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Quelli cui i poveri fanno schifo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La filosofa  Martha Nussbaum ha scelto il termine nausea per definire quell’istintivo sentimento di ripulsa che “tutti” nutrono nei confronti di chi è diverso, attribuendolo anche a chi vanta appartenenze militanti al progressismo laico e tollerante, che non sarebbe esente da una recondita riprovazione per inclinazioni, abitudini, tratti somatici, afrori, di altre etnie o soggetti  “difformi” che potrebbero costituire un rischio per le convenzioni e l’equilibrio sociale.

Dalla Nussbaum,  americana, non si può pretendere troppo anche se è lodevole l’intento di denunciare, storia alla mano, i danni del puritanesimo combinato con l’ideologia della political correctness, praticata soprattutto da quelli che è ancora legittimo chiamare radical chic. E quindi sottovaluta non sorprendentemente l’aspetto classista che assume la “nausea”.

E difatti non solo Cassius Clay scoprì di non essere più “negro” quando divenne campione, ma  i “froci” restano tali a dispetto di Zan, se non sono stilisti, cantanti, attori e coiffeur prestigiosi, e invece vivono doppiamente marginali in squallide periferie dove l’omofobia è un merito e una consuetudine proprio come lo è per Berlusconi, che fece scuola con una sua massima diventata proverbiale.

Ecco per estensione, dopo i “tumulti” e i “tafferugli” – così sono stati definiti dalla stampa che ripropone questi desueti stilemi quando in piazza non sfilano le madamin, bensì la “marmaglia” –  delle categorie sofferenti a causa dell’insana gestione dell’emergenza, possiamo dire che Cracco resta chef, mentre i biechi addetti alla ristorazione, proprietari, cuochi, lavapiatti, pizzaioli e camerieri in crisi nera sono innegabilmente fascistoidi evasori che non meritano solidarietà, mentre la esige l’elegante antiquario che ogni tanto va a procurarsi merce e a rivenderla a caro prezzo nei mercatini dell’antiquariato,ancora celebrato come custode della creatività patria e non assimilabile ai miserabili ambulanti che berciano davanti a Palazzo Chigi, rei di non avervi dato lo scontrino della patacca che sareste pronti a pagare cento volte di più e senza ricevuta a Via del Babuino.

Guai a voi se lo fate presente, perché con la corte dei miracoli brutta sporca e cattiva che ha sfilato in questi giorni nelle città spettrali con le serrande tirate giù, le vetrine impolverato col cartello della vendita giudiziaria, si è visto manifestare qualcuno, anzi gli unici, che ormai è lecito chiamare “fascisti”, risultato recente cisto che si tratta degli stessi cui il fondatore del Pd aveva concesso in comodato una sede prestigiosa, gli stessi che per anni sono stati invitati in costruttivi contraddittorii a seminari e tavole rotonde nelle feste dell’Unità, in tutto omogenei con la forza che secondo autorevoli politologi dovrebbe costruire la nuova destra di cui abbiamo bisogno.

E se ci sono loro è lecito allora astenersi, magari con le dovute cautele solidarizzare da casa, avendo da tempo anticipato le modalità dello Smartworking e dalla Dad con la militanza “agile”.

Tanto è vero che non solo non si è in presenza alle manifestazioni con mascherina dove possono materializzarsi Sgarbi o Montesano, ma quando vanno in piazza restano in quattro gatti i no-Triv invisi ai presidenti di regione che vogliono rivedere le autorizzazioni per non perdere qualche opportunità di sviluppo, le associazioni e i cittadini  che da anni combattono contro la militarizzazione dei nostri territori da parte della Nato, alla quale tutte le forze politiche dell’arco costituzionale hanno nuovamente giurato fedeltà, i senzatetto che si moltiplicheranno dopo lo sblocco degli sfratti, e pure i rider e i dipendenti di Amazon, con i quali qualcuno ha solidarizzato rinviando al giorno dopo l’acquisto del cacciavite o l’ordinazione degli springrolls.

