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Sepolcri sbiancati

dc0e4bb808c95260949e0488ea598e3bCertamente avete nelle orecchie quella pubblicità dell’Oreal che vuole vendervi i suoi prodotti con lo slogan ” perché voi valete” e forse avete sentito che in questi giorni l’azienda francese dei belletti ha deciso di eliminare dalla descrizione sui contenitori dei propri prodotti parole come “sbiancante”, “bianco” persino “chiaro” nel quadro di quell’antirazzismo scioccamente didattico e vuoto  che ogni tanto contagia un occidente e una classe dirigente facile a perdere il pelo del vocabolario per mantenere i vizi. Una cosa simile ha fatto l’Unilever indiana che ha eliminato il nome Fair (chiaro) dalle sue creme, ma entrambe le aziende hanno ovviamente mantenuto i loro prodotti assieme alle loro destinazioni d’uso e non credo che venderanno dentifrici annerenti o creme depuranti che promettono di non purificare la pelle  o detersivi che conservano  lo sporco: si tratta solo di un gioco così stupido da poter essere accettato da qualcuno come un progresso. Esattamente  come più grande è la menzogna più rischia di essere creduta, così più grande è l’idiozia più è facile accreditarla.

Ora non vi starò ad annoiare  con le stragi provocate dagli inglesi in India, ancora oggi  glorificate quando non vengono nascoste, né del fatto che l’Oreal ha passato grandi quantità di soldi a Sarkozy ( l’affarire Bettencourt ) ovvero il protagonista del ritorno alle politiche coloniali in Africa: sarebbe troppo facile e troppo scontato aprire il vaso di pandora dell’ipocrisia che sottende a queste operazioni di lifting da acchiappacitrulli. Invece mi preme dire qualcosa che appare così evidente da essere nascosto  alla vista: questa presunta opera di assurda correzione terminologica non costituisce affatto una qualche rivalutazione del nero, quanto invece un nascondimento del bianco, quasi che si dovesse cancellare ciò che viene considerato migliore per non offendere ciò che inconsciamente o forse nemmeno tanto si considera inferiore. Insomma sembra tutt’altro che un’operazione antirazzista, quanto un’operazione di cortesia, come a dire bè non siete bianchi, ma abbiamo l’educazione di non dirlo apertamente con un’operazione molto peggiore peggiore dal punto di vista della realtà di chiamare un cieco non vedente o chi è “seduto” diversamente abile. Se non lo si capisce è perché da tempo si è fatto il funerale all’esprit de finesse e anche all’ironia: per esempio accade spesso che se qualcuno prende in giro quelli che usano un certo linguaggio non più politicamente corretto viene immediatamente accusato di essere a sua volta razzista: questa reazione oltre a testimoniare dell’angustia intellettuale che ormai è la norma, riflette il fatto che si tratta esclusivamente di etichetta non di realtà e che quindi essa non va discussa, ma solamente rispettata.

E in effetti l’antirazzismo delle multinazionali che comandano il pianeta non ha un carattere positivo, ma negativo, significa che lo sfruttamento non ha più colori di pelle tipici, è e deve diventare universale, senza discriminazioni. A questi non interessa certo che i neri americani crescano o che sia riconosciuto loro l’apporto decisivo diretto o indiretto dato alla cultura americana che senza di loro sarebbe poca cosa, ma interessa semmai schiavizzare anche i bianchi dei ceti popolari.  Prova ne sia che mentre vengono abbattute le statue di Alessandro Magno o di Kant in un’orgia di confusione che nasce da gente che evidentemente non capisce proprio nulla di idee e di storia, gli stessi autori di questa iconoclastia non contestano affatto le stragi in medio oriente, i tentativi di golpe in Venezuela, le sanzioni a Cuba, insomma tutte le tipiche azioni del suprematismo bianco che molto spesso coincidono con l’affamare le popolazioni perché cedano. Ma lo si capisce anche dalla pazzesca revisione dei testi affinché non si trovi traccia di un negro nemmeno nella capanna dello zio Tom: un esempio clamoroso lo troviamo nel Ballo in Maschera di Verdi che si svolge nella Boston del XVII secolo: alla frase del conte di Warwick che dice “dell’abbietto sangue de’ negri”, l’edizione della West press, riporta “dell’immondo sangue gitano” , una correzione che dovremmo giudicare politicamente corretta. E dire che al tempo in italiano negro, come del resto ancora oggi in spagnolo e portoghese, aveva lo stesso valore di nero, non aveva alcun significato spregiativo che invece apparteneva tutto al conte di Warwick di cui invece Verdi voleva sottolineare il razzismo. Cosa che appunto si vuole nascondere, tirando fuori gli zingari al posto dei neri.

