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Fenomenologia dell’uomo nero

tulpa-2013-federico-zampaglione-08E’ noto come Schopenhauer non si separasse mai dal suo barboncino bianco salvo quando a mezzogiorno andava a mangiare all’Englischer Hof di Francoforte con breve tragitto lungo il Meno nella zona oggi disgraziatamente dominata dall’ imponente velo di Maia della Bce. Chi lo conosceva si stupiva di quanto il filosofo fosse burbero con gli uomini e amorevole col suo cane che chiamava Atma, ovvero anima del mondo in sanscrito, per alludere alla trasparenza del suo comportamento che non è mai reso ingannevole o deviato dalle trappole dell’intelletto, è volontà che si agita in maniera scoperta dietro una rappresentazione molto più elementare di quella umana.  Allo stesso modo la conoscenza del mondo contemporaneo è più immediata ed euristicamente  persuasiva se invece di partire dalle costruzioni intellettuali più sofisticate, si parte dal basso, dalle manifestazioni più istintuali e semplici della comunicazione per scorgervi più facilmente lo spirito del tempo che regge le costruzioni più complesse. Del resto weltgeist è l’espressione tedesca che più si avvicina almeno in senso letterale ad Atma.

Così da tempo porto a spasso  questo tipo di barboncini metaforici per capire in che modo viene ingannato o meglio usato  l’istinto delle persone per smistarlo su binari che portano alle stazioni del potere. Uno degli archetipi più usati nel programma di infantilizzazione estesa del discorso pubblico è quello dell’uomo nero nelle sue diverse e infinite forme spettacolari, ovvero di qualcosa o qualcuno che suscita una paura legata ai conflitti e alle fantasie interne che si proietta sul mondo. Ovviamente bisogna fornire a questa macchina della paura qualcosa che abbia un certo grado di realtà, ma che rimanga in qualche modo celata ad ogni analisi razionale, altrimenti perderebbe la sua valenza oscura ed entrerebbe nell’ambito della valutazione e del giudizio, cosa che assolutamente è deleteria: da tempo immemorabile si sa che la paura per essere incondizionata e dunque aperta alle manipolazione del potere deve avere  una sua natura vaga e sfuggente, deve diventare un riflesso pavloviano, l’uomo nero va nominato per essere comunicabile, ma non deve essere riconoscibile nei suoi tratti, deve esserci, ma in maniera informe, quasi onirica. E’ questo il carattere essenziali dei tanti uomini neri che dall’intrattenimento dove questo stato d’animo viene condizionato con la produzione archetipica, balzano al mondo quotidiano. Possono essere i terroristi, o Putin o Salvini, tanto per rimanere nel domestico: su questi uomini neri di tipo molto diverso si scrivono milioni di parole, eppure su di essi non si dice nulla che non sia una mera proiezione dell’Ombra junghiana, ovvero dell’inaccettabile per definizione: essi costruiscono una semplice teologia manichea. Salvini sarà davvero più fascista di Conte? Ne dubito fortemente dal momento che il fascismo viene nominato in lui per nasconderlo nell’altro oppure cosa ha fatto Putin di così tremendo visto che le balle che vengono raccontate non ne formano l’immagine negativa, ma al contrario è l’immagine negativa creata che rende possibili e credibili sia pure a livello nanometrico le balle; e quali sono le ragioni e le esche del terrorismo che sempre più spesso mostra i fili della strumentalità, rimasti attaccati. E chiediamoci se da noi hanno fatto più vittime i terroristi o i Benetton, ma non si cercano mai spiegazioni   perché questa semplice operazione ancorché truffaldina,  sgonfierebbe l’ombra che deve essere assoluta, nera come un buco nero.

Sono ovviamente solo degli esempi di come agisce la mitopoietica del potere che aborrisce la ragione in quanto antidoto: del resto già anni fa Norbert Elias, ha mostrato che le nostre paure sono  “determinate dalla storia e dalla struttura attuale della relazione con gli altri”,ovvero dall’ atomizzazione della società che spazza via gli anticorpi collettivi e ci lascia soli. E badate che anche a livello scientifico questa cosa acquista realtà: il “centro della paura”, che fa parte del cervello ancestrale attorno all’amigdala invia una profusione di connessioni alla neocorteccia, sede dei pensieri  mentre i collegamenti in senso inverso sono molti meno. Perciò la paura si impone così facilmente sulla ragione. Naturalmente non sempre si può prevedere tutto e questa strategia ha provocato una reazione uguale e contraria: lo studio di Paul Mason su una cittadina inglese mostra che  “il neoliberismo ha sostituito i vecchi principi di collaborazione e coesione con un racconto i cui protagonisti sono gli individui. Persone astratte con diritti astratti inutili ad esprimere un’identità. I lavoratori delle comunità sconfitte e abbandonate si sono aggrappati a ciò che rimaneva della loro identità collettiva. Ma dal momento che la loro utopia trainante, il socialismo, era stata dichiarata impossibile essi hanno iniziato a fondare la propria identità su ciò che restava loro: l’accento, il luogo, la famiglia e l’etnia.”. In questo senso si potrebbe dire che Salvini è figlio di Conte, Renzi, Monti, è la loro cattiva coscienza.

