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Porno mondo

CIS:DYCE.1113Sulla pornografia si è scritto moltissimo e di tutto sia per difenderne i supposti diritti, sia  per esercitarvi ogni tipo di moralismo  moralismo e tuttavia gli infiniti discorsi non ne colgono l’aspetto principale che in buona sostanza potrebbe definirsi una delle forme di alienazione dalla realtà: potremmo parlare anche di porno mondo perché questa prospettiva vale ormai per qualsiasi ambito o settore dove l’immagine si sostituisce all’esperienza diretta o indiretta e fa aggio su di essa, anzi la condiziona e la fagocita. Essa è un fenomeno esclusivamente moderno, prima del Seicento non esisteva, anche se qualche primo accenno lo si può trovare dopo il naufragio della letteratura greco romana imperiale che dopo i  Virgilio e gli Orazio lasciò il posto ai ricchi salottieri, ai cuochi e a una manualistica erotico allusiva che ebbe come campionessa l’egiziana Elefantiade, amata dall’imperatore Tiberio. Il grande specchio in bronzo ritrovato a fine Ottocento in una villa sull’Esquilino e conservato oggi all’Antiquarium del Celio, con le sue decorazioni erotiche di carattere descrittivo più che simbolico, è probabile testimone di una proto pornografia che tuttavia rimase circoscritta ai ricchi e si esaurì ben presto risucchiata dal declino.

Ma è significativo che i primi segnali compaiano in corrispondenza con l’allargamento del mondo e la contrazione dell’esperienza personale in favore della narrazione e lasciasse disorientata la libido. Tutto questo però ritorna nella sua accezione contemporanea nel 700, dopo alcuni brevi lampi  come quelli dell’incisore bolognese Marcantonio Raimondi, ma con la disponibilità di ben altri mezzi a cominciare dalla stampa, per poi arrivare alla fotografia, al cinema, al 3d, sai prossimi sistemi sensoriali e all’alienazione virtuale. Esso corrisponde all’esplosione del mondo che si allarga all’intero pianeta, alla conseguente presa di potere della borghesia e alla rivoluzione industriale, insomma a tre forme diverse di estraniazione, dalla comunità, dalla tradizione, dall’esperienza diretta e dal lavoro: si tratta di un processo, di una progressione in cui tutto diventa estraneo e nel quale dunque vicino e lontano si appiattiscono perdendo prospettiva, diventano indifferenti in sé e dipendenti dall’emotività soggettiva. Parlo un tanto al tocco, ovviamente e non potrebbe essere diversamente vista la complicata storia dell’ alienazione da Hegel ad oggi, ma è chiaro che vita e narrazione finiscono per coincidere, schiavitù e libertà personale si confondono o sono due aspetti quasi coincidenti, gli uomini si disgiungono, tutto diventa merce e nulla è più per sé, così che anche le persone diventano oggetti, Oggetti anche di fantasie, perché no: la pornografia nei suoi vari stadi ne è una perfetta e fedele testimone. Siamo diventati guardoni perché non possiamo più uscire da noi stessi. La famosa battuta di Woody Allen alla domanda “che fai dopo aver fatto l’amore?” , “sgonfio la bambola e la ripongo nell’armadio” è tutto fuori che un assurdo.

Se ci si emoziona con se stessi invece che con gli altri che con gli altri perché prediligere il reale dove ci si trova nella spiacevole situazione di dover avere un rapporto umano non del tutto controllabile , quando invece a distanza si può espandere all’infinito il proprio io? Perché non passare a un’altro video quando quello che stiamo guardando non ci stimola abbastanza? E certo questo sarebbe nulla se anche tutto quello che accade e che ci viene mostrato in ogni ambito non soggiacesse alla medesima logica della pornografia : in effetti oggi la politica e le idee rassomigliano molto alle bambole gonfiabili, ne sono un correlativo cognitivo e riponiamo tutto in un armadio dopo aver consumato un rapporto di indignazione o di giubilo o di disgusto visto che si è consumata la scissione tra l’uomo e il suo mondo e siamo desideranti anche di continui eventi, ingordi consumatori di fatti, di numeri, di immagini che hanno un senso solo in rapporto a noi. In realtà potremmo anche dire che la pornografia non influisce in maniera negativa o positiva -a seconda dei pareri e dei contrapposti moralismi – sulla sessualità, ma è al contrario uno prodotto della stessa. non ne è un tralignamento, ma la verità nascosta. Paghiamo l’accrescimento della nostra miserabile eudemonia attraverso le merci con l’estraniazione: possiamo amare solo in quanto possiamo manipolare e siamo manipolati in quanto incapaci di amore. La reificazione delle catene procede assieme all’astrazione della vita.

