Archivi tag: politicamente corretto

Ceto mediocre

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi è capitato di sbirciare nel profilo di un “conoscente” di Fb un post che ha incontrato un certo favore del pubblico, nel quale si enumerano quelle qualità speciali  del presidente del Consiglio che alla “marmaglia” populista, in odor di neofascismo, possono sembrare vizi innominabili.

Si va dall’aspetto distinto e dal look formale “proprio come un leader straniero”, alla   proprietà di linguaggio; dall’onestà confermata dal non aver fatto fuori  “49 milioni agli italiani né qualche decina alla sanità lombarda”,  all’abitudine ormai rara di non farsi fotografare mentre fa il pieno di schifezze nazionali e esotiche,  dalla riservatezza pudica che gli vieta di rivelarci il suo intimo,  di farsi immortalare durante passeggiate intemperanti con la fidanzata e di fare pubblica ostensione della prole, all’educato uso di mondo grazie al quale non molesta cittadini suonando imperiosamente i campanelli, fino a quell’approccio laico che inibisce a lui, sia pure fervente cattolico, di sbaciucchiare sacre immaginette e sgranare rosari live e on demand.

In una parola fervidi democratici e ardenti antifascisti non possono che compiacersi che le sorti del paese siano nelle mani dell’incarnazione dell’anti- salvini.

Vale poco ricordare l’angelo che con la spada fiammeggiante combatte l’odierno anticristo, si è lasciato andare a delicate confidenze urbi et orbi sul culto del santo di Pietralcina del quale conserva in portafogli l’immaginetta, che gli avrebbe insegnato l’umiltà e la preghiera, che è vero che non scampanella apostrofando incivilmente gli sconosciuti, però impegna i centralini di Palazzo Chigi con le telefonate dei fan, che non va a spasso con la morosa ma in compenso pare sia molto attento alla tutela dell’attività del suocero.

Vale invece ricordare che all’onestà, condizione necessaria ma non sufficiente,  non basta che non sfilino i portafogli dalla tasche sull’autobus, o facendo la cresta sui finanziamenti elettorali, o dissanguando il magro bilancio dello Stato,  lucrando e approfittando delle partite di giro della corruzione, perché invece esige scelte che non siano lesive del bene generale, che non favoriscano interessi particolari e privati, che abbiano lo sguardo lungo per quanto riguarda il passato in modo che danni e crimini non diventino l’alibi per l’inazione, per quanto riguarda il presente, in modo che sia pure in condizioni difficili non si ricorra a stati di eccezione, forme autoritarie e repressive, che possano compromettere il futuro, generando disuguaglianze, limitazioni delle libertà e del godimento dei diritti.   

È che secondo le nuove regole che hanno disegnato l’identikit del “meglio che ci possa capitare”, un passo in avanti, sembra, rispetto all’abusato “meno peggio” in virtù della situazione straordinaria che si sta vivendo, Conte rappresenta l’idealtipo del politicamente corretto.

Dopo – e prima, purtroppo, a vedere l’esuberanza di certe auto-candidature –  il grigiore feroce del loden montiano, dopo al sfolgorante pacchianeria cafona dei doppiopetto forzitaliani, dopo la sguaiata rozzezza delle felpe, si gioisce delle composte confezioni dell’avvocato di provincia con qualche incursione nel “fighettismo” atticciato con gli spacchetti,  da gagà con la pochette, come icasticamente ha osservato qualcuno.

Non c’è da stupirsi della prevalenza della forma, a considerare il successo del femminismo neoliberista in quote rosa, il trionfo di un antifascismo senza resistenza per il quale la liberazione consiste nel cantare Bella Ciao in poggiolo e non il riscatto da sfruttamento e sopraffazione, la fiducia accordata a un ambientalismo da giardiniere che raccolgono lattine e sacchetti in spiaggia, un’ideale di Lavoro basato su correzioni semantiche, il cottimo che diventa smartworking, l’illegalità che si chiama vantaggiosa mobilità, la precarietà proposta come liberatoria autonomia da vincoli e orari,  una visione dell’istruzione come passaggio formativo preparatorio a occupazioni in più possibile specializzate, atomizzate e infine servili.

