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State serene, anzi, Serenelle

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una delle apprezzabili conquiste della civilizzazione, di prima del politically correct, consisteva nella caduta in desuetudine della formula “la mia signora”, del “porti i miei omaggi alla sua signora”,  in uso insieme al vassoio di paste la domenica mattina e al Punt e mes al bar commentando lo Specchio dei Tempi della Stampa.

Si era pensato che nascondesse  un arcaico e disdicevole sentimento di proprietà da guardare con la deliziata riprovazione riservata alle buone cose di cattivo gusto, ospitate nei salotti rococò disegnati da Novello, coi vasi nei quali conferire gli orrendi pasticcini  della zia Amalia, coi ritratti della suocera che mostrano come diventerà l’incantevole fanciulla che Gastone sta impalmando.

E’ stato così  finchè non c’ è stato un recente recupero, quando in occasione di una notte di San Silvestro a Colonia i maschi occidentali sono stati chiamati a raccolta in difesa delle “nostre donne” minacciate dalla barbarie islamica incompatibile con la “nostra civiltà” superiore.

A tutela della tradizione, delle radici cristiane dell’Europa, dei sacri valori della triade Dio Patria e Famiglia, concorrono adesso anche le nuove frontiere della rivoluzione digitale che permettono a manager in tailleur destrutturato Armani di combinare talento e ambizione con i doveri attribuiti geneticamente agli angeli del focolare,  consentendo a donne inaridite dalla militanza emancipazionista di ritrovare ed esaltare quei carattere di genere sopiti, prodigandosi in tutta una gamma di servizi di cura, assistenza e trasmissione di valori. Uno dei quali è rappresentato dalla scelta libera di porsi sempre tre passi dietro all’uomo, di sacrificarsi per la sua affermazione o per la conservazione del suo salario doverosamente superiore per entità a quello femminile, e per la valorizzazione a realizzazione delle vocazioni maschili a più alto contenuto sociale.

La celebrazione delle grandi donne che permettono a grandi uomini di accedere a alti profili, vien bene in occasione di elezioni, nomine e candidature: si prestano a ritrattini estatici a tinte pastellate di consorti riservate, dedite  e entusiasticamente gregarie,  salvo svolgere, magari col cognome da ragazza, lavori socialmente utili, soprattutto quello di insegnanti,  che nel caso di Agnese Renzi o Serenella Draghi gode di inusuale consenso e approvazione dopo anni nei quali è stato assimilato alla categoria delle occupazioni parassitarie per via dell’elevata concentrazione femminile a rischio gravidanza e allattamento, assistenza anziani e malati.

E difatti ieri le stessa penne in quota rosa  che erano state intinte nel vetriolo o nell’animoso inchiostro della denuncia dei soprusi commessi a danno delle sorelle, si sono tuffate nel rosolio per regalarci  l’immaginetta votiva  di  Maria Serena Cappello – “origini aristocratiche e modi semplici”, professoressa di Lingue uscita una sola volta dall’anonimato che ha scelto come missione, per “accennare al ritornello di “Volare” di Modugno, le braccia aperte come il grande Mimmo, la chitarra di un musicista locale ad accompagnarla” ,   in veste di first lady della Bce al G7 economico a presidenza italiana di Bari nel 2017, durante i riti di accompagnamento all’evento che abitualmente  riuniscono le “loro signore” dei Grandi.

Così possiamo immaginare deliziate gli spassi delle auguste dame, che si concedono qualche innocente passatempo con coretti come certe girl scout che hanno bevuto un sidro di troppo, come le soroptimist in gita sociale, come le dame della Dante Alighieri in visita ai monumenti, ignare, o forse no,  dell’operato dei mariti che si producono in crimini sociali, con particolare concentrazione riservata al target femminile.

Che, è vero che le carogne in tacchi alti che rompono il soffitto di cristallo per propagare un “femminismo” consistente nel sostituirsi con più accanimento a altrettante carogne in cravatta e pochette,  hanno sviluppato una potente inclinazione imitativa dei vizi virili, è vero che gli obiettivi di emancipazione che si pongono riguardano unicamente  la volontà sopraffattrice di affermazione di sé, è vero che la loro liberazione è nel solco dell’ideologia  neo liberista che ha rovesciato i termini della lotta di classe, è vero che prendono ordini, che si uniformano a modelli patriarcali, ma almeno agiscono per appagare i loro appetiti di avide arriviste e tracotanti arrampicatrici alla pari e a volte più dei colleghi maschi.

