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Nostra Signora dei like

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una delle accuse che mi vengono mosse più di frequente – subito dopo radical chic- è che “non mi va mai bene niente”. Immagino sia vero, perché non mi viene mai in mente qualcosa di promettente, che funzioni, che risponda a bisogni e aspettative.

Ho premesso questa nota autobiografica perché ho mai nutrito né fiducia né simpatia per una organizzazione che per combattere le lobby ne mutua modi e tratti diventando a sua volta lobby, la cui influenza cresce man mano che aumenta il potere intimidatorio conquistato a suon di compromessi “doverosi” in nome della buona causa, di negoziati non sempre trasparenti, di vicende giudiziarie che evaporano nell’oblio di anni di cause e ricorsi.

Ma non è per questo che  ho mai seguito con particolare interesse ascesa e declino del Codacons, anche prima della svolta in difesa dell’ortodossia cattolica:  è che mi ostino a pensare che bisogna tutelare i diritti dei cittadini – uomini, donne, vecchi, bambini, lavoratori, disoccupati, sani, malati, utenti, agnostici, laici, praticanti –  in quanto tali, e non in veste di consumatori, come invece ci hanno insegnato a fare i nostri colonizzatori e un imprenditore prestato alla politica che ha realizzato da noi  il sogno americano  di commercializzare e trasformare la realtà  in spettacolo a pagamento, gli elettori in spettatori, i tribunali in Forum, la buvette in mercatino del baratto, la comunicazione politica in talkshow.

Però bisogna comprendere se, via via che scemava l’ascendente sul pubblico, via via che si è ridotta l’autorità di stati intermedi: partiti, sindacati, associazioni polverizzate in una miriade di soggetti di consulenza, aiuto, assistenza, che navigano nel mare virtuale, la prestigiosa “Associazione di associazioni” ha perso la testa alla ricerca di bersagli, battaglie, slogan. 

E così, spericolatamente, ha imboccato una temeraria via sacra,  denunciando per blasfemia Chiara Ferragni il cui viso ha sostituito quello della Madonna in un dipinto   del Sassoferrato, a corredo di una intervista al marito su Vanity Fair.

Accusandola, solo ora dopo le visite pastorali agli Uffizi o a Venezia dove le è stato donato in segno di gratitudine per la pubblicità offerta alla “ridente cittadina veneta” (il copyright va a un  lontano Tg3), accusandola in sostanza di fare il suo mestiere che le ha regalati fama e denaro: sfruttare la religione e le sue icone a scopo commerciale  “essendo noto come sia una vera e propria macchina da soldi finalizzata a vendere prodotti, sponsorizzare marchi commerciali e indurre i suoi follower all’acquisto di questo o quel bene”.

Come al solito, il problema con le cretinate più sciagurate è che ti tocca difendere l’indifendibile, così succede di prendere le parti perfino di una che si è venduta le doglie e il parto,  che campa sfoggiando schifezze globali in modo che il motore dell’invidia consigli gli incauti acquisti, vivendo e mostrandosi in stato perenne di donna sandwich per fare il marketing di se stessa, del suo e di altri marchi, imputata in veste di marcante nel tempio da qualcuno che a sua volta vuole riconquistarsi una fetta di mercato con il suo  spot a sfondo religioso firmato neo-Inquisizione.

Però, quello che non è francamente sopportabile è che ai milioni di follower portati a giustificazione della resa davanti alla funesta imprenditrice di se stessa e di dozzinali puttanate di direttori di musei, sindaci, pensatori, adesso si siano aggiunti gli “antifascisti” folgorati da una sua profonda analisi su Instagram effettuata in occasione della morte di Willy, un delitto, ha scritto,  maturato nella “cultura fascista e razzista”.

Giù le mani dalla partigiana Chiara, il messaggio  circolava in rete, sui social e sui giornaloni.

La verità è che se proprio si vuol riconoscere un merito alla Ferragni è quello di capire tempestivamente quali prodotti funzionano sul mercato “morale” e sociale, riconoscendo il valore commerciale dell’antifascismo, che fa vendere “fermenti” che manifestano a sostegno dell’establishment, candidati che cantano Sciur paròn dali beli braghe bianche ma aspirano a mettere al lavoro nei campi gratis quelli che percepiscono il reddito di cittadinanza o a costi stracciati gli immigrati che così possono comprarsi la regolarizzazione provvisoria, fini opinionisti che concepiscono l’accoglienza incarnata da camerierine in grembiulino e crestina e giardinieri in livrea nel giardino di Capalbio.