Il politicamente corretto infatti si poggia solidamente sul ricorso all’eufemismo, secondo il quale basta addomesticare proverbi, luoghi comuni, consuetudini per far diventare accettabili azioni e comportamenti che favoriscono discriminazione, emarginazione e che offendono, purgandole in una specie di edificante  “Lourdes linguistica” come scrisse quel formidabile polemista Robert Hughes autore della Cultura del piagnisteo, che ultimamente si è sbizzarrita abbattendo monumenti e miti.  

E infatti tutto  il disdicevole deve essere ripulito, più che cancellato: dai comportamenti sessuali ai gusti letterari, al modo di parlare, di vestirsi, di scrivere, per uniformarsi  al “modo giusto di fare le cose”, adeguandosi agli imperativi di una maggioranza inquisitoria, insofferente nei confronti di tutto ciò che si “distingue”, che critica, che obietta, che si interroga, che “pensa”.

Così per combattere il fondamentalismo conservatore, deve affermarsi il bigottismo progressista che interpreta il razzismo come peculiarità esclusiva di un pubblico grossolano cui guardare come alla feccia condannata a meritarsi di restare nell’ignoranza brutale delle brutte periferie e definibile come l’indole maleducata alle gaffe inopportune della plebaglia,  o legge l’omofobia, proprio come il sessismo machista,  come il deplorevole atteggiamento del teppista dell’hinterland, oggetto invece di indulgenza quando si palesa come rivendicazione dei fermenti ormonali di vecchi puttanieri.

Per non parlare di quella forma di “dolce violenza” esercitata come ferma persuasione morale, che consiste prima di tutto nello sfoderare modi doverosamente aggressivi e animosi  per deprecare, denigrare e contrastare gli  avversari,  caricando le loro posizioni di tratti biasimevoli e caricaturali, richiamando all’obbligo della dissociazione e dell’anatema, e per poi arruolarli a forza in categorie disonorevoli che è necessario screditare: gente che non si accontenta dell’ecologia di Greta, dell’aiuto umanitario di Carola, dell’antifascismo delle sardine, che non è no vax ma non equipara – come pare faccia l’Europa, l’antiCovid all’antipolio, gente che ritiene che per non essere credibilmente  antixenofobi bisogna cominciare con il condannare colonialismo, imperialismo e le loro guerre di conquista, e con il riflettere su un’immigrazione che è stata promossa e favorita per spostare  merce-uomo dove occorreva  al padrone, poi servita per creare conflitto tra poveri e alimentare diffidenza e ostilità.

Così quelli che ancora si credono élite e in quanto tale, esenti e risparmiati perché culturalmente e socialmente superiori, fanno una quotidiana manutenzione dello loro status “bannando” gli inferiori, mettendo i loro like e il je suis sul profilo in nome di bandiere curate nei colori e nel decoro, pilastro dell’ordine pubblico mondiale, e battaglie che hanno sostituito quelle antiche a classi “cancellate” o rimosse, a ideologie arcaiche e superate, per dare sostegno a minoranze più comode, quelle remote, quelle che si possono omaggiare con un’offerta o una petizione,  quelle benviste dal capitalismo nella sua variante “umanista” e “cosmopolita” , green e tecnologica (i bombardamenti avvengono in remoto, premendo un tasto), integrate e funzionali alla sua sopravvivenza.

Non è semplicistico dire che grazie a questa declinazione della vecchia ipocrisia, il progressismo legittima la sua adesione al neoliberismo, il riformismo autorizza che in suo nome di assecondino le incursioni in armi di sovranità illiberali esterne,  la democrazia ridotta a espressione letteraria  venga usata come copertura da chi ha promosso la fine della partecipazione, da chi permette che si ricorra in nome nostro e della nostra salute a misure eccezionali e che si abusi di strumenti straordinari, che si impongano e si rendano permanente stati anomali, in un delirio di onnipotenza che grazie al regime del terrore è ormai largamente giustificato, accettato, celebrato. Anche se sono invece espliciti e evidenti l’assoggettamento alla sovranità imperiosa delle multinazionali, farmaceutiche,  tecnologiche, commerciali, la concessione e la consegna del Paese a una “superpatria” fittizia che detta condizioni, presta soldi a strozzo e impone forme e entità della restituzione, partecipa in prima persona dell’ingiunzione di un particolare prodotto salvavita, dopo aver sollecitato la fine dell’assistenza, della cura, della ricerca in qualità di spese superflue di una collettività dissipata.