In un momento nel quale impera il dominio dei patentini c’è da aspettarsi che qualcuno proponga  che chi protesta si munisca di un lasciapassare di credo e attivismo democratico – requisito di sempre più difficile definizione in vista della sospensione di garanzie, prerogative e diritti compreso quello al voto- che sostituisca il permesso della autorità, con esclusione probabile degli  scioperi e fermenti di quei lavoratori che non si persuadono della fortuna che hanno avuto e che non partecipano e concorrono alla ricostruzione e alla valorizzazione del loro ruolo di “capitale umano”.

Certo sarebbe tutto più facile così, in modo che si realizza compiutamente quel carattere che ormai contraddistingue il progressismo in forza al neoliberismo, che con le masse è pronto a camminare tra passi avanti, cento passi indietro, per non rischiare, ma mai al fianco temendo il contagio di certa gentaglia, la stessa, peraltro, che partecipa fruttuosamente alla tenuta del governo, dove è solo casuale che Sgarbi non sia stato chiamare a fare il sottosegretario ai Beni Culturali, dove continua a dettare le regole del gioco l’energumeno incarnazione del Male più sgangherato e plebeo.

È che regna gran confusione sotto i cieli, volontaria e spontanea, nutrita tra l’altro dalla nausea liberamente concessa quando si è  autorizzati a marchiare di fascisti tutti quelli che sono stati lasciati soli dall’antifascismo pret à porter, quello che proprio non si convince che a volere la Tav non sono solo le cordate dei capitalisti disegnati da Grosz, ma tutte le forze che partecipano del governo e che, tutte, concordemente approvano i capisaldi di cemento del “rilancio” a base di grandi opere infrastrutturali, comprese le alte velocità, ad esclusione dell’unica componente di opposizione, la Meloni, che non si autodichiara fascista solo, lo dice lei, perché è nata tardi.

Come definire questi schizzinosi cinti d’alloro per via della loro pretesa di innocenza che sfida l’integralismo, questi risparmiati per caso dalla falce delle misure emergenziali solo perché dichiaratamente inessenziali e dunque esentati dalla trincea perché, ci siano o non ci siano, poco cambia in vista di un futuro dove le uniche forme di lavoro saranno quelle manuali e servili, se non con la qualifica di culialcaldo,  appartenenti a un ceto moralmente superiore e dunque legittimato a dare pagelle e riconoscimenti non solo dei meritevoli di risarcimenti e aiuti, ma pure della loro veste di vittime, onore riservato solo a chi può esibire certificato di reduce del Covid o la patente “iorestoacasa” di resiliente del lockdown.  

In momenti più favorevoli era possibile riservare loro una certa compassione: presto pagheranno il conto presentato dal lavoro agile, dalla distruzione creativa che farà giustizia di tutte quello che è Piccolo, quindi la maggior parte dell’economia nazionale, per favorire le concentrazioni in un Grande megalomane, bulimico e forestiero, dalla diminuzione del potere d’acquisto, dalla definitiva cancellazione dello Stato sociale insieme allo stato di diritto e allo stato nel suo insieme incaricato solo di fare da elemosiniere a multinazionali avide.

E pagheranno, da soli nelle loro case, se le avranno,  anche quello presentato dalla storia, perché,  hanno creduto che quelli che forti di una tradizione e di un mandato traditi ci hanno svenduti e umiliati, fossero compagni che sbagliano mentre erano camerati che eseguivano scrupolosamente gli ordini del fascismo globale.


