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Archivi tag: pensiero unico

Per chi vota lo spread?

conferenza stampa di fine anno del Presidente del ConsiglioMa guarda guarda, chi mai lo avrebbe immaginato che in vista delle elezioni le oligarchie europee avrebbero ritirato fuori dal cassetto la pistola dello spread e che  l’informazione di servizio si sarebbe buttata a pesce sul peggiore allarmismo? “Oddio lo spread è salito a 290 forse arriva a 300, siamo rovinati, lo stiamo perdendo”,  facendo intendere che il famoso, intoccabile e inconoscibile “mercato” – formato poi da un centinaio di persone –  punisce chi vota coloro che potrebbero anche pensare a  un lieve aumento del bilancio e dunque si dimostrano poco ubbidienti all’Europa e ai suoi dicktat di bilancio. Non saprei dire se la ripetitività di questa farsa, che raggiunse l’apice con Monti,  sia più noiosa o odiosa, ma di certo questa minaccia a mano armata ha un senso solo nella post democrazia della paura, perché alla fine questo è: ti lasciamo votare se voti per noi, altrimenti sono botte da orbi. Un po’ come il pistolero Trump fa con l’Iran e il Venezuela, perché in definitiva ogni sistema è in qualche modo frattale: ogni forma si ripete nella sua logica ad ogni livello.

La cosa che ci dovremmo chiederci è se questa pistola sia carica o sia a salve: perché alla fine anche l’aumento dello spread, ammesso che il paragone esclusivo fra titoli tedeschi e titoli tedeschi abbia un qualche senso economico, ha molti meno effetti di quanto non ci si immagina visto che comunque l’aumento degli interessi sul debito non è tale da portarci alla rovina – un punto di spread vale all’incirca una spesa per interessi pari allo 0,00066 del pil – e in ogni caso non ci porterebbe alla rovina così velocemente come la scarsità di investimenti pubblici, l’impossibilità di fare piani complessivi per la rinascita del Paese, ma solo programmi per fornire pasti caldi alle aziende del capitalismo di relazione. Soprattutto esso ha un significato solo sui nuovi titoli di stato emessi: salisse domani lo spread a 6000 l’effetto concreto sarebbe zero semplicemente perché in questo periodo non è prevista l’emissione di nuovi titoli di stato e dunque non c’è la necessità di offrire interessi spropositati per farli acquistare: la prossima asta sarà fra circa tre mesi, è allora che semmai conterà lo spread. Ma allora le elezioni saranno passate da un bel pezzo A questo bisogna aggiungere che i due terzi dei titoli di stato sono in mano italiana, attutendo il danno e che forse i governi invece di cedere all’atmosfera di continua paura potrebbero escogitare qualche marchingegno per emettere la minor quantità di titoli di stato possibile, in maniera da essere sottoposti al minor ricatto possibile.

La cosa essenziale di tutto questo è che il pensiero unico, così come si concretizza nell’informazione mainstream, si serve costantemente di scatole nere, ovvero di concetti emozionali ora benigni, ora maligni, in cui meccanismi non vengono però mai spiegati, rimangono misteriosi come come clangori minacciosi o promesse suadenti, senza che mai nulla sia davvero illustrato per far sì  che l’uomo della strada tema continuamente il bastone del padrone anche se si tratta di un fuscello o scopra che la carota è di cartone:  la conoscenza è la nemica di qualsiasi regime. Ma in questa vicenda dello spread siamo veramente al limite anche perché rapportare i titoli italiani solo a quelli tedeschi è un vero assurdo proprio perché siamo dentro a realtà complesse dove girano decine di titoli sovrani a cominciare da quelli europei che interagiscono fra di loro, nella quale i titoli considerati più sicuri sono anche quelli che offrono meno o addirittura una perdita netta come appunto quelli tedeschi e dove infine sono solo i grandi investitori che dettano legge in vista di interessi del tutto extra finanziari. Tutto è ancora più assurdo adesso che anche l’economia tedesca è in stallo e che anche perderci in nome di una presunta sicurezza è un azzardo. Se davvero esistesse il mercato tutto questo nemmeno esisterebbe, ma esistono solo mercanti che trattano anche i voti.

