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I Salvati da Salvini

copp Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai il fenomeno che sortisce l’effetto di sorprenderci di più è proprio la sorpresa di chi continua ad aspettarsi qualcosa di altamente improbabile, quelli che ci restano male quando il Papa fa il Papa e non esprime indulgenza e comprensione per aborto e relazioni omosessuali, o quelli che si stupiscono quando il servizio pubblico si comporta non certo inaspettatamente come la famigerata Agenzia Stefani o il cinegiornale Luce  ubbidendo al cane da guardia di interessi superiori.

E figuriamoci se non è sconcertante lo sbalordimento di chi si accorge, manco fosse un fulmine a ciel sereno, che il gran buzzurro continua ad avere un seguito, ad esercitare influenza e a riscuotere consenso, elettorale, di pubblico e di critica, come se a contribuire al consolidamento della sua immagine di fosca potenza non contribuissero ogni giorno, ancor più dei suoi fan,  i suoi detrattori che elargiscono materia di dibattito miserabile nell’abbeveratoio per grulli dei social, delle stampa e delle tv, facendo da ripetitori zelanti di esuberanti dichiarazioni e esorbitanti menu.

La verità è che in molti gli sono grati. Parlo di avversari politici e ex partner che grazie a lui hanno potuto  riappropriarsi di una patente di autorevolezza e civismo a fronte della sua becera inclinazione alla trucida sovversione parolaia,  parolaia si intende, perché alle sue dichiarazioni incendiarie ha sempre fatto seguito una coscienziosa sottomissione ai comandi imperiali e padronali, come si è visto in materia di diktat europei, di impunità di imprese criminali, di grandi buchi, di osservanza della teocrazia bancaria anche se in passato una certa predilezione era stata dimostrata per altri investimenti neri magari in diamanti.

E infatti sono premiati da stampa e opinione pubblica cui è bastato il cambio di etichetta posta su misure e provvedimenti per autorizzare quello che fino a poco prima si diceva fosse frutto di ferocia belluina, xenofobia, razzismo:  dai patti con despoti sanguinari, all’abbandono di povera gente su vascelli fantasmi, dall’incarceramento di pacifici dissidenti, alla disponibilità in funzione di inservienti sciocchi in operazioni di guerra.

Grazie a lui è diventato facile e comodo essere antifascisti in prima fila e con un semplice click,  senza l’obbligo morale di  criticare lo status quo ridiventato felicemente democratico grazie alla presenza nel governo di un partito che ha cancellato il lavoro, promosso la svendita di beni comuni, legalizzato procedure che hanno favorito la corruzione e l’illegalità, adottato provvedimenti esplicitamente “razzisti” nei confronti dell’etnia dei poveracci, dei marginali, dei barboni, oltre che dei “critici”,  perché basta la riprovazione per le sue cattive maniere ma non certo per i suoi propositi secessionisti interpretati con uguale  entusiasmo dal candidato presidente dell’Emilia, in favore del quale  ci si ritrova per rivendicare l’appartenenza ai buoni che vogliono l’autonomia senza urlare Forza Vesuvio, oppure denunciando la violenza dei guardiani del sistema ma non il sistema che li paga e manovra. O meglio ancora  cantando una canzone  talmente abusata  da diventare la colonna sonora del più recente prodotto  della propaganda fide inteso a beatificare cinematograficamente  quello vigente, per assolverlo dalla complicità con un regime vergognoso prestata a “fin di bene”, mentre cala il silenzio di piazza sull’altro regime inattaccabile e intoccabile, quel califfato occidentale che con tutta probabilità sgancia bombe garbate e necessarie alla stabilità.

Così ormai si può essere antifascisti anche a proposito delle canzonette  della kermesse più provinciale e sorpassata di sempre, proprio come quando pensavano di censurare “papaveri e papere” nel timore disturbasse la “gente in alto” soprattutto se di bassa statura , come quando “Tua” o “avvinta come l’edera” pareva un  attentato al pubblico pudore, proprio come quando è parso un atto di riscatto anti razzista premiare un cantante per il  merito indiscusso di chiamarsi Mahmood o  dare il più alto riconoscimento ai ritornelli di denuncia dei misfatti manicomiali.