Un Tubolario per la Meloni

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Puntuale come la pioggia sul picnic di pasquetta, Galli della Loggia si è esibito nel disegnare la fisionomia della destra che  serve al Paese, forse per non farci rimpiangere l’indimenticato Tubolario, inventato negli anni ’80 da due geni, Marchi  dell’Istituto di Biostatistica ed Epidemiologia dell’Università di Pisa e Morosini, direttore di laboratorio dell’Istituto Superiore di Sanità (che per competenza e scatenata ironia ci servirebbero più che mai di questi tempi), il rullo a segmenti girevoli con i suoi  10 milioni di frasi “assolutamente casuali e gratuite”, luoghi comuni, stereotipi ed altre forme più o meno omologate, che si ripetono nel  chiacchiericcio della politica ormai  simile a quel brusio dei matti in manicomio ben descritto da Foucault.

Prendendo spunto dal “caso” Fratelli d’Italia “accreditati da tempo di una futura avanzata elettorale che potrebbe tradursi domani in un importante ruolo di governo”, l’autore raccomanda al partito della Meloni di “darsi una veste ben più convincente di quella sommaria e prevedibile, sempre tentata da toni d’opposizione a prescindere e talora schiettamente reazionari”.

E come non comprendere il suo tono accorato. Di ben altro ci sarebbe bisogno in Italia che di una destra, cito,  divisa “tra il populismo arrabbiato della Lega e il vaporoso liberalismo di Forza Italia”.  

Pur scoraggiato il nostro si presta però a suggerire a Fratelli d’Italia una strada di redenzione dall’atteggiamento sottomesso di oggi che si manifesta “in una postura difensiva contro le smargiassate dell’antifascismo di professione”, per “aspirare a rappresentare   quella destra conservatrice che nella seconda Repubblica non c’è mai stata…. assai diversa dal passato, quando a essere conservatori erano innanzi tutto le élite sociali e i grandi interessi economici, oggi passati invece in tutt’altro campo”.

Attingendo al tubolario di Galli della Loggia estrapoliamo quello che dovrebbe diventare il pilastrodel melonipensiero, scusate l’ossimoro: “l’anima di una destra conservatrice non potrebbe essere rappresentata oggi che da una forte cultura nazional-istituzionale centrata sulla dimensione dello Stato”, quello Stato strumento principe, in vista di due obiettivi di cui le nostre società sempre più avvertono l’urgenza, “lo sviluppo della coesione e della solidarietà sociali”, unico in possesso del  potere e dell’autorità  necessari a dettare regole limitatrici degli istinti bestiali scatenati dalla globalizzazione.

Insomma depone nelle manine della focosa leader troppo giovane, dice lei,  per poter essere compiutamente fascista, il delicato incarico di farsi depositaria attiva  degli ideali e delle azioni necessarie “per salvare il capitalismo innanzi tutto da se stesso e dalla sua suicida deriva finanziaria,  e i capitalisti dalla pressione dei loro interessi immediati”, dando rinnovato vigore “alla coesione sociale e al principio di solidarietà che ne costituisce il retroterra ideale: cioè i due pilastri di ogni «buona società» e del benessere delle persone”.

Lo so, lo so, tanti dimissionari dalla possibilità di fare la rivoluzione hanno ripiegato sulla speranza che il capitalismo si dia la morte per bulimia, gotta, diabete, insomma per le malattie tipiche dell’eccesso di benessere.

Altrettanti provano la cocente disillusione per la conversione aberrante del riformismo in neoliberalismo “progressista”, “antifascista”, femminista”, che ha infiltrato non solo i valori e l’azione politica, ma anche il pensiero delle élite intellettuali.

Lo so, regna gran confusione sotto i cieli se ancora oggi Berlusconi non è solo a temere il pericolo comunista, quando un succedersi di governi giura fedeltà agli Usa e alla Nato, quando i servizi di un paese si inorgogliscono per aver sventato la cospirazione di uno spione alla canna del gas che vende una ricerca su Google ai russi. E se tale è il marasma che un sacco di gente finge di credere che le stelle polari, le solite tre, della sinistra siano rappresentate in Parlamento da partiti e movimenti che non ne vogliono sapere perché minacciano il godimento esclusivo di miserabili privilegi, che rifiutano i doveri di testimonianza, che le trattano da moleste e arcaiche vestigia incompatibili con la modernità e con le loro ambizioni personali.

