Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarò sempre grata a mio padre che non mi regalò la casetta delle bambole, che segretamente – ero già una snob – mi piaceva, bensì il vocabolario dei sinonimi e dei contrari. E che molti anni dopo, vivevo già in un’altra città, mi fece arrivare la prima edizione del dizionario Treccani, oggi rivelatosi interamente nella sua perversa volontà di discriminazione per via della facilitata frequentazione online.

Certo quel vecchio socialista non immaginava che anche il prestigioso vocabolario  sarebbe stato investito dalla religione del politicamente corretto e da uno dei suoi più robusti capisaldi , quel ricorso all’eufemismo, accorgimento offerto dall’ipocrisia  alla cattiva coscienza. Era invece fermamente convinto che il riscatto della persona, la sua liberazione dallo sfruttamento e dai principi bigotti e repressivi della cultura patriarcale si potesse realizzare attraverso l’istruzione, la conoscenza e il sapere capaci di suscitare la consapevolezze di sé e esaltare la capacità di giudizio, tanto da esonerarci dagli stereotipi e da farci sorridere dei luoghi comuni che costruiscono il “costume”.

Invece pare che la qualità simbolica delle parole e del linguaggio domini sulle azioni, grazie alle leggi e ai criteri di un atteggiamento e di convinzioni ispirate a un bon ton globale, attento più ai messaggi e alla loro forma che al prodotto che propagandano, ispirati come al solito da finalità di “mercato”. Di modo che la perentorietà facilitata dai nuovi mezzi di comunicazione, dall’accesso istantaneo alle informazioni, permetta di restare in superficie, di fermarsi alla scritta sulla ti shirt  o allo stato sul profilo o alla firma in calce agli appelli di un ceto che vanta superiorità sociale, culturale e morale per appartenenza dinastica o fidelizzazione, accreditandosi così una immeritata leadership.

E difatti varrebbe la pena di soffermarsi sulle referenze e i curricula della donne e dei maschi  che hanno sottoscritto un veemente appello raccolto da Repubblica e rivolto alla Treccani intimando alla gloriosa istituzione di compiere una doverosa operazione revisionista sulla voce “donna” del suo dizionario, eliminando i «vocaboli espressamente ingiuriosi… limitandosi a lasciarli sotto la lettera iniziale di riferimento».

La definizione del vocabolario, denunciano,  registra «eufemismi come “buona donna” e sue declinazioni come “puttana”, “cagna”, “zoccola”, “bagascia”, e varie espressioni tra cui “serva”», espressioni che « non sono solo offensive ma, quando offerte senza uno scrupoloso contesto, rinforzano gli stereotipi negativi e misogini che oggettificano e presentano la donna come essere inferiore».

Malgrado le buone letture si vede che persevero sicuramente nel peccato di semplicismo e superficialità, se ritengo che la sostituzione meccanica di “donna di servizio” con colf – e, immagino, di uomo di fatica o facchino con magazziniere o anche rider – annulli il carico di sfruttamento umiliante in capo alle “cameriere”, o esima i datori di lavoro dagli oneri della regolarizzazione nel caso delle badanti.  

È che allo strumento della sbrigativa  lettera/appello in grazia della stampa, concentrata nelle mani di una prepotente ditta monopolistica continuo a preferire la riflessione meditata, l’esame approfondito, la panoplia di casi e le analisi di un testo che i più di cento firmatari probabilmente non conoscono, una pubblicazione del 1987, l’anno successivo alla prima edizione del Dizionario Treccani, a firma di Alma Sabatini, intitolato “Il sessismo nella lingua italiana”, edito, a conferma che andiamo sempre peggiorando, per iniziativa della presidenza del Consiglio dei Ministri e della Commissione nazionale della parità tra uomo e donna, con una prefazione di una ministra democristiana, Tina Anselmi (consultabile online gratuitamente  qui: https://www.enea.it/it/comitato-unico-di-garanzia/attivita/generi-e-linguaggi/documenti/ilsessismonellalinguaitaliana.pdf) ) e che ancora oggi costituisce  una riferimento irrinunciabile perché tratta dell’approccio del sistema “culturale” e dell’informazione  all’interpretazione  della realtà, dimostrando come gli stereotipi  lavorino sottotraccia sul simbolico collettivo consolidando  pregiudizi di genere e potenziandone l’influenza quando si combinano con quelli di classe.

E infatti in quegli anni si sottraevano alla condanna semantica alla gregarietà e alla subordinazione le “arrivate” per le quali si ricorreva  all’aggiunta di modificante e edificante di “donna” a professioni o ruoli  apicali, “donna-magistrato”, “donna-parlamentare”, per salvarle dal rischio che una – allora improbabile – leader di partito venisse apostrofata allo stesso modo avvilente della dattilografa delle barzellette seduta sulle ginocchia del capo.

