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Le nonnine di Tsipras

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non occorre l’antropologo per osservare come le donne al ristorante, nei locali pubblici, in balera, non vadano mai alla toilette da sole, ma accompagnate da altre sodali.

Chissà se è questo istinto primordiale a suggerire a Rossana Rossanda la frase «E ora dobbiamo evitare che quelle che saranno elette si ritrovino sole», che ha concluso la presentazione al pubblico di tre candidate alle elezioni europee per discutere di «un’Europa femminile», organizzato dall’Altra Europa con Tsipras, una delle componenti della lista La sinistra, che in quell’occasione ha distribuito il suo programma. Al suo fianco, al tavolo della presidenza c’era la candidata eccellente Luciana Castellina e un maschio preso in prestito per il solito generoso riconoscimento rispolverato quando servono i voti: «oggi in giro per il mondo le donne sono avanguardie contro i regimi», salvo uno, si direbbe.

Loro non sanno che dolore ci dà vedere la ragazze rosse «due vecchie comuniste, io vegliarda anzi », secondo Rossanda,  tornare togliattiane, con “i piccoli passi” che non lasciano impronte, a rivedere su quella tribuna una che in Europa c’è stata eccome e della quale si ricorda un blando impegno per la valorizzazione dell’ottava arte, non dissimile da quello di Zingaretti presidente della regione Lazio che sponsorizza cinepanettoni e serie tv.

O anche con “il meglio nemico del bene”, quando il bene per il quale invitano a votare le donne è rappresentato dalla parità di salario coi maschi per un lavoro precario, umiliante, avvilente e poco retribuito, quando la riscossa di quella che una volta si chiamava l’altra metà del cielo consisterebbe nella rottura del soffitto di cristallo planetario con la  sostituzione di genere, che punta a pari opportunità di potere, come se la massima aspirazione delle donne dovesse essere quella di occupare posti prestigiosi e autorevoli, consigli di amministrazione e poltrone ministeriali, postulata da Castellina che dice: «Quando parlavamo di dittatura del proletariato sostenevamo che ci doveva essere una rottura, così oggi per abolire il patriarcato ci vorrà, momentaneamente, un di più di potere alle donne», dove evidentemente imporsi e imporre un modello di supremazia mutuato da quello maschile E quando il manifesto  di Arruzzu e Fraser che condanna il femminismo liberale che vuole l’affrancamento di un 1% che eccelle e non del 99% delle oppresse a casa e fuori, quelle che i vetri rotti del soffitto di vetro spaccato li devono raccogliere in un mondo dove pare competa ai poveracci – ma alle poveracce due volte –pulire lo sporco di un “progresso” che ha prodotto l’impoverimento e la condanna alla miseria per miliardi di persone, un incombente disastro ecologico, guerre di razzia e ruberia, conseguenti migrazioni di massa e razzismo e xenofobia, espropriazione di diritti che si credevano acquisiti e inalienabili, molto citato nell’augusto consesso, fa dire a Rossanda: «Se fossi più giovane mi butterei nel sindacato per una lotta solidale con le altre donne».

E infatti la coalizione  che comprende la Lista per Tsipras, il guappo della Plaka che forse a qualcuna ricorda i robusti e scanzonati giovanotti del servizio d’ordine del Pci, peccato che lui sia si,  nel servizio d’ordine, ma della troika, ha finito per avere molte affinità con quel sodalizio stretto tra sindacati e confindustria, quel patto francamente osceno stipulato dalle parti sociali perché il completamento del processo dell’Unione europea riassuma le fattezze della radiosa visione di Ventotene. Come se la garanzia “di una pace duratura in tutto il nostro continente” non rammenti il famoso motto di Galbraith: opulenza privata e pubblica miseria, concordia in casa quindi e conflitti fuori, per razziare, sfruttare e ridurre in servitù, oltre il mediterraneo ma perfino oltre confini vicinissimi come nelle geografie dell’ex Jugoslavia, e come se quell’utopia che “ha unito i cittadini europei attorno ai valori fondamentali dei diritti umani, della democrazia, della libertà, della solidarietà e dell’uguaglianza”, non venga ogni giorno abbattuta come la statua di un regime aborrito perché ostacola crescita e ordine, quello delle democrazie nate dalle resistenze nazionali e dalle loro carte costituenti.

