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State sicuri e non protestate

10007531_845182622175169_269377289_nSi fa presto a dire sicurezza e in nome della stessa limitare tutte le libertà salvo quella obbligata al consumo. Ma in realtà ci troviamo di fronte a un concetto assolutamente vago e indefinito, anzi camaleontico la cui definizione non viene mai fornita sebbene essa faccia parte del patriot act e sia presente anche nel trattato dell’Unione europea  come un valore e un “diritto “alla pari di libertà e giustizia. Già però che si intende per sicurezza? Quella sul lavoro? Quella medica e sanitaria? Quella delle pensioni? Quella di poter esercitare la libertà di pensiero senza che legulei da quattro soldi basandosi su leggi arcaiche la contristino? Quella di essere aiutati dalle istituzioni pubbliche quando si è in difficoltà? Quella di poter vivere in un ambiente non avvelenato? O la difesa contro la corruzione? Macchè, mica ci si bada a queste sciocchezze: il diritto alla sicurezza si esprime solo in un senso autistico, ovvero nel dare agli apparati di sicurezza più mano libera e più potere, ufficialmente per combattere nemici esterni che spesso vengono creati ad hoc con le guerre neocoloniali, ma molto più concretamente contro le libertà politiche, di manifestazione, di aggregazione, di rappresentanza.

I fatti di Charlotte in Usa dove i disordini sono nati perché i poliziotti hanno scambiato un libro per una pistola e hanno freddato un nero credendosi nel buon diritto di farlo, così come l’assurdo accanimento giudiziario contro Nicoletta Dosio colpevole di essere No Tav e quindi di attentare agli enormi profitti leciti o illeciti di chi costruisce una linea ferroviaria miliardaria e priva di senso, dimostrano sempre più da vicino come si declina in concreto il concetto variabile e vuoto di sicurezza. E’ sempre più chiaro che per sicurezza non si intende affatto quella dei cittadini in generale, ma quella delle elites che avvertono la necessità di dover essere difese contro le reazioni sociali da esse stesse provocate. Non è certo un caso se si vadano moltiplicando in tutto l’occidente le iniziative per aumentare gli strumenti di repressione e fornire loro leggi speciali o alibi psicologici  per renderli più “efficaci”. Non è certo un fatto marginale se si è arrivati alla gendarmeria europea che grazie alla sua natura anodina è in grado di aggirare qualsiasi diritto costituzionale e dispone di fatto di un potere illimitato, tutte cose a cui è abituata, visto che i suoi uomini si sono “formati” in Afganistan. Né va attribuito alle ambigue frizioni con la Russia il rinnovato sforzo per una forza militare europea che come si scopre dalle dichiarazioni politiche sia in Italia che altrove dovrebbe essere rivolta principalmente contro un altrettanto indefinito concetto di terrorismo. Questo per non parlare dei piani americani contro possibili disordini civili, tanto che ormai tutti i dipartimenti di polizia delle grandi città hanno selezionato uomini e fanno esercitazioni anti rivolta.

Il terrorismo  è la leva psicologica con cui si solleva e si butta al macero tutto un mondo di speranze e di libertà. Ma tutti possono intuire che la guerra al terrore, se proprio vogliamo dare un permesso di soggiorno temporaneo a questo fumoso e grottesco concetto, è semmai questione di intelligence e non di forza. Il fatto è che si tratta  solo un pretesto, talmente goloso da far nascere sospetti  sulle dinamiche, mentre il vero obiettivo è di rafforzare il potere centrale in vista di possibili rivolte contro lo status quo e l’impoverimento generale. La sicurezza diventa così il diritto dei forti di tenere a bada i deboli, di difendere le elites contro la rabbia dei ceti popolari. Ma questa sicurezza con cui si coglionano anticipatamente le future vittime della repressione, ha anche bisogno di deroghe legali, di coartare il potere giudiziario e di istituzioni politiche ad hoc: e allora nascono i patriot act e  gli stati di urgenza che da temporanei diventano eterni, oppure nei Paesi più deboli e corrotti, dove il numero dei clientes e degli elettori assenti è più alto,  il tentativo di manipolare le Costituzioni e le leggi elettorali per fondare regimi immobili e ad alto tasso di autoritarismo.

Non lo sappiamo, ma i veri terroristi contro i quali si invoca sicurezza siamo proprio noi.