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I garage del nostro scontento

IMG_2391La fiaba neoliberista che ha cominciato diffondere il proprio contagio nei primi anni ’70 del secolo scorso, entrando in scena con i suoi apparati ideativi nel golpe cileno contro Salvador Allende, si è sviluppata e largamente intrecciata con la saga dell’informatica che proprio negli stessi anni cominciava a emettere i primi vagiti in forma di bit: nelle leggende metropolitane lo straordinario arricchimento di alcuni protagonisti dell’informatica, che dai modesti garage dove assemblavano le loro diavolerie (le quali costavano decine di migliaia di dollari di allora) erano arrivati al vertice della ricchezza, era utile a reificare la fandonia che un sistema basato sul profitto privato senza limiti e sulle logiche di mercato, fosse anche il regno della meritocrazia. Gli esempi valgono più di mille discorsi, tanto più se i discorsi si scontrano con l’evidente contraddizione tra merito e accumulazione di capitale che ne è l’esatto contraltare. Così si è fatto credere a due generazioni che persone di condizione così modesta da dover cominciare la loro ascesa da angusti garage casalinghi, abbiano per loro esclusivo merito scalato la piramide sociale fino ad arrivare sulla punta, quello con l’occhio di Dio. Ma ovviamente si tratta di una balla stratosferica: tutti i protagonisti di quella stagione ebbero la possibilità di dedicarsi ai computer, sfidando i giganti come Ibm, perché avevano le spalle coperte da famiglie a volte milionarie o nel peggiore dei casi molto abbienti.

I protagonisti di queste storie potrebbero essere molti, ma per esemplificare prendiamo soltanto i due più noti: Bill Gates e Steve Jobs. Il primo di lontane origini tedesche è figlio di un avvocato di grido ( tuttora in vita ) William H. Gates, ( a sua volta figlio di un grande banchiere) e di Mary Maxwell, docente all’università di Washington, nonché membro del consiglio di amministrazione della First Intertstate Bank: diciamo perciò che aveva tutto l’agio di giocare con i primi computer e di tentare la costruzione artigianale di alcuni modelli assieme al suo amico Paul Allen, di condizione più modesta, ma a quanto pare assai più versato nel campo. Dopo studi piuttosto anonimi (“fui bocciato in alcune materie agli esami, ma il mio amico le passò tutte. Ora lui è un ingegnere alla Microsoft, mentre io sono il proprietario della Microsoft”) e la  creazione di nuove società a getto continuo, nel 1975 fondò la Micro – soft che all’inizio aveva un trattino probabilmente perché i fondatori erano più versati nel pasticciare con gli hardware. La fortuna dell’azienda comincia quando Bill compra da Tim Patterson per 50 mila dollari i diritti di utilizzo del Dos e lo rivende a Ibm. Oddio questo sistema operativo era copiato dal  CP/M ideato da Gary Kindall, ma fa lo stesso. Ora l’operazione sarà stata anche fortunata e non c’è dubbio ed è stata successivamente nutrita da alcune buone scelte, ma non so davvero se valga l’accumulo di una delle maggiori fortune personali del pianeta. Chi ha veramente fatto l’informatica e i programmi che conosciamo, almeno fino agli anni ’90, di certo non se l’è passata male, ma non li conosciamo nemmeno: diciamo che il merito è andato a chi poteva permettersi di investire di più, chi poteva vantare migliori entrature e non aveva certo problemi di sopravvivenza.

