Alla fine degli anni ’80 Jean François Revel, un intellettuale francese passato dal socialismo a posizioni neoliberiste anticipando così la catastrofe dell’intellighenzia  europea, scrisse un saggio sulla conoscenza inutile, ovvero su quei fatti che sono certi, provati, scritti, diffusi, ma che non riescono ad emergere, a diventare un vero sapere e dunque a determinare l’orientamento delle persone o a essere lievito per creare orizzonti di azione politica. Ai suoi tempi Revel attribuiva questa sorta di sindrome al potere delle ideologie non accorgendosi di essere pienamente implicato in quel revisionismo delle speranze sociali frutto diretto dell’ideologia neoliberal che si avviava ad essere pensiero unico. Ma oggi questa spiegazione appare generica e insufficiente se non addirittura strumentale o forse semplicemente ingenua che ha le sue radici in un equivoco di fondo e cioè che l’informazione sia conoscenza. Ma perché questo accada occorre che ci sia sullo sfondo una cultura che faccia da ambito e da tramite: invece si è fatto di tutto per erodere e far diventare polvere ogni cultura che non fosse strumentale a cominciare da una scuola via via diventata luogo di ammaestramento, alla caduta di qualità e di complessità di qualsiasi espressione comunicativa. Così un fatto che appare paradossale ovvero che rispetto all’anno in cui fu pubblicato il libro – mi sembra l’88, ma non ho voglia di scavare ora nelle librerie per accertarlo – è enormemente aumentata la possibilità di informazione grazie alla rete, è invece perfettamente comprensibile a partire dalla caduta culturale degli ultimi trent’anni.

Lo vediamo bene in questi giorni in cui si commemorano i 100 mila morti di Covid, che poi ufficialmente sono 75 mila, ma in realtà 64 mila ( vedi L’Istat conferma (non volendo) il tragico travisamento pandemico  ) che potrebbero diventare molti di meno se riflettessimo sulla circostanza impossibile che un sacco di patologie sono di fatto scomparse per lasciare spazio alla paura pandemica. Che basterebbe andare sul portale Covid 19 per rendersi conto che gli ospedali traboccanti di morituri e l’assalto alle terapie intensive di cui parla la televisione è pura fantasia. Che con appena uno sforzo in più si potrebbe comprendere che l’indice Rt viene usato in maniera del tutto errata. Che basterebbe davvero poco per accorgersi della mistificazione alla quale siamo sottoposti per motivi che poco o nulla hanno a che vedere con la salute, ma che sottraggono libertà e socialità riportandoci verso forme di potere medioevali. E la stessa cosa vale per quasi tutte le vicende legate alla follia occidentale e alla sua propaganda dal caso Navalny, ad Hong Kong, al Venezuela agli Uiguri o semplicemente a concetti economici dati per scontati, come per esempio duello di competitività, ma che ad un esame anche superficiale contengono antinomie insuperabili : informazioni corrette sono reperibili abbastanza facilmente, nonostante il tentativo di Big Tech di coprirle con le favole del potere grigio dell’oligarchia e tuttavia questi dati, queste notizie, queste informazioni non riescono ad essere vagliate e diventare conoscenza rimanendo inutili, come se non fossero che gli avanzi del banchetto neoliberista. Questo vuol dire che rimangono come sospesi e del tutto incapaci  di produrre una visione complessiva e un’azione politica che non sia pura emozione negativa, giocano insomma su un campo assai ristretto e questo perché non esiste più un criterio allo stesso tempo razionale, inferenziale e morale per vagliare i dati che ci rotolano addosso anche puro caso. Da quarant’anni a questa parte si è cercato di indebolire ogni capacità di cultura e conoscenza che non fosse adeguamento a una realtà considerata immutabile e a un giudizio basato esclusivamente sui fattori emozionali. Si è lasciato un enorme spazio ad essi, castrandoli della loro parte migliore, ovvero l’amplesso con la ragione in maniera che vi fosse più spazio per la bulimia del consumo e si riducesse invece quello dell’interpretazione e della scelta. Non è certamente un caso se due anni dopo il libro di Revel si sia cominciato a parlare di intelligenza emotiva, ovvero quella che dovrebbe renderci felici con le cosiddette “transazioni sociali” , insomma una caterva di ovvietà da una parte  e dall’altra della peggiore robaccia dell’ambiente anglosassone che ci trascina dentro dentro un’inconsapevole  disneyland.  Questo è lo Zeitgeist contemporaneo che con un gioco di parole in tedesco potremmo trasformare in Zeitgast, ovvero l’essere semplici avventori  di un tempo e di prospettive dalle quali siamo alienati .

Naturalmente quando si fa appello all’emotività come fondamento della realtà la tesi più coinvolgente è anche quella che prevale  anche se è  palesemente insostenibile, anche se è quella più distruttiva: si sa che che la voce più grossa è quella che zittisce , che in qualche modo trascina anche se dice idiozie o anche se è quella del caporale globalista che ci esorta a non reclamare diritti, nemmeno quella di parola. Ecco perché viviamo in tempi di attraenti menzogne e verità inerti nonostante la loro evidenza, in tempi di paralisi progressiva dello spirito.

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