Il fatto è che l’unità Europea, «Un tema enorme, dice Rossanda, perché oggi l’Unione e l’Italia debbono decidere l’orientamento, la direzione di questo continente», è diventato un atto di fede da celebrare pena l’espulsione da quel consorzio civile che accoglie gli immigrati che servono, a cominciare dalle immigrate sulle quali le privilegiate possono scaricare il lavoro della riproduzione e della cura, senza mettere in discussione le cause che sradicano popolazioni dalla loro terra, per guerra, paura, fame e sete, che condanna il fascismo al Salone del Libro, ma finge di non vedere quello in fabbrica, nei magazzini di Amazon, nei call center di Eni e Tim, nelle buone scuole, nelle piazze, nelle banche criminali. O un autodafé, la proclamazione pubblica della nostra colpa per aver vissuto sopra le possibilità concesse dal capitalismo quando gli servivano cittadini convertiti in consumatori, obliteranti pronti a ubbidire in cambio di standard minimi di benessere, in cambio di libertà e autonomie limitate, desideranti da appagare con la promessa di una futura sicurezza conquistata a suon di rate, mutui, assicurazioni e bolle, tutti ormai condannati a abiura e rinuncia di diritti e autodeterminazione.

L’obiettivo che si è data questo fittizio organismo “sovranazionale”  è quello di annullare la volontà e capacità delle classi subalterne di incidere sul processo decisionale per quanto riguarda il bilancio pubblico e le politiche economiche e sociali, per favorire  la riduzione e l’annullamento della sovranità democratica diminuendo e aggirando i parlamenti e rafforzamento gli esecutivi nominati da Bruxelles e dall’asse anche quella differenziata che ha siglato il Trattato di Aquisgrana  per promuovere e rafforzare profitto su scala mondiale.

«Quando avevo 18 anni, riporta il Manifesto compiaciuto le parole di Rossanda, mai mi sarei sognata di accettare un lavoro precario per anni, e non capisco come facciamo oggi a sopportarlo». Lo capiscono benissimo quelli che non sono nati illuminati, che non appartengono a dinastie e cerchie del privilegio, quelli che si sbattono per un sotto e para contratto precario, quelli che non sono rampolli di intelligenze critiche mandati a formarsi nelle capitali dell’impero oltreoceano, quelli che non basta la raccomandazione e nemmeno anni di parcheggio nei diplomifici per vedersi concedere un incarico.

Non saranno le elette a essere lasciate sole, sono loro che hanno lasciato soli noi.

 

 

 

 

 

 

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L’ Antifà

fiera_del_libro_torinoSi potrebbe pensare che cancellare i diritti del lavoro, aumentare le disuguaglianze sociali, aggredire il welfare e dunque la cittadinanza, ridurre in maniera subdola la libertà di espressione, avere un’informazione che considera cosa normale, come abbiamo appreso in questi giorni, nascondere le notizie scomode e incarcerare chi le rivela, sia l’essenza del fascismo, un distillato velenoso che va oltre le forme storiche in cui si è incarnato nella prima metà del secolo scorso. Invece vediamo con una certa sorpresa che proprio chi ha dato avvio alla post democrazia, alla distruzione del welfare e delle conquiste sociali presentandole come una sorta di lusso che non ci si poteva più permettere, che ha volentieri chiuso gli occhi, ma non la borsa di fronte alla tracotanza di formazioni di chiara marca, come si diceva una volta, adesso vede fascismo dovunque dopo una quasi totale cecità, dando anche uno spettacolo penoso alla fiera del libro di Torino, dove gente da talk show e wuminghiate misura angosciosamente se gli conviene di più restare o disertare in vista delle vendite.

Invece di combattere Salvini con argomenti sensati e con domande che potrebbero facilmente rivelare l’inconsistenza del personaggio oltre le vaghe formulette sul disagio delle periferie e sull’immigrazione, anzi più che l’inconsistenza, la sua adesione al modello neoliberista e ai suoi strumenti cui rimprovera unicamente la carenza di manganelli e manette, ma anche di aree di impunità per chi può, ci si lascia andare a queste sceneggiate pre elettorali di sapore capalbiese.  Però sarebbe ingenuo pensare che tutto questo sia un fatto italiano: da molti anni il fascismo è diventato l’alibi con cui l’elite globalista ha confuso le acque, salvo tacere del fascismo che nel frattempo produceva. Pensiamoci per un  attimo: nel mezzo secolo successivo alla guerra e all’immediato dopo guerra  il nazifascismo era stato quasi dimenticato dai mezzi di comunicazione di massa e non solo: quanti film ricordiamo – a parte qualcosa del neo realismo italiano – che trattassero di quella tragedia? Appena qualche decina  e a parte pochissimi come accessorio della guerra. Poi tra il finire del secolo scorso e l’alba del nuovo secolo quando ci si sarebbe potuto aspettare una graduale calo di tensione il tema sembra essere esploso con centinaia di film e sceneggiati di produzione hollywodiana, immediatamente imitati altrove. E’ una singolare inversione di tendenza in un mondo nel quale non mancano le guerre, le stragi, l’arroganza del potere e che ha tuttavia le sue ragioni.