Il ceto medio non c’è più, ha lasciato il posto a un ceto mediocre, che recita la sua melensa apologia dei nonni, mentre li fa morire anticipatamente nelle case di riposo e negli ospedali nei quali vige, ora tacitamente e tra poco legalmente, una soluzione o selezione finale, che censura e criminalizza ferocemente il dissenso omologato a offensivo ribellismo o patologia da sottoporre a Tso, che conduce una crociata in difesa degli altari di una scienza clinica largamente condizionata e asservita a interessi di mercato, mentre gli ospedali e i luoghi di cura sono interdetti a malattie “altre”, che divide e aiuta a dividere e a contrastarsi le vittime sociali, che nega qualsiasi principio di quella responsabilità che pretende dai cittadini, coprendo antiche e nuove malefatte, colpe e omissioni, inazione e corruzione.

Sarebbe ora che il popolino disprezzato cominciasse a esigere qualcosa di più del “il meglio” delle brave persone.


Vespa Littoria

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma da qualche mese, e con più veemenza in questi giorni, non ci hanno spiegato che con i negazionisti c’è poco da fare, che è vano controbattere con argomentazioni razionali, che è inutile discutere che tanto vivono una realtà parallela e non si fanno persuadere nemmeno dalle verità accertate? Non ci hanno detto che si tratta di disturbati sociopatici che è preferibile conferire in qualche istituzione totale o rinchiudere in casa senza assistenza sanitaria e senza vaccino del quale sono immeritevoli?

Fosse così, questa soluzione mi sembra la pena giusta per Bruno Vespa, invece ci di fargli fare le ospitate nella stessa tv della quale è dipendente, alla faccia del conflitto d’interesse che sulla stampa ( mica solo là se pensiamo al cumulo di incarichi e remunerazione di Arcuri, anche senza andare a un passato recente) è sempre stato favorito a vedere i soffietti ai giornalisti produttori instancabili di antologie dei loro immortali articoli e memoriali, le colonne di interviste fiume del collega. che poi reclama lo stesso favore appena dà alle stampe il suo instant book. 

Sarebbe una bella soddisfazione condannarlo al cono d’ombra, proibire per evidente apologia la vendita della sua strenna natalizia dal titolo inequivocabile Perché l’Italia amò Mussolini, sottotitolo:  (e come è sopravvissuta alla dittatura del virus)invece di stare a confutare, come se valesse questa fatica, le ignobili bugie confezionate in 420 pagine al costo di 20 euro, dai treni in orario (ma quello lo abbiamo sentito da fonti più autorevoli della sua ), alla bonifica delle paludi – “ispiratrice del new deal di Roosevelt”, ipse dixit- dalla settimana lavorativa di 40 ore, al dopolavoro, dal sostegno alla maternità, alle colonie marine.

Con lui si che varrebbe l’impiego del termine, così come sarebbe valso per le frottole di altri cronisti prestati alla manipolazione della nostra storia per sceneggiare l’epica delle “opposte macellerie”, in grazia delle teorie espresse spudoratamente dell’ex presidente della Camera con l’equiparazione dei martiri della Resistenza agli “ingenui” ragazzi di Salò,  o per gli accademici specializzati in foibe e promotori di altre Giornate della Memoria da opporre non a quella rituale, ma con più probabilità al 25 Aprile o al 2 Giugno.

Con il sostegno di un ente di Stato che gli offre una tribuna, di un ceto politico che a dispetto di avvicendamenti e ricambi continua a esibirsi nel suo salotto, di media ch,e abituati a aspettare i gossip, le intercettazioni e i pizzini delle cancellerie, saccheggiano le anticipazioni dei suoi libri con le indiscrezioni e le confessioni a orologeria dei potenti,  non ha nemmeno bisogno di ricorrere ai sistemi di Irving o Faurisson, non ha bisogno di replicare a prove schiaccianti, perché gode dell’eterno miracolo che perfino di questi tempi si rinnova, il credito dato a quello che ha detto la televisione

Per un po’ mi sono compiaciuta che in rete qualcuno condividesse la locandina apparsa sulle vetrine di qualche libreria: qui non è in vendita il libro di Bruno Vespa e che altri si prendessero la briga di confutare le cialtronate già riportate sconsideratamente dalla stampa amica.