 


Monsanto e Bayer, i nuovi signori del cibo

blackwater-monsantoSono contento di aver anticipato di un mese i progetti di fusione tra Bayer e Monsanto ( vedi qui e qui ) perché l’operazione al di là del suo gigantismo finanziario, elimina uno degli ostacoli più ingombranti sulla via del Ttip e mette le basi di un nuovo ordine mondiale che sposta via via il controllo chiave dalle risorse energetiche a quelle alimentari. Intanto adesso abbiamo solo tre gruppi Monsanto – Bayer, Down Chemical – Dupont e ChemChina – Syngenta  che hanno nelle loro mani l’80 per cento delle sementi e dei diserbanti, spesso facenti parte di un binomio che non lascia scampo agli agricoltori. Purtroppo in questi anni di declino del pensiero gran parte questo argomento di vitale importanza dal punto di vista geopolitico, politico e sociale è rimasto parzialmente se non interamente nascosto sotto il sudario di paure un po’ grossolane riguardo agli ogm in sé, prodotti del diavolo, certamente portatori di cancro e di chissà quante altre malattie dalla celiachia all’autismo. Polemiche di sapore religioso – metafisico, in nome di un feticismo naturale che più artificiale non si può, fervidamente rincorse  anche da una sinistra più disponibile ad inseguire le chimere che i discorsi riguardanti una struttura di produzione in cui il coltivatore è espropriato totalmente dalla sua libertà e dipende dalle costose forniture di sementi: non può ripiantare quelle ottenute dai campi perché nel raro caso di piante non (volutamente) sterili violerebbe il brevetto e nemmeno può utilizzarle per la propria alimentazione se non pagando una royalty al produttore. Royalty che sono pretese anche mettendo in campo come ha fatto la Monsanto in Sud America  squadroni della morte con l’aiuto della Blackwater, il noto centro di mercenari made in Usa. Il che ha anche prodotto degli effetti collaterali, come ad esempio – lo denuncia proprio oggi Coldiretti – che la gran parte dell’agricoltura italiana è ormai in mani mafiose.

Forse si pensava, anzi lo so per certo,  che mettendo in campo  totem e tabù nei Paesi ricchi, anche contro ogni evidenza, si sarebbe potuto fermare l’avanzata degli ogm e con essa anche il disegno di brevettare la natura. Così non è stato, un po’ per la palese debolezza di queste tesi, un po’ per la necessità di tenere sempre la produzione agricola ai suoi massimi non per dare una risposta alla fame nel mondo, ma per soddisfare la bulimia ad ampio raggio del liberismo e la sua ossessione di consumo, un po’ facendo balenare riscatto e profitto nel terzo mondo, un po’ ricattando. Anzi diciamo che le  multinazionali dell’agricoltura sono state molto contente da argomenti che distraevano dal loro vero scopo: diventare le onnipotenti fornitrici di cibo e ricattare chiunque, anche intere nazioni, perfino continenti, semplicemente negando loro le sementi. C’è da chiedersi a questo punto se vi sia  ancora spazio per una risposta politica a tutto questo, ossia spostando il discorso dal prodotto ai modi di produzione  e proprio l’acquisizione da parte della Bayer di Monsanto, l’azienda simbolo di tutto questo a cominciare dai diserbanti del Vietnam, passando per il Roundup velenoso, ma dichiarato innocuo e finendo alla Blackwater, ci dice che è possibile, se abbandoniamo il tabù degli ogm che ci costringere a parlarne solo in modo generico e inefficace, magari utilizzando gli stessi criteri commerciali dei suoi produttori.

La Monsanto è andata in crisi perché fidandosi della sua potenza di fuoco, sostenuta anche da Washington dove la sua capacità di ricatto nel continente Sud Americano e in Africa era massimamente apprezzata, ha fatto disastri: il suo cotone Bt è stato una catastrofe,  è un po’ più resistente  agli insetti delle varietà comuni, ma ha fibre molto più corte e dunque si vende a prezzi inferiori. Gli uomini di Monsanto avevano garantito in Burkina Faso che ogni ettaro coltivato a cotone Bt avrebbe prodotto 4-6 tonnellate. In realtà la media è di 1,1 tonnellate per ettaro, poco di più della quota prodotta con il cotone convenzionale, che tuttavia è di qualità migliore e quindi ha un valore decisamente più alto. Insomma era semplicemente un ogm  mal concepito e venduto solo grazie a una continua campagna mediatica, pressioni e sovvenzioni sottobanco a seconda delle aree. Un cablo scoperto da WikiLeaks del 2008 rivela che l’ambasciatore americano a Ouagadougou ottenne per conto della Monsanto la licenza di importazione, produzione e commercializzazione di semi ogm , barattando l’affare con la fine della minaccia di sanzioni (sempre proposte dagli Usa) che pendeva sul Paese per traffico d’armi.  Più o meno la stessa cosa si può dire per il mais Bt, vera miniera d’oro, modificato geneticamente per resistere alla Diabrotica virgifera, che attacca l’apparato radicale della pianta impedendone la crescita. Diffuso massicciamente negli Usa e in Canada, grazie al risparmio che permetteva sugli insetticidi e alla santa opera dei ministeri per l’agricoltura, ha  avuto l’effetto di sviluppare di una resistenza sempre più forte nei parassiti tanto che ormai si è tornati alla sua situazione precedente. Probabilmente se questo mais fosse stato usato solo nelle aree più a rischio il fenomeno non si sarebbe presentato o sarebbe stato più lento.

