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I santini della Brava Gente

s e dAnna Lombroso per il Simplicissimus

O con il Governo o con il Covid! Ormai non c’è fronte sociale o politico, con sullo sfondo il retorico richiamo all’unità nazionale, che non registri una estremizzazione delle posizioni, incarnate da correnti contrapposte, curve e tifoserie rabbiose e brutali. Dopo O con Greta o con gli sporcaccioni, dopo O con Carola o con Salvini, dopo O con il Grande Giornali Unico degli italiani o con Libero, adesso ci tocca anche O con Silvia o con la Santanchè.

A fare le spese del fenomeno in atto è naturalmente il manifestarsi di qualsiasi espressione critica e di dissenso che non voglia arruolarsi nelle formazioni in campo, risucchiate dalla spirale di silenzio imposta a chi teme che la sua opinione difforme da quella della maggioranza, costringa all’isolamento e all’anatema.

Quindi anche oggi, siccome si rende necessario premettere a ogni affermazione l’esibizione di referenze che certifichino l’appartenenza al consorzio civile e il rispetto del politicamente corretto, dichiaro la mia soddisfazione per la liberazione di Silvia Romano, tornata a casa salva e sana, almeno fino a che non è stata sbaciucchiata dal festoso assembramento governativo.

Inoltre affermo che, dopo aver contribuito nel corso di altra trattativa al salvataggio dei mercenari criminali adibiti alla tutela di interessi provati con salario pubblico, non mi indispettisce più di tanto il pagamento del suo riscatto, dichiaratamente destinato a finanziare la corsa agli armamenti di cellule terroristiche, anche se al tempo stesso non mi consola l’invito che viene da più parti a ricordare che imprese pubbliche e private italiane, con l’appoggio dei governi che si sono succeduti, lo fanno già in forma legale.

Aggiungo che penso che la sua conversione appartenga a una sfera  di convinzioni e emozioni squisitamente personali, malgrado sia stata oggetto di una ostensione pubblica orgogliosa che turba la mia fiera militanza laica, e che a motivo di ciò, quale che sia il suo percorso spirituale, credo che non debba essere sottoposta a condanne per abiura. Anche se l’appassionata difesa che ne fa l’Avvenire consolida il sospetto che anche questo verrà usato per riconfermare il rilancio della triade Patria, Famiglia e Dio, talmente auspicato che qualsiasi Dio va bene pur di irrobustire l’ideologia imperante, quella dell’amore che deve vincere su tutto per contrastare il conflitto, si, ma quello di classe.

Penso lo stesso per l’esibizione del suo abbigliamento “etnico”, che non giudico, alla pari dei falpalà o dei bikini delle ministre in carica o ex,  pur rilevando con un certo disappunto che oltre a destare l’ammirazione di una leader delle sardine che lo ha paragonato a quello della Madonna, ha riscosso il solidale consenso di femministe che vedono nella cooperatrice una icona del riscatto delle donne, come se la dichiarata affiliazione a una fede “altra”, compresa l’accettazione di regole e “divise”, ne attenuasse l’evidente incompatibilità con le istanze di liberazione delle donne dai comandi di una religione e una tradizione patriarcale

Ciò premesso mi sento autorizzata a dichiarare che alla nausea che mi suscitano le becere insinuazioni e l’accanimento particolarmente denigratorio esercitato nei confronti di questa giovane donna,  si accompagna il fastidio per l’ipocrita consacrazione a incarnazione dell’Italia Migliore.

Definizione questa che ormai viene impiegata per chiunque possa esibire una patente di “innocenza” incontaminata, anche e soltanto grazie alla giovane età, come nel caso di Greta, delle sardine, delle altre cooperatrici che sono state ostaggio negli anni passati, forse imprudenti, forse mandati allo sbaraglio senza garanzie e protezioni, forse influenzabili oltre che generosi, forse posseduti da spirito d’avventura, come è naturale siano i ragazzi, soprattutto quelli che quando non fanno volontariato stanno a casa con mamma e papà, che  collezionano master, ma fino a trent’anni e più possono permettersi di vivere nel limbo grigio dell’attesa di un lavoro che corrisponda ai loro talenti.

E’ infatti il culto, spontaneista fino all’avventurismo, del volontariato a ispirare e appassionare chi vuol riconoscersi nell’Italia Migliore, non a caso professato, a vedere i dati dell’Istat, soprattutto nelle regioni dove si vota Lega, in quelle che reclamano maggiore autonomia per lasciar spazio all’iniziativa privata anche per quanto riguarda l’assistenza e l’aiuto umanitario, quelle delle case di riposo, intendendo anche quello eterno,  quelle delle cooperative, comprese quelle di Buzzi,   per la gestione dell’invasione, dove sindaci bipartisan con il consenso dei cittadini che li riconfermano, hanno anticipato il distanziamento, discriminando sui bus, nei giardinetti, nelle panchine, nelle mense scolastiche.