Tra tanti stracci sontuosi delle Grandi Griffe, Ferragni ha scoperto che funziona  altrettanto bene delle pezze multicolorate e delle scarpe cucite dai ragazzini del Bangladesh, promosse a oggetto di culto grazie a lei, qualcosa che costa, che ormai si trova su tutti gli scaffali del pensiero comune insieme alla paccottiglia del cosmopolitismo,  dell’integrazione di badanti e muratori, purchè declamatori di Dante, dell’antirazzismo che si configura come contrasto all’energumeno  che ha avuto la capacità di suscitare odio redentivo, come se il semplice detestarlo avesse la virtù di purificare da ogni peccato.

E chi meglio di lei potrebbe impersonare l’antifascismo di facciata, quello che non elabora il passato, preferendo riconoscere solo nel suo tragico folclore i segni del presente,  rimuovendo la sua continuità nell’avidità di accumulare ricchezze, di sfruttare popoli e risorse, di manomettere territorio, memoria, verità, di abbattere la scure della censura sui dissidenti, di organizzare spedizioni coloniali, di zittire o eliminare concorrenza ideale, di imprigionare chi obietta e preferibilmente farlo fuori, di condurre pogrom  orchestrati contro un nemico a piacere scelto per legittimare una guerra o una purificazione.

Tocca sempre ripetersi, un antifascismo senza riscatto dei sommersi, degli sfruttati, degli emarginati è  diventato una cifra irrinunciabile per ceti che  desiderano sentirsi ancora borghesi, superiori socialmente, culturalmente e dunque moralmente e che ne impiegano le griffe ricamate, gli slogan aggiornati, le cover degli inni a cura dei rapper per giustificare idealmente il mantenimento dei  loro privilegi e del loro status sociale  e etico.

Se la meritano quella madonnina del Perdono, che monda dai loro peccati.


Il Bel Ami dei potenti

sardinaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Noi saremmo per lo ius soli puro, ma siamo convinti che prima serva un’opera di sensibilizzazione, di educazione del popolo“, comunica pensoso all’AdnKronos, Mattia Santori, dopo il raduno  tenutosi a Roma, con “circa 3mila persone in piazza, con il massimo della sicurezza e delle norme per il distanziamento sociale e precauzioni sanitarie“, per manifestare contro il razzismo e in memoria di George Floyd.

Occorrerebbe insomma una “educazione di massa“, per dare dignità “ad un argomento così importante e per sottrarlo al rischio di strumentalizzazione“, in un Paese che, a detta dell’altra sardina leader in quota rosa, “è il più ignorante d’Europa”.

Niente paura, mica  è Pol Pot quel fessacchiotto che è piaciuto alla gente che piace e vuol piacere,   venuto su più che  col Libretto Rosso con Smemoranda, più in sintonia con la Fedeli che con Lan Ping.

Volendo  proprio rifarci a precedenti pedagogici a me fa venire in mente un delizioso romanzo di Colette, Gigi, da cui è stato tratto un incantevole film degli anni ’50, nel quale una zia, conclusa la sua carriera di mondana di lusso, indottrina con lezioni settimanali la nipotina in modo che possa intraprendere la sua stessa carriera, imparando le buone maniere a tavola e a letto, per mettersi al servizio di danarosi protettori che possano garantirle la sicurezza economica in cambio delle sue prestazioni.

Ricordando la celebre scenetta nella quale la cocotte insegna all’ingenua fanciulla come si mangia la caille en sarchophage o come si sceglie un sigaro cubano o un Porto d’annata, si può sospettare, scorrendo il curriculum dell’intraprendente Bel Ami che ha sedotto opinionisti, sociologi, comunicatori, chi abbia avviato alla professione il Sartori giovinetto, quale maestro  gli abbia impartito quella didattica che ne ha fatto un cortigiano d’alto bordo: qualche patriarca in perenne apostolato a testimonianza incrollabile del verbo dell’Europa che crolla, qualche principe di una dinastia imprenditoriale  così dinamico da travalicare anche gli angusti confini della legalità per affermare il suo spirito di iniziativa.