Insomma gli ogm sono difficili e non sono di per sé né la manna perenne, né il diavolo fatta farina, riportandoci a un piano di gestione del suolo corretta e sostenibile per il quale per prima cosa bisogna rivedere e ribaltare tutto il sistema dei brevetti e della commercializzazione degli stessi per togliere l’agricoltura dalle grinfie della privatizzazione assoluta e dal suo uso geopolitico. Un sistema che oltretutto è responsabile anche  di errori clamorosi,  superficialità e operazioni spericolate dovute ai giganteschi guadagni che esso permette in ogni caso.  Ma questo non lo si otterrà con le invocazioni a una natura spesso di pura fantasia, né di certo con la pelosa buona volontà espressa dai vertici politici per pura cassetta elettorale, ma prendendo coscienza del fatto che è la struttura della società autoritaria ed oligarchica che si va creando, a rendere possibile il meraviglioso mondo del ricatto alimentare. E più si concede al potere di modificare geneticamente persino le Costituzioni, più si spiana la strada a queste logiche, più il processo andrà avanti.


La colpa è di Facebook. L’abiura della responsabilità

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare sia necessario ricordare al gentile pubblico del web che se cadono delle bombe su un villaggio, facendo un’ecatombe di vittime inermi, la colpa non è degli ordigni e nemmeno dei droni, ma di chi li ha manovrati nell’asettica e “chirurgica” indifferenza di una sala comandi, o in uno studio ovale, in una guerra nella quale le vecchie concezioni di  corpo a corpo sono diventate obsolete, così astratta che nessuno si sente davvero investito della responsabilità di quell’uccisione anonima, noi compresi che ci sentiamo assolti grazie a un altrettanto astratto rifiuto umanitario della violenza. A meno che, ovviamente, non sia legittimata dalla opportunità di contrastare vari flagelli, non bene identificati, nell’eterno duello tra Bene e Male.

Altrettanto se una ragazza viene travolta da uno scandalo e si suicida temendo lo stigma infinitamente ripetuto, la condanna alla memoria perenne di una sciocchezza, l’anatema inesauribile della comunità benpensante o guardona o pruriginosa, la colpa non è dei social network, largamente criminalizzati in questi giorni, perché, si sa, non viene mai persa l’occasione per  proporre benefiche limitazioni di libertà, provvidenziali censure, dettate da una pietas pelosa e intermittente.

Il fatto è che tutto concorre a liberarci dalla responsabilità, verso noi stessi e verso gli altri. Grazie all’egemonia della delega, in politica, nel contesto pubblico come in quello privato: gli italiani dimostrano di esserne soggiogati se preferiscono essere condotti al macello bendati, trascinati da un citrullo che ogni giorno dimostra con il suo vaniloquio e la sua tracotante quanto vuota prosopopea la sua natura di lacchè, di utile idiota al servizio dell’impero, dopo essersi innamorati di un arricchito grazie a attività criminali. Si affidano in qualità di espressione geografica ormai priva di sovranità e autodeterminazione, a un’autorità artificiale, che combina autoritarismo amministrativo e  burocratico solo apparentemente asettico, con un’indole indirizzata alla cancellazione di democrazia e diritti, anche grazie a muri eretti per difendere  le fortezze delle cancellerie. Molti genitori si aspettano dalla scuola l’assolvimento delle funzioni che spetterebbero a loro. E d’altra parte una scuola sempre più brutalizzata assegna alla collaborazione e alla beneficienza arbitraria delle famiglie la sua sopravvivenza, integrando altri fattori di disuguaglianza e discrezionalità in un contesto già segnato dalle differenze prodotte dalla lotteria naturale e dalle sue estrazioni cieche e crudeli.