Ma guai a parlar male del Terzo settore, di Ong e volontariato, malgrado contribuiscano attivamente  alla demolizione del welfare nel quadro del “capitalismo sociale”, che raccomanda il ricorso al benigno potere sostitutivo dello Stato in favore di nuovi soggetti e istituti che solo nominalmente  negano la natura privatistica, quando qualsiasi autorità sottratta al controllo pubblico diventa automaticamente privata.

Guai, perchè non a caso  si può stare così dalla parte giusta con il semplice invio di un bonifico per l’adozione a distanza, che ha appunto la qualità della lontananza, ma al tempo stesso partecipare a piccoli pogrom contro i rom che rubano e puzzano, manifestare contro l’arrivo di immigrati, gravide comprese, perché ciondolano in giro offendendo il decoro e renitenti a prestarsi al lavoro dei campi.

D’altra parte che l’aiuto umanitario possa anche essere un business (pare che il giro d’affari dell’umanitarismo valga oltre 150 miliardi dollari l’anno) non l’ha capito solo il Mondo di Mezzo di Mafia Capitale, se arguti economisti hanno denunciato che fa parte della “debitocrazia” la promozione di un microcredito “peloso”,  di quel business molto attivo in Asia, Africa e America Latina che vede impegnate  ONG internazionali e locali connesse con multinazionali finanziarie, che da noi vede il coinvolgimento di banche come Intesa-San Paolo, ma pure la Conferenza Episcopale e la Caritas impegnate nel Prestito della Speranza, un fondo che “presta”  soldi  a  famiglie o a  “microimprese indigenti” immettendole nel circuito finanziario  e favorendo il loro indebitamento grazie a iniziative “imprenditoriali” improbabili e destinate al fallimento.

E si spiega così il successo di certe personalità, incrementato proprio in questi mesi dalle campagne “salutiste”, che dimostrano la potenza condizionatrice delle multinazionali della carità e della filantropia che anestetizzano dai sensi di colpa occidentali influenzando le politiche internazionali fuori da ogni controllo democratico per impedire la formazione di movimenti uniti da obiettivi comuni, nel Terzo Mondo e nei terzi mondi interni.  Qualche tempo fa sono stati resi noti documenti riservati del Fondo monetario internazionale  e della Banca mondiale in merito alle loro “operazioni” nei paesi sottosviluppati per imporre le loro strategie liberiste, sulla falsariga dei   “piani di aggiustamento strutturale”, sostenute da pratiche speculative, correttive e di attacco alle istituzioni parlamentari e democratiche, niente di meno  da quello che fa l’Unione Europea cui l’Italia Migliore continua a dedicare il suo incrollabile atto di fede.

E infatti è  quella stessa Italia Migliore che va in piazza contro Salvini ministro o ex ministro, ma ha guardato con un  certo  compiacimento al realismo del suo predecessore che ha autorizzato la paura del “diverso”,  integrando la xenofobia nella generale criminalizzazione degli ultimi per rassicurare i penultimi.

E’ l’Italia Migliore che pensa che questo sia il miglior governo possibile malgrado il tacito rinnovo degli accordi italo- libici del 2017,  che sancirono la complicità italiana con le torture ed i lager libici e di cui si hanno, da tempo, inconfutabili evidenze e prove sostenute dall’Onu, l’Esecutivo che suffraga la decisione dell’Ue di sospendere la sia pur discutibile missione Sophia che svolgeva  le attività di pattugliamento nel Mediterraneo, lasciando mano libera alla famigerata Guardia Costiera, mentre già si impediva il soccorso in mare alle Ong e quello che ha mantenuto inalterato l’impianto repressivo dei decreti sicurezza, perché facciano da cornice alle misure di eccezione di questi mesi. Quella che ritiene che l’Islam sia un credo e una progetto statale incompatibile con la democrazia, una fede da confinare nelle cantine, a meno che non sia professata dagli emiri del Qatar che si comprano le squadre di calcio e le coste sarde, dove c’è davvero una Italia Migliore che lotta come i No Triv, i No Tav, i No Muos, messa a tacere, nascosta come una vergogna perché ricorda una libertà della quale non si sa godere.

Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io, recita un detto antico che sicuramente vale  per tutti gli dei e che è consigliabile valga anche per chi vuol mettersi al servizio degli altri e dunque anche  della verità, della ragione, della giustizia.

 

 

 

 


Virus in quota rosa

retoricaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era qualcosa che ha sempre accomunato le colonie estive, i convitti come anche gli istituti di accoglienza, case di riposo, ospizi dove vengono conferiti ragazzini o anziani: entri e ti accoglie un buon profumo di ragù e di intingoli succulenti. Poi scopri però che la mensa degli ospiti somministra insulse minestre, perché invece le succulente pietanze che avevano riempito l’aria di aspettative gastronomiche sono destinate alla tavola della direzione.

C’era dunque da aspettarsi che, essendo stati ridotti allo status di bambini poco diligenti da tenere in punizione e di vecchi rincoglioniti da rinchiudere e isolare fin  dai fatidici 60 anni, convertiti da età ancora produttiva in ultima frontiera prima del rimbambimento,  autorità e media ci avrebbero ammannito la stessa  zuppa riscaldata delle istituzioni totali, galere comprese.