Un po’ di tempo fa si cominciò a dire che per essere rivoluzionari bastava essere normali, pagare le tasse, dare e ricevere la fattura, fare il proprio dovere, non servirsi delle scorciatoie del clientelismo e del familismo, insomma non fare come fanno tutti.

Adesso siamo tornati un bel po’ indietro, e quelle semplici “formalità” morali sono molto più velleitarie e visionarie di una insurrezione, die moti di piazza, della presa della Bastiglia, della Comune e perfino dell’assalto ai forni.

Tanto che quando parla di coesione e di solidarietà sociale, anche Galli della Loggia pare Danton, così come Corbyn e Podemos dopo la resa disonorevole del riformismo europeo al neo liberismo, se quello che una volta era illegale, illegittimo e moralmente deplorevole, perché contrastava appunto con ideali di solidarietà, giustizia e uguaglianza, viene promosso e autorizzato a norma di legge, come la corruzione e il malaffare della Grandi opere legittimate in qualità di motore di sviluppo, come il sostegno a precarietà e anomalie contrattuali spacciate come accorgimenti desiderabili per favorire l’occupazione, come la raccomandazione a assumere comportamenti divisivi, discriminatori e vergognosi come la delazione, da quando qualsiasi fenomeno diventa problema di ordine pubblico, dal circolare senza mascherina al manifestare per la difesa della propria attività, da risolvere con la repressione, la censura, leggi eccezionali, trattamenti sanitari obbligatori.

E vista la qualità dei nuovi valori, approvati e promossi grazie all’emergenza, ispirati alla riduzione dei diritti, alla gran parte dei quali è doveroso rinunciare, all’applicazione di uno stato di eccezione lesivo dei principi costituzionali, alla soppressione nemmeno tanto graduale dell’istruzione pubblica, alla inevitabile necessità di porre sotto tutela il Paese, il governo e le istituzioni, pare proprio che di destra ne abbiamo fin troppa, che di sovranismo ce n’è in eccesso se l’ideologia corrente ha persuaso che è fatale rinunciare alle competenze in capo allo Stato, attraverso Parlamento, istituzioni e governi nazionale e locali, per consegnarle a un potere sovranazionale, che il populismo ha avuto il sopravvento proprio nella sua forma tradizionale, quella di una “antipolitica” che esige il ricorso a forme autoritarie, che consiglia l’affermazione di un uomo forte, concentrando i poteri decisionali, esecutivi e amministrativi  nelle mani di una oligarchia dominata da un leader, che di questi tempi, viene selezionato per meriti apparentemente asettici nella cerchia dei “competenti”.

 Che cosa si può immaginare di altrettanto marchiato dai capisaldi della destra, quella vera, del ridimensionamento dello Stato a elemosiniere abilitato a dirottare finanziamenti e risorse a beneficio delle grandi concentrazioni industriali e commerciali, fino a fornire assistenza anche a quelle editoriali ridotte a unica agenzia di informazione di regime, della consegna dei sistemi pubblici erogatori di servizi ai privati, fino a ristabilire il trattamento privilegiato per organizzazioni ecclesiastiche, della riattribuzione al mercato della delega a regolarsi, in modo da incaricarsi di risolvere i problemi che crea, addirittura immaginando mostri giuridici che rappresentano compiutamente il conflitto di interesse, caricandosi di tutto il fare e il disfare, oltre che della vigilanza e del controllo, come prevedono le varie forme di commissariamento ipotizzate per la “ricostruzione”.     

 E cosa c’è di più esemplarmente di destra, anzi di fascista, secondo antiche dizioni mai cadute in disuso, della regressione dell’individuo a capitale umano, più facilmente sfruttabile fin dalla sua definizione, merce che assume valore unicamente in funzione del profitto che se ne ricava, da conferire, una volta concluso il suo ciclo, non appena estinta la sua “essenzialità”, in appositi ricetti/focolai di malattie, in discariche dove raccogliere quello che è diventato superfluo, quando non molesto, perché potrebbe ricordare com’erano la dignità e la libertà.  