E poi non c’è amministratore, dai comuni ai condomini, che non attribuisca i suoi fallimenti alla precedente gestione, ai danni prodotti da chi c’è stato prima, su, su fino alle caverne di Altamira. Per non dire di processi imitativi che assolvono da reati virtuali o materiali, perché così fan tutti, perché familismo, clientelismo e micro-corruzione sono peccati veniali tollerabili e autorizzati in tempi nei quali tutto è labile e precario e è necessario, anzi doveroso difendersi. Anche l’abiura di aspirazioni, la rinuncia a diritti e prerogative, determinata da un regime che ha fatto del ricatto e dell’intimidazione “sistema di governo”, vengono impiegati per liberarsi dall’onere pesante dell’arbitrio personale, libero per quel che resta e ci hanno permesso, ma che dovremmo difendere come un bene prezioso, invece di dismetterlo per esercitare una pretesa di innocenza e una rivendicazione dello stato di vittime, che ci esonerano da scelte e da assunzione di responsabilità. Che deve  riguardare tutti, uomini sessisti o indifferenti o donne fragili o gregarie, ugualmente oppressi dalla stessa cultura patriarcale e dalla stessa morale confessionale che a fronte di una apparente emancipazione da canoni pruriginosi e repressivi, riconduce sessualità e eros alla sfera del peccato, della vergogna, sottoposti al giudizio della gente, alla reprimenda dei benpensanti, alla circolazione delle penitenze nel confessionale dei social network.

Non è colpa della rete se una trentenne fragile pensa che il suo valore sarà misurato dal desiderio che susciterà grazie a un filmato, che abbia una diffusione solo tra intimi, amici di Fb o contatti su Twitter, quando donne e uomini sono sottoposti alle leggi di mercato proprio come merci, le loro qualità sono quantificabili allo stesso modo di quelle di prodotti rari, firmati, esclusivi, come la loro permanenza in vetrina e la loro appetibilità sugli scaffali del grande supermercato. Non è colpa della rete e nemmeno tanto degli imbecilli che la animano se viviamo in una realtà “rappresentata” dove le persone ritengono di aver vissuto e di poter ricordare solo quello che è diventato filmato, immagine, selfie, se riguarda la loro esistenza, mentre assistono a guerre, esodi, eccidi, repressioni, massacri, come se fossero fiction che scorrono in tv, con la pretesa di non parteciparne in alcun modo, senza crederci davvero, grazie alla possibilità di eludere la verità mutuata dal potere, noi, perché non ci faccia male con la sua potenza rivelatrice, i regimi per non svegliarci dall’opportuno letargo.

È giusto provare pena per quella ragazza fragile, ma non sarebbe giusto assolvere la sua incapacità di tutelare la sua dignità di persona, pena la conferma di una “naturale” e biologica debolezza femminile, di una indole alla soggezione e alla gregarietà muliebri, di un istinto di genere a attribuire importanza al giudizio degli altri, a sottomettersi come a un giogo implacabile ineluttabile  a convenzioni, conformismo e perbenismo paesano, a quel “che dirà la gente” che ha portato la mamma di una ragazzina stuprata a praticare un comportamento criminale ispirato a correità, violenza e sopraffazione.

La rete, i social network (Facebook è il continente, sia pure virtuale, più popoloso del mondo) sono pieni di imbecilli proprio come il mondo fuori e dentro casa. Anche di sfruttatori, anche si sopraffattori, anche di violenti, anche di malfattori, come il mondo fuori e dentro casa. E proprio come fuori e dentro casa la soluzione non è nel tirar su muri e confini, nell’imporre bavagli, nemmeno nelle lezioni, auspicate da pensosi commentatori, di educazione digitale, al posto della rimossa educazione civica. Al contrario, consiste nel praticare realtà e verità, invece di rappresentazione e recita, nel riprendersi il gusto di parlarsi invece di esprimersi con smorfie, faccette e con una propaganda di sé fatta di finzione, come fossimo prodotti che si offrono al consumo.  E nel ritrovare il bene della ribellione, della collera, della libertà, anche dello sberleffo e dell’invettiva, che ormai ha circolazione solo nelle catacombe virtuali, prima che, per dispiegare la doverosa compassione per una donna vulnerabile, ci interdicano la possibilità di ingiuriare, come ci spetta e le spetta di diritto, la Boschi.

 

 

 

 


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