Gli si può dunque essere grati di scoprirsi democratici, acculturati e compresi della priorità da accordare alle battaglie delle donne, contro sessismo, machismo, violenza di genere, usufruendo di un monologo di Rula Jebreal  da dieci anni residente negli Usa da dove segue con costernata  partecipazione  il manifestarsi di pulsioni intolleranti, violente e razziste … in Italia.

Finirò per essergli un po’ grata anche io perché grazie alle sue pressioni sulla Rai non mi saranno inflitte  le previste interviste a  due delle più entusiaste officianti del totalitarismo economico e finanziario, Michelle Obama e Ophra Winfrey, due icone in quota rosa di quei target che Malcom X avrebbe definito “negri da cortile” e che noi potremmo chiamare “femministe da cortile”,  per catalogare opportunamente esponenti di minoranze oppresse quando scelgono una integrazione entusiasta e una fedeltà cieca al sistema coloniale e discriminatore per garantirsi ammissione e opportunità di successo e quando auspicano la meccanica sostituzione di maschi protervi, ambiziosi e arrivisti con femmine che possiedano le stesse qualità o possibilmente  in misura superiore per garantirsi carriere inarrestabili.

Ma è meglio che non lo dica.

Sse prima non esibisco le referenze di bistrattata,  di discriminata, di penalizzata di genere, perché la rivendicazioni dei diritti pare sia delegata a vittime più o meno prestigiose e non a una battaglia di tutte e tutti  per tutte e tutti, perché a forza di denunciare la sopraffazione cruenta si oscura quella solo apparentemente meno sanguinosa e che agisce condannando le donne a un destino sociale senza scelta, a soffocare talento e vocazioni, a recedere da ambizioni e aspettative professionali, in cambio dell’unico riconoscimento di ruoli affettivi e familiari ormai retrocessi a obblighi.

E se prima non sciorino le credenziali di antifascismo, quello di tanti  che ostinatamente non si limitano a essere contro Salvini o contro Trump, ma pure contro la Clinton o la Meloni, che gli interpreti della correttezza politica e della tolleranza indifferenziata custodiscono e proteggono per via dell’appartenenza sessuale anche se è dubbia quella al genere “umano”. E cui non basta Bella Ciao ma pretende anche l’Internazionale e pure Bandiera Rossa.

 

 

 

 

 


Antifascismo low cost

Sarno-EpiscopioOrmai più che rabbia si dovrebbe provare imbarazzo per il livello a cui è scaduto l’antifascismo, per la sua trasformazione in gadget della politica ad uso futile e improprio; si dovrebbe provare imbarazzo per la mediocrità, l’ipocrisia, la fatuità superficiale con cui il tema viene agitato dalle parti più reazionarie della società contemporanea tutta tesa, sia nelle sue espressioni collettive che individuali, a nascondere il fascista che è in noi. E’ quasi come quelle manifestazioni di omofobia che esorcizzano ciò che a tutti i costi non si vuole vedere, ma anche un effetto della caduta della capacità critica nelle sue forme più elementari, un espressione della gregarietà priva di intelligenza. Nelle ultime 48 ore il web è stato attraversato da un brivido sardinesco di giubilo per la notizia che il comune di Sarno ha tolto la cittadinanza onoraria a Mussolini concessa quasi un secolo fa. Bene, bravo bis, vedete come la battaglia antifascista va avanti dopo qualche happy hour in piazza e la condanna morale del feroce Salvini? Invece  la prima cosa che un persona di normale quoziente intellettivo dovrebbe chiedersi, prima di gioire, è come mai la cittadinanza onoraria al duce degli italiani non sia stata revocata nell’immediato dopoguerra e abbia resistito per 74 anni alla morte ingloriosa del medesimo. Le risposte sarebbero inquietanti, ma non possiamo pretendere che qualcuno si metta a riflettere su questo anche perché la massima parte delle persone ha solo una vaghissima idea degli eventi e sembra persino essersi scordata che Salvini ha già governato il Paese per parecchi anni e le sue leggi rimangono intatte nell’ordinamento normativo.