Sono sicuramente loro che lo hanno ammaestrato prima di tutto alla ripulsa per un altro slogan: servire il popolo, occupati come sono sempre stati a servire invece qualche padrone.

Anche la parola popolo è probabile oggetto di disapprovazione, per via della radice comune con l’osceno fenomeno designato come populismo e che definisce la condizione di malessere, preambolo di fermenti rozzi e irrazionali, della plebe quando è stufa e arcistufa delle scelte dell’establishment che la danneggiano.

E d’altra parte la sicumera del fenomeno, che sarebbe durato una breve stagione se non fosse oggetto del sostegno dell’establishment né più e né meno dell’antagonista, anche quello funzionale in qualità di nemico .1, nasce anche dai riconoscimenti di status e di missione:  il vocabolario Treccani riserva un lemma,  accanto all’accezione zoologica (“Pesce teleosteo marino della famiglia clupeidi”)  definendo Sardinechi aderisce a un movimento auto-organizzato che si contrappone al populismo e al sovranismo”.

Ma è sicuro anche  che il giovanotto ormai imbolsito ci metta qualcosa di suo quando parla di educazione, intesa come bon ton. E che la interpreti   proprio come la zia di Gigi, scegliere la pinze giuste per asparagi e chele di aragosta, essere sorridenti per non andare a noia degli augusti sponsor che altrimenti vanno a scapricciarsi altrove, realizzare quella leggerezza compiacente che tira più di un carro di buoi.

Quella cioè che consente di galleggiare in superficie con il materassino di un antifascismo circoscritto alla condanna della “comunicazione” di certi  vecchi arnesi nostalgici o di certi nuovi attrezzi rei della stessa ignoranza sboccata che trova seguito nella plebaglia zotica che va in piazza senza mascherina, di un progressismo che riserva le occasioni ai meritevoli, quelli nati bene, provvisti di rendita e protezioni, disponibili a fidelizzarsi fiduciosamente, cosmopoliti grazie a esperienze di turismo low coast, Erasmus (ma da Sud a Nord), master all’estero pagati dai nonni, gli stessi cui poco educatamente, viene rinfacciato di pesare sui bilanci statali e di avere rotto i patti generazionali.  O di un antirazzismo inteso come generosa accoglienza a termine di braccianti, donne delle pulizie, manovali e pony provvisoriamente emergenti dalla colpevole clandestinità, di un solidarismo retrocesso al compassionevole permesso di ammissione ai suoi flash mob in qualità di casi umani, di testimonial di condizioni di disagio: disoccupato, nero, islamico, donna.

Purchè naturalmente la denuncia tramite intonazione di Bella Ciao o Com’è profondo il mare, non contenga nemmeno la più velata allusione a possibili valori anti-sistema, a irresponsabili e sterili contenuti anticapitalistici e pure alla contestazione di trivelle, alte velocità, ponti e altri interventi illuminati che potrebbero avere l’effetto di educare la marmaglia al lavoro, nei cantieri, sulle impalcature, sulle strade, mentre lui li osserva dal suo monitor grazie alle portentose opportunità delle attività a distanza che hanno ormai convinto anche i pensionati che controllano gli stradini dal sofà di casa con il tablet sulle ginocchia.

È veramente un paradosso che a voler insegnare qualcosa sia qualcuno che irrideremmo su Fb in qualità di frequentatore dell’università della vita e che guarda come a riferimenti culturali i padrini della Buona Scuola e  che a voler mostrare la bontà dell’integrazione e del riconoscimenti identitario degli ospiti sia qualcuno che si è speso per l’elezione di chi vuol mandare nei campi gratis, in sostituzione dei lavoratori immigrati a salario irrilevante, i detentori di reddito di cittadinanza e gratis.

O che a parlare di ius soli, al minimo concesso dalla realpolitik  riformista – sotto forma di regolarizzazione di un esercito di manodopera già presente e utile a creare le condizioni per il ricatto e l’abbassamento della richiesta e dell’aspettativa di remunerazione e diritti, sia qualcuno che lo ritiene una necessaria elargizione controllata da riservare a chi si “merita” la cittadinanza e da somministrare con cautela anche alle tribù indigene che mostrino le doverose qualità di garbo, indole all’obbedienza e all’affiliazione.