Ma che dovremmo dire allora?  di discrete Lucrezie, laboriose Cornelie, sottomesse Paoline,  che se valesse il teorema Craxi in famiglia, non potrebbero dichiararsi inconsapevoli dei misfatti coniugali, a meno che gli impegni della casa e della conservazione dei sacri Lari non impedisca loro la lettura dei giornali online, la visione dei servizi dei Tg, le notizie della marcia sulle rovine di Atene, i dati Istat sulla disoccupazione femminile, maschile e giovanile, sia pure contestati a differenza delle statistiche sui morti di peste, i riti funebri per i suicidi, per i morti di malasanità, il compianto per la fine della scuola pubblica, tema questo che pare lasci indifferenti le mogli celebri prestate all’istruzione, come la sorte dei ragazzi che, a differenza dei loro rampanti rampolli  e sia pure in possesso di prestigiose lauree, consegnano polli alla diavola e pizze margherita.

È che i misfatti a norma di legge, quelli perpetrarti per doveroso atto di fede nell’impero, quelli compiuti per assicurare il dispiegarsi della “libera” iniziativa di imprese e organizzazioni in forma di cupole e cosche ma non legittime,  però legali, non subiscono lo stesso trattamento moralistico che riserviamo a quelle dichiaratamente criminali, a quelle famiglie e a quelle dame dei clan in odor di mafia, che in caso di successo di investigazioni e procedimenti giudiziari sono sospettate e giudicate per “naturali” correità e complicità.  

E dire che dando ragione a Brecht è sempre più difficile stabilire se sia più delittuoso rapinare una banca o invece fondarla.


L’altra metà del fisco

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che si debba aver nostalgia di Silvia Costa e Maria Eletta Martini, dell’Udi e tra un po’ anche delle Soroptimist se al traguardo, peraltro mai raggiunto, delle  “pari opportunità” si sta sostituendo quello mutuato dall’impero che ha colonizzato anche il nostro immaginario, della “discriminazione risarcitoria”.  

Ci sono cibi indigesti che, si dice a Roma, si rinfacciano come i peperoni. Ogni tanto qualcuno ce li mette in tavola come soluzione demiurgica di problemi millenari che aspettavano, l’immaginifico estro visionario di qualche profeta, nel caso in questione quello del duo Alesina- Ichino, manca solo Giavazzi, che prima nel 2006 poi nel 2011 con Monti vigente, proposero  una tassazione differenziata per favorire le lavoratrici.

In una società dove regnano le disuguaglianze ci sarebbe preliminarmente e preventivamente da diffidare di qualsiasi forma di differenziazione aggiuntiva: basta pensare alle pretese delle regioni opulente che noncuranti delle prestazioni offerte nella gestione del Covid19, esigono sfrontatamente l’autonomia proprio nelle materie relative alla sanità e alla scuola, incoraggiate dalla immunità e impunità concessa loro dal governo. E figuriamoci se non c’è ancora di più da sospettare quando certe discriminazioni “favorevoli”, guarda caso vanno a beneficio di chi è stato selezionato dalla lotteria naturale per accedere a più doni del destino, chi per dinastia, rendita o fidelizzazione pensa di interpretare così la meritocrazia, di meritarsi cioè privilegi e vantaggi aggiuntivi a conferma di una connaturata  o conquistata superiorità.

Parlo dell’ipotesi, riscaldata al fornello della pandeconomia di una tassazione differenziata dei redditi di lavoro dipendente e autonomo tra donne e uomini, dall’ex Ministro Mara Carfagna, determinata a farsi riconfermare il riconoscimento di femminista  ravvivato dal successo dell’iniziativa bipartisan intesa a condannare l’implicito sessismo della pubblicità dell’App Immuni, che nella prima versione  del formidabile flop digitale esibiva immagini (un uomo al lavoro al computer e una donna che culla un bambino) lesive della dignità delle donne “condannate ad arcaici stereotipi”.

E’ proprio un’ossessione che accomuna ceto politico e opinione pubblica, quella rappresentata plasticamente nei social, quella grazie alla quale contano la superficie, l’apparenza, il sembiante: si parli di antifascismo, ridotto alla stanca lotta contro l’energumeno ormai suonato che vive solo dei riflettori puntati contro di lui, si parli di ecologia retrocessa a attività di festosi e popolari giardinieri, si parli  di diritti, divisi in gerarchie e declinati per graduatorie con la concessione a scegliersi e aggiudicarsi quelli che non intervengo sui rapporti di classe e che hanno migliore stampa.