Nel dopoguerra molti dei dirigenti e dei ceti compromessi col fascismo rimasero sostanzialmente al loro posto perché mentre la guerra si tramutava in fredda non era il caso di andare troppo per il sottile nel fronteggiare il pericolo rosso, anzi spesso le estreme destre erano utili alla governance in virtù del comune anticomunismo, fornivano carne da cannone per i vari gladi o le operazioni terroristiche. Erano insomma il cane da guardia del potere Usa, anche se formalmente venivano tenute ben nascoste nella cuccia. Poi con il dissolvimento dell’ Unione sovietica e la scomparsa di un nemico adatto a nascondere le sempre maggiori contraddizioni di un pensiero unico che apertamente invocava diseguaglianza come motore economico e come antropologia, ci fu bisogno di fondare il sistema sulle fondamenta della sconfitta del nazifascismo, anzi di intestarsene la totale proprietà, escludendo l’Urss che era stata la maggior protagonista di quella vittoria. Di qui una fioritura di antifascismo puramente narrativo e non politico per rammentare le nobili origini quanto più il sistema stringeva la corda attorno ai ceti popolari o quanto più quel periodo riverginava le brutture e le stragi del presente. Dal quasi niente di prima si è arrivati partendo dall’anno 2000 (ho fatto un conto sommario) a quasi 300 film , una ventina di serie televisive, circa un migliaio di libri direttamente dedicati, per non parlare dei riferimenti diciamo così laterali che praticamente prendono il 70% delle produzioni. Insomma il fascismo storico serve a nascondere quello presente e,  grazie a questa opera di trascinamento psicologico , è diventato anche il convitato di pietra delle campagne elettorali, visto che il sistema non ha molti argomenti da portare al mulino della propria credibilità. Ed è anche in questa prospettiva che va vista, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, lo sdoganamento, la noncuranza se non l’aiuto a movimenti e gruppi dell’estrema destra che così potevano comunque testimoniare l’esistenza del problema.

Ora la vicenda Assange contro cui si scagliano i migliori ancorché presunti antifascisti locali, la violentissima repressione armata contro i gilet gialli in Francia, le menzogne mediatiche diffuse per giustificare guerre, possibili grazie al possesso effettivo dei mezzi di comunicazione di massa, la politica nefanda delle sanzioni,  l’appoggio a regimi ignobili, magari appositamente creati, gli ideologismi economici e quelli culturali, sono, assieme agli allegati della disuguaglianza sociale, una forma di fascismo, un fascismo non più dittatoriale dittatoriale, ma di mercato.  In fondo non meraviglia che la protesta antifascista si addensi sul salone del libro perché vi partecipa una formazione di estrema destra che nel tempo ha ricevuto molti regali da quegli stessi ambienti che si indignano: in fondo è solo fiction.


Antifascismo prêt-à-porter

partigiani

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Primavera è nell’aria, splende il sole, chi non vorrebbe vedere sventolare le rosse bandiere nelle piazze piene di belle facce di giovani e vecchi, mentre dagli altoparlanti arrivano le note di Fischia il vento e dell’Internazionale?

E in questi giorni succede perfino che si sia grati allo scontro tra  l’antifascismo prêt-à-porter che potrebbe sfilare più appropriatamente a Montenapoleone o a Via Caracciolo o a Via Condotti e quelli che, anche grazie alla missione pacificatrice condotta dal revisionismo e negazionismo progressista, raccomandano di andare al mare per non partecipare a un rito divisivo. Perché per certe coscienze in stato di letargia e appena occasionalmente risvegliate grazie alle esuberanze dell’infamone all’Interno, riproporre certe liturgie fa sentire a posto, fa sentire partecipi di una cerimonia e di un pensare collettivi nel quale si è compiaciuti di riconoscersi, come dimostra il successo delle primarie del partito che più di ogni altro ha contribuito a trasformare il 25 aprile in una commemorazione destinata a esaurirsi dolcemente con la morte dei partigiani dell’Anpi, indegni peraltro di dire la loro in occasione del referendum di “revisione” della Costituzione nata dalla loro lotta.

