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Un popolo di casi umani

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che privato sia meglio è una convinzione talmente diffusa che ormai la consegna al volontarismo come al profitto, al profondersi personale come alla licenza e deroga da leggi e regole di opportunità e bon ton, sono una consuetudine autorizzata ed anzi gradita.

Così si guarda come a  manifestazioni di lodevole spirito di iniziativa a cittadini che nelle zone terremotate si aprono un varco nella neve alta con le mani o con le vanghette da giardinaggio, che mandano sms per segnalare casi disperati, che danno informazioni sul sisma prima dell’Ingv, che montano sugli sci per avvicinarsi a zone disastrate, quelli del faidate insomma, gli stessi poi che se hanno voluto un tetto provvisorio hanno dovuto provvedere con  i propri risparmi, peraltro ostacolati per essersi sottratti alla ineluttabile livella dell’esilio forse definitivo negli hotel della costa, in casa di parenti dove puzzare in breve come succede agli ospiti coatti,  purché altrove dai loro paesi, dalle loro attività, dalle loro terre. In modo da perdere lo status emergenziale per entrare in quello che caratterizza il limbo dell’oblio,  della rimozione che affida il ripresentarsi estemporaneo alla cronaca in occasione di anniversari, opportune giornate della memoria, grazie all’interesse fortuito e  sospetto di una stampa  impegnata a celebrare il turismo compassionevole delle autorità e a spegnere i riflettori su una quotidianità vergognosa, in Irpinia o in Emilia, con un unico distinguo: la lettura antropologica aberrante delle inclinazioni di stirpi e genti a colpevole indolenza e di altre a dinamismo costruttivo, per biasimare i parassiti che si aspettano il ritorno di tasse e balzelli in servizi e assistenza statali e apprezzare chi mostra industriosa iniziativa secondo quella tradizione narrativa che racconta di un paese troppo lungo e diviso a metà secondo  criteri arbitrari e artificiali di merito.

E non deve stupire che torni vigoroso alla ribalta con l’indomito orgoglio del condottiero cui sono state ingiustamente contestate le vittorie sul campo, quel Bertolaso intorno alla cui leadership  personale il suo grande protettore voleva allestire una SpA della protezione civile privatizzata cui affidare gestione delle calamità e relativa ricostruzione come d’altra parte aveva dimostrato di saper fare anche grazie al prodigarsi generoso di cementieri spregiudicati e con una inarrestabile tendenza alla festosa ilarità.

Succede così nelle emergenze, succede nell’assistenza cancellata in modo da nutrire l’avido mercato di clinici e cliniche, nelle università avvilite per esaltare i possibili sbocchi offerti da “laureifici” come juke box,  nell’istruzione smantellata per appagare gli appetiti di istituti confessionali, fidelizzati alla chiesa cattolica o a quella del mercato, nel sistema pensionistico mortificato per rafforzare il sistema parallelo dei biscazzieri dei fondi e delle assicurazioni, nella gestione del patrimonio culturale avvilito da indifferenza, trascuratezza, abbandono non casuali in modo da chiamare in causa l’ineluttabile intervento salvifico di compratori e usufruttuari presentati come munifici  e disinteressati mecenati.

Che poi la  privatizzazione della società porti come inevitabile effetto collaterale anche la personalizzazione è evidente, a cominciare dall’auto accreditamento referenziale di una cerchia di uomini della provvidenza anche sotto forma di tecnici e specialisti, di ruvidi custodi dei nostri valori tramite ruspe, di riflessivi profeti che ci incitano al sacrificio e alla rinuncia per aver avuto troppo, di dinamici  manager la cui carriera è stata favorita da sodalizi antichi, dinastie, o dalla fidelizzazione a cosche e perfino a cupolette di provincia, ostentati come fenomeni di magnifica e progressiva capacità imprenditoriale a suon di illegalità, comportamenti disinvolti quando non criminali, spregiudicatezza e opache alleanze.del-debbio