E si parli di lotte di genere che per carità non annoverino lo scontro trasversale quello di classe, in modo da rappresentare il riscatto patinato di quelle che è lecito chiamare le femministe liberiste, impegnate a sostituire meccanicamente ceto dirigente maschile, manager, professionisti, accademici con altri diversamente maschi, donne cioè altrettanto e addirittura più volitive, più ambiziose in gradi di battere la concorrenza nelle qualità necessarie ad affermarsi: ferocia, competitività, arroganza, indole allo sfruttamento e alla sopraffazione, rivolti con particolare interesse contro il target delle altre donne come per una smania di tradimento e abiura che riconfermi la loro autonomia da disdicevoli pregiudizi.

Non aveva stupito a suo tempo che l’idea luminosa di una originale discriminazione divisiva venisse lanciata da un duo frugale ante litteram, noto per rivelare una particolare affezione per quelle soluzioni finali intese a cancellare garanzie, prerogative, sicurezza e quindi legittimità.

Ben prima prima della sgargiante ex valletta e ministra del cavaliere, la cui iniziativa è stata subito valorizzata dal Corriere della Sera, a alzare il vessillo della battaglia emancipazionista erano stati non a caso due di quei giocolieri dei contratti che hanno offerto il sostegno ideale e ideologico alla precarietà, alla svalutazione di inclinazioni e talenti, alla creazione di una rinnovata schiavitù grazie allo smantellamento dell’edificio di conquiste del lavoro, alla propaganda data a quelle occupazioni alla spina cui i giovani, esclusi ovviamente i loro rampolli preparati a passare dalla Bocconi e dalla Luiss a prodigarsi in consulenze superflue, in redazioni del giornale unico in mano ai riciclati produttori di mascherine, in multinazionali e banche, dovrebbero aspirare perché regala la possibilità di approfittare delle libertà offerte dal caporalato, scegliendo il percorso in motorino per la consegna della pizza, o  da imprenditori, appaltando a altri pony la distribuzione.

Alesina ci ha lasciato e bon ton vuole che si porti rispetto anche alle scemenze scellerate degli estinti, aspettiamo al varco Ichino, quello che a suo tempo rintuzzò le lagnanze di scioperati flaneur che si lamentavano degli effetti collaterali della mobilità, rivendicando il caso umano degli onorevoli non rieletti come una allegoria della precarietà sopportata con spirito di servizio.

E figuriamoci se non farà copia-incolla con la raccomandazione rivolta a “un governo che volesse realizzare una riduzione della pressione fiscale per stimolare la crescita economica”, invitandolo a  “concentrarla sulle sole donne” visto che “la minore aliquota sui redditi delle donne si applicherebbe a una base imponibile maggiore e quindi il gettito fiscale diminuirebbe poco”, insomma bella figura con minima spesa, per dare un messaggio forte in aiuto del genere femminile che, cito, “non viene tenuto lontano dal mercato del lavoro per carenza di servizi di cura, ma per una divisione dei compiti squilibrata all’interno della famiglia”.

Insomma il problema non è “economico”, non è “sociale”, è “culturale”: basterebbe  che i mariti svuotassero la lavastoviglie, cambiassero il pannolino alla creatura, imboccassero il nonnino, andassero a parlare con gli insegnanti, e sarebbe fatta.

Anche per via  di una constatazione di carattere antropologico che agli studi internazionali che accompagnano da sempre questa ipotesi è molto cara: pare che gli uomini “lavorino comunque” -e vallo a dire ai 598.000 lavoratori espulsi da febbraio a luglio- mentre le donne, avvantaggiate per non dire viziate dalla possibile opzione se starserne a casa a guardare Netflix e Posto al sole, o affacciarsi sul mercato dell’occupazione sarebbero più influenzate “da  variazioni di salario netto e/o di condizioni di lavoro” e quindi invogliate alla fatica in vista di tangibili e gratificanti benefici fiscali.  

È proprio un problema culturale e infatti bisognerebbe togliere la libertà di parola a chi promuove disparità, differenze e discriminazioni. Qualcuno, non a caso un uomo,  ha scritto a proposito della “gender tax” perché costituirebbe una ingiustizia   conferendo vantaggi a tutti i soggetti di genere femminile, a prescindere dal livello di censo, a discapito degli appartenenti al genere maschile.