Per la verità anche chi pubblica le massime del Che non vergognandosi di essere sentimentale, avrebbe voglia di far festa, anzi avrebbe voglia che il 25 aprile cadesse tutti i giorni per ricordare che il fascismo non è stato cancellato con un tratto di penna tanti anni fa, che non è tornato su come un rigurgito avvelenato, ma c’è sempre stato in forme meno appariscenti, meno virulente magari, meno sfrontate e esplicite perché è  “il cerchio di ferro che serve a tenere assieme la botte sfasciata del capitalismo” anche se oggi pare più una comoda fascia elastica. Lo vorrebbero soprattutto quelli che sanno che la resistenza è un processo incompiuto perché a differenza di quello che dicono i media ufficiali, i libri della Buona Scuola, i commemoratori di professione, chi ha combattuto non voleva solo la liberazione dagli occupanti, nazisti e fascisti, ma un modello di società liberato appunto da sfruttamento, repressione, speculazione, corruzione, come dimostra la battaglia dei “consoli” europei dell’impero contro le democrazie e le carte costituzionali nate da quel movimento popolare.

Ma è proprio questa verità così semplice e così antica che suona inaccettabile per chi ha motivato la necessità di dire che la sua fiamma tossica si era spenta, per esaurire l’antitesi antifascismo e fascismo in modo da liquidare la contrapposizione più scomoda e molesta, quella tra sistema economico totalitario e lavoratori  e che interpreta anche quella tra totalitarismo e cittadini.

Perché  a guardarsi intorno non è peccato da malpensanti dire che il fascismo intride la nostra società e infiltra le istituzioni  se il prefetto di Savona ordina di deviare il pericoloso corteo del 25 che minaccia di sfiorare la sede di Casa Pound, cui un sindaco riformista ha concesso una lussuosa dimora, e che viene invitata a dibattiti, anche quelli indetti da gloriose testate, con alcuni giornalisti molto noti in Italia;  se i prefetti di Milano permettono le commemorazioni di macellai di ieri e oggi nei cimiteri della città;  se Boldrini riceve da presidente della Camera un esponente di primo piano dei neonazisti ucraini, e  se i ministri più influenti del governo vanno col cappello in mano a svenderci a emirati e sceiccati dispotici; se una canzone viene considerata sobillatrice di istinti sovversivi,  e se viene condannato un europarlamentare che osa dire che il capo di Forza Nuova è fascista;  se a srotolare lo striscione inneggiante a Mussolini a piazzale Loreto a Milano sono stati gli irriducibili della Lazio, una delle tifoserie più note per intemperanze, ma ciononostante blandite da club, forse dell’ordine e titolari di dicasteri. E se si è permesso che l’amministrazione della giustizia e i suoi tutori venissero attaccati e infangati per difendere interessi privati e per punire i delitti di povertà anche grazie a una interpretazione della sicurezza come salvaguardia dell’ordine costituito, messo a rischio da immigrati e marginali, e protetto da forze dell’ordine sottopagate e ridotte di numero e quindi ricattate e tenute in stato di soggezione.

E se l’offensiva contro cittadini e lavoratori è stata realizzata da coalizioni di centro sinistra, che hanno attuato perverse misure di austerità, volte al crollo della domanda interna, cravatte e nodi scorsoi alla spesa sociale e alle amministrazioni locali, leggi sulla previdenza e sulle relazioni industriali, gli attentati al diritto di sciopero, dimostrando che non occorrono i neo fascisti e i post fascisti se a fare il lo sporco mestiere ci sono i riformisti.

Gli stessi che oggi rivendicano il “loro” antifascismo, utilizzando la paura della sua recrudescenza o addirittura della sua rinascita come spauracchio per rappresentare la sopravvivenza dello status quo come un male necessario per evitarne uno  peggiore. E per nascondere dietro alla minaccia il fascismo che c’è già, in qualità di declinazione repressiva, iniqua, razzista, autoritaria, ignorante e rozza dell’ideologia dell’establishment, che dura inattaccato e inviolato e che non ha avuto bisogno – come successe nella repubblica di Weimar e nemmeno in Italia con al salita al potere di Mussolini, della recessione e della deflazione, perché sono bastati i patti stretti con la Nato, con l’Ue, per bloccare salari e investimenti sociali, è bastata la  liberalizzazione dei mercati finanziari, per stabilire l’egemonia finanziaria svincolata da ogni controllo, per consolidare il primato del profitto e il dominio padronale, per testimoniare che la lotta di classe c’è ma alla rovescia, come aggressione contro gli sfruttati.

