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Il Paese di Totò

totò-riina02-660x350Prima o poi anche ai capi dei capi tocca morire e di certo la scomparsa di Riina non strapperà lacrime a nessuno. Ma la morte del boss lascia dietro di sé una scia di misteri insoluti e di inquietudini che purtroppo gli sopravvivono perché in qualche modo egli non solo riassume in un unica persona le trasformazioni della mafia siciliana ma sembra essere il nodo di passaggio tra la cosa nostra armata che ammazza Falcone e Borsellino, mette bombe, ricatta le istituzioni fino a piegarle e quella che in qualche modo entra in rapporto dialettico con lo stato, tratta con lui e alla fine quasi vi si confonde. Il fatto stesso che la sua ascesa nella cupola mafiosa si sia svolta tutta durante la lunga latitanza durante la quale non si contano assassini ed esecuzioni senza che mai egli sia stato preso, mentre in precedenza, da picciotto feroce, era finito nelle maglie della polizia come un tonno, fa subito pensare a una rete di protezioni e coperture che certo non si fermavano agli ambienti della criminalità organizzata.

Le stesse innominabili coperture che vengono evocate e materializzate, dalla contorta vicenda della sua cattura finale durante la quale  sono scomparsi tutti i documenti che si diceva conservava nel suo covo: forse adesso li ha l’altro inafferrabile, Matteo Messina Denaro, suo braccio destro, sparito dal ’93, oppure chissà dove sono finiti visto che 5 anni fa arrivò un lungo documento  anonimo al pm Di Matteo che indaga sulla trattativa Stato – mafia, secondo cui alcuni esponenti dell’arma ( vedi alla voce servizi segreti) avrebbero trafugato dei documenti scottanti dalla cassaforte nel covo di Riina, prima che fosse fatta la perquisizione ufficiale, disgraziatamente ritardata a causa di incredibili e inammissibili disguidi. D’altronde che il focus delle imprese di Riina e dei suoi soci di cupola consistesse proprio in questo lo dimostra le minacce di morte nei confronti di Di Matteo e ,l’atteggiamento di certi squallidi servi di Silvio Berlusconi che lo hanno costantemente accusato di giustizialismo e il tentativo dei vertici politici di toglierselo dalle scatole ed evitare che alla fine possano saltare fuori clamorose rivelazioni.

Dalla babelica documentazione che riguarda Riina, i suoi contatti con la politica emergono con grande chiarezza: per molti anni della sua latitanza il boss appoggiò Ciancimino e la sua cosca politica, affiliate al clan Lima – Andreotti, diventando il killer dei loro avversari politici o meglio dei gruppi clientelari avversi ( costruttori  & C)  che ruotavano nell’universo siciliano e palermitano. E così che maturarono gli omicidi di Michele Reina, segretario provinciale della Dc che era entrato in contrasto con costruttori legati a Ciancimino, di Piersanti Mattarella che contrastava Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi e di Pio La Torre segretario regionale del Pci che aveva più volte indicato pubblicamente Ciancimino come personaggio legato a Cosa Nostra. In virtù di questi meriti Riina e i corleonesi si aspettavano che i politici facessero qualsiasi cosa perché la Cassazione ammorbidisse le sentenze di ergastolo del Maxiprocesso di Palermo ed è nell’abito di questa madre di tutte le trattative che si situa il famoso e mitico bacio di Andreotti, episodio considerato inattendibile dai giudici che tuttavia confermarono i legami del divino Giulio con la Cupola. Il famoso bacio sarà anche stato un tentativo di romanzare la realtà: ma questa si affacciò ben presto con l’uccisione del luogotenente andreottiano in Sicilia, Salvo Lima. Certo erano anche altri tempi rispetto a quelli di oggi nei quali un arrestato e indagato per appalti truccati non solo viene reintegrato nel consiglio regionale sardo, ma ne diventa vicepresidente: allora era difficile farla così sporca, ma dopo gli stallieri berlusconiani di ogni tipo e fattezza tutto è possibile, persino che un presidente, per fortuna ex per sempre, si sottragga a un minimo di verità.

Ad ogni modo ho l’impressione che Riina sapesse perfettamente quello che diceva quando sosteneva con i suoi e successivamente anche con i giornalisti che “avrebbe potuto far crollare l’Italia” solo parlando. Ma qui emerge l’origine dell’uomo, si fanno sentire le sue radici contadine, i suoi inizi nel furto di covoni di grano e di animali: paradossalmente mostrava di conservare il senso di ciò che dovrebbe apparire scandaloso in un Paese civile, anche se rivendicava la sua ferocia. Quello che stiamo perdendo, perché se anche sapessimo che ampi pezzi dello stato e della politica si sono messi d’accordo con la mafia, che operano in perfetta armonia con essa, ci sarebbe clamore, ma nessuna reale conseguenza. Del resto basta vedere la serie di scandali che ci investono senza tregua da molti anni, l’aria di corruttela e di inganno che spira dovunque, senza però che i colpevoli e loro epigoni vengano espulsi dalle leve di comando. Finirà che non ci meriteremo nemmeno Riina.