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Sessismo progressista

fatto Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che da mesi e mesi abbiano libera circolazione sul web le immagini piccanti dell’attività erotica di una giovane parlamentare che riveste importanti incarichi, “valorizzate” in questi giorni in qualità di rappresentazione plastica di un’indole trasgressiva da una sciagurata trasmissione di “denuncia” e da un ancora più sciagurato programma di  intrattenimento politico, condotto da una paladina delle figure istituzionali oltraggiate, purché donne appartenenti alla sua cerchia di riferimento.

È in voga una nuova pruderie, si vede, che promuove a illecito il sesso privato, in modo da attribuire la stessa natura indebita a un altro atto privato, la violazione di un patto non legale alienando o permettendo al fidanzato di alienare parte del fondo che i militanti sono tenuti a erogare alla loro organizzazione, atto scriteriato e al massimo inopportuno  e per il quale incorrerà in sanzioni disciplinari, niente di paragonabile, quindi, con l’attività di lobby condotta in nome  e per conto di ingombranti partner o familiari da autorevoli ministri del passato. Ma c’è di peggio a carico della improvvida,  immagini e video “rubati” e divulgati sarebbero stati ripresi con delle apparecchiature di videosorveglianza pagate appunto con quei fondi e utilizzate dallo scapestrato boy friend, non si sa se per infiammare una stanca relazione o a scopo di ricatto. Insomma una vicenda intima che diventa deplorevole solo in virtù dalla inappropriata pubblicità che ha  avuto.

Il privato è politico, recitava uno dei più potenti slogan del femminismo.

C’è poco da stare allegri da quando l’ostensione di attitudini, inclinazioni, comportamenti personali e soprattutto vizi, è diventata l’arma del confronto per eccellenza per ricattare e condizionare, oggetti di congiure e macchine del fango azionate per screditare, soggetti a manipolazioni e intimidazioni. E da quando  pettegolezzi pruriginosi, intercettazioni tanto licenziose quanto inutili a stabilire la verità, vengono  offerti alla stampa dagli stessi protagonisti di volta in volta vittime o  carnefici,  grazie alla somministrazione orchestrata di  rivelazioni mostrate sollevando i tendaggi delle alcove, sicché il giornalismo investigativo si limita a annusare lenzuola prima che diventino materia processuale.

E c’è poco da stare allegri se il privato è politico, e dunque va tutelato e trattato con cura prudente come insostituibile componente della democrazia, solo quando a essere oltraggiato è un membro autorevole delle cerchie dell’oligarchia o comunque unte dall’olio divino della stampa ufficiale, e soprattutto se l’offesa è donna, abilitata a sfoggiare tutto il repertorio del vittimismo istituzionale anche quando la blanda critica viene mossa a scelte e comportamenti lesivi dell’interesse generale e ancora di più di quello di genere: misure che cancellano diritti e valori del lavoro, impoverimento dello stato sociale,  privatizzazioni dell’assistenza, contributo all’indebitamento delle famiglie anche grazie a infami salvataggi di banche criminali e degli altrettanto criminali dirigenti, condanna a morte dell’istruzione pubblica e massacro di una delle professioni strategiche per la qualità sociale del Paese.

Perché anche la privacy appartiene alla sfera dei privilegi meritati grazie alla fidelizzazione al pensiero unico  che non spetta ai cittadini invasi e pervasi da un controllo che investe ogni angolo, anche i più riposti, investigato a fini commerciali, tanto che i consigli per gli acquisti di pannolini arrivano in mail insieme agli auguri delle compagne di scuola della puerpera,  e, ultimamente, le offerte di esequie a prezzi scontati pervengono ai dolenti insieme ai messaggi di condoglianze, e tanto che attraverso la rintracciabilità di consumi, acquisti e di operazioni  bancarie siamo assediati da call center implacabili, come anche dall’agenzia delle entrate che pare chiudere invece un occhio, meglio tutti e due, su grandi evasioni, elusioni e riciclaggi. Perché, si sa,  l’uomo della strada non ha il diritto di accesso all’attrezzatura di garanzie a difesa  dei “personaggi” pubblici –  benché spetterebbe a loro un superiore obbligo di trasparenza, e nemmeno la tribuna e la visibilità di cui dispongono e che impiegano largamente per denunciare l’affronto, preferendo di solito i canali della comunicazione a quelli giudiziari.