Ritorno alla barbarie: la conoscenza inutile

Alla fine degli anni ’80 Jean François Revel, un intellettuale francese passato dal socialismo a posizioni neoliberiste anticipando così la catastrofe dell’intellighenzia  europea, scrisse un saggio sulla conoscenza inutile, ovvero su quei fatti che sono certi, provati, scritti, diffusi, ma che non riescono ad emergere, a diventare un vero sapere e dunque a determinare l’orientamento delle persone o a essere lievito per creare orizzonti di azione politica. Ai suoi tempi Revel attribuiva questa sorta di sindrome al potere delle ideologie non accorgendosi di essere pienamente implicato in quel revisionismo delle speranze sociali frutto diretto dell’ideologia neoliberal che si avviava ad essere pensiero unico. Ma oggi questa spiegazione appare generica e insufficiente se non addirittura strumentale o forse semplicemente ingenua che ha le sue radici in un equivoco di fondo e cioè che l’informazione sia conoscenza. Ma perché questo accada occorre che ci sia sullo sfondo una cultura che faccia da ambito e da tramite: invece si è fatto di tutto per erodere e far diventare polvere ogni cultura che non fosse strumentale a cominciare da una scuola via via diventata luogo di ammaestramento, alla caduta di qualità e di complessità di qualsiasi espressione comunicativa. Così un fatto che appare paradossale ovvero che rispetto all’anno in cui fu pubblicato il libro – mi sembra l’88, ma non ho voglia di scavare ora nelle librerie per accertarlo – è enormemente aumentata la possibilità di informazione grazie alla rete, è invece perfettamente comprensibile a partire dalla caduta culturale degli ultimi trent’anni.

Lo vediamo bene in questi giorni in cui si commemorano i 100 mila morti di Covid, che poi ufficialmente sono 75 mila, ma in realtà 64 mila ( vedi L’Istat conferma (non volendo) il tragico travisamento pandemico  ) che potrebbero diventare molti di meno se riflettessimo sulla circostanza impossibile che un sacco di patologie sono di fatto scomparse per lasciare spazio alla paura pandemica. Che basterebbe andare sul portale Covid 19 per rendersi conto che gli ospedali traboccanti di morituri e l’assalto alle terapie intensive di cui parla la televisione è pura fantasia. Che con appena uno sforzo in più si potrebbe comprendere che l’indice Rt viene usato in maniera del tutto errata. Che basterebbe davvero poco per accorgersi della mistificazione alla quale siamo sottoposti per motivi che poco o nulla hanno a che vedere con la salute, ma che sottraggono libertà e socialità riportandoci verso forme di potere medioevali. E la stessa cosa vale per quasi tutte le vicende legate alla follia occidentale e alla sua propaganda dal caso Navalny, ad Hong Kong, al Venezuela agli Uiguri o semplicemente a concetti economici dati per scontati, come per esempio duello di competitività, ma che ad un esame anche superficiale contengono antinomie insuperabili : informazioni corrette sono reperibili abbastanza facilmente, nonostante il tentativo di Big Tech di coprirle con le favole del potere grigio dell’oligarchia e tuttavia questi dati, queste notizie, queste informazioni non riescono ad essere vagliate e diventare conoscenza rimanendo inutili, come se non fossero che gli avanzi del banchetto neoliberista. Questo vuol dire che rimangono come sospesi e del tutto incapaci  di produrre una visione complessiva e un’azione politica che non sia pura emozione negativa, giocano insomma su un campo assai ristretto e questo perché non esiste più un criterio allo stesso tempo razionale, inferenziale e morale per vagliare i dati che ci rotolano addosso anche puro caso. Da quarant’anni a questa parte si è cercato di indebolire ogni capacità di cultura e conoscenza che non fosse adeguamento a una realtà considerata immutabile e a un giudizio basato esclusivamente sui fattori emozionali. Si è lasciato un enorme spazio ad essi, castrandoli della loro parte migliore, ovvero l’amplesso con la ragione in maniera che vi fosse più spazio per la bulimia del consumo e si riducesse invece quello dell’interpretazione e della scelta. Non è certamente un caso se due anni dopo il libro di Revel si sia cominciato a parlare di intelligenza emotiva, ovvero quella che dovrebbe renderci felici con le cosiddette “transazioni sociali” , insomma una caterva di ovvietà da una parte  e dall’altra della peggiore robaccia dell’ambiente anglosassone che ci trascina dentro dentro un’inconsapevole  disneyland.  Questo è lo Zeitgeist contemporaneo che con un gioco di parole in tedesco potremmo trasformare in Zeitgast, ovvero l’essere semplici avventori  di un tempo e di prospettive dalle quali siamo alienati .