Di certo non abbiamo più bisogno di uomini neri, ma di uomini.


Il nuovo che balla

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da pensare che sia il concorso della conclamata impunità concessa ai suoi ex padroni, la pretesa di immortalità di uno dei suoi riferimenti ideali a persuadere il sacerdote della religione del Billionaire a scendere in campo, creando una nuova formazione politica a sua immagine e somiglianza, segno evidente che esiste sempre una profondità del baratro più nera e imprevedibile-

Speriamo dunque che si ravveda, come gli consiglia di fare quell’altro bel tomo di Feltri che non può digerire che  “una persona così arguta, che nella vita ha costruito con merito una gigantesca fortuna svolgendo l’ attività di avveduto affarista, non più in tenera età, decida di dedicarsi a un mestiere squalificato quale è quello del deputato o del senatore”. Speriamo di non dover subire anche quest’altro test della storia con il conteggio dei consensi riservatigli. perchè, ammettiamolo, potrebbero non essere pochi, tra nostalgici delle invidiate  conquiste a pagamento del grande femminaro,  adoratori del possente buzzurro,  nuovi pretendenti al titolo di sborone dell’anno.

Non credo che potrei sopportare che, invece di contrastare le imprese di soggetti che hanno fatto della brutale volgarità, della indole viscida all’intrallazzo, della inclinazione alla trasgressione di regole a cominciare da quelle del buon gusto e della buona educazione, del dileggio e dell’oltraggio dei più elementari capisaldi etici, qualcuno voglia invece imitarne i tratti, affidargli le proprie aspettative, diventarne da ammiratore, intrinseco e fan fidelizzato, come i giovanotti che danno del bibitaro al vice presidente del Consiglio, augurandosi grazie ai consigli di Briatore, di diventare invece  barman delle sue discoteche, come abbiamo visto accadere  in una sua celebrata performance televisiva in veste di coach della cialtroneria più sgargiante. E non ci sarebbe poi da stupirsi, ne abbiamo visti di progressiste e di riformisti piroettare a suon di musica nelle geografie dove l’amico d’infanzia di Santanchè, sempre in odor di evasione e addirittura di contaminazioni mafiose, di affarucci opachi fin dagli esordi e poi con la protezione di discutibili marpioni della Milano da bere,  ha promosso la sua personale forma di aiuto umanitario e cooperazione attiva con l’Africa o la sua valorizzazione delle risorse nazionali, tramite locali esclusivi e inclusivi di chi si riconosce nella furberia, nella mancanza di scrupoli, nell’avidità, nella tracotanza.

Siamo in tempi nei quali la pretesa di innocenza fa il paio con la pretesa di essere come si vorrebbe e non come si è davvero: così un modesto prestanome, un piccolo Wolf di periferia incaricato di risolvere problemi sporchi in cambio di tangibile  e perenne riconoscenza, si accredita come manager intraprendente e visionario, lungimirante stratega e coraggioso imprenditore, e adesso pretendente affidabile a poltrone e incarichi di pubblico servizio.

Ma il problema non è un personaggio che come teatro delle sue imprese potrebbe aspirare al Bagaglino o al set di Drive In, il problema è del pubblico che ride della sua facezie, spera di sbirciare nella scollatura delle procaci veline, si augura di bersi la scolatura del suo champagne taroccato,  far parte dello spettacolo dei vizi  osceni e triviali degli arlecchini del regime.