Altra storia altrettanto numinosa se non di più è quella di Steve Jobs, figlio di una svizzera tedesca e di un siriano entrambi di famiglie benestanti, ma dato in adozione per problemi religiosi, alla famiglia Jobs certamente di altro livello, ma non definibile ricca. Benestante comunque abbastanza da permettere a Steve di abbandonare l’università e gli studi di informatica dopo appena un semestre, per mettersi a giocare nel garage di casa  con i computer inseme all’amico Steve Wozniack il cui padre era capo ingegnere elettronico alla Lockheed e aveva quindi molte entrature e disponibilità finanziarie. Ora se Jobs viene definito da Wikipedia tra le altre cose “inventore” in realtà è stato sempre e solo un abile uomo commerciale: nel fondare la Apple riusci ad ottenere l’ appoggio finanziario prima di Ronald Wayne e poi dall’industriale Mike Markkula, sufficienti ad acquistare il sistema Macintosh, per fare girare i primi Apple, poi ebbe l’idea di acquistare dalla Xerox l’interfaccia grafica che apri all’azienda un vasto mercato potenziale nonostante un sistema operativo piuttosto limitato che non permise mai di uscire da una marginalità fighetta. In seguito ad alcune divergenze nate proprio su questo stallo uscì da Apple e fondò la Next, impresa di scarsissime fortune che  basava il proprio sistema operativo su sistemi unix di pubblico dominio, affini ai Bdsm e ai successivi sistemi Linux. Ma ebbe anche l’acume di acquistare la Pixar, aziendina che si occupava di computer grafica nell’ambito della Lucas film, cosa che gli tornerà utile come ritorno di immagine. Nel ’96 torna alla Apple, ormai alle prese con un sistema operativo giunto ai suoi limiti e prepara il passaggio a un nuovo sistema sviluppato a partire da Next. Infine il lancio del cosiddetto smartphone che è soprattutto un nome e una trovata commerciale più che una rivoluzione tecnica. Dunque non ci troviamo affatto di fronte a un padre dell’informatica, ma a un’ottimo dirigente commerciale che ha saputo abilmente sfruttare la competenza, l’intelligenza, la creatività di centinaia di ingegneri e programmatori che di certo non si trovano con un patrimonio di 10 miliardi dollari.

Dunque qual’è il merito se si hanno alle spalle le scuole giuste, le amicizie giuste, la possibilità di dedicarsi alle proprie passioni senza la preoccupazione di sopravvivere e se grazie a questo ci si può tranquillamente servirsi del lavoro altrui? In effetti non esiste o è limitata ad alcune eccezion: si tratta di una narrazione potentemente seduttiva, ma interamente fantasiosa che viene ammannita come mito fondativo del pensiero unico e serve a giustificare politiche di disuguaglianza economica oltre che ad ostacolare lo sviluppo di evoluzioni sociali. Tanto questo è vero che i ricchi lo sanno benissimo: un lavoro della sociologa  Rachel Sherman che ha intervistato in maniera approfondita 50 ricche famiglie di New York dimostra come essi identifichino la meritocrazia e il “duro lavoro” che nemmeno sanno cosa sia, come giustificativi dei loro privilegi. Privilegi che spesso tendono a nascondere con trucchi assurdi e infantili. E’ ovvio che solo in una società fortemente  egualitaria il merito ha un senso, in quella delle disuguaglianza essa non è nemmeno pensabile perché diventa sempre il merito del più forte.


Sesso degli angeli e contatori

310px-Raphael-cherubiniIeri per la settima volta in un anno si è presentato alla porta un incaricato di Eni per convincermi a passare alla loro fornitura. Immagino che tutti noi abbiamo subito parecchie volte l’arrembaggio di qualche società di servizi o abbiamo vissuto le difficoltà, le complessità, il dilettantismo, le bollette pazze o “stimate” e in ogni caso illeggibili, i prezzi sempre in crescita dovuti alla mirabile dialettica del massimo profitto con il minimo di spese e investimenti. Dunque niente di strano, solo che in queste sette occasioni sono rimasto davvero affascinato dall’ argomentazione portata per convincermi al passaggio: siamo noi che distribuiamo tutto il gas, anche alle aziende concorrenti che ve lo fanno pagare aggiungendo il loro interesse, quindi da noi potrete avere prezzi migliori.

L’argomento è convincente nella sua ovvietà e se solo in passato Eni non avesse fatto inenarrabili casini con le bollette, se non cercasse anche lei il guadagno ad ogni costo per i propri azionisti e dunque per le quotazioni di borsa, mi avrebbe indotto a firmare. Ma a pensarci bene questa elementare verità è in qualche modo rivoluzionaria perché è l’esatto contrario di quanto ci viene ripetuto da 25 anni come come un mantra innegabile pena l’eresia, come una guida infallibile verso l’eden del consumatore, ovvero che le privatizzazioni avrebbero portato a servizi migliori e costi più bassi per via della mitica concorrenza. Naturalmente non poteva assolutamente essere così perché i soggetti privati dovevano riprendersi i soldi per l’acquisto anche se costo stracciato delle strutture pubbliche acquisite, mentre si ampliava la platea di manager spesso incompetenti, ma sempre strapagati e quella degli azionisti bramosi di profitti immediati: questi soldi dovevano essere presi dalle bollette aumentando le stesse, diminuendo stipendi e salari, terziarizzando, precarizzando, riducendo al minimo gli investimenti, così che adesso abbiamo un sistema di distribuzione dei servizi essenziali tra i più cari del continente e allo stesso tempo tra i più inefficienti e farraginosi che si appoggia esclusivamente sulle vecchie strutture pubbliche che già abbiamo pagato con le tasse.