Che malgrado le condizioni particolari che siamo obbligati a vivere, lo stato di eccezione che veniamo continuamente sollecitati a accogliere di buon grado e che comporterebbe la necessaria rinuncia a diritti e libertà personali e collettive, ci sia qualcuno che  rammenta che non si stava meglio quando si stava peggio, che bisogna guardarsi da chi denigra il dissenso per delegittimarlo ancora prima dell’olio di ricino, da chi encomia come espressione di senso civico la delazione.

Che ricordi che prima di portare in guerra un Paese, l’eroe oggetto di questa agiografia, l’aveva affamato, umiliato, aveva cancellato partiti, sindacati, aveva chiuso la bocca ai giornali in modo che  ci fosse una sola voce a parlare, rammentandoci che la storia si ripete.

Opera meritoria, per carità ma che la dice lunga sulla qualità dell’antifascismo da tastiera, quello che occorre per sentirsi culturalmente, socialmente e moralmente migliori,  quello che sale in superficie dal mare delle sardine, quello che riduce i valori della Resistenza e della Costituzione all’impetuosa denigrazione dei due De Rege, Salvini e Meloni, che non si sa quale dei due è il cretino invitato a venire avanti,  facendo sorgere il sospetto che a essere cretini siano quelli che pensano che il Male assoluto sia incarnato solo da loro, così da perdere di vista le altre forme, quello minore, quello comune mezzo gaudio, quello in peggio, quello “poco” che non vien per nuocere, quello che secondo Andreotti è preferibile pensare per non essere colti di sorpresa.

Parlo dell’antifascismo concesso dall’ideologia del politicamente corretto, perfetta combinazione   del liberismo finanziario, cosmopolita e globalista con la retorica  “progressista” uniti dal comune contrasto ai  “populismi” ed ai “sovranismi”, marchi vergognosi appioppati indifferentemente a chiunque osi mettere fuori la testa dalla spirale di silenzio, conformismo e soggezione.

Così si dimostra che gli slogan indirizzati unicamente contro la violenza verbale, i grugniti e i versacci bestiali del gran buzzurro  ( che, come Trump, ha la formidabile capacità di suscitare un odio catartico che ci monderebbe da tutti i peccati)  non servivano ad altro che a far passare come prova di liberalità e pluralismo la tolleranza per una ideologia e una retorica del totalitarismo nel quale viviamo. E che, a differenza di quanto avveniva nei Regimi del passato, non aveva bisogno  almeno finora,  di censura esplicita, o intimidazione concreta, se menzogna, contraffazione, manipolazione si rivestono  della credibilità e dell’autorità di poteri  economici, culturali, sociali, tecnici, “morali”,  i cui messaggi non vengono urlati, minacciati, comandati,  ma passano e vengono raccolti sotto forma di marketing, informazione, pubblicità, format televisivi, intrattenimento, spettacolo per dimostrarci che quello è lo stile di vita cui è doveroso oltre che desiderabile uniformarsi e per raggiungere e mantenere il quale è legittimo sacrificare principi, valori, diritti, libertà.

Quando sarà cominciato tutto questo, quando dall’ostracismo che colpì lo storico De Felice, colpevole di indulgenza esercitata tramite una operazione che venne definita “filofascista o fanfaniana se si avesse voglia di scherzare….  per il rilancio di una storiografia opportunista, rispettosa dei potenti e leggittimatrice degli equilibri sociali costituiti”, in realtà reo soprattutto di aver considerato l’ipotesi non remota che il Duce avesse goduto di un ampio consenso popolare, siamo passati al recupero della sua figura, in modo, per una non singolare coincidenza,  da restituire credito a altri golpisti, corrotti e corruttori, amici dei mafiosi e dei banchieri, ladri di beni pubblici, puttanieri, e razzisti.

Quando sono cominciati in grande stile l’oblio e i tradimenti a cominciare da quelli contro la Costituzione, all’articolo 1 col diritto al lavoro, il 33 e 34 con quello allo studio, al 41 secondo il quale è vero che l’iniziativa privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con ’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana?

Quando ci siamo fatti persuadere che il mantenimento dell’ordine pubblico, la tutela del decoro e poi la salvaguardia sanitaria valessero la criminalizzazione delle manifestazioni di  dissenso e la penalizzazione della povertà che rovina le reputazione?