E infatti a sporgere timidamente la testolina ben pettinata per esprimere cauta solidarietà, sono delle pari dell’onorevole Giulia Sarti perlopiù con superiore profilo istituzionale e maggiore autorevolezza riconosciuta dai media,  che invece a guardare le bacheche delle militanti e delle professioniste del femminismo addomesticato dal bon ton liberista, non c’è traccia della  sorellanza, mica se la merita quella grullina, spesa a profusione per mogli contrite di espliciti pervertiti, carnefici lacrimose, irriducibili figlie di bancari sbrigativi tolti dall’imbarazzo con espedienti opachi, igieniste dentali prestate al governo di importanti regioni, ragazzotte infilate in letti influenti con la fruttuosa intermediazione di altre donne, della mamma o spontaneamente e così via.

Stavolta no, tutte zitte, per via, è ovvio, dell’appartenenza della reietta alla maggioranza governativa imputata di aver mostrato alle scopritrici recenti dell’antifascismo, la vera natura del totalitarismo incarnato dal Ddl Pillon, che evidentemente non erano bastati loro il riformismo e il progressismo che avevano ricacciato in casa le lavoratrici, che le ha condannate a sostituire l’assistenza privatizzata due volte, con il sostegno alle cliniche e delegando la cura a mamme, sorelle, spose, figlie,  che ha retrocesso l’insegnamento a compiti formativi per futuri schiavi, retrocedendo l’incarico pedagogico alla sorveglianza sulle necessarie qualità richieste: ubbidienza e conformismo, dichiarando la famiglia depositaria degli obblighi un tempo dello Stato, e dei doveri che ne conseguono, sulla cui conservazione è chiamata a vigilare come una sacerdotessa la donna.

Non c’era da aspettarsi di meglio da un certo  femminismo in salsa liberale, incentrato sulle libertà formali, intento all’eliminazione delle diseguaglianze di genere, purché  con strumenti accessibili solo alle donne che appartengono all’élite, preoccupato di separare l’uguaglianza  e l’emancipazione dalla necessità di trasformare la società e le relazioni sociali nella loro totalità, e che ritiene secondario superare lo sfruttamento del lavoro, il saccheggio delle risorse naturali, il razzismo, la guerra e l’imperialismo.

E d’altra parte non c’era molto da sperare da chi per anni  ha mosso battaglie contro il puttaniere  utilizzatore finale di ragazze  con lo scopo essenziale di condannarne le incresciose abitudini sessuali, gli osceni commerci carnali, lasciando sapientemente in ombra l’intoccabile conflitto di interessi, la indole criminale, le amicizie con mafiosi più rischiose di quelle con le olgettine, le velleità golpiste ben interpretate dal bonapartismo arruffone del successore.

Ancora una volta si è interpretato al peggio il valore politico dei comportamenti personali, utilizzando i pregiudizi negativi e positivi per contribuire all’accreditamento o alla penalizzazione delle tifoserie che occupano gli spazi della politica, sputando sul web maleducato per riservare benevolenza ai media cui si riconosce un ruolo di garanzia e di credibilità anche quando corre dietro alla rete per imbastire ad arte scandali e scalpore. E così tocca, ed è giusto, difendere la reputazione di una sciocchina per il cui reato di imprevidenza e imprudenza non esiste disposizione del codice penale, per difendere i diritti di tutti, donne e uomini, a essere sconsiderati dentro le mura di casa, se sono riusciti a conservarsele.

 

 

 


Elettrotecnica e politica

222Se nella vostra vita avete comprato un amplificatore, una tv, persino una radiolina saprete che la qualità del suono o del video è determinata dal rapporto fra segnale utile e rumore secondo l’equazione S = Segnale / Rumore. La stessa cosa accade ovviamente con la comunicazione nella quale la qualità del messaggio è dovuta oltre al substrato fisico di cui abbiamo parlato anche a un rapporto fra messaggio e rumore, dove quest’ultimo si identifica con gli elementi di ambiguità, confusione, equivoco e con la quantità e la persistenza degli stessi. Da quarant’anni a questa parte la progressiva concentrazione dei mezzi di comunicazione che oggi è arrivata ad essere in mano per la quasi totalità a 9 miliardari, ha scelto per imporre l’egemonia culturale neoliberista di culto americano di accompagnare la ridondanza del messaggio con una dose altissima di rumore in modo da confondere e compromettere il discorso pubblico: infatti la prima preoccupazione è stata di disturbare il segnale proveniente dalle varie aree politiche affinché il messaggio non giungesse in maniera molto definita e gli stessi emettitori finissero per perdere il filo e man mano lasciarsi andare alla corrente.