Si ci piacerebbero le piazze piene. Ma che piazze sono se insieme agli antifascisti – che non si limitano a istanze di carattere umanitario, all’ambientalismo della green economy, al femminismo che postula la sostituzione di genere nei ruoli di comando del sistema, all’accoglienza come piazza del mercato per forza lavoro a basso prezzo, ma che si battono per una alternativa anticapitalistica – ci sono quelli che hanno ridotto le loro speranze e i loro bisogni al meno peggio, al già noto, alle ammucchiate degli efficientisti, dei tecnici, dei competenti in conservazione delle incertezze, insicurezze, precarietà, disuguaglianze vigenti nel timore che  perfino loro, che di solito hanno il culo al caldo, possano provarne di peggiori, all’assemblaggio di aggeggi e pezzi sfusi da Macron a Tsipras da Calenda alla Castellina.

Sono loro che hanno messo l’antifascismo in un baule in soffitta come fosse un vecchio arnese impolverato e che oggi lo estraggono e lo agitano come fosse una bandiera, magari a 12 stelle,  da sventolare per raccogliere consensi intorno alla difesa dei loro privilegi, delle loro poltroncine, dei loro manager, delle loro banche, dei loro binari bene oliati e delle loro gallerie illuminate, dei loro giornali e dei loro algoritmi, delle loro facoltà di economia e marketing e delle loro dinastie di killer.

Sono loro che l’hanno convertito in un movimento di opinione al quale basta l’adesione su Fb per confermare la fidelizzazione alla globalizzazione, alla modernità, al progresso, ricreando l’angusta antitesi tra loro, beneducati, benvestiti, acculturati, proattivi, e gli altri, i beceri, i maleducati, gli ignoranti. Ma anche i disfattisti, gli snob, quelli che troppo vogliono, i maicontenti, i fastidiosi utopisti, quelli che sperano, quelli che sognano, quelli che vogliono tutto, anche se sanno che non è subito.

A noi non resta che rispondere con la nostra di bandiera, rossa.

 

 

 

 

 


Milano, capitale dell’antifascismo di mercato

imageAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il 23 marzo hanno in animo (ammesso che lo detengano) di convergere a Milano almeno 2000 fascisti e nazisti da tutta Europa   in occasione delle celebrazioni dei 20 anni degli ZetaZeroAlfa, la band di CasaPound, per dare vita ad un concerto-raduno, il terzo del genere dopo quelli del 2013 e del 2015, quando vennero festeggiati i 20 anni degli Hammerskin.

A differenza di allora, il sindaco Sala dolorosamente colpito dall’improvviso e inatteso manifestarsi di un rigurgito neo fascista del terzo millennio in Italia, si è duramente espresso su Facebook: auspico che il Prefetto e il Questore la vietino, scrive. Non accetteremo mai alcun tipo di raduno, corteo o iniziativa che inneggi e celebri il fascismo nella nostra città. Milano è e resterà sempre una città profondamente antifascista. Sono loro – ha ricordato – che decidono se autorizzare o meno una manifestazione: qualunque essa sia, concerto o altro. Dimostrando di non fatto il ripasso delle funzioni e delle competenze attribuitegli con le recenti e non recenti misure in materia di ordine pubblico urbano e pure di quelle che permettono a un sindaco di centro sinistra di concedere in generoso omaggio uno stabile ai festeggiati del 23, ma invece non autorizzano un successore 5stelle a cancellare  l’inappropriata disposizione, anche in caso di morosità dei beneficiari.

Guardando al passato c’è poco da stare tranquilli: se il 25 aprile del 2017 il prefetto di allora vieta alle formazioni fasciste-naziste contrassegnate da varie sigle di entrare in corteo nel cimitero Maggiore di Milano, a Musocco, e commemorare con atti apologetici i soldati della Rsi sepolti al campo 10, subito dopo, il giorno 29,  quattro giorni dopo un  raggruppamento dei tanti movimenti fascisti, neofascisti, neonazisti, nazionalsocialisti, razzisti, (non meno di 1000 militanti, forse 2000?) preparano  una  parata per la  celebrazione al Musocco  del camerata Sergio con l’esplicito obiettivo di offrire una rappresentazione plastica  e muscolare della compattezza  del blocco nero e dei suoi militanti, intorno non più alla retorica rievocativa del passato, ma aggiornata e adeguata ai principi e alle pratiche effettive di neo-nazionalismo oltranzista, razzismo, odio verso l’immigrato, omofobia, decontaminazione etnica.