Per quello la specialità di studiose femministe come Alma Sabatini è consistita nell’indagare e dimostrare come l’affrancamento culturale delle donne non possa disgiungersi dalla loro liberazione “sociale” e di classe, come debbano essere respinte certe elargizioni, sostitutive di diritti primari e pure dell’obbligo di rispetto di leggi dello Stato minacciate, che normalizzano la retrocessione della maggioranza numerica degli italiani a minoranza bisognosa di riconoscimenti formali, un’operazione quella nella quale si dimostrano maestre le depositarie della rottura del soffitto di cristallo grazie all’avvicendamento meccanico di femmine al posto dei maschi nei ruoli e nelle funzioni di dominio.

Nessuno deve essere legittimato a ridicolizzare le istanze identitarie che esigono il riconoscimento della “differenza” per contrastare la caratterizzazione di genere quando è intesa a esaltarne la cifra negativa o offensiva, ma al tempo stesso nessuno deve sentirsi autorizzato a farne una priorità, sostitutiva, e non aggiuntiva, di  altre rivendicazioni fondamentali, come succede con l’ideologia del politicamente corretto detenuta saldamente dall’establishment e che predilige l’antifascismo senza resistenza, tanto da ammettere nel suo governo dei migliori il vituperato pericolo n.1 di ieri, o l’ambientalismo dei giardinieri conquistati dal concime dell’economia green delle imprese sporcaccione, o la democrazia delle sardine consegnatarie della delega a tecnici e partiti ormai piacevolmente cointeressati, il femminismo, appunto, neoliberista degli appelli di chi sta in alto, sprezzanti della pizza dell’8 marzo per chi sta in basso, oggi da asporto e senza spogliarellisti convertiti in rider di Glovo.

 E siccome le parole sono pietre e gli atti ancora di più, non fanno un buon servizio alla “causa delle donne” i firmatari dell’ingiunzione alla Treccani, che risponde invano all’ideologismo e alla banalizzazione con il minimo sindacale della conoscenza e della competenza, ricordando come, se è vero che sia egemonica nel nostro Paese una  “cultura plurisecolare maschilista” è altrettanto vero che “in un dizionario non è soltanto normale ma doveroso che sia registrato il lessico della lingua italiana nelle sue varietà e nei suoi ambiti d’uso: dall’alto al basso, dal formale all’informale, dal letterario al parlato, dal sostenuto al familiare e anche al volgare….  Non siamo in uno Stato etico in cui una neolingua “ripulita” rispecchi il “dover essere” virtuoso di tutti i sudditi”.

Dovrebbe disturbare tutte quella pretesa pedagogica che li muove e che condanna un largo strato di donne alla condizione di bambine malcresciute e influenzabili che non sanno distinguere quello che si deve e non si deve dire, quello che è lecito pensare, mentre non insegna quello che non si deve sopportare o subire.

D’altra parte fa parte del sistema di governo, quelli di ieri, e quello di oggi che vede la firmataria più illustre perfettamente allineata a fianco del nemico di sempre, come lo è stata in occasione del Jobs Act, della Buona Scuola, della Legge Fornero, dell’educata revisione dei decreti sicurezza e della garbata replica del protocollo d’intesa con la Libia, trattare il popolo da marmaglia infantile da istruire e persuadere alla virtù con mano di ferro.

Scorrendo la lista delle firme in calce possiamo passare in rassegna le e gli esponenti del femminismo davvero separatista, quello che si misura sul distanziamento sociale di chi è sopra e sul disprezzo sussiegoso per chi è sotto, che  la supremazia economica, professionale e culturale emancipi il genere, rifacendosi sulla classe. Ci sono manager, bancari di prestigio, accademiche, che vogliono persuadere le commesse del supermercato, le donne delle pulizie, le insegnanti, le lavoratrici beneficate dal lavoro agile che permette loro di prodigarsi per la società in sostituzione dell’assistenza pubblica, le braccianti, , che l’ascesa al potere di figure femminili come Clinton, Merkel, Von der Leyen, Kamala Harris rappresentino di per sé un passo verso la liberazione e verso un mondo più giusto.

E mettiamoci anche la new entry sul seggiolone al tavolo bambini di Draghi, Serena Sileoni, vicepresidenta o vice presidentessa? dell’Istituto Bruno Leoni, chiamata a occuparsi di gestione dei fondi europei, rapporti con i media e gestione degli asset, vestale del turboliberismo, una che dal suo “Cronache dal fronte liberista” propaganda la bellezza della liberalizzazione del mercato del lavoro, “sbrigliandolo” e eliminando i molesti lacci e lacciuoli. E che comodità, per una così non occorre declinare consigliere, esperto, tecnico, competente, basta kapò che funziona al maschile e al femminile.