 

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I tempi di Oronzo Canà

00EFB7-La mia scarsa propensione per lo sport e la mia avversione per quello divenuto business ha rischiato di farmi perdere la notizia del giorno, ovvero l’esclusione dell’Italia dai mondiali di calcio, buttando nella più nera ambascia i grossisti di televisori o gadget di ogni tipo, giornalisti in cerca di trasferta e comparsate, politicanti di lotta e di governo. Ma in fondo l’umiliazione subita era a tal punto nella logica delle cose da non aver suscitato sorpresa e nemmeno indignazione: la nazionale di calcio esce di scena come esce di scena il Paese e per lo stesso male oscuro. A quanto ne so a capo del movimento calcistico c’è un vecchio maneggione messo lì a difendere gli interessi di quelle quattro o cinque squadre che contano, oltre a molti altri rapporti opachi e sotterranei da sempre presenti, le cui dichiarazioni razziste e fascistoidi hanno raggiunto i quattro angoli del mondo nonostante la difesa a spada tratta proprio da alcuni degli sconfitti di ieri.

Dell’allenatore non saprei se non che probabilmente la sua chiamata al soglio degli azzurri è stata dettata da strategie che non risultano proprio evidenti, un po’ come quelle che hanno portato a richiamare in servizio svendita manager che avevano già devastato le aziende loro affidate, ma certo non si può sperare di vincere con giocatori tutti più o meno nella mezza età avanzata in senso sportivo con rincalzi che vengono dal Sudamerica e  dall’Africa perché i vivai dei giovani costano, possono esporre a rischi ed è molto più semplice per i club lasciar perdere il turn over locale  e acquistare sul mercato globale prodotti già confezionati. Che tra l’altro sono richiesti a gran voce da tifoserie organizzate più aduse alle patrie galere che agli spalti. Né si può pensare che i medesimi club, con la tendenza sempre più evidente a passare in mani non italiane per il quali il calcio è solo un affare, mettano a rischio i loro investimenti per la nazionale, mentre la stessa cosa pensano i milionari che corrono dietro alla palla indisponibili a muovere un alluce se non per cifre a sei zeri. Una situazione nella quale è difficilissimo avere idee e creare gioco. In fondo proprio perché il calcio è divenuto tutto – business e oppio – tranne che uno sport l’uscita dal giro che conta è significativo della condizione del Paese e delle capacità della classe che lo dirige.

Semmai il caso fortuito è stata la vittoria nel mondiale di dieci anni fa che diede all’uomo della strada l’illusione che il Paese fosse ancora in prima fila, quando invece il declino era già cominciato anni prima con allenatori corrotti, eterodiretti o senza bussola nel migliore di casi, incapaci di fare altro che svendere il Paese nell’illusione di modernizzarlo. Mi rendo conto che il paragone è trito è banale, ma mi sono azzardato a percorrerlo perché leggendo in rete pare che esso per la prima volta sia diventato in qualche modo lampante, almeno per molti. Certo non manca la canea tifosa che straparla in italiano stentato che fa sembrare i placiti cassinensi un capolavoro di modernità, ma nel complesso che la vicenda calcistica, come dello sport in generale, sia in qualche modo collegata a quella dello Stivale  è ormai una diffusa consapevolezza.

In realtà tutto quello che era stato rappresentato dalla commedia all’italiana nella speranza che qualcosa cambiasse, si sta tristemente avverando: se Totò strappava risate pronunciando all’inglese parole latine adesso di questo ci facciamo un vanto riempiendoci la bocca di midia, plas e giunior per mostrare di essere acculturati, il dottor Terzilli è stato surclassato, Antonio la Trippa si è estinto, Otello Celletti è diventato la normalità del clientelismo spicciolo. Perché mai nel Paese di Nando Mericoni la cui uscita dal guscio non si è tradotto in apertura, ma in provincialismo subalterno il calcio doveva essere esente dall’imitazione seriosa di Otello Canà? Altro che apocalisse, figuraccia, sfacelo citati nei titoli del mainstream che per altri versi non è che il megafono della cialtroneria nazionale ad ogni livello e si dimentica di citare sconfitte ben più importanti favorite dagli editori di riferimento: questa è la commedia all’italiana, il teatro dell’arte che si realizza. Se non altro questo ci salverà dai politici che già si preparavano a sfruttare l’occasione sportiva nell’anno delle elezioni e da quegli idioti usi a pronosticano straordinari aumenti del pil in caso di vittoria dimenticando che persino l’Fmi ne preconizza l’imminente discesa), ma la scomparsa dalla cartina del calcio mondiale per fortuna non aggiustabile con numeri ballerini perché i gol si vedono, non fa che seguire quella da ogni possibile carta tematica, salvo quelle in cui la presenza è puramente simbolica e funzionale ad altri scopi, vedi per esempio quella  nel G7 che in realtà rappresenta la Nato.

Ora che in queste condizioni molti ottenebrati si spaventino o facciano finta di strapparsi i capelli come se andasse via la tata nell’ipotesi  che i vecchi allenatori se ne vadano è veramente da ridere e da piangere.