Non varrebbe neppure la pena di parlare ancora del successo di critica di quelle faccine pulite  che hanno potuto effettuare la scalata ai titoli di testa della stampa padronale per via dell’incarnazione dell’innocenza infantile, dell’integrità che non è stata mai messa alla prova dal compromesso indispensabile alla sopravvivenza, che ci hanno pensato mamma, papà e poi padrini influenti, sociologi adescati da quei musino sorridenti e da quella festosa superficialità al servizio di ogni causa politicamente corretta: nozze gay quando i matrimoni e le convivenze sono un lusso, adesione alla religione del mercato e al mercato delle religioni, adempimento della funzione difare da tramite tra l’impegno civico e il mondo politico”,   come ebbe a scrivere alla loro apparizione il Manifesto reclutato in veste di house organ del Pd applaudendo a quell’incontro di società civile virtuosa e buona politica di Zingaretti, Bonaccini, De Micheli, Franceschini & Co.  

E quanta ammirazione è stata riservata all’adattamento entusiastico alle regole della convivenza civile e del decoro, dalla Bossi-Fini alla Turco Napolitano fino alle disposizioni di Minniti, fino alla promulgazione dei decreti sicurezza dell’innominabile, oggi ormai largamente superati dallo stato di eccezione sanitaria e democratica che ha fatto dire a qualcuno innamorato delle sardine, come certi professori alle prese con qualche Lolita, preoccupati dei fermenti di quei “margini” zotici e ignoranti, che questo ultimo 25 aprile dimostra che “l’obbedienza è una virtù civile”.

Per non parlare di quei richiami all’unità nazionale che è legittimo rompere solo odiando chi odia, che consente di arruolare qualsiasi voce critica nelle file dei salviniani e dei pappalardoni, e che è lecito sospendere solo quando si divide in due un paese, chi ha diritto a essere protetto dalla malattia quando il livello di emergenza ha superato la normalità criminale nella quale ci è concesso di sopravvivere per meriti generazionali, contributo al bilancio padronale, e chi è obbligato a esporsi da predestinato al sacrificio e all’abnegazione imposti dalla comando: o la borsa o la vita.

Ma d’altra parte succede che le cose importanti  vengano affidate ‘mmane e‘ criature, come ‘a pazziella, per impotenza o volontà esplicita di chi le ha rotte, rovinate, buttate via e umiliate, come l’educazione e la volontà e dignità del popolo.


I Salvati da Salvini

copp Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai il fenomeno che sortisce l’effetto di sorprenderci di più è proprio la sorpresa di chi continua ad aspettarsi qualcosa di altamente improbabile, quelli che ci restano male quando il Papa fa il Papa e non esprime indulgenza e comprensione per aborto e relazioni omosessuali, o quelli che si stupiscono quando il servizio pubblico si comporta non certo inaspettatamente come la famigerata Agenzia Stefani o il cinegiornale Luce  ubbidendo al cane da guardia di interessi superiori.

E figuriamoci se non è sconcertante lo sbalordimento di chi si accorge, manco fosse un fulmine a ciel sereno, che il gran buzzurro continua ad avere un seguito, ad esercitare influenza e a riscuotere consenso, elettorale, di pubblico e di critica, come se a contribuire al consolidamento della sua immagine di fosca potenza non contribuissero ogni giorno, ancor più dei suoi fan,  i suoi detrattori che elargiscono materia di dibattito miserabile nell’abbeveratoio per grulli dei social, delle stampa e delle tv, facendo da ripetitori zelanti di esuberanti dichiarazioni e esorbitanti menu.

La verità è che in molti gli sono grati. Parlo di avversari politici e ex partner che grazie a lui hanno potuto  riappropriarsi di una patente di autorevolezza e civismo a fronte della sua becera inclinazione alla trucida sovversione parolaia,  parolaia si intende, perché alle sue dichiarazioni incendiarie ha sempre fatto seguito una coscienziosa sottomissione ai comandi imperiali e padronali, come si è visto in materia di diktat europei, di impunità di imprese criminali, di grandi buchi, di osservanza della teocrazia bancaria anche se in passato una certa predilezione era stata dimostrata per altri investimenti neri magari in diamanti.