Eh lo so, tocca accontentarsi di un sindaco che alla manifestazione nazionale “People. Prima le persone”   si è autocandidato  come “leader diverso per una città inclusiva”, che ha proclamato di fare di voler fare Milano un santuario dell’accoglienza, in barba  al reato di indifferenza e di omissione commesso all’atto dei repulisti etnici alla Centrale, anche quelli con tutta evidenza di competenza del questore e del prefetto. E che mentre accoglie virtualmente gli stranieri, non si perita di cacciare i residenti più poveri, costringendoli a una immigrazione per ora  non troppo remota, decentrando la città degli studi e i suoi giovani, in modo da far spazio  agli emirati, alle multinazionali, alle imprese di costruzioni e alle finanziare immobiliari. E tocca accontentarsi anche di un’opinione pubblica di rito ambrosiano che alla prima della Scala tributa un applauso a Mattarella che ha appena firmato il decreto sicurezza senza nemmeno tentare una moral suasion, lungo quanto quello riservato a un altro monello del prodotto-sindaco, il  disubbidente di Riace, molto propagandato ma non altrettanto emulato nella capitale morale.

Anche il mio computer è stufo di scrivere su questo antifascismo di facciata, che ormai è ora di chiamare col suo nome, antifascismo di mercato, perché da solo dare voce alle fanfaronate propagandistiche di marca umanitaria a condizione che non intacchino, anzi nemmeno alludano, alla lotta al sistema economico e finanziario che ormai ha preso la forma del totalitarismo, tanto influenza principi, valori oltre che attitudini e comportamenti, allietandoci con l’illusione che basti partecipare a un flash mob colorato per uscire dalla condizione di concreta impotenza nella quale siamo precipitati con una certa dose di correità.

A guardare indietro come l’angelo della storia ma anche a guardare al presente come piace a chi preferisce la cronaca, è vero che siamo stati un po’ meno fetenti colonialisti di Gran Bretagna e Francia, ma è anche vero che abbiamo partecipato a campagne imperialiste travestite da export di democrazia, proprio quelle che determinato gli esodi forzati.

E’ vero che a differenza che nel ventennio esiste una molteplicità di fonti di informazione, ma è altrettanto vero che una verità ufficiale ci viene imposta da un sistema pubblico non indipendente, né  dai partiti né tantomeno dal mercato. E’ vero che non c’è un partito unico, né – apparentemente – un sindacato unico, ma è altrettanto vero che da anni assistiamo a un impoverimento dell’assetto parlamentare in funzione di un rafforzamento dell’esecutivo e del ricorso ai voti di fiducia, che è stato provvidenzialmente ostacolato dalla volontà popolare, speriamo almeno per un po’, a differenza di quanto è avvenuto per tanti referendum traditi.  E è vero che le nostre non sono le scuole di libro e moschetto, ma è altrettanto vero che la privatizzazione dell’istruzione ha promosso la conversione del sapere e della cultura in formazione al lavoro servile, l’omologazione dei talenti, la selezione del ceto dirigente per censo, meriti dinastici e rendite.

Ma soprattutto è vero che anni di pacificazione, di indulgenze, di attenzione per i fermenti innovatori dei fascistelli che hanno dismesso l’orbace, quelli solidaristici di Casa Pound, quelli antiatlantici e antimperialisti quelli ecologisti, perfino la critica al consumismo a al capitalismo crematistico finanziario, sono la colpa e la condanna della sinistra che credeva di sopravvivere integrandosi nell’ideologia neoliberista, diventata la casa comune e condivisa.

Il leghismo venuto su a forza di tolleranza e ammirazione per le costole date in prestito, gli sparuti gruppi di provocatori e violenti, i musicisti in divisa naziskin hanno proliferato in assenza di una forza politica e popolare capace di sviluppare una critica di classe e anticapitalistica. Abbiamo l’obbligo di rimandarli nelle fogne, non aspettiamoci che lo facciano i padroni delle cloache che gliele hanno concesse a titolo gratuito.

 

 

 


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