Se poi qualcuno avesse la minima dose di curiosità e non si fermasse alle tapas del discorso pubblico dovrebbe chiedersi come mai il sindaco della cittadina che sorge tra Napoli e Salerno, tale Giuseppe Canfora, abbia fatto le beau geste proprio adesso, visto che per altre due volte è stato primo cittadino di Sarno senza che gli saltasse in mente di revocare alcunché. Guarda caso la decisione è arrivata dopo la sua condanna in primo grado per tentata concussione riguardante il periodo in cui è stato presidente della Provincia. Chiarissimo il suo tentativo di “buttarla in caciara” e di trovare appoggio nell’antifascismo turistico e last minute che è ormai l’unico operante in questo Paese. Anzi i tempi della decisione sono maturati a ridosso delle manifestazioni ittiche di questi giorni che rappresentano appieno il renzismo di piazza e vi si collegano tentando di fare il massimo rumore possibile per attenuare i clamori giudiziari e le richieste di dimissioni per la legge Severino.  Così adesso il sindaco è diventato una sorta di eroe ad onta del fatti che dopo la strage del ’98 con la frana che uccise 160 persone, Lega ambiente denuncia che le opere costruite per evitare nuove tragedie sono state abbandonate, ostruite da fango, terreno e rifiuti di ogni genere, mentre non si è mai smesso di costruire edifici abusivi, cosa che può avere ulteriormente indebolito il terreno. Ecco un bell’esempio di antifascismo.

Invece di perdere tempo in equivoche chiacchiere da bar, tra una birra e un piattino, gli antifascisti farebbero bene a rivolgere la loro attenzione sull’asse Pd – Lega che si sta formando sottobanco attorno al progetto di abrogare la legge elettorale e tornare a un maggioritario puro: in questo modo non soltanto si darebbe un colpo alla democrazia orientandola verso le forme più precarie e fallimentari di rappresentanza, ma si favorirebbe da una parte Savini e dall’altra il Pd che potrebbe nuovamente accedere al ricatto del voto utile e fare eleggere i nuovi enfant gatè del sardinismo. In pratica si tratta di imporre agli italiani ciò che essi hanno già rifiutato e che del resto è fuori dalla Costituzione. Con la benedizione dal Colle di Mario Draghi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I Beccafichi

saor veroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il saòr è un tipo di marinatura da sempre usata a Venezia, che somiglia al condimento delle sarde a beccafico, con lo scopo di conservare gli alimenti durante le lunghe traversate. È talmente efficace che, narra una leggenda cara a Hemingway, quando morì un alto prelato di Torcello considerato alla stregua di un santo, si volle seppellirlo in Basilica. Ma imperversava da giorni una tremenda tempesta con trombe marine che impedivano il trasporto, così per mantenere l’augusta salma si pensò di coprirla con l’antico bagnetto di cipolle, aromi e aceto e il feretro giunse in perfette condizioni in San Marco pronto per le celebrazioni e l’adorazione di fedeli.

E cosa c’è di meglio per le sardine del saòr, come vuole la ricetta tradizionale, che aggiunge sapore ma soprattutto raggiunge lo scopo di conservare le pietanze, le carni e i pesci, compresi quelli in barile. Si moltiplicano in questi giorni i paragoni tra gli intepidi banchi marini e altre espressioni movimentiste del recente passato: il popolo viola, gli schizzinosi girotondi, le madamine Si-Tav, eredità approssimative di quel situazionismo che concepiva la politica come costruzione di eventi e momenti di vita collettiva destinati a creare una qualche forma di comunicazione effimera tra la gente, egemonizzata dalla spettacolarità e unita dalla musica, da slogan, da parole d’ordine, da performance creative senza sceneggiatura e copione.

E infatti senza perdere troppo tempo a definire questo “agire” e i suoi attori – e chi li vuole sinistra sommersa (ne ha parlato ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/19/sardine-in-scatola/) , e chi li vuole riscatto di popolo purchè non populista, e chi li vuole  intrinsecamente rivoluzionari, e chi li vuole post qualunquisti – viene bene il paragone con un’altra “situazione”, il plebiscito su scala nazionale del Se non ora quando, contro il Berlusconi puttaniere, fedifrago nei confronti della paziente consorte che ebbe l’onore non delle lettere alla posta del cuore, ma delle prime pagine, volgare e spudorato nelle sue esternazioni maschiliste proprio come un cumenda incarnazione della maggioranza silenziosa.