Ma ormai dentro una lingua e una cultura  impoverita sono cose che nemmeno si possono dire. La verità è che non valiamo più un cazzo.


Dalla sicurezza alla debolezza: cambia il marketing emotivo del sistema

coronavirus-690x362Il sistema neoliberista, messo di fronte alle sue contraddizioni in via di esplodere ha cambiato strategia di marketing: prima vendeva sicurezza preconfezionata per limitare le libertà, ma dopo che questo farmaco politico ha cominciato a dare assuefazione, si e messo a smerciare smarrimento e senso di debolezza. Non è che con la pandemia narrativa ha semplicemente alzato la posta, ha proprio mutato metodo passando dal vendere antidoti a smerciare malattia perché siano gli stessi sudditi a implorare aiuto e a liberarsi della democrazia. La natura del morbo ha ovviamente poco a che vedere con i virus che sono una semplice occasione, ma è sfuggente, vive sommersa dalla retorica del discorso pubblico e mostra  il livello del disastro antropologico creato dal pensiero unico: il fatto è che mentre fino due decenni fa  richiesta di sicurezza si riferiva alla protezione dalla violenza fisica, ora essa si estende alla “promozione del benessere emotivo”. E questo benessere  passa anche per la censura di posizioni e idee che contrastano con le proprie convinzioni o forse sarebbe più esatto dire con i decaloghi che sono stati  interiorizzati. Lo vediamo in questi giorni con il fastidio che molti esprimono nei confronti delle più elementari considerazioni razionali in merito alla pandemia, anzi man mano che i numeri la riportano a un costrutto mediatico, tanto più diventa intoccabile quasi che discutere e argomentare sia una vera e propria violenza. Ma lo si i può vedere ancor meglio nei moti in Usa a margine dei quali  centinaia di studenti progressisti hanno citato il loro personale senso di sicurezza come la ragione per cui chiedevano che fossero intraprese azioni punitive contro qualche altro individuo o entità che aveva offeso il loro pantheon di convinzioni antirazziste.

Modi di sentire che ovviamente sono tutt’altro che negativi, ma che lo diventano quando da idee e passioni si trasformano in rosario, segno di una drammatica caduta culturale. E infatti la censura e la distruzione di tutto ciò che storicamente riguarda lo schiavismo è in un certo senso un sottrarsi alla discussione e all’evoluzione: che si sappia  nessun gruppo ha contestato i rimasugli di schiavismo e razzismo ancora oggi presenti nelle legislazioni di molti stati americani. Questo che potrebbe sembrare un paradosso è invece la prova di un livello emotivo, difensivo e postpolitico della protesta la quale infatti non sfiora nemmeno da lontano una critica sociale al sistema e ipostatizza il razzismo come male, senza nemmeno metterlo in relazione al sistema di profitto e sfruttamento: qualcosa che ancora 40 anni fa sarebbe stato impossibile oggi invece è la norma.