In realtà l’ipotetico beneficio favorirebbe le già “favorite” quelle che vivono nella trasparenza e nella legalità contrattuale, anche se a volte illegittima, le garantite, anche se sono sempre meno, quelle del 740, mentre escluderebbe gran parte delle partite Iva, taglierebbe fuori i patti anomali del call center, dei centri commerciali, dei pubblici esercizi, le part time della rivoluzione digitale con Pc in cucina che ha preso il posto, provvisoriamente, della macchina da maglieria, le contadine soggette al caporalato cui adesso pare si preferiscano, in mancanza di immigrati, i percettori di aiuti, le badanti e colf.

E elimina dall’agenda politica non solo la parità retributiva, retrocessa a pretesa visionaria in una società senza lavoro, ma soprattutto gli investimenti in Welfare, in quelle azioni e in quei settori nei quali le donne esercitano un potere o meglio una fatica sostitutiva grazie al millenario ricatto dell’amore, dell’abnegazione, dello spirito di servizio diventati una missione obbligatoria di genere.

È proprio un problema “culturale” e infatti ci vorrebbe davvero una rivoluzione per rovesciare il tavolo del potere e pure il desk di chi va in soccorso delle vittime di disuguaglianze creandone altre, di chi promuove la concorrenza sleale tra donne e uomini, tra garantiti e precari, di chi riconferma che i diritti siano monopolio di chi se ne è appropriato, li ha ereditati o se li compra, come si compra in regime di esclusiva salute, istruzione, sicurezza, giustizia, dignità, quelli e quelle più uguali degli altri.  


I Mostri non muoiono da soli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che fine fanno i libri che ci portiamo in vacanza, che ogni giorno scrupolosamente infiliamo nella sporta del mare per poi restare sul lettino a macchiarsi di crema solare mentre ci perdiamo nella contemplazione delle onde, di due barchette a vela delle nuvole che corrono.

Di solito sono quelli che abbiamo annusato e sfogliato  frettolosamente nei mesi invernali ripromettendoci una lettura accurata, mentre avremmo fatto meglio a fare come da ragazzi, scegliendo Conrad, prima che venisse indegnamente sostituito da Chatwin, e certe epopee avvincenti di avventure e viaggi. E invece mi sono imposta la lettura di un agilissimo volumetto, quasi una guida o un prontuario per l’uso futuro del Socialismo nel tempo a venire a firma di Nancy Fraser, teorica critica americana, dove, è opportuno dirlo, si fa lo stesso uso o abuso sbrigativo della professione di filosofo.

In effetti alla Fraser le donne devono molto perchè da anni fa un tentativo lodevole per sottrarre il femminismo  al monopolio di quelle e quelli che – assimilabili al progressismo neoliberista – lo immaginano come la lotta di conquista di pari o addirittura superiori opportunità di affermazione e carriera della componente femminile in sostituzione dell’occupazione maschile dei posti di comando.In modo che il processo  di rimpiazzo preveda una selezione naturale in favore di unte del signore, sfacciate arriviste imitatrici della tracotanza virile, benedette all’origine da rendite e posizioni dinastiche, sicché non si generi nessuno scontro di classe, rischio molto temuto in tutte le latitudini e rifiutato energicamente in tutti i contesti sociali, lavoro, ambiente, istruzione, territorio.

E l’approccio che adotta nel suo “Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo”, è stimolante perchè comincia con l’affermare che una “proposta” alternativa all’ordine dominante non può limitarsi a trasformare l’economia attuale, ma deve portare con sè un cambiamento ecologico, antirazzista, democratico e femminista, superando non solo lo strapotere di classe ma anche tutte le asimmetrie di genere e sesso, l’oppressione razziale, etnica, imperalista e investendo i poteri e le istituzioni, che monopolizzano la oppressione e la violenza “in nome delle loro leggi”.

Ben venga dunque una prospettiva che combatta le ingiustizie sistemiche che sono all’interno dell’economia capitalistica ma anche quelle che ispirano la sua ideologia attuale e investono la cultura

 

 


I santini della Brava Gente

s e dAnna Lombroso per il Simplicissimus

O con il Governo o con il Covid! Ormai non c’è fronte sociale o politico, con sullo sfondo il retorico richiamo all’unità nazionale, che non registri una estremizzazione delle posizioni, incarnate da correnti contrapposte, curve e tifoserie rabbiose e brutali. Dopo O con Greta o con gli sporcaccioni, dopo O con Carola o con Salvini, dopo O con il Grande Giornali Unico degli italiani o con Libero, adesso ci tocca anche O con Silvia o con la Santanchè.