Questo riguarda il gas, come l’elettricità e come l’acqua. La svendita di un patrimonio industriale e strutturale pubblico tra i più rilevanti del mondo, cominciata a partire dal ’92 con l’ Eni, culminato con legge Bersani e il massacro di Enel del ’99 e prolungatosi con la privatizzazione dell’acqua, non si è affatto rivelata come la terra promessa. I costi per la famiglia media sono più che raddoppiati, in certi casi triplicati in termini reali anche a fronte di costi per le materie prime in costante diminuzione come per il gas o con prezzi oscillanti come per il petrolio, ma comunque – tenendo conto dell’inflazione – molto più stabili nel medio periodo di quanto non si creda.  Basti pensare che solo dal 2005 al 2015 a fronte di un incremento del costo della vita del 24%, le bollette del gas sono aumentate del 56,7% (mentre la materia prima ha dimezzato o quasi i prezzi: del resto dal 2003 – anno di apertura del mercato del gas – al 2011, il prezzo medio delle bollette è aumentato del 33,5%, mentre l’inflazione è cresciuta del 17,5%.  Stessa cosa per l’energia elettrica i cui costi per una famiglia media sono cresciuti del 38,2% nello stesso periodo (oggi sono arrivati al + 45%) . Che si tratti di aumenti da privatizzazione e non legati ai costi delle materie prime non lo dimostrano soltanto le serie storiche dei prezzi, ma anche il fatto che l’aumento maggiore si è avuto in questo decennio proprio per l’acqua dove non è intervenuto alcun investimento, ma si è via via semplicemente privatizzata la distribuzione: 72,3%.  La beffa è ancora più grande se si pensa che queste grandi e frettolose svendite degli anni 90 ad opera principalmente del prodismo sono state fatte  fatta per permettere di aggiustare temporaneamente i conti per entrare nell’euro. Quello che si dice un affarone.

Poi un giorno, dopo un quarto di secolo di vangelo apocrifo e di pensiero unico arriva un modesto venditore bussa alla porta e ti dice pari pari che tutto questo è stato un imbroglio, che quello ci è stato detto era una semplice baggianata, riconosciuta del resto  proprio dalla Banca Mondiale tra gli sponsor più cinici e più importanti delle privatizzazioni nel terzo mondo, quando ha dovuto ammettere che i sistemi privati non sono per nulla superiori per efficienza a quelli pubblici. Certo ha tralasciato il piccolo particolare che essi oltre a non essere particolarmente efficaci, escludono molta parte della popolazione dei Paesi più poveri dai servizi di base, ma questo, diciamo così, è solo marginale per il capitalismo, quello stesso che si fa così soccorrevole nelle parole e spietato nei fatti. Tuttavia è ovvio, persino banale, che la privatizzazione dei servizi universali, cioè quelli necessari, non può essere collegata direttamente e principalmente al profitto, ma deve tenere conto dell’utilità pubblica la quale ovviamente è anche un bene economico, ma che si sparge su tutta la società, non è concentrata su un pugno di azionisti. Tra qualche decennio le cose nelle quali ci siamo cullati, i miraggi del pensiero unico saranno considerati alla stregua delle elucubrazioni sul sesso degli angeli.