Quando dopo che per anni siamo stati convinti che l’unico diritto da mantenere inalienabile fosse quello a consumare e allo stesso modo ci siamo poi fatti convincere che siamo stati colpevoli di aver voluto troppo e perciò meritevoli di rinunce punitive?

Quando abbiamo accettato che il lavoro si trasformasse in servitù ricattabile, precaria, mobile, poi in cottimo e caporalato agile a norma di legge e per fini salvifici, infine in schiavitù? Che allo stesso caporalato si affidasse la scuola destinata a essere una fabbrica di ignoranti soggetti a intimidazioni , specializzati in mansioni esecutive e quindi addestrati all’obbedienza come i figli della Lupa?

Quando, grazie all’opera di rimozione del passato coloniale, abbiamo permesso che si replicasse sul scala il format imperialistico ai danni del Paese e all’interno del Paese, condannandoci a essere Terzo Mondo e allestirne uno interno?

Quando si è fatta strada la convinzione che soffrissimo della concorrenza sleale  di una massa povera, affamata  e disperata che dopo viaggi inenarrabili ci porta a casa e fa vedere quello che potrebbe capitare anche a noi?

Quando abbiamo consentito che l’informazione si concentrasse in un unico servizio Rai-Mediaset (oggi salvata da possibili aggressioni grazie a impegno unanime), in un giornale unico nelle mani della dinastia che ha maggiormente approfittato dell’assistenzialismo statale, per poi lasciare sdegnosamente quello stesso generoso e benefico elemosiniere e recentemente garante, diventando per giunta produttore in regime di monopolio di dispositivi sanitari dei quali non è più lecito mettere in dubbio l’utilità?

E da quando piangiamo per la sottrazione del Natale se a sempre più persone manca la sussistenza, mancano cure e assistenza, manca l’accesso all’istruzione e alla bellezza? Ma ci concedono la strenna di un fascismo mai finito, sempre riproposto e che sempre si rinnova?


Sepolcri sbiancati

dc0e4bb808c95260949e0488ea598e3bCertamente avete nelle orecchie quella pubblicità dell’Oreal che vuole vendervi i suoi prodotti con lo slogan ” perché voi valete” e forse avete sentito che in questi giorni l’azienda francese dei belletti ha deciso di eliminare dalla descrizione sui contenitori dei propri prodotti parole come “sbiancante”, “bianco” persino “chiaro” nel quadro di quell’antirazzismo scioccamente didattico e vuoto  che ogni tanto contagia un occidente e una classe dirigente facile a perdere il pelo del vocabolario per mantenere i vizi. Una cosa simile ha fatto l’Unilever indiana che ha eliminato il nome Fair (chiaro) dalle sue creme, ma entrambe le aziende hanno ovviamente mantenuto i loro prodotti assieme alle loro destinazioni d’uso e non credo che venderanno dentifrici annerenti o creme depuranti che promettono di non purificare la pelle  o detersivi che conservano  lo sporco: si tratta solo di un gioco così stupido da poter essere accettato da qualcuno come un progresso. Esattamente  come più grande è la menzogna più rischia di essere creduta, così più grande è l’idiozia più è facile accreditarla.

Ora non vi starò ad annoiare  con le stragi provocate dagli inglesi in India, ancora oggi  glorificate quando non vengono nascoste, né del fatto che l’Oreal ha passato grandi quantità di soldi a Sarkozy ( l’affarire Bettencourt ) ovvero il protagonista del ritorno alle politiche coloniali in Africa: sarebbe troppo facile e troppo scontato aprire il vaso di pandora dell’ipocrisia che sottende a queste operazioni di lifting da acchiappacitrulli. Invece mi preme dire qualcosa che appare così evidente da essere nascosto  alla vista: questa presunta opera di assurda correzione terminologica non costituisce affatto una qualche rivalutazione del nero, quanto invece un nascondimento del bianco, quasi che si dovesse cancellare ciò che viene considerato migliore per non offendere ciò che inconsciamente o forse nemmeno tanto si considera inferiore. Insomma sembra tutt’altro che un’operazione antirazzista, quanto un’operazione di cortesia, come a dire bè non siete bianchi, ma abbiamo l’educazione di non dirlo apertamente con un’operazione molto peggiore peggiore dal punto di vista della realtà di chiamare un cieco non vedente o chi è “seduto” diversamente abile. Se non lo si capisce è perché da tempo si è fatto il funerale all’esprit de finesse e anche all’ironia: per esempio accade spesso che se qualcuno prende in giro quelli che usano un certo linguaggio non più politicamente corretto viene immediatamente accusato di essere a sua volta razzista: questa reazione oltre a testimoniare dell’angustia intellettuale che ormai è la norma, riflette il fatto che si tratta esclusivamente di etichetta non di realtà e che quindi essa non va discussa, ma solamente rispettata.