Ma il peggio è che il fenomeno si va diffondendo a tutti i livelli esasperando il culto egotico del proprio io, mortificato dalla perdita di beni, certezze, prerogative, in una gara dannata per stabilire gerarchie e graduatorie della disgrazia, della sfortuna, della miseria, della sopraffazione subita. Nel generale compiacimento contemplativo dei media, si propongono  piazze della collera nelle quali si contendono  primati indigeni colpiti dalla pressione di stranieri, esodati che vogliono il palmares rispetto a lavoratori in cassa integrazione, disoccupati che stanno peggio degli addetti ai call center, tutti assiduamente dediti a rivendicare il riconoscimento di caso umano, l’accesso a tribune e ripetitori per lanciare messaggi fino ad allora inascoltati. Da là è facile sconfinare nel “prima gli italiani”, di modo che per legge o per riforma si creino categorie dei meritevoli di status di disperati secondo selezioni e criteri razziali, terremotati con più diritti di chi scappa da bombe o emergenza ambientali verificatesi altrove, disoccupati italiani con più bisogni di chi arriva da territori che abbiamo contribuito a depredare.

Dovremmo sottrarci alla lusinga avvelenata di chi ci mette gli uni contro gli altri per farci arrendere alla condizione di vittime in lotta con altre vittime. Per conquistare che cosa poi? Il pane amaro della sconfitta e della servitù, quello dell’elemosina e della pietà?  meglio quello che si spezza con gli altri, che un tempo chiamavamo compagni, quando sapevamo che bisognava stare uniti.

 

 

 

 

 


Pellegrini sulla nostra pelle

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo ha rivendicato con orgoglio anche lo spaventapasseri che sta sul colle come una di quelle tetre croci piantate sulle vette alpine. È andato più volta in visita pastorale nelle zone del sisma.

E mica solo lui, la passerella del varietà della commiserazione in cambio di decisioni, atti e responsabilità li ha visti passare tutti. Qualche colpito è stato anche benevolmente prescelto per assistere al concerto di Natale su invito della zarina a Montecitorio, a tutti è stato rivolto il caldo invito a sperare, a pazientare, a non temere. Da parte di quelli che hanno gridato allo scandalo per la decisione di non ospitare a Roma Olimpiadi costose senza ritorno, dannose per l’ambiente, come fosse una resa alla corruzione. Lo  stesso male che ora, a loro dire, rallenta e ostacola la ricostruzione nel ragionevole timore che procedure e assegnazioni così come qualità dei materiali e criteri possano essere infiltrati  da criminalità e malaffare. Così il nuovo governo fotocopia del vecchio ha tolto per l’ennesima volta dalla naftalina lo spauracchio ufficiale che a intermittenza regolare decanta primati morali della gran Milan a copertura di personalità distratte quanto potentemente autoreferenziali, tanto da autosospendersi e poi auto assolversi rafforzate da cotanto sponsor, come lamenta competenze, mezzi e risorse ridotte.

E’ davvero uno spettacolo  l’avvicendarsi, si fa per dire, di governi che smentiscono negli atti le loro stesse parole d’ordine, premiando con incarichi prestigiosi gli immeritevoli, ministri o commissari straordinari sui quali pesa la normale impotenza, incapacità o sospetta inadeguatezza a mettere riparo con equità e efficienza ai danni di un precedente sisma, deridendo requisiti di efficienza e competenza sostituiti da quelli di appartenenza e fidelizzazione, garanzie di trasparenza sulle quali si stende la nebbia opaca di istinti arruffoni e arraffoni, opportunità della semplificazione, impiegata a fini intimidatori per restringere l’operatività della rete dei controlli, ridurne le competenze e i poteri, stabilire l’egemonia dell’interesse privato su quello generale. Per non parlare del diritto dei cittadini di partecipare ai processi decisionali,  frustrato e vilipeso anche grazie a una stampa retrocessa come si conviene in vigenza di regimi autoritari e cialtroni a passacarte e veline, o, più modernamente, a eco di stati su social network o tweet di notabili in carica o detronizzati solo apparentemente, strumenti ben visti solo nella loro qualità di altoparlanti degli annunci governativi, altrimenti oggetto di riprovazione per il loro potenziale eversivo.