Questo obiettivo è stato raggiunto con tecniche diverse: la progressiva mutazione dei significati delle parole attraverso un costante uso improprio che le ha svuotate dall’interno con forza entropica, oppure con la contrazione linguistica resa possibile attraverso i nuovi sistemi di comunicazione o in fine con la sostituzione di lemmi originali con quelli inglesi in maniera che la loro semantica,  le precedenti relazioni di significato con l’insieme  fossero recise di netto consentendo di attribuire ai nuovi lemmi un significato opportuno senza che i parlanti si accorgessero della sostituzione, anzi andassero orgogliosi della loro modernità e del loro cosmopolitismo. Un caso di scuola è per esempio la completa sostituzione di stato sociale con welfare, cioè la trasformazione di una concezione politica con una benigna concessione. La confusione è l’arma del potere: basti pensare che in Francia hanno eletto Macron pensando di far fronte al fascismo e adesso si ritrovano con un personaggio che minaccia apertamente di usare l’esercito contro la sua stessa popolazione, il quale sostiene che  dare denaro ai poveri è una follia, che blatera sul fatto che nella politica francese è disgraziatamente assente la figura del re.

Una altro esempio è l’identificazione di capitalismo e di liberalismo o meglio di liberal all’americana, che sfrutta un termine semanticamente affine alla libertà per definire un sistema basato sulla proprietà dei mezzi di produzione e sul mercato come sbocco che è già solo per questo sinonimo di sfruttamento: se non vi fosse infatti un plus valore la proprietà non avrebbe alcun valore. Quelli che si definiscono liberal non sanno letteralmente quello dicono perché il segnale principale, ossia quello della proprietà viene confuso ed equivocato con un termine che rinvia alla libertà autorizzandone tutte le ambiguità e negli ultimi decenni alludendo semplicemente a quelle che potremmo definire le libertà individuali di genere: si maschera così la violenza concreta del capitalismo che non è altro se non un insieme di valori derivanti dal rapporto di proprietà : in questo caso il messaggio è il capitalismo mentre liberal è puro rumore di fondo.

Allo stesso modo la rivolta popolare contro l’infierire di un capitalismo non più corretto e in qualche modo ammansito da concezioni sociali di segno opposto,  non potendo essere descritta per ovvi motivi nelle sue ragioni, ha trovato un rumore adatto a confondere il segnale, ovvero la parola populismo che si concreta nelle immagini della collera del tribuno e nel degagismo, parola inventata da Jean Luc Melenchon, la quale allude a un malcontento che rigetta in maniera quasi automatica i politici in carica e favorisce comunque le facce nuove. Se vogliamo il primo e più evidente caso di populismo è stato quello di Renzi, ma al di là di questa circostanza evidente quando si cominciano ad analizzare i fatti e i concetti, il populismo rimane un comodo contenitore per riporre qualsiasi cosa si opponga allo status quo: sono populisti gli economisti di Afd, i militanti di sinistra di France Insoumise così come quelli di destra del Front National, sono populisti quelli che vogliono il reddito di cittadinanza così come gli xenofobi salviniani, era populista Podemos prima di arrendersi alle logiche del capitale continentale e adesso lo è Vox movimento franchista esattamente come lo è il partito popolare di Rajoy, solo meno ligio all’austerità berlinese. Insomma un rumore che confonde i significati e le differenze. I segnali che ogni società deve mandare forti e chiari, sono invece avvolti dal rumore prodotto dalla comunicazione per mascherare i segnali effettivi. L’obiettivo del partito dei media che rappresentano alla fine il grande capitale è quello di non fa arrivare i messaggi dalla società e questo è ancora peggio delle menzogne che ogni giorno raccontano per rafforzare l’opera principale, che è la diffusione e la difesa del pensiero dominante:  “La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale ha allo stesso tempo i mezzi della produzione intellettuale” come diceva il vecchio buon Marx.

Solo che negli ultimi tempi i segnali che provengono dalla società sono diventati più forti e rischiano di rendere insufficiente il rumore prodotto che è già al suo massimo grado. Per questo si pensa alla forza bruta.


Quell’ultimo ponte

CatturaIl crollo del ponte a Genova è un condensato di lezioni e di avvertimenti che l’informazione mainstream tenta di nascondere, di deformare o di eludere perché essi penetrano come una lama nel ventre molle della politica e delle sue prassi, della nefanda e stupida cornice neoliberista nella quale il Paese è costretto a muoversi grazie alla Ue, della condizione sempre più precaria di tutte le infrastrutture per mancanza di fondi e per la propensione ad opere nuove che portano più consenso, lo sciacallaggio del conglomerato politico affaristico che proprio dalla tragedia prende sfacciatamente spunto per riproporre altre grandi opere come il terzo valico che non servono assolutamente a nulla.