 

 

 

 

 


Un po’ di Garibaldi

Milano,_piazzale_Cairoli_-_Monumento_a_Giuseppe_Garibaldi._Foto_Giovanni_Dall'Orto_6-gen-2007_-_02Ieri sera mi sono lasciato andare a uno dei miei vizi preferiti, ovvero spararmi un qualche filmetto di serie b, di qualunque provenienza, perché senza schermi autoriali più o meno ben riposti o particolari ambizioni, rivelano in maniera spontanea lo stato dell’arte dell’opinione pubblica. In questo caso si trattava di Bentornato presidente, seguito di Benvenuto presidente, film nel quale un cittadino comune di nome Giuseppe Garibaldi viene eletto per equivoco capo dello Stato proprio in ragione del suo nome. In quest’ultimo, in seguito al marasma del Paese lo stesso Garibaldi, ritiratosi a vita privata viene chiamato a fare il premier. Per carità niente di attraente e niente di pesante, si può guardare nella sua salace ingenuità apparentemente neutrale che presenta  i piddini come  saggi ladroni, i leghisti come istigatori del securitarismo xenofobo  in funzione di consenso, i Cinque stelle come nerd un po’ ottusi e pieni di sé sbalzati in un mondo che non capiscono e un azzeccatissimo Mattarella che fa la sagoma di cartone.

Ma proprio in questo guazzabuglio, a volte godibile, viene messa in mostra  la grande confusione che regna in quel ceto medio variamente disilluso, ma incapace di cambiamento cui il film è rivolto e da cui nasce  Per esempio viene alla luce un qualche lacerto di verità quando si dice che la politica è diventata quello che è perché senza avere la titolarità piena del bilancio e della spesa non può fare nulla se non dedicarsi alla ruberia. Peccato però che questa incapacità di gestire le risorse non viene attribuita ai trattati europei e all’euro che lo impongono, ma alla grande speculazione del ’92 prima contro la sterlina e poi contro la lira (di cui fu protagonista Soros)  che avrebbe portato il debito pubblico alla stelle e dunque impedito ogni possibilità di gestire la spesa. E’ un disco rotto che ha ha alcun significato visto che nel mondo i bilanci migliori appartengono a Paesi poverissimi e quelli invece peggiori ai Paesi più ricchi. Ma siccome il controllo ferreo del debito è uno dei presupposti fondativi della moneta unica e non comune, questo non può nemmeno detto e forse nemmeno pensato. C’è poi anche la questione dello spread il cui drammatico rialzo, nel fil,  è dovuto a una banda  di speculatori internazionali che alla fine viene sgominata dal premier Garibaldi. Si potrebbe sperare  a questo punto che venga, sia pure scherzosamente, smascherata la farsa dei ” mercato” che è fatto appunto da una ristretta cupola di super ricchi, ma questo ovviamente non è compito di un film leggero che lancia il sasso e nasconde la mano. La speculazione sullo spread esiste perché esiste l’euro sorretto da una stravagante teoria del debito di marca tedesca e come è facile vedere dalla vicenda della Grecia  è proprio l’Europa che ha speculato per piegare quel Paese.

A questo punto l’idea del premier preso dalla strada è quello di far pagare le tasse a tutti, ” come succede in America” così si raccolgono 100 miliardi che salvano il bilancio e fanno rinascere la capacità di spesa: questa è in realtà un’idea semplicistica e familiare tratta direttamente dal salotto buono dove magari non mancano conti off shore, come abbiamo appreso dalle cronache ( a questo proposito potrei raccontare cose che voi umani nemmeno immaginate). Ci si dovrebbe chiedere come mai il debito Usa sia così alto visto che secondo la leggenda  tutti pagano le tasse e le spese sociali sono ridotte al minimo indispensabile, ma non importa, andremmo troppo  fuori dal seminato, ma il fatto è che anche curando la piaga dell’evasione diffusa, anche se si recuperassero quei 100 miliardi, lo Stato ha ridotte possibilità di intervento proprio grazie ai trattati europei, per esempio non può entrare in nessun modo nell’ambito della produzione o per sostenere imprese  privati, né può aumentare più di tanto le spese sociali. Insomma tanti bei propositi che sono in rotta di collisione con un progetto ordoliberista radicale di cui non si vuole a nessun costo riconoscere la natura, forse per non dover riconoscere la propria vera natura.

Alla fine viene fuori un quadretto della beata confusione nella quale siamo immersi e che serve a ribadire lo status quo, ricorrendo se del caso persino al tanto denigrato complottismo  i cui giudici sono spesso i peggiori nemici e affossatori della libertà di espressione. Non è certo l’espressione bonaria di tutto questo intrico che lo riscatta.