Così per sapere cosa succede a Amatrice  o a Norcia dove ha chiuso i battenti la vecchia fabbrica del cioccolato per i danni subiti ma anche perché i lavoratori senza casa e le  loro famiglie senza scuole e servizi essenziali sono stati consigliati a andarsene, dove il comparto agroalimentare è piegato, le stalle in rovina e le bestie affamate e assetate, dove in attesa delle provvidenziali “casette” l’invito è a lasciare paesi, abitazioni e lavoro, quando c’è, dove chi si vuol comprare un container a sue spese o adattarlo a esigenze quotidiane,  è ostacolato e rischia una denuncia per abuso edilizio, dove la priorità viene attribuita al restauro delle chiese, con l’oscuro disegno di fare di quei territori spopolati una specie di Disneyland diffusa e profana del turismo sacro, con i pochi operatori trasformati in comparse in costume come nei parchi tematici americani, si per saperlo dovremo aspettare un film che sfugga alle maglie della censura da proiettare nei circuiti dei disfattisti o dei pericolosi centri sociali.

Perché è vero che ci sono andati tutti là, in pio pellegrinaggio e in cerca di indulgenze popolari. Ma a noi è stato dato solo di conoscere le loro litanie compassionevoli e le rassicurazioni che i soldi ci sono ma bisogna spenderli in modo appropriato. Appropriato? Come quando si devono impiegare per salvare banche o per foraggiare il mercato incrollabile delle armi? Si, perché a visitare le zone terremotate c’è andata anche quel bel campione della Pinotti cui dobbiamo probabilmente  la promozione al decimo posto dell’Italia nella top ten dei paesi che spendono in armamenti. E d’altra parte lo chiede l’Europa, come ha segnalato il quotidiano britannico Independent  in un articolo dal titolo inequivocabile: “I soldi del bilancio europeo potrebbero servire a sviluppare armi per l’Arabia Saudita” a proposito della decisione di destinare risorse europee , comprese quelle della ricerca, al cosiddetto Fondo Europeo per la Difesa, che utilizzerà il denaro dei paesi membri per investire nel settore bellico, con un budget a partire da oggi, dal 2017,  di 25 milioni di euro l’anno per tre anni e come parte di un più ampio Piano d’Azione del valore di 3,5 miliardi di euro.  a favore dell’industria degli armamenti. In modo da confermare la posizione invidiabile dell’Ue, già oggi al secondo posto nel mondo in termini di spese militari con un budget di 217,5 miliardi di euro.

Come non capirli? Quando si è in guerra non si bada a spese. E poi il settore è in crescita come non mai e non teme corruzione, malaffare e infiltrazioni se a comandare è il crimine e le armi sono puntate contro di noi.

 

 

 


L’altra metà dell’inferno

 

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte mi monta su una rabbia così amara a pensare a quante rinunce, a quante battaglie a casa e fuori, a quante lotte contro pregiudizi e conformismi, a quanti contrasti dentro di noi e fuori da noi  quando lo scontro era coi padroni e come se non bastasse con padri padroni, i mariti padroni, i fratelli padroni, insomma i maschi padroni. Per trovarci così a star sotto alla Boschi, alla Fornero, alla Guidi, alla Giannini, alla Fedeli, alla Marcegaglia, alla Todini, alla Madia, per non dire della Merkel, per non dire della Lagarde e di tante altre icone del potere femminile.

Si vede proprio che avevamo sottovalutato che esistono situazioni e contesti che prevedono la rinuncia, o meglio l’abiura entusiastica di valori e caratteri di genere, a probabile dimostrazione anche antropologica che non esiste via virtuosa al potere e in condizioni di perfetta e ineguagliabile parità. Vengono considerate conferme dell’indole virile coraggio, determinazione, risolutezza, forza e vigore? Ecco che appena nominati, eletti, incaricati o designati i cuor di leone, i temerari, gli audaci si convertono in coniglietti di peluche, in cagnoloni che fanno sempre si con la testa in consigli di amministrazione, parlamenti, direzioni di partito ritrovando un po’ di soffio vitale  nella tutela ferina di posizioni, rendite e privilegi grazie al superstite istinto alla sopraffazione, indomito e capace di sopravvivere a ogni avversità.