Naturalmente quando si fa appello all’emotività come fondamento della realtà la tesi più coinvolgente è anche quella che prevale  anche se è  palesemente insostenibile, anche se è quella più distruttiva: si sa che che la voce più grossa è quella che zittisce , che in qualche modo trascina anche se dice idiozie o anche se è quella del caporale globalista che ci esorta a non reclamare diritti, nemmeno quella di parola. Ecco perché viviamo in tempi di attraenti menzogne e verità inerti nonostante la loro evidenza, in tempi di paralisi progressiva dello spirito.

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Pesci in barile

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tremate le sardine sono tornate. Nel mio caso a tremare è solo il buongusto, urtato dall’immaginetta votiva della ventina di esponenti del movimento che ha organizzato una movida sotto al Nazareno, con alla testa gli inossidabili Mattia Santori, Jasmine Cristallo e Lorenzo Donnoli  che esibiscono una t-shirt rossa con la scritta «Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai? 6000 sardine», e  muniti di sacchi a pelo per dimostrare simbolicamente la volontà di proseguire la lotta finchè non troverà ascolto.

E ascolto l’hanno avuto, e vorrei ben vedere, accolti solennemente come Greta dai grandi della Terra più sporcaccioni, blanditi come Lerner quando andava a protestare contro la stampa padrona subito prima di diventare inviato,  vezzeggiati come i “riformisti” dei movimenti studenteschi ricevuti dal rettore in attesa di tutti 30 sul libretto,  assecondati come certi sindacalisti trattati coi guanti dal padrone e piegati a doverosi compromessi in cambio di una gratifica personale.   

Difatti, arrivati, è stato confermato dal coro compiaciuto dei giornali, mascherati e tamponati, muniti, immagino, di un permesso speciale per la trasmigrazione da regione a regione all’uopo trascolorate, accordato, a sostegno della pretesa di autonomia, dal loro presidente smanioso di esibirli in qualità di moscerini cocchieri o dalla sua Coraggiosa vice, dopo aver concionato con l’intento di trasformare il tavolino di Conte in una tribuna “di massello” sono stati ammessi alla presenza di Valentina Cuppi, della quale – colpevolmente – mi ricordo  solo oggi avendo a conferma della sua esistenza politica solo il merito di essere sindaca di una città martire.

Trovando longanime ascolto nella presidente: “nel Pd ci vorrebbero più Cuppi e meno Morassut”, hanno fatto sapere su Twitter, hanno denunciato, ancora su Twitter,  la stanchezza “per una politica fatta sugli schermi e con decine di comunicati”.   “Noi facciamo parte di un campo progressista e chiediamo che si apra una fase Costituente, non per il Pd o per le Sardine, ma per migliaia di persone che da anni aspettano”.  E’ vibrante il tono  di Santori. “Noi tutti in 15 anni, i partiti, le associazioni, i cittadini, non siamo riusciti a costruire una alternativa, e questo perché siamo tutti innamorati delle nostre etichette e delle nostre sigle. L’alternativa ci sarà comunque, spetta al Pd decidere se esserci o no”.