Scesero in piazza allora insieme a centinaia di migliaia di signore inviperite, al seguito di alcune penne intinte in quota rosa,  numerose perfino per la questura, anche tanti uomini della società civile e della politica, che non avevano mai manifestato  e non lo fecero nemmeno dopo, contro il golpista, contro il deus ex machina delle leggi ad personam che avevano trasformato l’interesse generale in occupazione privata della società imponendo la corruzione in forma di legge, contro l’amico dei mafiosi, contro l’utilizzatore finale di ragazze ma pure di deputati e senatori, oltre che di intellettuali pronti a mettersi in vendita nel mercato delle vacche dell’editoria e delle tv.

È facile da spiegare, vien meglio una manifestazione di dissenso che preveda l’incendio in piazza di un simulacro riconoscibile, che potrà risorgere dalle ceneri, se, una volta dato alle fiamme il gattopardo, tutto può andare avanti come prima, permettendo in quel caso la più mesta e iniqua austerità, la rinuncia definitiva alla sovranità statale, il sopravvento delle lobby delle privatizzazioni, lo smantellamento dell’edificio costituzionale e democratico perfino per via di referendum.

E allora si capisce l’entusiasmo per questi vispi ragazzotti, ben attrezzati di buone conoscenze e di un certo istinto per lo spettacolo che va ben oltre la recita della poesia sullo sgabello a Natale davanti a nonno Romano e prima che arrivino in tavola i tortellini fumanti.

Il fantoccio da bruciare per esorcizzarne l’oscuro potere era pronto, preceduto da una fama a lungo confezionata a tavolino per farne un Hannibal Cannibal, come incarnazione dell’eversione fascista.

Se  fascista lo è di sicuro, è meno certo che si tratti di un sovvertitore dell’ordine costituito e dell’establishment: appena ha fatto irruzione sulla scena governativa, ha dimostrato nelle parole e nei fatti la sua adesione alla irriducibilità e incontrastabilità dell’Ue, ha testimoniato la sua fidelizzazione al modello di sviluppo rappresentato emblematicamente dai suoi monumenti e altari: Tav, Mose, trivelle, Muos, ponti e piramidi, ha  riconfermato la volontà di essere ammesso alla cerchia padronale multinazionale. E diciamo la verità, sulla questione immigrazione non ha spostato di un centimetro il già pensato e fatto dai predecessori in qualità di ministri e legislatori, da Bossi e Fini, a Turco e Napolitano, a Alfano e Minniti, seguito dagli attuali esecutori come dimostra il rinnovo degli accordi con la Libia e il prolungamento delle serrate dimostrative dei porti.

A essere maligni, non può che venir bene un po’ di saòr, che copra lo squalo fritto e conservi tutto com’è e dov’è. Non a caso le sardine piacciono al movimento 5Stelle costretto a una riservatezza coatta e prona alla tracotanza degli alleati di governo di oggi ancora più subordinata che a quello del passato, che hanno nostalgia dei rave party dell’opposizione opposizione, che sognano di riprendere consenso facendo casino, sì, ma anche stando sulle poltrone irrinunciabili dei trascurabili dicasteri concessi loro.

E perché dovremmo aspettarci che le sardine dettino una linea se sono come i pesci pilota che precedono l’arrivo degli squali, e se la linea politica c’è ed è quella del progressismo perbenista che accoglie e integra purché in crestina e grembiulino, in tuta sull’impalcatura incerta, con le forbici da giardiniere o la csta per le olive i i pomodori, quella del politicamente coretto che cede su lavoro, sulla scuola, sulle delocalizzazioni, sulle svendite,  sulla privatizzazione dello stato sociale per fare il muso duro sul minimo accettabile dello isu soli, che doveva essere obbligatorio almeno cinque governi fa, quella del sindacalismo dei patronati senza lotta di classe ormai assimilata all’odio da censurare tramite commissione parlamentare.

Le sardine, vezzeggiate da tutti,  piacciono alla gente che piace, ecologisti che fanno giardinaggio, femministe che vogliono che l’altra metà del cielo si conquisti mediante al sostituzione di stronzi maschi al potere con altrettante stronze femmine nei ruoli di comando, agli antifascisti sì, purchè non antisistema, quelli che pensano che sia sufficiente togliere di mezzo la ferocia in felpa per addomesticare il totalitarismo che si esprime con i metodi criminali di sempre per ridurci a Ausmerzen vite indegne di essere vissute.