Porno mondo

CIS:DYCE.1113Sulla pornografia si è scritto moltissimo e di tutto sia per difenderne i supposti diritti, sia  per esercitarvi ogni tipo di moralismo  moralismo e tuttavia gli infiniti discorsi non ne colgono l’aspetto principale che in buona sostanza potrebbe definirsi una delle forme di alienazione dalla realtà: potremmo parlare anche di porno mondo perché questa prospettiva vale ormai per qualsiasi ambito o settore dove l’immagine si sostituisce all’esperienza diretta o indiretta e fa aggio su di essa, anzi la condiziona e la fagocita. Essa è un fenomeno esclusivamente moderno, prima del Seicento non esisteva, anche se qualche primo accenno lo si può trovare dopo il naufragio della letteratura greco romana imperiale che dopo i  Virgilio e gli Orazio lasciò il posto ai ricchi salottieri, ai cuochi e a una manualistica erotico allusiva che ebbe come campionessa l’egiziana Elefantiade, amata dall’imperatore Tiberio. Il grande specchio in bronzo ritrovato a fine Ottocento in una villa sull’Esquilino e conservato oggi all’Antiquarium del Celio, con le sue decorazioni erotiche di carattere descrittivo più che simbolico, è probabile testimone di una proto pornografia che tuttavia rimase circoscritta ai ricchi e si esaurì ben presto risucchiata dal declino.

Ma è significativo che i primi segnali compaiano in corrispondenza con l’allargamento del mondo e la contrazione dell’esperienza personale in favore della narrazione e lasciasse disorientata la libido. Tutto questo però ritorna nella sua accezione contemporanea nel 700, dopo alcuni brevi lampi  come quelli dell’incisore bolognese Marcantonio Raimondi, ma con la disponibilità di ben altri mezzi a cominciare dalla stampa, per poi arrivare alla fotografia, al cinema, al 3d, sai prossimi sistemi sensoriali e all’alienazione virtuale. Esso corrisponde all’esplosione del mondo che si allarga all’intero pianeta, alla conseguente presa di potere della borghesia e alla rivoluzione industriale, insomma a tre forme diverse di estraniazione, dalla comunità, dalla tradizione, dall’esperienza diretta e dal lavoro: si tratta di un processo, di una progressione in cui tutto diventa estraneo e nel quale dunque vicino e lontano si appiattiscono perdendo prospettiva, diventano indifferenti in sé e dipendenti dall’emotività soggettiva. Parlo un tanto al tocco, ovviamente e non potrebbe essere diversamente vista la complicata storia dell’ alienazione da Hegel ad oggi, ma è chiaro che vita e narrazione finiscono per coincidere, schiavitù e libertà personale si confondono o sono due aspetti quasi coincidenti, gli uomini si disgiungono, tutto diventa merce e nulla è più per sé, così che anche le persone diventano oggetti, Oggetti anche di fantasie, perché no: la pornografia nei suoi vari stadi ne è una perfetta e fedele testimone. Siamo diventati guardoni perché non possiamo più uscire da noi stessi. La famosa battuta di Woody Allen alla domanda “che fai dopo aver fatto l’amore?” , “sgonfio la bambola e la ripongo nell’armadio” è tutto fuori che un assurdo.

Se ci si emoziona con se stessi invece che con gli altri che con gli altri perché prediligere il reale dove ci si trova nella spiacevole situazione di dover avere un rapporto umano non del tutto controllabile , quando invece a distanza si può espandere all’infinito il proprio io? Perché non passare a un’altro video quando quello che stiamo guardando non ci stimola abbastanza? E certo questo sarebbe nulla se anche tutto quello che accade e che ci viene mostrato in ogni ambito non soggiacesse alla medesima logica della pornografia : in effetti oggi la politica e le idee rassomigliano molto alle bambole gonfiabili, ne sono un correlativo cognitivo e riponiamo tutto in un armadio dopo aver consumato un rapporto di indignazione o di giubilo o di disgusto visto che si è consumata la scissione tra l’uomo e il suo mondo e siamo desideranti anche di continui eventi, ingordi consumatori di fatti, di numeri, di immagini che hanno un senso solo in rapporto a noi. In realtà potremmo anche dire che la pornografia non influisce in maniera negativa o positiva -a seconda dei pareri e dei contrapposti moralismi – sulla sessualità, ma è al contrario uno prodotto della stessa. non ne è un tralignamento, ma la verità nascosta. Paghiamo l’accrescimento della nostra miserabile eudemonia attraverso le merci con l’estraniazione: possiamo amare solo in quanto possiamo manipolare e siamo manipolati in quanto incapaci di amore. La reificazione delle catene procede assieme all’astrazione della vita.


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