E lo si è visto anche in Italia con le sardine che in fondo chiedevano di essere tenute al sicuro dai turbamenti emotivi della dialettica politica, di poter continuare le loro abitudini, lasciando ai cosiddetti tecnici, l’onere di dirigere le cose, di gestire l’esistente senza alcuna prospettiva di cambiamento e avendo in mente come tema problematico solo quello dell’agenda globalista, ovvero l’immigrazione a qualunque costo e a qualunque condizione, ma straordinariamente irrelata rispetto a qualsiasi discorso sociale e persino alle cause stesse delle migrazioni da rintracciarsi nei medesimi paradigmi di sfruttamento che poi suggeriscono l’accoglienza. Si rimane interdetti di fronte a questa “assenza” che alla fine ha dato i suoi frutti visto che nel giro di poche settimane i cosiddetti Stati democratici hanno sospeso le libertà fondamentali, hanno vietato alle persone di lasciare la propria casa e di partecipare a riunioni e manifestazioni, sotto la minaccia di multe o reclusione. L’istruzione obbligatoria è stata temporaneamente abolita, facendo temere per la sopravvivenza della scuola pubblica, milioni di persone sono stati private del lavoro e centinaia di migliaia di aziende sono state costrette a chiudere, la maggior parte per sempre. E tutto questo senza una reale o realistica ragione sanitaria, visto che le indicazioni epidemiologiche non hanno mai sostenuto, un “contenimento generalizzato obbligatorio” bensì sulla base delle  soluzioni pronte per l’uso formulate da potenti gruppi di pressione sulla scia dei piani concepiti  quindici anni prima, all’interno dell’amministrazione Bush, non come uno strumento di salute pubblica, ma per militarizzare la società americana in caso di attacco bioterroristico.

Eppure guai a turbare con obiezioni l’atarassia emotiva. Guai persino a dire che non ci saranno soldi gratis dall’Europa cosa più che mai evidente, messa per iscritto e assolutamente conseguente dai meccanismi scelti:  l’angoscia  di dover rivedere giudizi ormai fossilizzati è troppo forte almeno fino a quando non si è direttamente investiti dalle conseguenze. Un impulso a ripararsi dalle turbolenze emotive, addirittura invocando atteggiamenti censori tipici della destra estrema, è stato tematizzato nel 2018 in un libro del sociologo Jonathan Haidt e del costituzionalista Greg Lukianoff, entrambi di sinistra,  The Coddling of the American Mind, che potrebbe tradursi con il vizio o il rifugio americano in cui viene descritta la tendenza sempre più forte della popolazione colta a rinchiudersi  dentro zone emotivamente protette,  difese dalle mura del politicamente corretto e della neolingua. Il sottotitolo rende ancora meglio l’idea: “Come buone intenzioni e cattive idee stanno provocando il fallimento di una generazione”, una generazione sostanzialmente incapace o comunque non incline a impegnarsi con idee che la mettono a disagio, aprendo le porte a varie forme di autoritarismo . E almeno due di queste cattive idee che agiscono sottopelle  sono comuni anche sull’altra sponda dell’Atlantico:  fidati sempre dei tuoi sentimenti e la vita è una battaglia tra buoni e cattivi. Ma c’è anche una terza idea che spiega bene il cambiamento di strategia del sistema e che potrebbe essere sintetizzata con  “ciò che non ti uccide ti rende più debole”. Ed ecco perché ora il sistema non punta più sulla sicurezza, ma a ingigantire il senso di debolezza. e di isolamento.


Antipatizzate!

superu Anna Lombroso per il Simplicissimus

Di Grandi Antipatici è piena la storia. E non parlo dei tiranni e despoti, che, al contrario, sono perlopiù saliti in sella ai cavalli immortalati nelle loro statue equestri o sui troni non dinastici, proprio grazie all’aver suscitato consenso e riscosso ammirazione e invidia, prima della paura che poi inesorabilmente accompagna carriere criminali.

Parlo invece di filosofi, pensatori, letterati diventati alla lunga molesti per via di capacità di osservazione che vengono prese per tristemente profetiche, per una certa severità tacciata di moralismo, ma soprattutto per avere l’indole  o l’abitudine a dire quello che gli altri non hanno voglia di sentire.

E siccome si sa che a guardarsi intorno c’è poco da stare allegri, da che mondo è mondo, parlando dell’Ecclesiaste o di Cioran o Sgalambro,  di Marc’Aurelio o Hobbes,  per non dire di Schopenhauer o Leopardi, si è sempre cercato di dare motivazioni psicologiche o temperamentali o fisiche: era gobbo, aveva mal di fegato, era un eccentrico asociale, peggio, un anaffettivo sociopatico, per spiegare come mai si sottraessero a un consolatorio e giocondo ottimismo.