E infatti eccoli a Bologna contro Salvini, ma non contro il Global Compact di Merola fotocopia della cooperazione secondo Renzi, quel neo colonialismo che dovrebbe normalizzare  l’invasione fornendo un esercito di riserva al padronato in modo che il potere di ricatto di una concorrenza avvilita e intimidita faccia recedere da conquiste e diritti del lavoro i lavoratori locali. Si esibiscono in tutta l’Emilia, la loro culla, senza riservare una parola di dissenso  nei confronti della pretesa di autonomia divisiva e quella si, eversiva, patrimonio indiscusso della Lega. Oggi ci sono anche in Puglia, dove non abbiamo visto manifestazioni di piazza di una qualsiasi specie ittica, nemmeno le cozze pelose,  per dare appoggio alla città martire di Taranto. Ci sono in Sardegna dove resistono da anni quelli che si battono contro la militarizzazione dell’isola, o in Sicilia dove i No Muos sono ridotti al silenzio dalla repressione e censurato dalla stampa.

Eppure sono ben altri l’argento vivo del paese, quello che non dovremmo lasciare solo perchè fa paura e viene tacitato e emarginato,  quello che si muove per noi e che non si piega a essere costretto dentro al vecchio termometro che non registra mai la febbre di chi vorrebbe davvero rovesciare il tavolo e cambiare le cose.


Fascisti di ieri, oggi e domani

foto-di-gruppo-per-i-fascisti-su-marte-di-corrado-guzzanti-31281Una delle caratteristiche per non dire delle piaghe di questo Paese è quella di non voler mai fare i conti con se stesso fino in fondo, di affrontare colpe e responsabilità collettive, e dunque anche quella di non riuscire davvero a chiudere i capitoli della storia, né di aprirne di davvero nuovi. E’ un Paese che si nasconde salvo accendere futili micce che per qualche momento sono il suo sole per poi ridursi in cenere. Adesso per esempio, in tempi di antifascismo neo liberista, si è accesa la diatriba sulla possibile dedica di un strada di Erba ad Alberto Airoldi, podestà della cittadina ai tempi del ventennio, ma anche animatore della sua vita culturale e fondatore del teatro Licinium, tuttora uno dei pochissimi all’aperto assieme all’Arena di Verona. Diciamo che tra tanti fascistoni del passato e del presente forse Airoldi non dovrebbe essere l’obiettivo principale dell’aspra battaglia esplicitamente diretta contro Salvini, tuttavia  questa polemica di respiro asfittico mi dà l’occasione per mettere il dito in quella piaga di cui parlavo prima.

Ora si dice che il personaggio, ricordato anche come poeta dialettale, abbia avuto un ruolo determinante nel segnalare gli ebrei ai nazisti, non nel senso che sia andato dal più vicino Standartenführer der SS per fare i nomi, ma che forse (non esistono testimonianze precise su questo) nel ’39 aveva scritto un un opuscolo dal titolo «Elenco di cognomi ebraici», dove venivano enumerate le famiglie ebraiche del territorio comasco “fuori dai confini del comune di sua competenza” che a leggere le cronache pare la colpa più grave. Il che avrebbe facilitato l’opera di rastrellamento durante la guerra. Ora anche questo fa veramente ridere e piangere per due ragioni: la prima è che quel capolavoro di idiozia sotto ogni punto di vista che fu il manifesto della razza venne contestato  solo da uno sparuto drappello di intellettuali – che tra l’altro fecero più fatica a reintegrasi nel dopoguerra rispetto a quelli che si mostrano entusiasti dell’abominio – e che le conseguenti leggi razziali furono scrupolosamente osservate dappertutto e dunque costituiscono una macchia collettiva che di certo non può essere cancellata con il sacrificio di qualche capro espiatorio di paese. In secondo luogo l’opuscolo di Airoldi, anche ammesso che fosse stato lui a scriverlo, non è certo un unicum, elenchi di questo tipo erano numerosissimi in Italia e  in tutta Europa nella prima metà del secolo scorso  e principalmente erano opera proprio delle comunità ebraiche che ovviamente non potevano prevedere ciò che sarebbe accaduto. Esistevano anche elenchi su base nazionale come “ I cognomi degli ebrei in Italia” di Samuele Schaerf: dunque i “nazisti” che forse sarà bene ricordarlo, erano alleati del fascismo e dunque non dovrebbero essere presi come fossero perversi alieni capitati nello Stivale per caso, come suggerisce da sempre l’irresponsabilismo italiano, non avevano affatto bisogno di Airoldi come dice la sciocca tesi di giornata, tanto più che potevano disporre delle prime tecnologie informatiche, grazie all’Ibm, società creata in America da un tedesco che poi rientrò in Germania fondandovi una consociata, la Dehomag ( Deutsche Hollerith-Maschinen Gesellschaft). Certo fa impressione che i primi vagiti dell’informatica si siano avuti con la schedatura di massa degli ebrei, ma forse è bene non dimenticarlo o nasconderlo.