E in effetti l’antirazzismo delle multinazionali che comandano il pianeta non ha un carattere positivo, ma negativo, significa che lo sfruttamento non ha più colori di pelle tipici, è e deve diventare universale, senza discriminazioni. A questi non interessa certo che i neri americani crescano o che sia riconosciuto loro l’apporto decisivo diretto o indiretto dato alla cultura americana che senza di loro sarebbe poca cosa, ma interessa semmai schiavizzare anche i bianchi dei ceti popolari.  Prova ne sia che mentre vengono abbattute le statue di Alessandro Magno o di Kant in un’orgia di confusione che nasce da gente che evidentemente non capisce proprio nulla di idee e di storia, gli stessi autori di questa iconoclastia non contestano affatto le stragi in medio oriente, i tentativi di golpe in Venezuela, le sanzioni a Cuba, insomma tutte le tipiche azioni del suprematismo bianco che molto spesso coincidono con l’affamare le popolazioni perché cedano. Ma lo si capisce anche dalla pazzesca revisione dei testi affinché non si trovi traccia di un negro nemmeno nella capanna dello zio Tom: un esempio clamoroso lo troviamo nel Ballo in Maschera di Verdi che si svolge nella Boston del XVII secolo: alla frase del conte di Warwick che dice “dell’abbietto sangue de’ negri”, l’edizione della West press, riporta “dell’immondo sangue gitano” , una correzione che dovremmo giudicare politicamente corretta. E dire che al tempo in italiano negro, come del resto ancora oggi in spagnolo e portoghese, aveva lo stesso valore di nero, non aveva alcun significato spregiativo che invece apparteneva tutto al conte di Warwick di cui invece Verdi voleva sottolineare il razzismo. Cosa che appunto si vuole nascondere, tirando fuori gli zingari al posto dei neri.

Ma ormai dentro una lingua e una cultura  impoverita sono cose che nemmeno si possono dire. La verità è che non valiamo più un cazzo.


Dalla sicurezza alla debolezza: cambia il marketing emotivo del sistema

coronavirus-690x362Il sistema neoliberista, messo di fronte alle sue contraddizioni in via di esplodere ha cambiato strategia di marketing: prima vendeva sicurezza preconfezionata per limitare le libertà, ma dopo che questo farmaco politico ha cominciato a dare assuefazione, si e messo a smerciare smarrimento e senso di debolezza. Non è che con la pandemia narrativa ha semplicemente alzato la posta, ha proprio mutato metodo passando dal vendere antidoti a smerciare malattia perché siano gli stessi sudditi a implorare aiuto e a liberarsi della democrazia. La natura del morbo ha ovviamente poco a che vedere con i virus che sono una semplice occasione, ma è sfuggente, vive sommersa dalla retorica del discorso pubblico e mostra  il livello del disastro antropologico creato dal pensiero unico: il fatto è che mentre fino due decenni fa  richiesta di sicurezza si riferiva alla protezione dalla violenza fisica, ora essa si estende alla “promozione del benessere emotivo”. E questo benessere  passa anche per la censura di posizioni e idee che contrastano con le proprie convinzioni o forse sarebbe più esatto dire con i decaloghi che sono stati  interiorizzati. Lo vediamo in questi giorni con il fastidio che molti esprimono nei confronti delle più elementari considerazioni razionali in merito alla pandemia, anzi man mano che i numeri la riportano a un costrutto mediatico, tanto più diventa intoccabile quasi che discutere e argomentare sia una vera e propria violenza. Ma lo si i può vedere ancor meglio nei moti in Usa a margine dei quali  centinaia di studenti progressisti hanno citato il loro personale senso di sicurezza come la ragione per cui chiedevano che fossero intraprese azioni punitive contro qualche altro individuo o entità che aveva offeso il loro pantheon di convinzioni antirazziste.