A fare le spese del fenomeno in atto è naturalmente il manifestarsi di qualsiasi espressione critica e di dissenso che non voglia arruolarsi nelle formazioni in campo, risucchiate dalla spirale di silenzio imposta a chi teme che la sua opinione difforme da quella della maggioranza, costringa all’isolamento e all’anatema.

Quindi anche oggi, siccome si rende necessario premettere a ogni affermazione l’esibizione di referenze che certifichino l’appartenenza al consorzio civile e il rispetto del politicamente corretto, dichiaro la mia soddisfazione per la liberazione di Silvia Romano, tornata a casa salva e sana, almeno fino a che non è stata sbaciucchiata dal festoso assembramento governativo.

Inoltre affermo che, dopo aver contribuito nel corso di altra trattativa al salvataggio dei mercenari criminali adibiti alla tutela di interessi provati con salario pubblico, non mi indispettisce più di tanto il pagamento del suo riscatto, dichiaratamente destinato a finanziare la corsa agli armamenti di cellule terroristiche, anche se al tempo stesso non mi consola l’invito che viene da più parti a ricordare che imprese pubbliche e private italiane, con l’appoggio dei governi che si sono succeduti, lo fanno già in forma legale.

Aggiungo che penso che la sua conversione appartenga a una sfera  di convinzioni e emozioni squisitamente personali, malgrado sia stata oggetto di una ostensione pubblica orgogliosa che turba la mia fiera militanza laica, e che a motivo di ciò, quale che sia il suo percorso spirituale, credo che non debba essere sottoposta a condanne per abiura. Anche se l’appassionata difesa che ne fa l’Avvenire consolida il sospetto che anche questo verrà usato per riconfermare il rilancio della triade Patria, Famiglia e Dio, talmente auspicato che qualsiasi Dio va bene pur di irrobustire l’ideologia imperante, quella dell’amore che deve vincere su tutto per contrastare il conflitto, si, ma quello di classe.

Penso lo stesso per l’esibizione del suo abbigliamento “etnico”, che non giudico, alla pari dei falpalà o dei bikini delle ministre in carica o ex,  pur rilevando con un certo disappunto che oltre a destare l’ammirazione di una leader delle sardine che lo ha paragonato a quello della Madonna, ha riscosso il solidale consenso di femministe che vedono nella cooperatrice una icona del riscatto delle donne, come se la dichiarata affiliazione a una fede “altra”, compresa l’accettazione di regole e “divise”, ne attenuasse l’evidente incompatibilità con le istanze di liberazione delle donne dai comandi di una religione e una tradizione patriarcale

Ciò premesso mi sento autorizzata a dichiarare che alla nausea che mi suscitano le becere insinuazioni e l’accanimento particolarmente denigratorio esercitato nei confronti di questa giovane donna,  si accompagna il fastidio per l’ipocrita consacrazione a incarnazione dell’Italia Migliore.

Definizione questa che ormai viene impiegata per chiunque possa esibire una patente di “innocenza” incontaminata, anche e soltanto grazie alla giovane età, come nel caso di Greta, delle sardine, delle altre cooperatrici che sono state ostaggio negli anni passati, forse imprudenti, forse mandati allo sbaraglio senza garanzie e protezioni, forse influenzabili oltre che generosi, forse posseduti da spirito d’avventura, come è naturale siano i ragazzi, soprattutto quelli che quando non fanno volontariato stanno a casa con mamma e papà, che  collezionano master, ma fino a trent’anni e più possono permettersi di vivere nel limbo grigio dell’attesa di un lavoro che corrisponda ai loro talenti.

E’ infatti il culto, spontaneista fino all’avventurismo, del volontariato a ispirare e appassionare chi vuol riconoscersi nell’Italia Migliore, non a caso professato, a vedere i dati dell’Istat, soprattutto nelle regioni dove si vota Lega, in quelle che reclamano maggiore autonomia per lasciar spazio all’iniziativa privata anche per quanto riguarda l’assistenza e l’aiuto umanitario, quelle delle case di riposo, intendendo anche quello eterno,  quelle delle cooperative, comprese quelle di Buzzi,   per la gestione dell’invasione, dove sindaci bipartisan con il consenso dei cittadini che li riconfermano, hanno anticipato il distanziamento, discriminando sui bus, nei giardinetti, nelle panchine, nelle mense scolastiche.