Figuriamoci di questi tempi, quando la “crisi delle ideologie” del passato  ha consolidato l’egemonia della più mediocre delle imitazioni, il politicamente corretto con tutte le censure e autocensure che comporta, che proibisce negatività e scetticismo per promuovere un concreto e realistico entusiasmo, in grado di favorire consumi, acquisti, ambiziosa  affermazione di sé, indulgenza per errori e peccati comuni che perciò diventano veniali e perdonabili.

Figuriamoci in questi giorni nei quali lo slogan è “andrà tutto bene”, nei quali  il dubbio è bandito perché il pilastro dello stato di eccezione che viviamo è credere alle “certezze della scienza”, sottoporsi senza discussione alle minacce dei dati occasionali e confusi, assoggettarsi agli imperativi delle autorità, alle leggi marziali e alle restrizioni della libertà imposte “per il nostro bene”, in attesa del vaccino salvifico, della cura guaritrice, del demiurgo riparatore – il nome c’è già – e della fine del Terrore che, come la crisi, potrebbe anche essere la punizione per aver voluto e avuto troppo nel passato, o la pena per la corsetta al parco nel presente.

E infatti solo dei fastidiosi idolatri del dubbio si sottraggono alla retorica patria, alla glorificazione del migliore di governi che ci potesse capitare in occasione del trailer della prossima apocalisse, all’incensamento del  burbanzoso sussulto di fierezza nazionale con cui si conducono le trattative coi cravattari. Sentimenti comuni che fanno il paio con l’orgogliosa fermezza con la quale i connazionali stanno a casa a guardare la Casa di Carta, osannando sulla tastiera quelli che oggi vengono celebrati come martiri necessari, che si sacrificano per produrre alimenti – ma pure F35, per recapitare merci, per guidare bus allo scopo di fornire alimenti e servizi ai forzati di Netflix e della pastiera mandati in trincea, che a pancia ancora piena rimuovono il pensiero del dopo: esercizi chiusi, negozi, bar e ristoranti falliti, aziende chiuse e la tremenda pressione dei costi dell’emergenza, rinviati insieme ai mutui, ma che il racket è pronto a esigere.

Solo loro, quelli del pensiero necessariamente  pessimista, perciò spesso profetico, si permettono di ricordare che si sapeva  che sarebbe successo – ed è successo, perché perlopiù ci azzeccano, che condizioni climatiche, inquinamento, globalizzazione con circolazione di persone, merci e  specie ci avrebbero esposti a epidemie.

E ammonivano che non si sarebbe  fatto nulla per contenere quel rischio prevedibile perché contrastare una catastrofe costa, non è redditizio prevenirla, come è dimostrato dal cambiamento climatico, e che, al contrario, può produrre ricadute positive per un modello economico che sa approfittare delle emergenze per introdurre il suo ordine sociale, delle guerre per profittare delle ricostruzioni.

E infatti “antipatizzano”, diventano oggetto di esecrazione, anatema ed esorcismi, perché si battono contro i malefici della lucidità, dell’indipendenza di pensiero.

Vengono zittiti in modo che precipitino nella spirale del silenzio obbligato in modo da non essere costretti a pensare che il sacrificio che si sta compiendo sia inutile o sovrabbondante rispetto al pericolo immanente e imminente, per non riflettere sul peso che potrebbero avere su una democrazia, senza sovranità economica e monetaria, quando i governi rivendicano l’impossibilità di spendere l’impotenza a agire per via di vincoli e ricatti esterni e interni, le pressioni e i condizionamenti ampiamenti previsti, ma che vengono presentati come incontrovertibili.

Non è gradito chi cerca di costringere gli altri a interrogarsi se le misure restrittive e le disuguaglianze che introducono tra cittadini siano compatibili con la costituzione e lo stato di diritto e se saranno provvisorie. Se davvero non si sarabbe potuto e non si potrebbe ancora contrastare il ritardo sugli accertamenti, la rintracciabilità degli infetti, rivedere le terapie somministrate forse addirittura controproducenti.