E infatti sono premiati da stampa e opinione pubblica cui è bastato il cambio di etichetta posta su misure e provvedimenti per autorizzare quello che fino a poco prima si diceva fosse frutto di ferocia belluina, xenofobia, razzismo:  dai patti con despoti sanguinari, all’abbandono di povera gente su vascelli fantasmi, dall’incarceramento di pacifici dissidenti, alla disponibilità in funzione di inservienti sciocchi in operazioni di guerra.

Grazie a lui è diventato facile e comodo essere antifascisti in prima fila e con un semplice click,  senza l’obbligo morale di  criticare lo status quo ridiventato felicemente democratico grazie alla presenza nel governo di un partito che ha cancellato il lavoro, promosso la svendita di beni comuni, legalizzato procedure che hanno favorito la corruzione e l’illegalità, adottato provvedimenti esplicitamente “razzisti” nei confronti dell’etnia dei poveracci, dei marginali, dei barboni, oltre che dei “critici”,  perché basta la riprovazione per le sue cattive maniere ma non certo per i suoi propositi secessionisti interpretati con uguale  entusiasmo dal candidato presidente dell’Emilia, in favore del quale  ci si ritrova per rivendicare l’appartenenza ai buoni che vogliono l’autonomia senza urlare Forza Vesuvio, oppure denunciando la violenza dei guardiani del sistema ma non il sistema che li paga e manovra. O meglio ancora  cantando una canzone  talmente abusata  da diventare la colonna sonora del più recente prodotto  della propaganda fide inteso a beatificare cinematograficamente  quello vigente, per assolverlo dalla complicità con un regime vergognoso prestata a “fin di bene”, mentre cala il silenzio di piazza sull’altro regime inattaccabile e intoccabile, quel califfato occidentale che con tutta probabilità sgancia bombe garbate e necessarie alla stabilità.

Così ormai si può essere antifascisti anche a proposito delle canzonette  della kermesse più provinciale e sorpassata di sempre, proprio come quando pensavano di censurare “papaveri e papere” nel timore disturbasse la “gente in alto” soprattutto se di bassa statura , come quando “Tua” o “avvinta come l’edera” pareva un  attentato al pubblico pudore, proprio come quando è parso un atto di riscatto anti razzista premiare un cantante per il  merito indiscusso di chiamarsi Mahmood o  dare il più alto riconoscimento ai ritornelli di denuncia dei misfatti manicomiali.

Gli si può dunque essere grati di scoprirsi democratici, acculturati e compresi della priorità da accordare alle battaglie delle donne, contro sessismo, machismo, violenza di genere, usufruendo di un monologo di Rula Jebreal  da dieci anni residente negli Usa da dove segue con costernata  partecipazione  il manifestarsi di pulsioni intolleranti, violente e razziste … in Italia.

Finirò per essergli un po’ grata anche io perché grazie alle sue pressioni sulla Rai non mi saranno inflitte  le previste interviste a  due delle più entusiaste officianti del totalitarismo economico e finanziario, Michelle Obama e Ophra Winfrey, due icone in quota rosa di quei target che Malcom X avrebbe definito “negri da cortile” e che noi potremmo chiamare “femministe da cortile”,  per catalogare opportunamente esponenti di minoranze oppresse quando scelgono una integrazione entusiasta e una fedeltà cieca al sistema coloniale e discriminatore per garantirsi ammissione e opportunità di successo e quando auspicano la meccanica sostituzione di maschi protervi, ambiziosi e arrivisti con femmine che possiedano le stesse qualità o possibilmente  in misura superiore per garantirsi carriere inarrestabili.

Ma è meglio che non lo dica.

Sse prima non esibisco le referenze di bistrattata,  di discriminata, di penalizzata di genere, perché la rivendicazioni dei diritti pare sia delegata a vittime più o meno prestigiose e non a una battaglia di tutte e tutti  per tutte e tutti, perché a forza di denunciare la sopraffazione cruenta si oscura quella solo apparentemente meno sanguinosa e che agisce condannando le donne a un destino sociale senza scelta, a soffocare talento e vocazioni, a recedere da ambizioni e aspettative professionali, in cambio dell’unico riconoscimento di ruoli affettivi e familiari ormai retrocessi a obblighi.