Ma guai a parlar male del Terzo settore, di Ong e volontariato, malgrado contribuiscano attivamente  alla demolizione del welfare nel quadro del “capitalismo sociale”, che raccomanda il ricorso al benigno potere sostitutivo dello Stato in favore di nuovi soggetti e istituti che solo nominalmente  negano la natura privatistica, quando qualsiasi autorità sottratta al controllo pubblico diventa automaticamente privata.

Guai, perchè non a caso  si può stare così dalla parte giusta con il semplice invio di un bonifico per l’adozione a distanza, che ha appunto la qualità della lontananza, ma al tempo stesso partecipare a piccoli pogrom contro i rom che rubano e puzzano, manifestare contro l’arrivo di immigrati, gravide comprese, perché ciondolano in giro offendendo il decoro e renitenti a prestarsi al lavoro dei campi.

D’altra parte che l’aiuto umanitario possa anche essere un business (pare che il giro d’affari dell’umanitarismo valga oltre 150 miliardi dollari l’anno) non l’ha capito solo il Mondo di Mezzo di Mafia Capitale, se arguti economisti hanno denunciato che fa parte della “debitocrazia” la promozione di un microcredito “peloso”,  di quel business molto attivo in Asia, Africa e America Latina che vede impegnate  ONG internazionali e locali connesse con multinazionali finanziarie, che da noi vede il coinvolgimento di banche come Intesa-San Paolo, ma pure la Conferenza Episcopale e la Caritas impegnate nel Prestito della Speranza, un fondo che “presta”  soldi  a  famiglie o a  “microimprese indigenti” immettendole nel circuito finanziario  e favorendo il loro indebitamento grazie a iniziative “imprenditoriali” improbabili e destinate al fallimento.

E si spiega così il successo di certe personalità, incrementato proprio in questi mesi dalle campagne “salutiste”, che dimostrano la potenza condizionatrice delle multinazionali della carità e della filantropia che anestetizzano dai sensi di colpa occidentali influenzando le politiche internazionali fuori da ogni controllo democratico per impedire la formazione di movimenti uniti da obiettivi comuni, nel Terzo Mondo e nei terzi mondi interni.  Qualche tempo fa sono stati resi noti documenti riservati del Fondo monetario internazionale  e della Banca mondiale in merito alle loro “operazioni” nei paesi sottosviluppati per imporre le loro strategie liberiste, sulla falsariga dei   “piani di aggiustamento strutturale”, sostenute da pratiche speculative, correttive e di attacco alle istituzioni parlamentari e democratiche, niente di meno  da quello che fa l’Unione Europea cui l’Italia Migliore continua a dedicare il suo incrollabile atto di fede.

E infatti è  quella stessa Italia Migliore che va in piazza contro Salvini ministro o ex ministro, ma ha guardato con un  certo  compiacimento al realismo del suo predecessore che ha autorizzato la paura del “diverso”,  integrando la xenofobia nella generale criminalizzazione degli ultimi per rassicurare i penultimi.

E’ l’Italia Migliore che pensa che questo sia il miglior governo possibile malgrado il tacito rinnovo degli accordi italo- libici del 2017,  che sancirono la complicità italiana con le torture ed i lager libici e di cui si hanno, da tempo, inconfutabili evidenze e prove sostenute dall’Onu, l’Esecutivo che suffraga la decisione dell’Ue di sospendere la sia pur discutibile missione Sophia che svolgeva  le attività di pattugliamento nel Mediterraneo, lasciando mano libera alla famigerata Guardia Costiera, mentre già si impediva il soccorso in mare alle Ong e quello che ha mantenuto inalterato l’impianto repressivo dei decreti sicurezza, perché facciano da cornice alle misure di eccezione di questi mesi. Quella che ritiene che l’Islam sia un credo e una progetto statale incompatibile con la democrazia, una fede da confinare nelle cantine, a meno che non sia professata dagli emiri del Qatar che si comprano le squadre di calcio e le coste sarde, dove c’è davvero una Italia Migliore che lotta come i No Triv, i No Tav, i No Muos, messa a tacere, nascosta come una vergogna perché ricorda una libertà della quale non si sa godere.

Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io, recita un detto antico che sicuramente vale  per tutti gli dei e che è consigliabile valga anche per chi vuol mettersi al servizio degli altri e dunque anche  della verità, della ragione, della giustizia.

 

 

 

 


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