 E siccome “noi ci mettiamo il corpo e la faccia”, dice, “siccome serve una proposta politica credibile, farla non spetta a loro. incaricatisi di portare aria fresca nelle aule sorde e grigie, possibilmente fritta però, perché il fritto per la sardina è la morte sua, no,  non spetta a loro, “bensì ai partiti politici”

Vuoi vedere che aveva ragione Tolstoi quando scriveva che nessuno è più conservatore dei giovani, riferendosi probabilmente ai ragazzi Rostov, a Vronskij,  a Oblonskij, a pallide  dinastie di rampolli aristocratici il cui posto fu poi occupato dai Buddenbrook e dalle casate della grande borghesia.

Così, andando sempre peggiorando, le bandiere della reazione e della moderazione  le sventolano educatamente i carini, i furbetti, i cocchi dell’establishment che puntano su una meccanica annessione ai piccolo potentati locali e nazionali, favorita dalla fine della democrazia e della consegna in forma di delega  ai fantasmi della rappresentanza e da questi ai tecnici e competenti che i baldi giovinotti avevano già implorato di prodigarsi per noi. Sono le stirpi mediocri di un ceto sopravvissuto che fonda la sua pretesa di superiorità sociale, culturale, economica e quindi  morale, sull’inferiorità economica – con quel che ne consegue – di classi scaraventate nella voragine della povertà e della subalternità.

I loro mentori sono Prodi, Fornero, Monti,  i guitti della commedia del benessere che dal profitto di chi ha e accumula e specula per avere di più cospargerebbe un po’ di polverina d’oro sui diseredati, sono gli scribacchini della Gedi che seminano paura per raccogliere servitù, sono gli opinionisti del progressismo che profondendo retorica miserabile mostrano le invidiabili sorti future a disposizione del capitale umano pronto a adeguarsi alla distruzione creativa.

Così ci tocca leggere Concita De Gregorio, la becchina dell’Unità di Gramsci, che ne fa l’apologia per dire che le sardine interpretano i popolo senza populismo:  “Non quella degli opinionisti, dei disillusi, di “culi pesi e tastiere pesanti”, no. Non quella degli intellettuali e dei benpensanti, non quella delle penne fini. La sinistra di chi si sporca le mani, come loro. La sinistra “degli apolidi” che da Nord a Sud cercano casa e non la trovano. Moltitudini, effettivamente. Brava gente che manda avanti l’Italia e non si stanca”. 

C’è da sospettare che gli italiani brava gente che invece conosce lei siano quelli della concorrenza sleale, dei volontari in Africa sotto Graziani, dei fascisti che guidavano su per le montagne i nazisti fino a Sant’Anna di Stazzema, gli italiani braa gente che dice si, che si compiace della delazione allora come oggi contro i dissenzienti della mascherina, del conformismo interessato a mantenersi qualche privilegio grazie a clientelismo e familismo, della spirale del silenzio che assorbe critica e opposizione come fossero colpevoli eresie.

Perché invece la brava gente che conosciamo noi è fatta di quelli obbligati a lavorare senza garanzie, sicurezza, diritti in qualità di essenziali, di ricattati che resistono nel Porto di Genova, di giovani che protestano per la casa e il territorio, di ragazzi che da anni si battono contro l’occupazione militare della loro terra, di anziani che si fanno arrestare per dimostrare che non cedono all’intimidazione della bulimia delle grandi opere.

Pare che una sardina abbia detto, convinta: «Se il Pd non va al popolo il popolo deve andare al Pd». Dovesse essere una scorciatoia per andare al Palazzo d’Inverno, calpestare i sontuosi tappeti, ammanettare presidente e ministri e esporli alla gogna, ci staremmo in tanti, ben più di 6 mila pesci in barile, tanti, almeno quanti un tempo andarono in montagna.     


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