Attenti al panurgo che c’è in voi

depositphotos_13296145-stock-photo-panurge-sheepsOggi voglio tentare un’idea disperata: introdurre l’uso di una parola non inglese in questo italiano disarticolato, primitivista e allo stesso tempo barocco grazie all’opera della Rai che dopo essersi venduta i congiuntivi per fare populismo e audience,  si è dedicata alle più scialbe ridondanze tipo giovane ragazza o locuzioni inutili come” quello che è” una certa cosa. Bene mi piacerebbe che venissero accolte le parole panurgismo e panurgo, entrate nel francese, nello spagnolo e nel portoghese sulla scia della saga rabelesiana di Gargatua e Pantagruel. Da noi quella straordinaria serie romanzi ha lasciato solo l’aggettivo pantagruelico, ma sarebbe quanto mai opportuno cominciare ad usare i nuovi lemmi, derivati dal personaggio di Panurge,  essendo straordinariamente utili a descrivere la realtà, anche se non proprio bellissime. Nelle altre lingue citate l’aggettivo e il sostantivo hanno ormai cinque secoli e si sono fossilizzati in Francia col significato di spirito gregario, di “pecorismo” se vogliamo continuare nell’invenzione linguistica a causa di una delle avventure del personaggio, mentre nella penisola iberica il significato ha virato verso la bricconeria.

Si tratta di due estremi che non colgono nel suo insieme l’ambiguità del personaggio di Panurge che è al contempo un assoluto gregario di Pantagruel e un inquieto imbroglione, tradurle, importarle significa attualizzarle. Estrapolando dal tempo in cui fu creato per rispondere alle esigenze metaforiche di allora, possiamo dire che si tratta di una persona che vive dentro una sfera di accettata subalternità, pur permettendosi dentro di essa tutte quelle azioni che la negano sia verso gli altri che verso se stessi. Panurge non inventa, non crea, non cambia nulla non ha alcuna idea di futuro, si adegua alla volontà padrone, ma lo fa in modi che a lui sembrano innovativi e che lo distolgono dal sentire il peso della propria dipendenza. Se ci pensiamo le generazioni dagli anni ’80 in poi sono splendidamente panurgiche: persa l’idea di futuro e di cambiamento sociale hanno sostituito  questo vuoto con un vorticoso quanto inutile gioco di sostituzione, sia esso il prodotto tecnologico di ultima generazione ancorché inutile o il modo di vestirsi, di atteggiarsi, di avere opinioni, di tatuarsi, di inseguire sogni, di vivere i rapporti personali, sentimentali e della riproduzione culturale. Al vecchio perbenismo borghese che indicava la sicurezza di una normalità definita e circoscritta, anche se pagata a caro prezzo, si è sostituito il conformismo dell’essere diversi, unici, non accorgendosi di vivere nell’era più omologata che si ricordi dove il feticismo della merce è stato introiettato negli uomini merce.

Sballandosi per bene con ogni mezzo possibile si diventa creativi, talentuosi, sognatori di gregge, pronti ad essere terribilmente uguali agli altri, a sentirsi niente senza modelli da imitare. Alcuni pensatori della prima metà del secolo scorso hanno creduto che il conformismo – in contrasto col tradizionalismo – fosse il male oscuro dell’era della tecnica, una tipica modalità di omologazione appiattita sul presente e prigioniera di simboli di astorica universalità che lascia all’emotività tutto lo spazio sostituendo l’emulazione con l’imitazione che come sosteneva Max Weber non è un vero e proprio agire sociale. Ma probabilmente si tratta invece di un approdo scontato delle logiche capitaliste e della loro evoluzione: basta vedere in che modo sono state triturate le ideologie politiche dal pensiero unico e come proprio quelle che avrebbero dovuto fare barriera sono diventate le più conformiste. Potrebbe magari sembrare un paradosso ma l’enorme attribuzione di valore ai singoli individui a scapito della società e della solidarietà si può realizzare solo se questi individui escono da una catena di montaggio e affidano ai gadget la propria “personalizzazione”. D’altro canto non esiste più uno spazio sociale nel quale il conformarsi possa essere in qualche modo mediato, contrattato, diversificato dal momento che esso è stato stato sostituito da un più rigido piano rituale.

Gli individui oggi sono liberi da tutto tranne che dal mercato il quale definisce l’orizzonte mondo e interazioni che vi si svolgono: si è liberi di non esserlo nelle forme più originali possibili. Un panurgo lo si riconosce immediatamente ed è meraviglioso poter sostituire con un’unica parola un trattato di sociologia.


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