E se prima non sciorino le credenziali di antifascismo, quello di tanti  che ostinatamente non si limitano a essere contro Salvini o contro Trump, ma pure contro la Clinton o la Meloni, che gli interpreti della correttezza politica e della tolleranza indifferenziata custodiscono e proteggono per via dell’appartenenza sessuale anche se è dubbia quella al genere “umano”. E cui non basta Bella Ciao ma pretende anche l’Internazionale e pure Bandiera Rossa.

 

 

 

 

 


Antifascismo low cost

Sarno-EpiscopioOrmai più che rabbia si dovrebbe provare imbarazzo per il livello a cui è scaduto l’antifascismo, per la sua trasformazione in gadget della politica ad uso futile e improprio; si dovrebbe provare imbarazzo per la mediocrità, l’ipocrisia, la fatuità superficiale con cui il tema viene agitato dalle parti più reazionarie della società contemporanea tutta tesa, sia nelle sue espressioni collettive che individuali, a nascondere il fascista che è in noi. E’ quasi come quelle manifestazioni di omofobia che esorcizzano ciò che a tutti i costi non si vuole vedere, ma anche un effetto della caduta della capacità critica nelle sue forme più elementari, un espressione della gregarietà priva di intelligenza. Nelle ultime 48 ore il web è stato attraversato da un brivido sardinesco di giubilo per la notizia che il comune di Sarno ha tolto la cittadinanza onoraria a Mussolini concessa quasi un secolo fa. Bene, bravo bis, vedete come la battaglia antifascista va avanti dopo qualche happy hour in piazza e la condanna morale del feroce Salvini? Invece  la prima cosa che un persona di normale quoziente intellettivo dovrebbe chiedersi, prima di gioire, è come mai la cittadinanza onoraria al duce degli italiani non sia stata revocata nell’immediato dopoguerra e abbia resistito per 74 anni alla morte ingloriosa del medesimo. Le risposte sarebbero inquietanti, ma non possiamo pretendere che qualcuno si metta a riflettere su questo anche perché la massima parte delle persone ha solo una vaghissima idea degli eventi e sembra persino essersi scordata che Salvini ha già governato il Paese per parecchi anni e le sue leggi rimangono intatte nell’ordinamento normativo.

Se poi qualcuno avesse la minima dose di curiosità e non si fermasse alle tapas del discorso pubblico dovrebbe chiedersi come mai il sindaco della cittadina che sorge tra Napoli e Salerno, tale Giuseppe Canfora, abbia fatto le beau geste proprio adesso, visto che per altre due volte è stato primo cittadino di Sarno senza che gli saltasse in mente di revocare alcunché. Guarda caso la decisione è arrivata dopo la sua condanna in primo grado per tentata concussione riguardante il periodo in cui è stato presidente della Provincia. Chiarissimo il suo tentativo di “buttarla in caciara” e di trovare appoggio nell’antifascismo turistico e last minute che è ormai l’unico operante in questo Paese. Anzi i tempi della decisione sono maturati a ridosso delle manifestazioni ittiche di questi giorni che rappresentano appieno il renzismo di piazza e vi si collegano tentando di fare il massimo rumore possibile per attenuare i clamori giudiziari e le richieste di dimissioni per la legge Severino.  Così adesso il sindaco è diventato una sorta di eroe ad onta del fatti che dopo la strage del ’98 con la frana che uccise 160 persone, Lega ambiente denuncia che le opere costruite per evitare nuove tragedie sono state abbandonate, ostruite da fango, terreno e rifiuti di ogni genere, mentre non si è mai smesso di costruire edifici abusivi, cosa che può avere ulteriormente indebolito il terreno. Ecco un bell’esempio di antifascismo.

Invece di perdere tempo in equivoche chiacchiere da bar, tra una birra e un piattino, gli antifascisti farebbero bene a rivolgere la loro attenzione sull’asse Pd – Lega che si sta formando sottobanco attorno al progetto di abrogare la legge elettorale e tornare a un maggioritario puro: in questo modo non soltanto si darebbe un colpo alla democrazia orientandola verso le forme più precarie e fallimentari di rappresentanza, ma si favorirebbe da una parte Savini e dall’altra il Pd che potrebbe nuovamente accedere al ricatto del voto utile e fare eleggere i nuovi enfant gatè del sardinismo. In pratica si tratta di imporre agli italiani ciò che essi hanno già rifiutato e che del resto è fuori dalla Costituzione. Con la benedizione dal Colle di Mario Draghi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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