelli di molti intellettuali presenti e passati che nell’analizzare la relazione tra politica e tecnica, come sottocapitolo di quella tra tecnica e società, hanno oscurato il vero problema da cui tutto questo nasce, ossia l’ambizione del capitalismo di essere la teoria e la prassi  definitiva delle società umane: più che il predominio della tecnica essi avrebbero dovuto partire dalla miseria della politica in un’era deprivata dalle speranze che quando vi erano venivano demonizzate, dall’utopia, dalla prospettiva di un mondo nuovo.

Oddio mi sono perso Di Maio e il governicchio del Conte Renzi. Ma penso che non ci sia molto da dire, sulla scena mediatica si è accesa la scritta applausi e tranquilli che se anche ci sarà un’altra spending revue, se la quota 100 verrà rimangiata, se la sanità pubblica verrà ancora ridotta e la precarietà aumentata, lo spread sarà sotto controllo e avremo la benevolenza di Santa Ursula da Leyen. Siate felici, in fondo basta pochissimo, basta che c’è sta o sole, che c’è rimasto o mare. Scudarmmoce o passato, perché chi ha avuto continuerà ad avere sempre di più e chi ha dato dovrà dare sempre più.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: