(prima parte)

Che cosa accadrà da oggi in poi? Si possono ovviamente fare solo delle ipotesi, sulla base dei dati e delle evidenze di cui siamo in possesso e tenendo conto del dibattito che seppur sottopelle , ma tenendo presente  che stiamo entrando in una logica che rende imprevedibili le azioni e le reazioni. Guardando agli Usa entro il quarto trimestre del 2026, le riserve strategiche di petrolio si avvicineranno ai minimi tecnici, eliminando la capacità dell’amministrazione di sopprimere i prezzi del petrolio attraverso interventi sul mercato. I costi energetici saliranno a livelli tali da innescare  fallimenti a cascata  nei settori dei trasporti e della logistica, fattore  che causerà interruzioni nella distribuzione alimentare nelle principali aree metropolitane. La Federal Reserve, stretta tra l’accelerazione dell’inflazione e la fragilità del sistema finanziario, si troverà di fronte alla scelta impossibile tra difendere la valuta o prevenire una crisi del debito sovrano, probabilmente tentando di mettere rimedio a entrambe le cose senza tuttavia effettive speranze di riuscirci. Le elezioni di metà mandato del 2026, qualora si svolgessero come previsto, si terranno in un contesto di inflazione al 6-7%, tassi ipotecari al 7% e palese fallimento militare nel Golfo. La risposta politica – che probabilmente comporterà l’ampliamento dei poteri di emergenza e la sospensione delle norme procedurali – accelererà la  crisi di legittimità  già evidente nei sondaggi, che mostrano come la maggioranza degli intervistati, a prescindere dall’appartenenza politica, ritenga che “il sistema sia truccato”.

Entro la metà del 2027, in assenza di una riapertura di Hormuz, il sistema alimentare globale si troverà ad affrontare  un collasso strutturale. Le nazioni dipendenti dalle importazioni in Nord Africa, Medio Oriente e Asia meridionale saranno teatro di migrazioni di massa che faranno apparire insignificanti le precedenti esperienze a cominciare dal 2015. I controlli alle frontiere europee, già al collasso, crolleranno completamente, generando le crisi demografiche e di sicurezza liquidate finora dalle istituzioni tradizionali come xenofobia. Lo status di valuta di riserva del dollaro non crollerà catastroficamente, ma si eroderà gradualmente, man mano che i paesi Brics+ finalizzeranno gli accordi bilaterali sulle valute e i produttori di materie prime richiederanno il pagamento in oro o yuan. Questo processo, già in corso, accelererà quando la monetizzazione del debito americano e diventerà impossibile da ignorare, generando lo  scenario di stagflazione e finendo per distruggere il consenso residuo nel sistema. L’  impatto psicologico  di un prolungato declino strategico – ciò che alcuni storici di ambiente anglosassone definiscono “malinconia imperiale” – sta generando ormai da parecchi anni, una politica di  fantasia compensativa, in cui l’innovazione tecnologica (intelligenza artificiale, criptovalute, colonizzazione spaziale) funge da difesa psicologica contro la consapevolezza della contrazione materiale. I miliardi investiti in “centri dati” che fungono da infrastrutture di sorveglianza, le meme coin che estraggono valore dagli investitori al dettaglio, i progetti di “città intelligenti” che tracciano e monitorano le popolazioni – non rappresentano progresso, ma  pensiero magico sotto mentite spoglie tecnologiche.

C’è anche in tutto questo una  dimensione biologica della crisi – il calo della fertilità, il crollo dei livelli di testosterone, i livelli epidemici di dipendenza da farmaci psichiatrici, il misterioso eccesso di mortalità post pandemia documentato dagli attuari delle compagnie assicurative, ma che i media e i responsabili della sanità si rifiutano di indagare e persino di ammettere – suggerisce una popolazione troppo compromessa fisicamente e cognitivamente per poter mettere in atto la risposta collettiva che le crisi storiche e di potere hanno in passato suscitato. Il programma del “Grande Reset”, rappresenta il riconoscimento da parte dell’élite che la popolazione attuale deve essere  gestita attraverso il suo declino: un calcolo malthusiano che non osa pronunciare il proprio nome ma che, a prescindere da ciò, orienta le politiche. Insomma dopo 80 anni di assoluta egemonia americana, si sta consumando una crisi ad una velocità che non può essere in alcun modo seguita da un ricambio politico e istituzionale di cui tuttavia si sente l’urgenza. E tutti noi saremo trascinati in questo gorgo. Con quali conseguenze è impossibile dire, ma con la possibilità che si creino eventi catastrofici, come una guerra nucleare o collasso energetico. Di fatto l’impero occidentale nato, all’interno dell’egemonia americana, sta tirando gli ultimi: il debito non può essere ripagato, l’imperialismo non può essere sostenuto, persino il contratto sociale non può essere ripristinato.  E l’unica via di uscita, non diversamente da altre stagioni di fine impero, sta probabilmente nella ricostruzione delle capacità locali di produzione alimentare, generazione di energia, garanzia della sicurezza, creazione di valuta e ritorno a una decente socialità. Insomma in una sorta di strategia adattativa che si oppone al fallimento sistemico.