Non è accettabile chi si chiede se una qualche autorità avrà l’audacia di interrompere l’horror, la narrazione apocalittica, che si sa quando e perchè comincia, ma non si sa quando potrà finire, pena la perdita di appoggio, o i rischi dell’aperturismo sconsiderato e quelli del default economico e sociale.

O anche chi mette in guardia dalle soluzioni pensate da chi ha creato i problemi – abitudine inveterata del dio Mercato – che vanno dall’attesa redentiva di un vaccino, di una pozione magica da assumere una tantum come una panacea contro tutte le minacce, dal virus alla malasanità, offerto e somministrato da chi ha tardato e non ha saputo fronteggiare la crisi, da chi ieri ha chiuso ospedali pubblici e domani ci dirà che è impossibile invertire la tendenza a causa del prezzo da pagare, quello si socializzato, mentre i profitti e la corruzione erano privati in regime di esclusiva.

Alla fine sono più graditi i complottisti, quelli del virus diabolicamente sguinzagliato fuori dai laboratori, quelli della macchinazione, come se ci fosse bisogno di provocarla una emergenza, quando è più facile e meno costoso usarla a fini millenaristici, mettendo a frutto nequizie e ingiustizie già commesse quando si è demolito il welfare, mandato in rovina il tessuto sociale che favorisce senso di responsabilità e autodeterminazione e così si possono imporre restrizioni e obblighi arbitrari,  dentro a un contesto di paura  da controllare militarmente.

Perché così si può rimuovere la colpa collettiva di aver sopportato o finto di non sapere  che –secondo i dati ufficiali dell’Istituto Superiore della Sanità – ogni anno in Italia circa 20.000 persone si ammalano in ospedale di varie patologie (tra le quali la polmonite è la più frequente) e muoiono a causa di malattie contratte nei reparti che li accolgono, per effetto del sovraffollamento, delle precarie condizioni igieniche, dell’abbandono senza speranza in cui vengono lasciati gli anziani che “hanno fatto la loro vita”, secondo modalità che non sarebbe azzardato definire una strage di stato.

Loro sono gli Antipatici di oggi, perché continuano a domandarvi perché vi siete lasciati convincere di essere appestati, perché avete accettato di isolarvi, di rinunciare alla critica, alla ricerca delle ragioni, al pensiero indipendente, da rinviare a tempi migliori. Che però non verranno se ci arrendiamo a un peggio cominciato tanto tempo fa, quando abbiamo creduto fosse necessaria la rinuncia a dignità, diritti, libertà in cambio della vita. Ma è vita quella?


Ely Shining

elAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ho ricevuto un’educazione confessionale e così non ho fatta mia la consuetudine di conservare nel portafogli una immaginetta sacra incaricata di proteggere il fiducioso possessore da ogni sorta di pericoli.

Tra l’altro, negli anni, il target di numi tutelari si è via via esteso ed anche l’esibizione dei loro ritratti in vari formati, materiali e media: poster e foto sul profilo del Che, ma anche di rapper, sindaci disubbidienti, vignettisti, replicati ed esposti in funzione di ispiratori, maestri di pensiero e modelli di vita e comportamento.

E’ quindi naturale che nei periodi di crisi si assista alla ricerca di icone di culto e ultimamente la preferenza è stata  riservata a figurine femminili, portatrici naturalmente di speciali valori attribuiti al codice di genere: sensibilità, indole all’ascolto, alla cura e all’accoglienza, legate indissolubilmente alla funzione materna, dei quali peraltro avrebbero dovuto essere dotate, oltre a Carola o Greta  o Sanna, anche la Fornero, la Lagarde, la Clinton.