Ma siccome è più giusto dire che si tratta semplicemente degli effetti non sorprendenti di una selezione del personale politico  che sceglie i più adatti e adattabili, i più ambiziosi e spregiudicati, i più arrendevoli e dediti all’ubbidienza, i più inclini all’assoggettamento e al tempo stesso al dirigismo autoritario, ecco spiegata la festosa dismissione di quelle qualità femminee: sensibilità, gentilezza, accoglienza,  capacità di ascolto e predisposizione alla cura e alla compassione, solidarietà, che avevano fatto sperare a molte che fosse possibile una liberazione senza rivoluzione, un affrancamento di genere senza quello dallo sfruttamento padronale, la possibilità di dare forma a un modello esistenziale e personale assolto e affrancato, benché in presenza di un sistema economico basato su mercificazione, speculazione, profitto.

L’idealtipo della contemporanea “donna in carriera” ha alcuni tratti comuni che vanno dalla esasperazione di potenti stereotipi primo tra una tendenza alla gregarietà e alla remissività, alla volontaria conferma di connotati che hanno costruito nei secoli pregiudizi, cliché e proverbi,  seduttività, intrigo, adescamento, fino alla riproduzione in forma di macchietta della superiorità virile, con tanto di ambizione smodata, arrivismo, competitività, tracotanza, avidità. Siano imprenditrici talmente persuase della potenza del pelo rispetto a quella dei buoi, da farsene crescere sullo stomaco in azienda e in confindustriale,  pur rivelando dolci e muliebri cedevolezze nel privato anche da ministre, siano squinzie etrusche feroci nella difesa di assetti bancari criminali, quanto nella demolizione di diritti e democrazia, siano neonominate soavemente “leggere” nell’ostensione di curricula sapientemente artefatti che nel rivendicare con orgoglio l’appartenenza a una cricca e alle prerogative che ne conseguono: distacchi, privilegi e benefici arbitrari, anticipano una allarmante indifferenza per meriti conquistati con studio, lavoro, sacrificio e impegno, O  siano eurocrati o ministre riconfermate in divisa mimetica che non camuffa però  una predilezione per le maniere forti, per le imprese machiste e avventuriste, in una parola per la guerra e i suoi benefici effetti economici e commerciali: mercato delle armi, bottini coloniali, sostegno reciproco a tiranni e despoti. O siano sindache protervamente asserragliate in un rassicurante contesto di clan, in gran parte ereditato, superbamente e sovranamente indifferenti alle ricadute delle loro imprudenti risoluzioni. O siano “governatrici”   inadeguate, incompetenti, viziate da improbabili successi,  che reagiscono alla non sorprendente resa dei conti con il candore della pretesa di innocenza e con la pubblica e solenne esposizione del pianto, secondo l’uso inaugurato da una ministra fonte lacrimosa di guai irreversibili.

Tutte comunque hanno un tratto comune, compresa la consigliera regionale già celebrata per le fiere frequentazioni di estetiste e parrucchiere oggi tornata alla ribalta per essersi data malata mentre presenziava alla irrinunciabile celebrazione in India delle nozze fastose di un imprenditore amico.

Ogni volta che vengono pescate con le mani nella marmellata, ogni volta che qualcuno le mette in riga, hanno la risposta pronta, ben suffragata dal sostegno di una pletora di appassionate militanti della cretina ipocrisia in rete e sui media. Perché in questo non c’è parità che tenga: se rivolgi una critica motivata a leggiadre criminali, belluine giustiziere, pericolose killer di diritti, lavoro e pensioni, procaci carnefici di democrazia e partecipazione, vieni immediatamente assimilata, ancorché donna, alla gang maledetta dei sessisti, alla pletora del fascio maschilismo, alla plebe malmostosa e frustrata degli sfigati invidiosi, ma non del pene, e livorosi.

Sarà opportuno fare un po’ di chiarezza: questa non è la guerra dei sessi, è la lotta di classe e qualcuno nelle prime file sul campo di battaglia, col fucile puntato,  ha smesso di essere donna o uomo per essere solo un soldato che ci spara.

 

 

 

 

 

 


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