Tutto questo si condensa nel cedimento di un ponte li cui errori di progetto dovuti a tecnologie sperimentali poi abbandonate erano ormai ben conosciuti a livello ingegneristico, che aveva avuto bisogno negli anni di continue opere di consolidamento, poi rarefattesi con la privatizzazione delle autostrade e di cui era già stata proposta la demolizione 14 anni fa. Invece di cercare scuse e pretesti di devastante idiozia, come l’attribuire la caduta ai cambiamenti climatici come è stato fatto da qualche esponente di Lega ambiente o al famoso fulmine, si dovrebbe cercare di capire perché ci sono società private, in questo caso la spagnola Atlantia, che incassano i proventi dei pedaggi senza nemmeno provvedere alla corretta manutenzione e perché poi occorrono soldi pubblici per sistemare le cose; perché l’Europa non solo favorisce questo delirante “ordine delle cose” ma addirittura lo impone ” permettendo” che che lo stato e le sue articolazioni possano spendere per il riassetti strutturali solo garantendo a queste società di gestione la cui incuria provoca disastri,  consistenti proroghe di concessione. E’ appunto questa l’operazione che è stata  spacciata come 8,5 miliardi fondi europei sbloccati recentemente per il nodo di Genova, quando si tratta dell’intera viabilità nazionale e sostanzialmente niente più che un permesso ad investire. Che poi anche se fossero finanziamenti dati brevi manu e in contanti in cinque anni sarebbero un quarto della differenza tra quanto l’Italia versa e quanto riceve.

Perché siamo così stupidi da non porci queste domande? Perché siamo così disinformati da giornali e televisioni da credere che adesso, a ponte crollato,  il porto di Genova abbia bisogno di un altro gigantesco magna magna come il terzo valico o una gronda nord che prevede persino un’ autostrada per il Tigullio, quando si sa bene – al di là delle urgenti e assolutamente necessarie sistemazioni dell’area portuale, del suo collegamento con ferrovie e grande viabilità che sarebbe colpevole non affrontare anche se con buoni trent’anni di ritardo – che nelle attuale condizioni esistono precise condizioni fisiche, geopolitiche oltre che questioni inerenti alla sovranità del Paese, che impediscono un significativo aumento del traffico merci sulla città della lanterna. Il fatto è che la concentrazione della manifattura in Asia, effetto del globalismo, ha fatto aumentare e di molto la stazza delle navi da carico le quali non possono più entrare, almeno come primo sbarco, cioè a pieno carico, né a Genova né in alcun porto italiano ad eccezione di Trieste. Per la verità questa è una situazione  generalizzata che vale per tutto il Mediterraneo, salvo qualche scalo spagnolo (ecco spiegato l’aumento di traffico dalla penisola iberica) ed è per tale ragione di fondo che tutta l’organizzazione del trasporto si è concentrata sugli scali del Nord europa che oltretutto godono di infrastrutture più facili vista l’inesistente orografia  e grandi vie fluviali. Questa situazione si potrebbe catalogare come senno di poi se torniamo indietro di trent’anni, ma già all’inizio di questo secolo la tendenza era evidente e non aveva che due soluzioni non necessariamente in conflitto: puntare su Trieste e/o creare un rapporto più stretto con l’Asia e ovviamente con la Cina collegato a un un controllo dell’ambiente mediterraneo per  organizzare il trasporto merci con trasferimenti su portacontainer di minori dimensioni o facendo dei porti italiani un punto di secondo sbarco o diventando leader in qualche particolare settore. Solo in questa prospettiva le grandi opere viarie e ferroviarie avrebbero un senso, ma la totale carenza di visione, il miserabile attaccamento a operazioni di piccolo cabotaggio affaristico, l’impossibilità di perseguire una qualche autonomia geopolitica  hanno impedito di sfruttare il passaggio del principale asse commerciale dall’Atlantico all’Indo Pacifico, facendoci perdere un’occasione storica. E ho anche il sospetto che qualcuno in questa Europa così solidale e unita ci abbia messo lo zampino e non pochi fondi per aiutare questa cecità strategica.

Ma ormai che la frittata è fatta e che il degrado delle infrastrutture ha creato la sua più spettacolare tragedia, sentire ululare e guaire sciacalli di ogni tipo è davvero insopportabile, anche perché si somma a quelle operazioni di privatizzazione che hanno finito di acuire in maniera tragica i  problemi e per le quali nessuno sarà colpevole, visto che per autostrade, Alias Atlantia, tutto andava benissimo, che si è trattato di pura fatalità.


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