È di oggi per esempio la notizia che il segretario del Pd candida alla presidenza del partito la sindaca di Marzabotto, affiancata da due vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani (quella che lo stupro indigeno è meno  deplorevole di quello forestiero), che vanta nel suo curriculum politico e di amministratrice lodevolissime iniziative a sostegno della memoria dell’eccidio e niente più, a conferma che ormai conta  la “facciata” più di esperienza, competenza, programmi considerati controindicazioni a suscitare consenso e approvazione e delegati interamente a addetti ai lavori, tecnici, kapò e caporali.

E infatti la liturgia, in piena eclissi del sacro presso le sinistre tradizionali, propone l’ostensione  di una nuova Giovanna d’Arco, che unisce all’ardimento della guerriera, alla tenacia delle suffragette e all’instancabile perseveranza dei pellegrini, dimostrata, tra l’altro,  mettendosi a capo della campagna slowfoot, una mobilitazione collettiva, fatta a piedi e in mezzo alla gente per far girare l’ideale europeo in una simpatica riedizione del cammino di Compostela o della via Franchigena.

Parlo naturalmente di Ely Schlein, scesa in terra a miracol mostrare, incarnando il meglio della religione del politicamente corretto: impegnata femminista, appassionata ecologista, fervente europeista, orgogliosa omosessuale. E poi creativa (al Dams e negli anni di università si occupa di comunicazione, grafica e organizzazione di eventi)   cosmopolita per nascita, studi, esperienze e per la militanza sul campo, quello di Obama, alla cui elezione contribuisce formando i volontari durante la campagna elettorale. E anche pluridecorata al merito nientepopòdimeno che con il premio Maraini al Liceo di Lugano  per i migliori risultati dell’anno di maturità 2004 e nel 2017 come “miglior deputato europeo” dell’anno (cito dal suo sito).

Non le manca niente insomma per ricoprire un ruolo salvifico: ha dato vita  a Occupy Pd per denunciare le larghe intese che affossano la candidatura di Prodi a Presidente della Repubblica, europarlamentare dal  2015 nelle liste del Pd,  a seguito di fratture insanabili con il vertice, lascia il partito  insieme a Pippo Civati e con lui lancia  Possibile, che diventa ufficialmente partito nell’aprile 2016. Infine con la lista Emilia Romagna Coraggiosa, insider virtuale delle sardine, contribuisce al successo di Bonaccini entrando a far parte della sua squadra di governo regionale.

E infatti Left, che si autodefinisce spericolatamente l’unico giornale della sinistra, ci informa in estasi  che è stata animatrice qualche giorno fa di un costruttivo confronto  tenutosi “nell’ambito delle iniziative che precedono e accompagnano il percorso verso il congresso che terrà Sinistra Italiana”, e nel quale numerosi esponenti politici e personalità della cultura sono intervenuti: “dal messaggio di Cuperlo, alle appassionate analisi di Vendola, Mussi, Fratoianni, tra le più lucide riflessioni sullo stato della sinistra e insieme coniugate a tangibili sentimenti e passioni, mai scaduti in sterile nostalgia”.   

Non stupisce dunque che tutti quei simpatici attrezzi sopravvissuti a ogni tempesta e a ogni corrente,  contagiati dal suo ardore e ardire, abbiano convenuto sull’opportunità di estendere a tutto il Paese e in tutte le tornate elettorali il suo format vincente sul quale la record-woman di preferenze scommette per – sono le sue parole – “spostare a sinistra il Pd …. grazie al giusto equilibrio tra le spinte civiche e le forze politiche che hanno sostenuto il progetto di Coraggiosa: Articolo 1, Sinistra italiana, È Viva e Diem25 di Varoufakis”.

Rivendica il raggiungimento del suo obiettivo ambizioso la nuova vice presidente della giunta, ringraziando Bonaccini per essersi fatto contagiare dalla sua audacia per “coniugare in modo nuovo e incisivo la lotta alle diseguaglianze che segnano la nostra società e la transizione ecologica”,  incaricandola di prestarsi con “un impegno diretto sulle politiche sociali e sul coordinamento del Patto per il clima che abbiamo lanciato durante la campagna elettorale, con una forte vocazione europea e l’obiettivo di allineare le politiche regionali al raggiungimento dei nuovi obiettivi ONU per lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030”.