Intelligenza artificiale e stupidità umana

artificial-intelligence-0303-640x400In queste due settimane ho avuto modo di scontrarmi con l’intelligenza artificiale, ovvero con la stupidità silicea, meglio la stupidity, visto l’ambito, la mentalità e la cultura in cui sta incubando: per due volte mi sono messo nel ginepraio di Paypal, evidentemente costruito per rendere le cose difficili agli uomini e facile alle macchine presunte intelligenti, per chiedere che cosa ne fosse stato di un modestissimo pagamento che mi era arrivato tramite questa sorta di scambiatore immateriale. Ma tutte e due le volte non ho avuto alcuna spiegazione ritagliata sul mio caso: il sistema mi ha inviato per due volte il medesimo polpettone di spiegazioni generiche riguardanti molte situazioni diverse tra le quali poter scegliere un’ipotesi, senza sapere se è quella giusta. In realtà il sistema, mentre permette alla società di fare molti risparmi sul personale e regalare profitti stratosferici, mette in piedi sistemi intelligenti che in definitiva sfruttano l’intelligenza oltre che la pazienza dei clienti .

Il lato nascosto della cosiddetta intelligenza artificiale che è essa è appunto intelligente in un mondo istupidito o per uscire dal gioco di parole, lo è solo nel mondo che essa stessa crea e in qualche modo, grazie alla forza dei suoi padroni, impone. E’ nata come tentativo di dare alle macchine una sorta di comportamento umano, ma lo ha fatto a partire da comportamenti già schematizzati e standardizzati, anzi, se volessimo andare a fondo, da comportamenti e modalità standardizzate all’interno di una certa società e dei suoi rapporti. Non a caso i primi successi sono arrivati nei giochi di strategia, come scacchi o go dove la maggiore potenza di calcolo di un computer è vincente all’interno di regole stringenti nelle quali  la programmazione può facilmente coprire molte possibilità e l’eventuale autoapprendimento si svolge su binari molto rigidi. Analogamente il successo della guida automatica richiede che tutta la viabilità e le strade si adattino ad essa e che i comportamenti di guida siano estremamente standardizzati, ovvero che non ci siano più guidatori umani in grado di avere azioni e reazioni imprevedibili o irrazionali. Nello stesso modo l’intelligenza artificiale immessa nei servizi, richiede una normalizzazione dell’essere umano e della società oltre che uno spaventoso impoverimento delle lingue e del loro contenuto.

Sono la persona forse più lontana dal misoneismo o da ciò che viene comunemente definito luddismo, anche se il fenomeno è stato radicalmente differente da ciò che ci viene raccontato nelle narrazioni capitaliste ad uso popolare visto che la distruzione delle macchine non tendeva affatto ad eliminarle in sé, ma a combattere il vuoto di dignità e di diritti che esse avevano creato grazie alle gestioni padronali. Tuttavia in un certo senso ci troviamo in una situazione in cui le nuove tecnologie di ogni tipo servono a espellere la gente dal lavoro, a creare una sorta di standard comportamentale ed emotivo funzionale ad ammansire le masse e plagiare gli individui perché accettino un modello predefinito dalle oligarchie. Il fatto è che queste rivoluzioni concentriche e simili ad una matrioska al contrario, si sono sviluppate, non certo a caso, proprio nel momento in cui la dialettica sociale e politica è venuta progressivamente meno e dunque il controllo sul nuovo è stato completamente sottratto alle comunità, agli stati, al discorso pubblico per essere lasciato solo agli interessi privati che finiranno per determinare a loro piacimento le logiche in cui esso si incanalerà. E che possono essere facilmente delineate visto che già sono in atto: un basso impero con grandi masse disoccupate e sfruttate, che vivono di sussidi, di poco panem et molti circenses perché dopotutto bisogna vendere la produzione o magari impegnate in guerre di sfoltimento demografico. Ma senza alcuna dignità, speranze o futuro, in una condizione sempre più passiva simile a quella di celebri distopie.

In realtà non c’è alcuna necessità storica che sia questo l’esito infausto: al contrario l’intelligenza artificiale e le tecnologie ad esse collegate potrebbero invece dar vita a molti e diversi modelli tra cui anche quello di produzione diffusa, visto che questa non necessità più della concentrazione fordista che coniuga insieme disumanizzazione, sfruttamento, profitto e potere. Tutte le pinzillacchere condite di anglicismi insensati e utilizzati proprio per nascondere la realtà anche a se stessi, con le quali ci si vorrebbe illudere che il lavoro perso in fabbrica e in ufficio sarà sostituito da nuove mansioni sono pure sciocchezze, visto che il rateo di sostituzione, ben che vada, sarà di 10 a 1 inizialmente e molto superiore in seguito: si tratta del tentativo di far credere che tutto potrà essere assorbito all’interno della società neoliberista.  Ma senza nuove iniziative politiche, nuove prospettive, nuovo protagonismo dal basso sarà praticamente impossibile deviare il cammino che ci impone la logica dell’accumulazione capitalista in un mondo però in cui questa non si presenta più come necessità storica, ma come abuso. Anzi paradossalmente come anacronismo.


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