Gli ingredienti ci sono tutti, con una certa prevalenza del dolciastro delle carote, quelle che si alternano con il bastone e quelle della retorica più stantia e infame. Nell’acquosa brodaglia galleggiano il ritrovato amor patrio, il richiamo all’unità nazionale, la presenza amica di forze dell’ordine e militari che si adoperano per reprimere e punire i trasgressori, le mance distribuite in attesa di provvidenziali helicopter money europei, già negati dalla madame della finanza,  e buatte di carne in scatola Nato, la resilienza promossa proprio ieri a resistenza di chi sta a casa ossequiente ai comandi, l’obbedienza convertita in virtù perfino da vecchi attrezzi della sinistra perduta, alla faccia di Don Milani.

E poi non possono mancare le figurine dell’album nazionale: medici ma pure muratorini, infermiere, commesse, pony, operai, magazzinieri  diventati magicamente eroi per permettere a altri di restare sul divano a vedere la casa di carta, immeritevoli quindi,  in virtù dello status di martiri e a causa del loro spirito di abnegazione, di quelle misure di protezione e profilassi proposte come necessarie ma che saranno adottate “dopo”, su bus, metro, negozi, ristoranti, spiagge, centri estetici, salvo pare gli ospedali dove si continuerà a morire di infezioni, cattiva manutenzione  e trascuratezza proprio come “prima”.

E siccome tra i santini da venerare devotamente insieme ai nonnini superstiti alla grande selezione cominciata già un bel po’ di tempo fa in ossequio al welfare aziendale delle grandi istituzioni economiche e finanziarie, ci sono anche le donne, plasticamente ritratte nell’immaginetta votiva di addetta sanitaria che tiene amorevolmente tra le braccia l’italietta malconcia.

Eccole dunque immortalate dalle cronache dalla pandemia in qualità di angeli del focolare, badanti regolari (le clandestine sono out, senza permesso e invisibili proprio come gli anziani che non possono più assistere), mamme adibite alla didattica più complicata in assenza di banda larga e rete, professioniste costrette loro malgrado al bucato e alla confezione di pane con le farine propagandate dal gotha degli chef, per carenza di quel personale di altre donne che hanno finora garantito la loro emancipazione, cassiere del supermercato, delle quali si era rimproverata l’indolenza deplorevole quando si sottraevano al lavoro nei giorni festivi e quindi in  nome di tutte loro non poteva mancare la rivendicazione delle quote rosa – del virus – fatali e inevitabili proprio come le zanzare ai primi tepori.

E come i molesti insetti, si dice che sarebbero necessarie all’equilibrio e alla conservazione delle specie.

Di che specie però si tratti è presto detto e basta guardare alle adesioni in calce all’inevitabile appello come da tradizione:  Noi Rete Donne, Inclusione Donna, Soroptimist, Ladynomics, GammaDonna, Community Donne 4.0, Differenza Donna Ong, Movimenta, Young Women Network. Manca la sigla delle damine si Tav, è vero,  ma si può star certi che siano rappresentate dagli organismi di cui sopra oppure che, come affermato in passato, siano compiaciute di delegare le loro scelte a mariti più competenti, se l’appello chiede che venga “data voce” alle donne,  inadeguate a prendersela.

Eppure sono proprio incazzate, si perdoni il termine poco adeguato all’egemonia del politicamente corretto, queste signore cui non basta l’ipotesi di una  profittevole sorellanza attiva con altro sodalizio di recente istituzione, quello delle dodici donne in forma di apostoli del Nuovo Rinascimento, perché dessero il loro contributo alla ripartenza del Paese e voluto dal ministro della famiglia e delle pari opportunità Elena Bonetti, come la collega Bellanova insider di Italia Viva del Governo,  promoter della scuola di formazione politica per giovani “Meritare Italia” di Renzi in probabile continuità con l’esperienza di scout cattolica.

E infatti protestano perché nella task force di Colao (che chiamano appropriatamente cabina di regia), non c’è posto per le donne, solo 4 in tutto, “grandi assenti nei luoghi di comando, laddove si danno gli indirizzi sul futuro ci aspetta”.

Non si tratterebbe soltanto di “un mancato riconoscimento al patrimonio di competenze femminili”, reclamano. “Ma non offrono nemmeno una giusta rappresentazione della nostra Italia”. E chiedono dunque che  fin da ora che nelle Commissioni e nelle task force, costituite e da costituirsi, per gestire la “fase 2” dell’emergenza, si valorizzi il talento femminile e sia inserito un adeguato numero di “donne capaci, commisurato alla rappresentanza femminile di questo Paese, che è la metà della popolazione”.

In coincidenza con l’appello intanto è arrivata una forte presa di posizione di Emma Bonino, prima gregaria di Pannella poi figlia di troika:  “l’Italia, dice,  rifiutando la meritocrazia, condanna le donne competenti a non assumere mai posizioni di prestigio e potere”.

Ecco, nella lista stilata sui lemmi della retorica pandemica avevo trascurato merito e competenza, che sono invece al primo posto per il prima e il durante, grazie all’occupazione di processi decisionali e comunicazione da parte di tecnici e scienziati impegnati a somministrare, come elisir  di lunga vita, opinioni, teorie personali, visioni profetiche e anche per il dopo, quando manager di successo personale e insuccesso pubblico preparano dopo il dispotismo emergenziale, l’arrivo del tiranno assoluto, il tecnico di comprovata esperienza in materia di stenti, austerità, tagli di servizi e diritti.

Si fa presto a capire cosa intendano le organizzazioni al femminile del Rotary, le associazioni di imprenditrici e professioniste, i think tank di manager in tailleur di Armani, l’illuminato benefattore,  per donne “capaci” e meritevoli di    entrare nei centri di comando, delle quali immaginiamo faccia parte Irene Pivetti in veste di dinamica business woman espostasi incautamente all’osservazione dei magistrati per l’importazione opaca e fraudolenta di mascherine dalla Cina.

Altro non è che quello che intende un pensiero post ideologico, post politico e post femminista,  che ritiene che a spaccare il soffitto di cristallo, quella invisibile ma invalicabile barriera che impedisce alle minoranze e alle donne di salire ai gradini superiori delle  scale sociali, indipendentemente dalle loro qualifiche o dai loro risultati, bastino le arrivate e le arriviste, quelle scelte dal destino, termine maschile quando definisce quelle che possiedono qualità proverbialmente virili, prepotenza e arroganze, o incaricate dalla Provvidenza, sostantivo femminile quando qualifica quelle benedette all’origine per appartenenza dinastica o sociale.

E infatti a pretendere non sono le commesse, le badanti, le lavoratrici e mamme part time poliedriche e esauste, le donne delle pulizie, la cassiere di Carrefour che come segnale incoraggiante per il dopo, licenzia già adesso, le precarie a casa senza futuro, le garantite cui spetterà la stessa sorte, macché, sono quelle che possono mettere nel curriculum della scalata aziendale la corruzione e il tradimento della rappresentanza di genere come referenza per future prestazioni dirigenziali, quelle che ce la fanno per nascita o perché si fanno avanti anche sulle spalle di altre donne, sottopagate, spesso migranti, alle quali subappaltano i lavori di cura.

Non so se esista ancora qualcuna che crede ingenuamente che le quote rosa delle élite possano “aiutare” le donne e la società, grazie a qualità di genere molto propagandate, indole alla cura, affettività, istinto solidale, quando gran parte del pensiero femminista è regredito rispetto perfino all’emancipazionismo, quando la liberazione delle donne, come la lotta di classe della quale deve rappresentare un fronte irrinunciabile, è stata retrocessa a avanzo arcaico da riporre nel cassetto degli attrezzi velleitari della sinistra che non c’è più.

O quando il politicamente corretto ha preso il sopravvento sulla pretesa di affrancamento se le rivendicazioni del diritto a essere ciò che si sente di essere, si limita alla richiesta di “ripulire” testi accademici e letterari, linguaggio quotidiano, fenomeni sociali da quello  che potrebbe essere ritenuto offensivo nei confronti di questo o quel gruppo di “emarginati”, invece di promuovere la critica e l’antagonismo a un sistema che sfrutta, umilia, condanna uomini e due volte le donne, a essere merce diffusa e poco valorizzata. O peggio quando qualsiasi critica all’operato di donne al potere, siano Lagarde o Boschi, Bellanova o Fornero, viene censurata con il sospetto di implicito sessismo.

Ieri la celebrazione più ingessata che mai del 25 aprile è stata condita dall’immancabile ostensione della gratitudine per il contributo delle donne alla lotta di liberazione. E difatti la gran parte di quelle staffette, di quelle partigiane, delle torturate e delle morte a Via Tasso a nei lager sapeva che di liberazione si trattava, non solo dall’invasore, non solo dall’olio di ricino, dalle botte e dai crimini fasciste, ma del riscatto da un sistema di sfruttamento, repressione, cancellazione dei diritti e della giustizia, che aveva portato in guerra e portato guerra, derubando, violando, affamando. Non combattevano per avere un posto del Cln o per partecipare dei fasti e delle poltrone della ricostruzione.

E forse siamo oggi così, umiliati, confinati, sottoposti a misure che violano la Costituzione per la quale hanno lottato, perché anche loro, dopo, hanno obbedito tornando a casa, in fabbrica, nei campi di riso, nelle scuole, invece di tornare nelle piazze a esigere il risarcimento, per quello che avevano dato con generosità, in libertà, pace, rispetto e giustizia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Dicono di Lei

jusAnna Lombroso per il Simplicissimus

« Non mostrare così tanta pelle, nasconditi. Lascia qualcosa all’immaginazione. Non fare la tentatrice. Gli uomini non riescono a controllarsi. Gli uomini hanno dei bisogni. Rilassati. Mostra un po’ di pelle. Sembra sexy. Sembra hot. Non essere così provocatoria. Sii pura. Non fare la puttana. Agli uomini non piacciono le mignotte. Non fare la puritana. Non essere così conservatrice. Ridi di più. Sii innocente. Sii zozza.  Tirati su le tette. Appari naturale. Non essere così autoritaria. Non essere così emotiva. Non piangere. Piega i suoi vestiti. Preparagli la cena. Dagli dei figli. Non vuoi figli? Un giorno li vorrai. Cambierai idea. Non dire di sì, non dire di no…».

Un inventario disordinato di raccomandazioni contraddittorie, di quelle che vengono somministrate al gentil sesso da riviste patinate, psicoterapeuti di coppia un tanto al chilo, poste del cuore, coach (adesso vengono impiegati anche filosofi aziendali) che devono aiutarci a sopportare l’esistenza ai tempi del colera, è diventato ormai virale in rete. E adesso, per par condicio, mi aspetto il corrispettivo maschile affidato a George Clooney, anche lui, come la fine dicitrice di Be a Lady They Said, impegnato in focose battaglie sociali e pronto al grande passo in politica: «…fai l’uomo, non piangere. Piangi come Obama e ti daranno un Nobel. L’omo ha da puzza’. Con quel profumo non dovrai chiedere mai. Tutte le donne sono un po’ puttane. Rispettale come fossero tua madre e tua sorella. A quelle piace l’uomo forte. Mostrati tenero e le conquisterai. Dicono no, ma vogliono dire si.  Non riuscirai mai a capirle, dà loro sempre ragione. Non hanno mai ragione perché sono emotive. Il maschio deve essere cacciatore. Il vero uomo non ha paura dei sentimenti e di mostrarli…. ».

Perché la paccottiglia che accompagna la teoria delle relazioni e la retorica della guerra dei sessi non è una scomoda cassetta degli attrezzi messa a diposizione solo delle donne, anche i maschi sono perseguitati da stereotipi che condizionano la loro vita, come fossero un carapace che li deve proteggere da sentimenti e passioni che potrebbero minare il loro ruolo genetico e sociale di sopraffattori secondo natura.

E anche in questo campo vigono le regole del potere, delle armi, comprese quelle della seduzione, del denaro che incanta, del prestigio che affascina, della giovinezza che stordisce, della maturità che rassicura, della fama che abbaglia. Tanto che nel caso di Weinstein come in quello di Polanski (ne ho scritto quihttps://ilsimplicissimus2.com/2020/03/02/polanski-il-jaccuse-delle-quote-rosa/) si è giustamente imputato ai due reprobi di avere impiegato reputazione e celebrità per ricattare e adescare. E nel caso italiano la condanna per il vergognoso puttaniere che circuiva vigorose maggiorenni, alle quali è stata elargita indulgenza anche se non è credibile la pretesa di innocenza delle ospiti dell’allegro condominio delle olgettine e delle loro mamme, è servita a mettere in ombra altri oltraggi ai danni di democrazia,  legalità, beni comuni e interesse generale.

È umiliante, per tutte quelle e quelli che hanno creduto che il movimento di liberazione delle donne fosse una parte insostituibile e necessaria della lotta di classe, che doveva portare al riscatto dallo sfruttamento e della mercificazione di lavoro, valori, corpi, creazioni artistiche, cultura, paesaggio, risorse, il successo riscosso da un prodotto commerciale così mediocre.

Andiamo peggiorando: in Italia ben prima del ’68 era la stampa rosa a offrire quello stesso tipo di “pedagogia” e a minare quella ideologia  furono certamente gli echi del maggio francese o di Berkley, gli incendi dei reggiseni e poi via via la rivendicazione del possesso del proprio corpo, o sputare su Hegel, ma anche la pervicacia di donne oggi dimenticate, scrittrici che non hanno diritto di celebrazione e memoria come certe mogli celebri, Alba de Cespedes, Brunella Gasperini, che con modestia hanno contribuito a indurre la coscienza del sé e dei proprio diritti favorendo il successo di battaglie per i diritti, dei quali hanno beneficato parimenti donne e uomini, e che sarebbero inorridite del successo di questo spray  Pinkwashing .

D’altra parte non poteva che venire dagli Stati Uniti, che dimostrano ancora una volta di avere la potenza pestifera di colonizzare anche il nostro immaginario, questo scadente manufatto.

Cosa potevamo aspettarci? da un posto dove il riscatto delle donne, pubblico, e privato in caso di corna presidenziale, è stato affidato a Hillary Clinton, la quota rosa del neoliberismo, dove dopo ogni “esportazione di democrazia” nel Golfo e altrove le loro femministe, Naomi Wolf in testa, elogiano le soldatesse americane impegnate zone di guerra e conquista per aver generato “rispetto e perfino paura” e per aver portato avanti la lotta per i diritti delle donne, dove Donna Haraway o Maria Galindo attaccano le resistenze ai conquistadores di Maduro, Morales, Camacho, accusati di sessismo e omofobia.

Cosa potevamo aspettarci? in un posto dove sono riusciti a consumare perfino il mito della libertà sessuale esperita con il dongiovannismo alla rovescia di Erica Jong, perfino l’erosione della narrazione puritana compiuta non tanto con la sua scopata senza cerniera, ma con l’apostolato per un erotismo sfacciato, licenzioso e provocatorio che non ha bisogno della giustificazione dell’amore per esprimersi, perché si tratta di un istinto umano che è lecito e necessario svincolare dalla cultura patriarcale che lo limita alla attività riproduttiva.

E infatti la nuova frontiera dell’autocoscienza è ambientata nelle strade e nei teatri di posa di Sex and the City, incarnata da quattro animali metropolitani di New York, che, leggendo la voce su Wikipedia, risponde all’esigenza di  raccontare “la vita sentimentale e sessuale di quattro amiche, tre delle quali intorno ai 35 anni ed una, Samantha, intorno ai 40,  spesso trattando argomenti di rilevanza sociale come lo status delle donne nella società e il loro ruolo nella famiglia”. E infatti le vicende e le chiacchiere del gineceo sono l’occasione per l’ostensione solenne di status symbol irrinunciabili, il cui acquisto: abiti, scarpe, in una coazione a comprare, e la cui frequentazione: caffè, ristoranti, gallerie d’arte, teatrini off, presentate come sottomarche dei topoi della Manhattan di Allen, accessibili a quel ceto medio urbano con velleità creative e modaiole, dovrebbero  confermare che ormai tutto può essere a portata di mano delle donne, se hanno l’ambizione e le qualità per pretenderlo e consumarlo.

E infatti, girato per il magazine di moda Girls Girls Girls  “scritto” da Camille Rainville, autrice di un blog  esperssione di una “donna molto arrabbiata”,  Be a lady, They said! (che tradotto vuol dire Comportati da signora, dicono), è recitato da Cynthia Nixonl’attrice nota per aver interpretato Miranda nella serie e nei film che ne sono stati tratti. E (cito dai periodici femminili italiani, che titolano “interrompete quello che state facendo e guardate questo video”) avrebbe il nobile il proposito di risvegliare le guerriere,  riportando senza commento quello che “dicono di noi e su di noi” e “tutto quello che ogni donna subisce a livello di pressione sociale e di violenza emotiva, grazie a una provocazione a scopo di denuncia nei confronti di chi vuole sminuire la figura delle donna, proponendo immagini forti”.

Le “immagini forti”  altro non sono che quelle delle pubblicità che popolano le stesse pagine dei rotocalchi, che invitano a consumare, che scelgono testimonial tra le unte del signore che hanno fatto carriera sulla pelle delle altre donne, perché la vera vocazione di questo, che viene definito un proclama femminista, è sempre la stessa, la denuncia sia pure sacrosanta della mercificazione dei nostri corpi come se la riduzione a oggetti, a macchine da produzione oltre che da riproduzione, come se la rinuncia a diritti e prerogative e l’imposizione di funzioni e ruoli sociale fosse solo un rischi e una condanna di genere che si contrasta con una “rivoluzione” culturale.

Io quelli che lo chiamano video femminista li denuncerei per abuso. Abuso del termine e abuso di posizione, perché le lezioni di donne e uomini che vivono nel privilegio conservato a chi non può più conservare neppure i requisiti minimi di sopravvivenza, autodeterminazione e libertà,  costituiscono obiettivamente un sopruso umiliante. In Italia potremmo dire che mezzo e slogan sono quelli delle sardine, lo scioglimento di qualche punta superficiale dell’iceberg dello sfruttamento per tornare  a invitare a quelle aggregazioni di piazza che abbiamo conosciuto con il senonoraquando, indicando quali sono le licenze, le rivendicazioni, perfino le violenze ammesse, no a quelle sessuali, ma si ai contratti atipici, al caporalato del part time, no al femminicidio dei mariti, e ci mancherebbe, ma la rimozione di quelli in mare, a Calais, nei posti dove andiamo a fare da intendenze in guerre coloniali, nei campi del Mezzogiorno dove si crepa di fatica.

Lo chiamano “femminismo” ma si tratta dei “valori” di una classe professionale-manageriale, di donne relativamente privilegiate che stanno provando a farsi strada nel mondo degli affari  o dei media o delle professioni, con l’intento di scalare la gerarchia aziendale per essere trattate allo   stesso modo degli uomini della loro stessa classe, con la stessa paga e lo stesso rispetto, anzi meglio in nome di qualità specifiche o della rivalsa per antichi torti, invitate a  farsi avanti grazie allo sfruttamento di altre donne, sottopagate, spesso migranti, alle quali subappaltare i lavori di cura inevasi dal Welfare.

È questa la voce aggiuntiva nel bilancio in rosso del neoliberismo, della finanziarizzazione, della globalizzazione, che ha infiltrato la sfera della riproduzione sociale, e cioè tutte le attività e i programmi che supportano le persone e la loro riproduzione: dalla nascita e la crescita dei figli, alla cura degli anziani e al lavoro interno alle abitazioni private, oltre a altri campi, come l’educazione pubblica, l’assistenza sanitaria, i trasporti, le pensioni, il mercato immobiliare per trarne rendita. E infatti se sembra sostenere che le donne debbano essere impiegate a tempo pieno nella forza lavoro remunerata per incrementare il profitto per il capitale, tace sul taglio delle spese sociali attuato per tener fede ai programmi di austerità.

Il video non racconta che Sheryl Sandberg, Ceo di Facebook, 50 anni, che onorata di una copertina di Sette, rivendica “io decido da leader, non da donna” proclamandosi femminista, offre alle dipendenti la meravigliosa opportunità di congelare gli ovuli con lo slogan: “Dateci i vostri anni migliori, dedicate i 30, 40, 50 a far carriera; quando sarete meno produttive, fate figli”.

Non femminismo quello, se l’emancipazione che è poi una sottospecie della consapevolezza, dell’autodeterminazione e della liberazione vengono retrocesse al riconoscimento di meriti, dando più opportunità a chi ha dimostrato talento e ambizione, garantendo che posizione, reddito e diritti siano assicurati a chi per nascita, rendita, privilegi, status è già in possesso del capitale sociale, culturale ed economico necessario a affermarsi. E a quelle che sono nate “signore”.

 


Ely Shining

elAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ho ricevuto un’educazione confessionale e così non ho fatta mia la consuetudine di conservare nel portafogli una immaginetta sacra incaricata di proteggere il fiducioso possessore da ogni sorta di pericoli.

Tra l’altro, negli anni, il target di numi tutelari si è via via esteso ed anche l’esibizione dei loro ritratti in vari formati, materiali e media: poster e foto sul profilo del Che, ma anche di rapper, sindaci disubbidienti, vignettisti, replicati ed esposti in funzione di ispiratori, maestri di pensiero e modelli di vita e comportamento.

E’ quindi naturale che nei periodi di crisi si assista alla ricerca di icone di culto e ultimamente la preferenza è stata  riservata a figurine femminili, portatrici naturalmente di speciali valori attribuiti al codice di genere: sensibilità, indole all’ascolto, alla cura e all’accoglienza, legate indissolubilmente alla funzione materna, dei quali peraltro avrebbero dovuto essere dotate, oltre a Carola o Greta  o Sanna, anche la Fornero, la Lagarde, la Clinton.

È di oggi per esempio la notizia che il segretario del Pd candida alla presidenza del partito la sindaca di Marzabotto, affiancata da due vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani (quella che lo stupro indigeno è meno  deplorevole di quello forestiero), che vanta nel suo curriculum politico e di amministratrice lodevolissime iniziative a sostegno della memoria dell’eccidio e niente più, a conferma che ormai conta  la “facciata” più di esperienza, competenza, programmi considerati controindicazioni a suscitare consenso e approvazione e delegati interamente a addetti ai lavori, tecnici, kapò e caporali.

E infatti la liturgia, in piena eclissi del sacro presso le sinistre tradizionali, propone l’ostensione  di una nuova Giovanna d’Arco, che unisce all’ardimento della guerriera, alla tenacia delle suffragette e all’instancabile perseveranza dei pellegrini, dimostrata, tra l’altro,  mettendosi a capo della campagna slowfoot, una mobilitazione collettiva, fatta a piedi e in mezzo alla gente per far girare l’ideale europeo in una simpatica riedizione del cammino di Compostela o della via Franchigena.

Parlo naturalmente di Ely Schlein, scesa in terra a miracol mostrare, incarnando il meglio della religione del politicamente corretto: impegnata femminista, appassionata ecologista, fervente europeista, orgogliosa omosessuale. E poi creativa (al Dams e negli anni di università si occupa di comunicazione, grafica e organizzazione di eventi)   cosmopolita per nascita, studi, esperienze e per la militanza sul campo, quello di Obama, alla cui elezione contribuisce formando i volontari durante la campagna elettorale. E anche pluridecorata al merito nientepopòdimeno che con il premio Maraini al Liceo di Lugano  per i migliori risultati dell’anno di maturità 2004 e nel 2017 come “miglior deputato europeo” dell’anno (cito dal suo sito).

Non le manca niente insomma per ricoprire un ruolo salvifico: ha dato vita  a Occupy Pd per denunciare le larghe intese che affossano la candidatura di Prodi a Presidente della Repubblica, europarlamentare dal  2015 nelle liste del Pd,  a seguito di fratture insanabili con il vertice, lascia il partito  insieme a Pippo Civati e con lui lancia  Possibile, che diventa ufficialmente partito nell’aprile 2016. Infine con la lista Emilia Romagna Coraggiosa, insider virtuale delle sardine, contribuisce al successo di Bonaccini entrando a far parte della sua squadra di governo regionale.

E infatti Left, che si autodefinisce spericolatamente l’unico giornale della sinistra, ci informa in estasi  che è stata animatrice qualche giorno fa di un costruttivo confronto  tenutosi “nell’ambito delle iniziative che precedono e accompagnano il percorso verso il congresso che terrà Sinistra Italiana”, e nel quale numerosi esponenti politici e personalità della cultura sono intervenuti: “dal messaggio di Cuperlo, alle appassionate analisi di Vendola, Mussi, Fratoianni, tra le più lucide riflessioni sullo stato della sinistra e insieme coniugate a tangibili sentimenti e passioni, mai scaduti in sterile nostalgia”.   

Non stupisce dunque che tutti quei simpatici attrezzi sopravvissuti a ogni tempesta e a ogni corrente,  contagiati dal suo ardore e ardire, abbiano convenuto sull’opportunità di estendere a tutto il Paese e in tutte le tornate elettorali il suo format vincente sul quale la record-woman di preferenze scommette per – sono le sue parole – “spostare a sinistra il Pd …. grazie al giusto equilibrio tra le spinte civiche e le forze politiche che hanno sostenuto il progetto di Coraggiosa: Articolo 1, Sinistra italiana, È Viva e Diem25 di Varoufakis”.

Rivendica il raggiungimento del suo obiettivo ambizioso la nuova vice presidente della giunta, ringraziando Bonaccini per essersi fatto contagiare dalla sua audacia per “coniugare in modo nuovo e incisivo la lotta alle diseguaglianze che segnano la nostra società e la transizione ecologica”,  incaricandola di prestarsi con “un impegno diretto sulle politiche sociali e sul coordinamento del Patto per il clima che abbiamo lanciato durante la campagna elettorale, con una forte vocazione europea e l’obiettivo di allineare le politiche regionali al raggiungimento dei nuovi obiettivi ONU per lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030”.

A guardare il suo sito, a leggere le innumerevoli interviste, a prendere atto del suo poliedrico attivismo che sconfina nel simultaneismo marinettiano, dal volontariato alla regia, dalla presenza nel gruppo per la riforma del trattato di Dublino  a quella in ben 5 Commissioni europarlamentari, si può capire che le sia sfuggito qualcosa. Che nel suo fervore che non si sia accorta che la regione nella quale si accinge a coprire un ruolo strategico si propone di sperimentare un non nuovo  e nemmeno originale esperimento di disuguaglianza sociale, economica, morale, culturale, con la richiesta – allineata perfettamente all’avanguardia leghista di Veneto e Lombardia – di una autonomia regionale che spaccherà l’unità del Paese, penalizzerà le regioni meridionali, favorirà l’arrembaggio dei privati in settori già largamente “infiltrati” grazie alle riforme dei governi di centrosinistra, assistenza sanitaria, scuola e università.

Si può capire che probabilmente mentre era a Roma a unire i progressisti intorno alle parole d’ordine dell’ambientalismo non sia stata informata che il suo presidente ha sollecitato un incontro con il governo per contrastare  la  proroga dello stop all’attività estrattiva, che  “non porta con sé alcuna soluzione concreta e strutturale, aggravando le difficoltà e lasciando in una pericolosa incertezza l’intero comparto ravennate”,  replicando così il già visto a Taranto e in altri siti industriali nazionali, nei quali viene imposta come inderogabile l’infame alternativa ricattatoria tra occupazione o ambiente, salute o salario.

Adesso direte che non ci va mai bene niente. Ed è vero perché niente va bene nella resa al capitale e al mercato e alle loro regole ormai assunte a leggi naturali, alla constatazione che dovrebbe suscitare rabbia  e ribellione che al momento destra e sinistra “tradizionale” sono come giano, due facce del liberismo, che il riformismo, che raccoglie consenso negli strati più elevati in termini di reddito e di educazione delle classi medie ha svenduto i suoi valori dimostrando che le sue riforme non erano aggiustamenti per addomesticare la bestia feroce del capitalismo, ma al contrario medicine per tenerlo in vita senza critica, opposizione e reazione delle classi più penalizzate, anestetizzate dal bisogno e criminalizzate anche moralmente in quanto ignoranti, rozze, viscerali, perché se non sappiamo immaginare una salvezza di tutti, allora ci si adopera per il “si salvi chi può”, ognuno a modo suo e per i proprio miserabili interessi. Sicché la supposta contrapposizione destra e sinistra si riduce a quella tra compassione e cinismo, modernità e passatismo.

E niente va bene nella trasformazione del solidarismo comunitario in individualismo e leaderismo, dell’internazionalismo proletario in cosmopolitismo borghese, nell’egualitarismo in meritocrazia, nella interpretazione della sovranità di popolo convertita in trogloditico sovranismo e arcaico populismo. O nella riduzione del riscatto di genere in rivendicazione di parità perché se sfruttamento e repressione, lavoro di cura, rigida divisione di compiti e ruoli non verrebbero superati con la morte del “capitalismo”, meno che mai si aggirano con la sostituzione nei posti chiave di femmine al posto dei maschi, di sopraffazioni femminili su maschi e pure su donne che non possono aspirare all’appartenenza e all’affrancamento appannaggio di un ceto privilegiato.

Niente va bene nello sperare di addolcire la pressione del totalitarismo come si configura oggi, si rabbonirlo entrando al suo interno, di cambiarlo dall’interno come volevano persuaderci di poter fare quelli come Ely che non sappiamo quanto in buona fede promettono un’altra Europa grazie alla loro augusta presenza nelle segrete e nelle intendenze della fortezza, se ormai Sanders, Podemos, soggetti isolati che una volta  sarebbero stati l’incarnazione di un pacifico e inoffensivo riformismo nemmeno “strutturale” oggi paiono antagonisti e insurrezionalisti a fronte di certe piccole, grandi slealtà.


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