A guardare il suo sito, a leggere le innumerevoli interviste, a prendere atto del suo poliedrico attivismo che sconfina nel simultaneismo marinettiano, dal volontariato alla regia, dalla presenza nel gruppo per la riforma del trattato di Dublino  a quella in ben 5 Commissioni europarlamentari, si può capire che le sia sfuggito qualcosa. Che nel suo fervore che non si sia accorta che la regione nella quale si accinge a coprire un ruolo strategico si propone di sperimentare un non nuovo  e nemmeno originale esperimento di disuguaglianza sociale, economica, morale, culturale, con la richiesta – allineata perfettamente all’avanguardia leghista di Veneto e Lombardia – di una autonomia regionale che spaccherà l’unità del Paese, penalizzerà le regioni meridionali, favorirà l’arrembaggio dei privati in settori già largamente “infiltrati” grazie alle riforme dei governi di centrosinistra, assistenza sanitaria, scuola e università.

Si può capire che probabilmente mentre era a Roma a unire i progressisti intorno alle parole d’ordine dell’ambientalismo non sia stata informata che il suo presidente ha sollecitato un incontro con il governo per contrastare  la  proroga dello stop all’attività estrattiva, che  “non porta con sé alcuna soluzione concreta e strutturale, aggravando le difficoltà e lasciando in una pericolosa incertezza l’intero comparto ravennate”,  replicando così il già visto a Taranto e in altri siti industriali nazionali, nei quali viene imposta come inderogabile l’infame alternativa ricattatoria tra occupazione o ambiente, salute o salario.

Adesso direte che non ci va mai bene niente. Ed è vero perché niente va bene nella resa al capitale e al mercato e alle loro regole ormai assunte a leggi naturali, alla constatazione che dovrebbe suscitare rabbia  e ribellione che al momento destra e sinistra “tradizionale” sono come giano, due facce del liberismo, che il riformismo, che raccoglie consenso negli strati più elevati in termini di reddito e di educazione delle classi medie ha svenduto i suoi valori dimostrando che le sue riforme non erano aggiustamenti per addomesticare la bestia feroce del capitalismo, ma al contrario medicine per tenerlo in vita senza critica, opposizione e reazione delle classi più penalizzate, anestetizzate dal bisogno e criminalizzate anche moralmente in quanto ignoranti, rozze, viscerali, perché se non sappiamo immaginare una salvezza di tutti, allora ci si adopera per il “si salvi chi può”, ognuno a modo suo e per i proprio miserabili interessi. Sicché la supposta contrapposizione destra e sinistra si riduce a quella tra compassione e cinismo, modernità e passatismo.

E niente va bene nella trasformazione del solidarismo comunitario in individualismo e leaderismo, dell’internazionalismo proletario in cosmopolitismo borghese, nell’egualitarismo in meritocrazia, nella interpretazione della sovranità di popolo convertita in trogloditico sovranismo e arcaico populismo. O nella riduzione del riscatto di genere in rivendicazione di parità perché se sfruttamento e repressione, lavoro di cura, rigida divisione di compiti e ruoli non verrebbero superati con la morte del “capitalismo”, meno che mai si aggirano con la sostituzione nei posti chiave di femmine al posto dei maschi, di sopraffazioni femminili su maschi e pure su donne che non possono aspirare all’appartenenza e all’affrancamento appannaggio di un ceto privilegiato.

Niente va bene nello sperare di addolcire la pressione del totalitarismo come si configura oggi, si rabbonirlo entrando al suo interno, di cambiarlo dall’interno come volevano persuaderci di poter fare quelli come Ely che non sappiamo quanto in buona fede promettono un’altra Europa grazie alla loro augusta presenza nelle segrete e nelle intendenze della fortezza, se ormai Sanders, Podemos, soggetti isolati che una volta  sarebbero stati l’incarnazione di un pacifico e inoffensivo riformismo nemmeno “strutturale” oggi paiono antagonisti e insurrezionalisti a fronte di certe piccole, grandi slealtà.


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