Chiarito questo punto e superata la fase dell’antifascismo dilettante e rituale, c’è anche un’altra cosa da dire: quando c’era l’ Ulivo  e non Salvini, al teatro Licinium era stato posto un cippo in ricordo di Airoldi senza che la cosa suscitasse alcuna polemica per il fatto – udite udite – si trattava solo di un omaggio culturale come dicono i giornali che s’indignano. Ora non vedo che differenza ci sia tra un cippo e una via, ma colpisce il fatto che fascismo e antifascismo non siano considerate cose che abbiano a che vedere con la cultura, evidentemente con qualcos’altro, che ne so, con l’arte culinaria o il cucito: ecco dove casca l’asino della pretestuosità, tanto più che ci sono esempi ben più corposi proprio in quell’ambiente che si dice antifascista: qualcuno ricorda che Rutelli voleva intitolare una via di Roma a Giuseppe Bottai (vedi nota) il gerarca animatore della vita culturale ( a lui si devono le leggi per la tutela del patrimonio storico – artistico e naturale del Paese) dentro il fascismo e persino dentro il nascente antifascismo di matrice liberale, ma anche gerarca fedelissimo fino alla notte del 25 luglio 1943, governatore di Addis Abeba, nonché firmatario del manifesto della razza? E l’Anpi che adesso si mobilita per Airoldi cosa fece quando venne eretto ad Affile – distraendo 130 mila euro di fondi regionali di cui né Marrazzo, né Zingaretti hanno mai chiesto ragione – il mausoleo a Rodolfo Graziani  capo militare della Rsi, notissimo boia che in Etiopia massacrò molte decine di migliaia di civili con stragi di fronte alle quali  Marzabotto o le Fosse Ardeatine sono bazzecole? Il mausoleo è sempre lì a imperituro ricordo di un pessimo comandante, disprezzato da Rommel che ne chiese ed ottenne la giubilazione, un massacratore pazzo che inviava a Roma foto con il pene in vista per dimostrare virilità, mentre faceva ammazzare a colpi di spranga la popolazione di interi quartieri della capitale etiope. Se la popolazione di Affile ci tiene si accomodi, perché così dimostra quanto vale- E tuttavia  Graziani ha fatto solo 4 mesi di galera (come del resto anche Bottai).  Ah già, dimenticavo, quelli erano negri, dunque non contavano veramente nemmeno per gli antifascisti del dopoguerra.

Ora Airoldi fu certamente un fascista e l’idea di intitolargli una via non è proprio un capolavoro  di intelligenza politica, se Erba lo volesse davvero ricordare dovrebbe piuttosto dare più finanziamenti al suo teatro che vive tra miserie e splendori, dopo essere stato coinvolto nell’Expò 2015, cippo compreso. Ma fu fascista come lo fu tutta l’elite italiana che di fatto non subì alcuna conseguenza per la sua militanza. Airoldi siamo anche noi che partecipiamo della banalità del male così come quella del bene.

Nota La figura di Bottai è particolarmente interessante perché dopo essere stato per vent’anni tra i massimi dirigenti del Partito nazionale fascista con particolare riferimento alle politiche corporative, fuggì dal Paese essendo stato condannato a morte nel processo di Verona, si arruolò nella legione straniera e tornò in Italia solo dopo l’amnistia Togliatti. Nel ’51 sotto mentite spoglie lo troviamo direttore de “Il Popolo di Roma”, un quotidiano finanziato da Vittorio Cini per fiancheggiare il centrismo democristiano.  Morì nel 1959 e ai suoi funerali partecipò anche Aldo Moro il futuro propugnatore del compromesso storico, poiché suo padre, Renato Moro , era stato tra i collaboratori di Bottai. Insomma attraverso di lui si intuiscono tutti i percorsi carsici e nascosti della politica italiana che arrivano fino ai nostri giorni.


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