Modi di sentire che ovviamente sono tutt’altro che negativi, ma che lo diventano quando da idee e passioni si trasformano in rosario, segno di una drammatica caduta culturale. E infatti la censura e la distruzione di tutto ciò che storicamente riguarda lo schiavismo è in un certo senso un sottrarsi alla discussione e all’evoluzione: che si sappia  nessun gruppo ha contestato i rimasugli di schiavismo e razzismo ancora oggi presenti nelle legislazioni di molti stati americani. Questo che potrebbe sembrare un paradosso è invece la prova di un livello emotivo, difensivo e postpolitico della protesta la quale infatti non sfiora nemmeno da lontano una critica sociale al sistema e ipostatizza il razzismo come male, senza nemmeno metterlo in relazione al sistema di profitto e sfruttamento: qualcosa che ancora 40 anni fa sarebbe stato impossibile oggi invece è la norma.

E lo si è visto anche in Italia con le sardine che in fondo chiedevano di essere tenute al sicuro dai turbamenti emotivi della dialettica politica, di poter continuare le loro abitudini, lasciando ai cosiddetti tecnici, l’onere di dirigere le cose, di gestire l’esistente senza alcuna prospettiva di cambiamento e avendo in mente come tema problematico solo quello dell’agenda globalista, ovvero l’immigrazione a qualunque costo e a qualunque condizione, ma straordinariamente irrelata rispetto a qualsiasi discorso sociale e persino alle cause stesse delle migrazioni da rintracciarsi nei medesimi paradigmi di sfruttamento che poi suggeriscono l’accoglienza. Si rimane interdetti di fronte a questa “assenza” che alla fine ha dato i suoi frutti visto che nel giro di poche settimane i cosiddetti Stati democratici hanno sospeso le libertà fondamentali, hanno vietato alle persone di lasciare la propria casa e di partecipare a riunioni e manifestazioni, sotto la minaccia di multe o reclusione. L’istruzione obbligatoria è stata temporaneamente abolita, facendo temere per la sopravvivenza della scuola pubblica, milioni di persone sono stati private del lavoro e centinaia di migliaia di aziende sono state costrette a chiudere, la maggior parte per sempre. E tutto questo senza una reale o realistica ragione sanitaria, visto che le indicazioni epidemiologiche non hanno mai sostenuto, un “contenimento generalizzato obbligatorio” bensì sulla base delle  soluzioni pronte per l’uso formulate da potenti gruppi di pressione sulla scia dei piani concepiti  quindici anni prima, all’interno dell’amministrazione Bush, non come uno strumento di salute pubblica, ma per militarizzare la società americana in caso di attacco bioterroristico.

Eppure guai a turbare con obiezioni l’atarassia emotiva. Guai persino a dire che non ci saranno soldi gratis dall’Europa cosa più che mai evidente, messa per iscritto e assolutamente conseguente dai meccanismi scelti:  l’angoscia  di dover rivedere giudizi ormai fossilizzati è troppo forte almeno fino a quando non si è direttamente investiti dalle conseguenze. Un impulso a ripararsi dalle turbolenze emotive, addirittura invocando atteggiamenti censori tipici della destra estrema, è stato tematizzato nel 2018 in un libro del sociologo Jonathan Haidt e del costituzionalista Greg Lukianoff, entrambi di sinistra,  The Coddling of the American Mind, che potrebbe tradursi con il vizio o il rifugio americano in cui viene descritta la tendenza sempre più forte della popolazione colta a rinchiudersi  dentro zone emotivamente protette,  difese dalle mura del politicamente corretto e della neolingua. Il sottotitolo rende ancora meglio l’idea: “Come buone intenzioni e cattive idee stanno provocando il fallimento di una generazione”, una generazione sostanzialmente incapace o comunque non incline a impegnarsi con idee che la mettono a disagio, aprendo le porte a varie forme di autoritarismo . E almeno due di queste cattive idee che agiscono sottopelle  sono comuni anche sull’altra sponda dell’Atlantico:  fidati sempre dei tuoi sentimenti e la vita è una battaglia tra buoni e cattivi. Ma c’è anche una terza idea che spiega bene il cambiamento di strategia del sistema e che potrebbe essere sintetizzata con  “ciò che non ti uccide ti rende più debole”. Ed ecco perché ora il sistema non punta più sulla sicurezza, ma a ingigantire il senso di debolezza. e di isolamento.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: