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Dicono di Lei

jusAnna Lombroso per il Simplicissimus

« Non mostrare così tanta pelle, nasconditi. Lascia qualcosa all’immaginazione. Non fare la tentatrice. Gli uomini non riescono a controllarsi. Gli uomini hanno dei bisogni. Rilassati. Mostra un po’ di pelle. Sembra sexy. Sembra hot. Non essere così provocatoria. Sii pura. Non fare la puttana. Agli uomini non piacciono le mignotte. Non fare la puritana. Non essere così conservatrice. Ridi di più. Sii innocente. Sii zozza.  Tirati su le tette. Appari naturale. Non essere così autoritaria. Non essere così emotiva. Non piangere. Piega i suoi vestiti. Preparagli la cena. Dagli dei figli. Non vuoi figli? Un giorno li vorrai. Cambierai idea. Non dire di sì, non dire di no…».

Un inventario disordinato di raccomandazioni contraddittorie, di quelle che vengono somministrate al gentil sesso da riviste patinate, psicoterapeuti di coppia un tanto al chilo, poste del cuore, coach (adesso vengono impiegati anche filosofi aziendali) che devono aiutarci a sopportare l’esistenza ai tempi del colera, è diventato ormai virale in rete. E adesso, per par condicio, mi aspetto il corrispettivo maschile affidato a George Clooney, anche lui, come la fine dicitrice di Be a Lady They Said, impegnato in focose battaglie sociali e pronto al grande passo in politica: «…fai l’uomo, non piangere. Piangi come Obama e ti daranno un Nobel. L’omo ha da puzza’. Con quel profumo non dovrai chiedere mai. Tutte le donne sono un po’ puttane. Rispettale come fossero tua madre e tua sorella. A quelle piace l’uomo forte. Mostrati tenero e le conquisterai. Dicono no, ma vogliono dire si.  Non riuscirai mai a capirle, dà loro sempre ragione. Non hanno mai ragione perché sono emotive. Il maschio deve essere cacciatore. Il vero uomo non ha paura dei sentimenti e di mostrarli…. ».

Perché la paccottiglia che accompagna la teoria delle relazioni e la retorica della guerra dei sessi non è una scomoda cassetta degli attrezzi messa a diposizione solo delle donne, anche i maschi sono perseguitati da stereotipi che condizionano la loro vita, come fossero un carapace che li deve proteggere da sentimenti e passioni che potrebbero minare il loro ruolo genetico e sociale di sopraffattori secondo natura.

E anche in questo campo vigono le regole del potere, delle armi, comprese quelle della seduzione, del denaro che incanta, del prestigio che affascina, della giovinezza che stordisce, della maturità che rassicura, della fama che abbaglia. Tanto che nel caso di Weinstein come in quello di Polanski (ne ho scritto quihttps://ilsimplicissimus2.com/2020/03/02/polanski-il-jaccuse-delle-quote-rosa/) si è giustamente imputato ai due reprobi di avere impiegato reputazione e celebrità per ricattare e adescare. E nel caso italiano la condanna per il vergognoso puttaniere che circuiva vigorose maggiorenni, alle quali è stata elargita indulgenza anche se non è credibile la pretesa di innocenza delle ospiti dell’allegro condominio delle olgettine e delle loro mamme, è servita a mettere in ombra altri oltraggi ai danni di democrazia,  legalità, beni comuni e interesse generale.

È umiliante, per tutte quelle e quelli che hanno creduto che il movimento di liberazione delle donne fosse una parte insostituibile e necessaria della lotta di classe, che doveva portare al riscatto dallo sfruttamento e della mercificazione di lavoro, valori, corpi, creazioni artistiche, cultura, paesaggio, risorse, il successo riscosso da un prodotto commerciale così mediocre.

Andiamo peggiorando: in Italia ben prima del ’68 era la stampa rosa a offrire quello stesso tipo di “pedagogia” e a minare quella ideologia  furono certamente gli echi del maggio francese o di Berkley, gli incendi dei reggiseni e poi via via la rivendicazione del possesso del proprio corpo, o sputare su Hegel, ma anche la pervicacia di donne oggi dimenticate, scrittrici che non hanno diritto di celebrazione e memoria come certe mogli celebri, Alba de Cespedes, Brunella Gasperini, che con modestia hanno contribuito a indurre la coscienza del sé e dei proprio diritti favorendo il successo di battaglie per i diritti, dei quali hanno beneficato parimenti donne e uomini, e che sarebbero inorridite del successo di questo spray  Pinkwashing .

D’altra parte non poteva che venire dagli Stati Uniti, che dimostrano ancora una volta di avere la potenza pestifera di colonizzare anche il nostro immaginario, questo scadente manufatto.

Cosa potevamo aspettarci? da un posto dove il riscatto delle donne, pubblico, e privato in caso di corna presidenziale, è stato affidato a Hillary Clinton, la quota rosa del neoliberismo, dove dopo ogni “esportazione di democrazia” nel Golfo e altrove le loro femministe, Naomi Wolf in testa, elogiano le soldatesse americane impegnate zone di guerra e conquista per aver generato “rispetto e perfino paura” e per aver portato avanti la lotta per i diritti delle donne, dove Donna Haraway o Maria Galindo attaccano le resistenze ai conquistadores di Maduro, Morales, Camacho, accusati di sessismo e omofobia.

Cosa potevamo aspettarci? in un posto dove sono riusciti a consumare perfino il mito della libertà sessuale esperita con il dongiovannismo alla rovescia di Erica Jong, perfino l’erosione della narrazione puritana compiuta non tanto con la sua scopata senza cerniera, ma con l’apostolato per un erotismo sfacciato, licenzioso e provocatorio che non ha bisogno della giustificazione dell’amore per esprimersi, perché si tratta di un istinto umano che è lecito e necessario svincolare dalla cultura patriarcale che lo limita alla attività riproduttiva.

E infatti la nuova frontiera dell’autocoscienza è ambientata nelle strade e nei teatri di posa di Sex and the City, incarnata da quattro animali metropolitani di New York, che, leggendo la voce su Wikipedia, risponde all’esigenza di  raccontare “la vita sentimentale e sessuale di quattro amiche, tre delle quali intorno ai 35 anni ed una, Samantha, intorno ai 40,  spesso trattando argomenti di rilevanza sociale come lo status delle donne nella società e il loro ruolo nella famiglia”. E infatti le vicende e le chiacchiere del gineceo sono l’occasione per l’ostensione solenne di status symbol irrinunciabili, il cui acquisto: abiti, scarpe, in una coazione a comprare, e la cui frequentazione: caffè, ristoranti, gallerie d’arte, teatrini off, presentate come sottomarche dei topoi della Manhattan di Allen, accessibili a quel ceto medio urbano con velleità creative e modaiole, dovrebbero  confermare che ormai tutto può essere a portata di mano delle donne, se hanno l’ambizione e le qualità per pretenderlo e consumarlo.

E infatti, girato per il magazine di moda Girls Girls Girls  “scritto” da Camille Rainville, autrice di un blog  esperssione di una “donna molto arrabbiata”,  Be a lady, They said! (che tradotto vuol dire Comportati da signora, dicono), è recitato da Cynthia Nixonl’attrice nota per aver interpretato Miranda nella serie e nei film che ne sono stati tratti. E (cito dai periodici femminili italiani, che titolano “interrompete quello che state facendo e guardate questo video”) avrebbe il nobile il proposito di risvegliare le guerriere,  riportando senza commento quello che “dicono di noi e su di noi” e “tutto quello che ogni donna subisce a livello di pressione sociale e di violenza emotiva, grazie a una provocazione a scopo di denuncia nei confronti di chi vuole sminuire la figura delle donna, proponendo immagini forti”.

Le “immagini forti”  altro non sono che quelle delle pubblicità che popolano le stesse pagine dei rotocalchi, che invitano a consumare, che scelgono testimonial tra le unte del signore che hanno fatto carriera sulla pelle delle altre donne, perché la vera vocazione di questo, che viene definito un proclama femminista, è sempre la stessa, la denuncia sia pure sacrosanta della mercificazione dei nostri corpi come se la riduzione a oggetti, a macchine da produzione oltre che da riproduzione, come se la rinuncia a diritti e prerogative e l’imposizione di funzioni e ruoli sociale fosse solo un rischi e una condanna di genere che si contrasta con una “rivoluzione” culturale.

Io quelli che lo chiamano video femminista li denuncerei per abuso. Abuso del termine e abuso di posizione, perché le lezioni di donne e uomini che vivono nel privilegio conservato a chi non può più conservare neppure i requisiti minimi di sopravvivenza, autodeterminazione e libertà,  costituiscono obiettivamente un sopruso umiliante. In Italia potremmo dire che mezzo e slogan sono quelli delle sardine, lo scioglimento di qualche punta superficiale dell’iceberg dello sfruttamento per tornare  a invitare a quelle aggregazioni di piazza che abbiamo conosciuto con il senonoraquando, indicando quali sono le licenze, le rivendicazioni, perfino le violenze ammesse, no a quelle sessuali, ma si ai contratti atipici, al caporalato del part time, no al femminicidio dei mariti, e ci mancherebbe, ma la rimozione di quelli in mare, a Calais, nei posti dove andiamo a fare da intendenze in guerre coloniali, nei campi del Mezzogiorno dove si crepa di fatica.

Lo chiamano “femminismo” ma si tratta dei “valori” di una classe professionale-manageriale, di donne relativamente privilegiate che stanno provando a farsi strada nel mondo degli affari  o dei media o delle professioni, con l’intento di scalare la gerarchia aziendale per essere trattate allo   stesso modo degli uomini della loro stessa classe, con la stessa paga e lo stesso rispetto, anzi meglio in nome di qualità specifiche o della rivalsa per antichi torti, invitate a  farsi avanti grazie allo sfruttamento di altre donne, sottopagate, spesso migranti, alle quali subappaltare i lavori di cura inevasi dal Welfare.

È questa la voce aggiuntiva nel bilancio in rosso del neoliberismo, della finanziarizzazione, della globalizzazione, che ha infiltrato la sfera della riproduzione sociale, e cioè tutte le attività e i programmi che supportano le persone e la loro riproduzione: dalla nascita e la crescita dei figli, alla cura degli anziani e al lavoro interno alle abitazioni private, oltre a altri campi, come l’educazione pubblica, l’assistenza sanitaria, i trasporti, le pensioni, il mercato immobiliare per trarne rendita. E infatti se sembra sostenere che le donne debbano essere impiegate a tempo pieno nella forza lavoro remunerata per incrementare il profitto per il capitale, tace sul taglio delle spese sociali attuato per tener fede ai programmi di austerità.

Il video non racconta che Sheryl Sandberg, Ceo di Facebook, 50 anni, che onorata di una copertina di Sette, rivendica “io decido da leader, non da donna” proclamandosi femminista, offre alle dipendenti la meravigliosa opportunità di congelare gli ovuli con lo slogan: “Dateci i vostri anni migliori, dedicate i 30, 40, 50 a far carriera; quando sarete meno produttive, fate figli”.

Non femminismo quello, se l’emancipazione che è poi una sottospecie della consapevolezza, dell’autodeterminazione e della liberazione vengono retrocesse al riconoscimento di meriti, dando più opportunità a chi ha dimostrato talento e ambizione, garantendo che posizione, reddito e diritti siano assicurati a chi per nascita, rendita, privilegi, status è già in possesso del capitale sociale, culturale ed economico necessario a affermarsi. E a quelle che sono nate “signore”.

 


Ely Shining

elAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ho ricevuto un’educazione confessionale e così non ho fatta mia la consuetudine di conservare nel portafogli una immaginetta sacra incaricata di proteggere il fiducioso possessore da ogni sorta di pericoli.

Tra l’altro, negli anni, il target di numi tutelari si è via via esteso ed anche l’esibizione dei loro ritratti in vari formati, materiali e media: poster e foto sul profilo del Che, ma anche di rapper, sindaci disubbidienti, vignettisti, replicati ed esposti in funzione di ispiratori, maestri di pensiero e modelli di vita e comportamento.

E’ quindi naturale che nei periodi di crisi si assista alla ricerca di icone di culto e ultimamente la preferenza è stata  riservata a figurine femminili, portatrici naturalmente di speciali valori attribuiti al codice di genere: sensibilità, indole all’ascolto, alla cura e all’accoglienza, legate indissolubilmente alla funzione materna, dei quali peraltro avrebbero dovuto essere dotate, oltre a Carola o Greta  o Sanna, anche la Fornero, la Lagarde, la Clinton.

È di oggi per esempio la notizia che il segretario del Pd candida alla presidenza del partito la sindaca di Marzabotto, affiancata da due vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani (quella che lo stupro indigeno è meno  deplorevole di quello forestiero), che vanta nel suo curriculum politico e di amministratrice lodevolissime iniziative a sostegno della memoria dell’eccidio e niente più, a conferma che ormai conta  la “facciata” più di esperienza, competenza, programmi considerati controindicazioni a suscitare consenso e approvazione e delegati interamente a addetti ai lavori, tecnici, kapò e caporali.

E infatti la liturgia, in piena eclissi del sacro presso le sinistre tradizionali, propone l’ostensione  di una nuova Giovanna d’Arco, che unisce all’ardimento della guerriera, alla tenacia delle suffragette e all’instancabile perseveranza dei pellegrini, dimostrata, tra l’altro,  mettendosi a capo della campagna slowfoot, una mobilitazione collettiva, fatta a piedi e in mezzo alla gente per far girare l’ideale europeo in una simpatica riedizione del cammino di Compostela o della via Franchigena.

Parlo naturalmente di Ely Schlein, scesa in terra a miracol mostrare, incarnando il meglio della religione del politicamente corretto: impegnata femminista, appassionata ecologista, fervente europeista, orgogliosa omosessuale. E poi creativa (al Dams e negli anni di università si occupa di comunicazione, grafica e organizzazione di eventi)   cosmopolita per nascita, studi, esperienze e per la militanza sul campo, quello di Obama, alla cui elezione contribuisce formando i volontari durante la campagna elettorale. E anche pluridecorata al merito nientepopòdimeno che con il premio Maraini al Liceo di Lugano  per i migliori risultati dell’anno di maturità 2004 e nel 2017 come “miglior deputato europeo” dell’anno (cito dal suo sito).

Non le manca niente insomma per ricoprire un ruolo salvifico: ha dato vita  a Occupy Pd per denunciare le larghe intese che affossano la candidatura di Prodi a Presidente della Repubblica, europarlamentare dal  2015 nelle liste del Pd,  a seguito di fratture insanabili con il vertice, lascia il partito  insieme a Pippo Civati e con lui lancia  Possibile, che diventa ufficialmente partito nell’aprile 2016. Infine con la lista Emilia Romagna Coraggiosa, insider virtuale delle sardine, contribuisce al successo di Bonaccini entrando a far parte della sua squadra di governo regionale.

E infatti Left, che si autodefinisce spericolatamente l’unico giornale della sinistra, ci informa in estasi  che è stata animatrice qualche giorno fa di un costruttivo confronto  tenutosi “nell’ambito delle iniziative che precedono e accompagnano il percorso verso il congresso che terrà Sinistra Italiana”, e nel quale numerosi esponenti politici e personalità della cultura sono intervenuti: “dal messaggio di Cuperlo, alle appassionate analisi di Vendola, Mussi, Fratoianni, tra le più lucide riflessioni sullo stato della sinistra e insieme coniugate a tangibili sentimenti e passioni, mai scaduti in sterile nostalgia”.   

Non stupisce dunque che tutti quei simpatici attrezzi sopravvissuti a ogni tempesta e a ogni corrente,  contagiati dal suo ardore e ardire, abbiano convenuto sull’opportunità di estendere a tutto il Paese e in tutte le tornate elettorali il suo format vincente sul quale la record-woman di preferenze scommette per – sono le sue parole – “spostare a sinistra il Pd …. grazie al giusto equilibrio tra le spinte civiche e le forze politiche che hanno sostenuto il progetto di Coraggiosa: Articolo 1, Sinistra italiana, È Viva e Diem25 di Varoufakis”.

Rivendica il raggiungimento del suo obiettivo ambizioso la nuova vice presidente della giunta, ringraziando Bonaccini per essersi fatto contagiare dalla sua audacia per “coniugare in modo nuovo e incisivo la lotta alle diseguaglianze che segnano la nostra società e la transizione ecologica”,  incaricandola di prestarsi con “un impegno diretto sulle politiche sociali e sul coordinamento del Patto per il clima che abbiamo lanciato durante la campagna elettorale, con una forte vocazione europea e l’obiettivo di allineare le politiche regionali al raggiungimento dei nuovi obiettivi ONU per lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030”.

A guardare il suo sito, a leggere le innumerevoli interviste, a prendere atto del suo poliedrico attivismo che sconfina nel simultaneismo marinettiano, dal volontariato alla regia, dalla presenza nel gruppo per la riforma del trattato di Dublino  a quella in ben 5 Commissioni europarlamentari, si può capire che le sia sfuggito qualcosa. Che nel suo fervore che non si sia accorta che la regione nella quale si accinge a coprire un ruolo strategico si propone di sperimentare un non nuovo  e nemmeno originale esperimento di disuguaglianza sociale, economica, morale, culturale, con la richiesta – allineata perfettamente all’avanguardia leghista di Veneto e Lombardia – di una autonomia regionale che spaccherà l’unità del Paese, penalizzerà le regioni meridionali, favorirà l’arrembaggio dei privati in settori già largamente “infiltrati” grazie alle riforme dei governi di centrosinistra, assistenza sanitaria, scuola e università.

Si può capire che probabilmente mentre era a Roma a unire i progressisti intorno alle parole d’ordine dell’ambientalismo non sia stata informata che il suo presidente ha sollecitato un incontro con il governo per contrastare  la  proroga dello stop all’attività estrattiva, che  “non porta con sé alcuna soluzione concreta e strutturale, aggravando le difficoltà e lasciando in una pericolosa incertezza l’intero comparto ravennate”,  replicando così il già visto a Taranto e in altri siti industriali nazionali, nei quali viene imposta come inderogabile l’infame alternativa ricattatoria tra occupazione o ambiente, salute o salario.

Adesso direte che non ci va mai bene niente. Ed è vero perché niente va bene nella resa al capitale e al mercato e alle loro regole ormai assunte a leggi naturali, alla constatazione che dovrebbe suscitare rabbia  e ribellione che al momento destra e sinistra “tradizionale” sono come giano, due facce del liberismo, che il riformismo, che raccoglie consenso negli strati più elevati in termini di reddito e di educazione delle classi medie ha svenduto i suoi valori dimostrando che le sue riforme non erano aggiustamenti per addomesticare la bestia feroce del capitalismo, ma al contrario medicine per tenerlo in vita senza critica, opposizione e reazione delle classi più penalizzate, anestetizzate dal bisogno e criminalizzate anche moralmente in quanto ignoranti, rozze, viscerali, perché se non sappiamo immaginare una salvezza di tutti, allora ci si adopera per il “si salvi chi può”, ognuno a modo suo e per i proprio miserabili interessi. Sicché la supposta contrapposizione destra e sinistra si riduce a quella tra compassione e cinismo, modernità e passatismo.

E niente va bene nella trasformazione del solidarismo comunitario in individualismo e leaderismo, dell’internazionalismo proletario in cosmopolitismo borghese, nell’egualitarismo in meritocrazia, nella interpretazione della sovranità di popolo convertita in trogloditico sovranismo e arcaico populismo. O nella riduzione del riscatto di genere in rivendicazione di parità perché se sfruttamento e repressione, lavoro di cura, rigida divisione di compiti e ruoli non verrebbero superati con la morte del “capitalismo”, meno che mai si aggirano con la sostituzione nei posti chiave di femmine al posto dei maschi, di sopraffazioni femminili su maschi e pure su donne che non possono aspirare all’appartenenza e all’affrancamento appannaggio di un ceto privilegiato.

Niente va bene nello sperare di addolcire la pressione del totalitarismo come si configura oggi, si rabbonirlo entrando al suo interno, di cambiarlo dall’interno come volevano persuaderci di poter fare quelli come Ely che non sappiamo quanto in buona fede promettono un’altra Europa grazie alla loro augusta presenza nelle segrete e nelle intendenze della fortezza, se ormai Sanders, Podemos, soggetti isolati che una volta  sarebbero stati l’incarnazione di un pacifico e inoffensivo riformismo nemmeno “strutturale” oggi paiono antagonisti e insurrezionalisti a fronte di certe piccole, grandi slealtà.


I Salvati da Salvini

copp Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai il fenomeno che sortisce l’effetto di sorprenderci di più è proprio la sorpresa di chi continua ad aspettarsi qualcosa di altamente improbabile, quelli che ci restano male quando il Papa fa il Papa e non esprime indulgenza e comprensione per aborto e relazioni omosessuali, o quelli che si stupiscono quando il servizio pubblico si comporta non certo inaspettatamente come la famigerata Agenzia Stefani o il cinegiornale Luce  ubbidendo al cane da guardia di interessi superiori.

E figuriamoci se non è sconcertante lo sbalordimento di chi si accorge, manco fosse un fulmine a ciel sereno, che il gran buzzurro continua ad avere un seguito, ad esercitare influenza e a riscuotere consenso, elettorale, di pubblico e di critica, come se a contribuire al consolidamento della sua immagine di fosca potenza non contribuissero ogni giorno, ancor più dei suoi fan,  i suoi detrattori che elargiscono materia di dibattito miserabile nell’abbeveratoio per grulli dei social, delle stampa e delle tv, facendo da ripetitori zelanti di esuberanti dichiarazioni e esorbitanti menu.

La verità è che in molti gli sono grati. Parlo di avversari politici e ex partner che grazie a lui hanno potuto  riappropriarsi di una patente di autorevolezza e civismo a fronte della sua becera inclinazione alla trucida sovversione parolaia,  parolaia si intende, perché alle sue dichiarazioni incendiarie ha sempre fatto seguito una coscienziosa sottomissione ai comandi imperiali e padronali, come si è visto in materia di diktat europei, di impunità di imprese criminali, di grandi buchi, di osservanza della teocrazia bancaria anche se in passato una certa predilezione era stata dimostrata per altri investimenti neri magari in diamanti.

E infatti sono premiati da stampa e opinione pubblica cui è bastato il cambio di etichetta posta su misure e provvedimenti per autorizzare quello che fino a poco prima si diceva fosse frutto di ferocia belluina, xenofobia, razzismo:  dai patti con despoti sanguinari, all’abbandono di povera gente su vascelli fantasmi, dall’incarceramento di pacifici dissidenti, alla disponibilità in funzione di inservienti sciocchi in operazioni di guerra.

Grazie a lui è diventato facile e comodo essere antifascisti in prima fila e con un semplice click,  senza l’obbligo morale di  criticare lo status quo ridiventato felicemente democratico grazie alla presenza nel governo di un partito che ha cancellato il lavoro, promosso la svendita di beni comuni, legalizzato procedure che hanno favorito la corruzione e l’illegalità, adottato provvedimenti esplicitamente “razzisti” nei confronti dell’etnia dei poveracci, dei marginali, dei barboni, oltre che dei “critici”,  perché basta la riprovazione per le sue cattive maniere ma non certo per i suoi propositi secessionisti interpretati con uguale  entusiasmo dal candidato presidente dell’Emilia, in favore del quale  ci si ritrova per rivendicare l’appartenenza ai buoni che vogliono l’autonomia senza urlare Forza Vesuvio, oppure denunciando la violenza dei guardiani del sistema ma non il sistema che li paga e manovra. O meglio ancora  cantando una canzone  talmente abusata  da diventare la colonna sonora del più recente prodotto  della propaganda fide inteso a beatificare cinematograficamente  quello vigente, per assolverlo dalla complicità con un regime vergognoso prestata a “fin di bene”, mentre cala il silenzio di piazza sull’altro regime inattaccabile e intoccabile, quel califfato occidentale che con tutta probabilità sgancia bombe garbate e necessarie alla stabilità.

Così ormai si può essere antifascisti anche a proposito delle canzonette  della kermesse più provinciale e sorpassata di sempre, proprio come quando pensavano di censurare “papaveri e papere” nel timore disturbasse la “gente in alto” soprattutto se di bassa statura , come quando “Tua” o “avvinta come l’edera” pareva un  attentato al pubblico pudore, proprio come quando è parso un atto di riscatto anti razzista premiare un cantante per il  merito indiscusso di chiamarsi Mahmood o  dare il più alto riconoscimento ai ritornelli di denuncia dei misfatti manicomiali.

Gli si può dunque essere grati di scoprirsi democratici, acculturati e compresi della priorità da accordare alle battaglie delle donne, contro sessismo, machismo, violenza di genere, usufruendo di un monologo di Rula Jebreal  da dieci anni residente negli Usa da dove segue con costernata  partecipazione  il manifestarsi di pulsioni intolleranti, violente e razziste … in Italia.

Finirò per essergli un po’ grata anche io perché grazie alle sue pressioni sulla Rai non mi saranno inflitte  le previste interviste a  due delle più entusiaste officianti del totalitarismo economico e finanziario, Michelle Obama e Ophra Winfrey, due icone in quota rosa di quei target che Malcom X avrebbe definito “negri da cortile” e che noi potremmo chiamare “femministe da cortile”,  per catalogare opportunamente esponenti di minoranze oppresse quando scelgono una integrazione entusiasta e una fedeltà cieca al sistema coloniale e discriminatore per garantirsi ammissione e opportunità di successo e quando auspicano la meccanica sostituzione di maschi protervi, ambiziosi e arrivisti con femmine che possiedano le stesse qualità o possibilmente  in misura superiore per garantirsi carriere inarrestabili.

Ma è meglio che non lo dica.

Sse prima non esibisco le referenze di bistrattata,  di discriminata, di penalizzata di genere, perché la rivendicazioni dei diritti pare sia delegata a vittime più o meno prestigiose e non a una battaglia di tutte e tutti  per tutte e tutti, perché a forza di denunciare la sopraffazione cruenta si oscura quella solo apparentemente meno sanguinosa e che agisce condannando le donne a un destino sociale senza scelta, a soffocare talento e vocazioni, a recedere da ambizioni e aspettative professionali, in cambio dell’unico riconoscimento di ruoli affettivi e familiari ormai retrocessi a obblighi.

E se prima non sciorino le credenziali di antifascismo, quello di tanti  che ostinatamente non si limitano a essere contro Salvini o contro Trump, ma pure contro la Clinton o la Meloni, che gli interpreti della correttezza politica e della tolleranza indifferenziata custodiscono e proteggono per via dell’appartenenza sessuale anche se è dubbia quella al genere “umano”. E cui non basta Bella Ciao ma pretende anche l’Internazionale e pure Bandiera Rossa.

 

 

 

 

 


Oci ciornie

occhAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si chiama Occhionero, un nome che in quel contesto rievoca più gli esiti cruenti di una violenta scazzottatura che la struggente melodia russa, l’ultima folgorata dalla weltanschauung boscorenziana, dopo due senatrici, la Conzatti,  di Forza Italia e la Vono, pentastellata.

Il primo interrogativo che viene alla mente, anche in considerazione del fatto che della giovane avvocatessa di Termoli passata da Leu a Italia Viva non si era mai sentito parlare per una qualche iniziativa parlamentare o per una sgargiante performance professionale, mentre con il cambio di divisa è salita all’onore delle cronache, riguarda la selezione del personale politico che nella maggior parte dei casi e nella forma bipartisan che ormai caratterizza l’agone politico e che ricorda i quiz della Settimana Enigmistica: Dov’è la differenza. E che fa sospettare vengano adottati i criteri e premiati i requisiti in passato tanto criticati per l’esercito delle majorette e dei portaordini berlusconiani, che dovevano essere bellocci, ambiziosi, arrivisti, spregiudicati e di volta in volta ubbidienti all’ultimo nella successione di padroni.

Oddio, un sia pur piccolo cambiamento c’è,  se la vispa deputata invece di recitare come si faceva un tempo il mantra delle appena elette a Miss Italia compresa la vocazione a contribuire alla pace nel mondo, sciorina tutto il repertorio del più sgallettato “progressismo” per motivare la sua scelta: “Mi convince, ha dichiarato,  il progetto, ma anche la squadra: giovane, dinamica, vivace, brillante”.

Francamente se quelli erano i valori cui guardava e si ispira poteva pure restare in Leu, che a scorrere la lunga pagina dedicata da Wikipedia alla formazione politica nata dalle macerie del bulldozer con il quale vuole ricongiungersi,  si prestava e accoglie tutto e il contrario di tutto in un altrettanto vivace e dinamico marasma, fuori dal Pd ma integrandone gli “ideali”, accettandone di buon grado le “misure” per essere uguali e liberi di predicare bene e razzolare male, di essere parimenti soddisfatti di subire i comandi padronali pur di assicurarsi poltrona e pensione negati ai meno uguali, combinando con agile poliedricità il mugugno e il sostegno attivo, la critica e la critica all’opposizione.

Si vede che, fatti due conti,  l’Occhionero – che appunto ringrazia  le donne e gli uomini di Leu, ma che è costretta ad ammettere: “non siamo riusciti a vincere la sfida di divenire un gruppo politico realmente unitario e capace di affrontare le sfide dell’oggi e del futuro. Ora è il momento di mettersi in campo superando le differenze e, anzi, considerandole un valore” –  ha scelto consapevolmente di garantirsi un futuro, ovunque, anche in Trentino, e comunque, con chi della slealtà e dell’interesse personale, dell’indole a mettersi al servizio solerte e generoso di ogni padrone in ordine di tempo, Germania o Franza o Spagna purchè se magna,   ha fatto  il segreto del suo successo, Forza Italia o Italia Viva, unite da personalità affini oltre che dall’abuso aberrante di amor patrio nell’etichetta.

E pare che il movimento promosso dalla scrematura del Giglio magico attragga e catalizzi il pubblico femminile, grazie tra l’altro alla sua leader in quota rosa ( e infatti il profilo su Facebook dell’ultima arrivata rivela una cifra politica comune in più con la Maria Elena, la procace ostentazione di un succinto bikini) e quello più assetato di indipendenza e autonomia ( e infatti la 5Stelle proclama: ora finalmente ho la libertà di esprimere le mie idee). Infatti , motiva la sua decisione la ciarliera  paladina della legalità e delle belle forme: “mi è piaciuta la scelta di Maria Elena Boschi come capogruppo. Una donna giovane che riveste un ruolo di guida in Italia Viva. Questa leadership femminile mi piace e mi fa pensare che ci sia uno spazio di maggior agibilità in un progetto che sa apprezzare il valore delle donne”. E ribadendo una specificità e superiorità di genere che dona alla politica una qualità estetica oltre che morale, aggiunge estasiata in risposta  alle domande dell’intervistatore, in vena di ardita provocazione, sulla venustà della dirigenza di Leu: “Boschi è donna, Federico Fornaro (capogruppo Leu alla Camera) è uomo. Eppoi Fornaro sarà un bell’ uomo, ma la bellezza della Boschi non ha eguali”.

Eppoi dicono che le donne sono invidiose delle altre donne. E lo diranno anche di me, perché ormai, pur apprezzando il suo look audace, non sono autorizzata a dichiarare che la Bellanova ha riposto velocemente in un cassetto il suo passato di lavoratrice prima e di sindacalista poi (ma questa è cifra comune delle rappresentanze fedifraghe degli interessi degli sfruttati) per mettersi a disposizione di chi ha smantellato l’edificio di garanzie e conquiste che le ha permesso di arrivare dov’è, oppure di biasimare  il prodigarsi della bella senza uguali, pur condannando le dicerie maligne sulla sua cellulite,  senza essere tacciata di sessismo, maschilismo, virilismo.

E lo credo, piace a maschi ma anche alle donne questa svolta perversa e abusata del femminismo, che rende intoccabili, immuni e impunite le stronze in virtù dell’appartenenza di genere, che si accontenta di imitazioni di ambientalismo o antirazzismo, purché impersonate da icone in quota rosa, che ritiene che il riscatto consista nella aritmetica sostituzione di generali con generalesse,  che pensa sia sufficiente istituire la parità di salario in modo che ogni addetta di un call center, di un campo di pomodori, di una cassa del supermercato possa essere sfruttata parimenti al marito, al padre, al figlio, altrettanto messi sotto ma ai quali si riserva la consolazione di appartenere al sesso superiore. Piace alla gente che piace convincersi che le delicate qualità femminee emancipino dalle tentazioni di rubare o sopraffare, che siano quelle a rendere accettabile anzi gradita la pratica di surrogare i servizi pubblici di assistenza e cura che garantiamo con le nostre tasse, con la muliebre dedizione nei confronti di malati, bambini e anziani rimuovendo talenti e vocazioni non più concesse in nome della necessità.

Non deve essere un granchè quello che è appropriato chiamare il femminismo liberal, se sono queste le sue figure di punta, volontariamente gregarie di un bullo o di un vecchio puttaniere o di leader che si prodigano per  la Casa delle Donne,  ma tagliano i fondi agli ospedali per promuovere l’assistenza privata, che si portano appresso nella scalata cheerleader promosse a costituzionaliste e che sono interpreti dell’aspirazione a  pari opportunità di potere,  per occupare posti prestigiosi e autorevoli, consigli di amministrazione e poltrone ministeriali, dove imporsi e imporre un modello di supremazia mutuato da quello maschile, che vuole affrancare un 1% che eccelle e non il 99% delle oppresse a casa e fuori, quelle che i vetri rotti del soffitto di cristallo, come lo hanno definito non a caso le post femministe americane, li devono raccogliere  spazzando e pulendo lo sporco di un “progresso”  che si dimentica di uomini e donne colpevoli di non essere abbastanza schiavi.

 

 


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