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Ostriche e cozze: un po’ di “mercato” per l’estate

bottiglieri-gennaro-1899-1965-cozze-ostriche-e-limoni-su-un-2647617Si sa che l’estate chiama il mare e con esso non solo la cartolina o la fatica da spiaggia, ma anche i suoi tesori, le impepate di cozze, le vongole che si aprono gioiose sugli spaghetti, zuppe rosse e oro zafferano, pesci che guizzano nelle acque pazze e nei guazzetti, sontuose composizioni di lumachine, cannolicchi, telline, fasolari e capesante del mediterraneo e dunque con l’avvincente corallo eliminato dai dagli insipienti del gusto. Purtroppo o per fortuna ho abbastanza anni da aver avuto nell’infanzia la possibilità di assaporare sena la roulette russa intestinale cozze crude, appena aperte, cresciute in angoli di mare ancora puliti e posso assicurare che il sapore relega le ostriche in secondo piano, non avendo quel che di lontanamente fangoso che contraddistingue i molluschi più blasonati amanti dei fondali sabbiosi piuttosto che quelli rocciosi. Ma la stessa cosa si può dire per i due prodotti cotti.

Purtroppo però i mari da molti anni sono troppo inquinati per poter ancora godere di questi piaceri: mitili e vongole, ancorché coltivati, non hanno un sistema di filtraggio così sviluppato come le ostriche che quindi sono gli unici bivalvi a poter essere consumati crudi e questo non dall’altro ieri, tanto che i greci ne mangiavano a tonnellate e si servivano dei gusci vuoti anche per le votazioni (ostracismo deriva proprio da questo) mentre furono i romani a sviluppare i primi allevamenti di questo mollusco che, proprio per le sue caratteristiche è il più facile da far crescere nei vivai acquatici: una volta conquistata la Gallia ne impiantarono alcuni sull’estuario della Gironda che era uno dei terreni ideali, per l’ampiezza delle maree e delle zone di fango. Ad avere l’idea fu un certo Sergius Orata ( si vede che era destino) che già le allevava nel lago di Averno e sulle coste del Circeo. Ma col medioevo l’uso intensivo delle ostriche si estinse e ritornò solo nel Rinascimento a causa della leggenda che fossero afrodisiache, una cosa inventata in realtà da Savonarola che, un po’ per la forma, un po’ per il modo di consumarle, le considerava come simbolo di lascività e grazie a Caterina de’ Medici la donna che ha fatto la Francia, tornò nelle Gallie dove tra il Settecento e l’ Ottocento, divenne uno dei simboli della cucina neo borghese incentrata sul ristorante, tutta tesa a ribadire la ricchezza e lo splendore della nuova classe dominante. Il consumo divenne così alto che sotto Napoleone III° fu necessario creare e regolamentare gli allevamenti facendolo diventare nell’immaginario un cibo “francese”.

Però non è di cucina, di gusto e nemmeno di storia che voglio parlare, ma di mercato, ossia di quel presunto e perfetto regolatore delle cose umane che viene spacciato dai pusher del neo liberismo. Chiunque di noi sa che le cozze e le vongole costano un terzo delle ostriche e anche un quarto o un quinto per i tipi più pregiati ma senza alcuna ragione al mondo visto che l’allevamento di queste ultime è più facile, implica minor lavoro in relazione alla quantità e consente un guadagno medio calcolato sui prezzi di produzione di 2,4 volte quelle dei mitili. Inoltre esse possono essere coltivate senza problemi negli stessi allevamenti di altri molluschi mentre nelle acque più calde e senza grandi maree del mediterraneo hanno un periodo di crescita più rapido arrivando alla pezzatura commerciale in 12 mesi invece dei 18 classici, esattamente come le cozze e quindi non c’è nemmeno un differenziale di impegno del capitale.

Dunque in questo semplice caso nessuna delle cosiddette leggi del mercato ovvero della domanda e dell’offerta funziona come dovrebbe, perché la domanda di ostriche non è tanto dovuta al prodotto in sè, quanto all’immagine che ha e al prezzo alto che ne fa un prodotto desiderabile perché più “prestigioso”: con un prezzo inferiore e più o meno uguale ad altri molluschi di allevamento, dopo un primo momento di euforia, la richiesta, essendo giustificata da caratteristiche culturali sovrapposte al prodotto probabilmente diminuirebbe esentando milioni di persone da una sorta di rito sociale e di classe che va contro i loro stessi gusti. Per contro un ulteriore aumento dei prezzi diminuirebbe di poco i consumi, soprattutto dei tipi più costosi,  perché ne rinforzerebbe la seduzione legata all’appetibilità sociale. Chiedetevi quanto caviale consumerebbero i ricchi se costasse quanto la bottarga di tonno con tutto che quest’ultima è più rara perché mentre ormai la massima parte degli storioni deriva dall’acquacoltura per i tonni si è appena all’inizio dell’allevamento.

Ciò che salta agli occhi è che la domanda è guidata dall’offerta, che quest’ultima è del tutto slegata dall’ attività produttiva reale, cioè dal lavoro contenuto in un prodotto che ne costituisce il valore reale, che il mercato non è affatto una mano invisibile e infallibile, ma la mano morta delle elites.

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Nuovo Rinascimento? al mercatino delle pulci

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai la trasformazione del nostro povero Paese in luna park con annesso centro commerciale ha subito un’accelerazione. Venezia, Firenze, il Centro Italia investito dal sisma sono i laboratori di questa infamia che ha sponsor e promoter propria tra quelli che, per incarico istituzionali, dovrebbero garantirne la tutela e assicurarne l’accesso e il godimento, azioni ormai sostituite dall’attività di “valorizzazione”, che assomiglia da vicino alla tradizione coloniale di sfruttamento e saccheggio, e  secondo la quale si migliorano e rivalutano foreste amazzoniche convertendole in listerelle per il nostro parquet.

Sono luoghi speciali e diversi che finiscono per assomigliarsi perché, come molti altri, stanno subendo la stessa sorte fatta di espulsione degli abitanti, trasformazione del patrimonio abitativo in “ospitalità” para-alberghiera e di quello immobiliare monumentale in contenitori per il terziario, residence di lusso,  sedi di istituti bancari e multinazionali e perfino in grandi  shopping center, anche grazie alla metamorfosi dei residenti in figuranti di una nazione che si presta a essere parco tematico, quindi  osti e locandieri, inservienti e autisti anche sotto il cappello di quei nuovi volontariati che piacciono al ministro del lavoro per sviluppare formazione e competenza.

Altro che petrolio, altro che giacimento cui attingere per la crescita del Bel Paese. Ha finito per diventare  desueto il coglionario di luoghi comuni vomitati dal succedersi di fan dell’irrinunciabile “contributo” dei privati, dell’esigenza di consegnare in comodato e in libera gestione monumenti e paesaggi a generosi “mecenati”. Come in tutti i settori siamo andati peggiorando e siamo tornati agli auspici di Tremonti, proferiti all’ombra del kitsch del cavaliere, del rococò veneziano ambientato ai bordi delle  piscine delle sue regge: bisogna che la cultura e l’arte si possano mettere tra due fette di pane come fosse una fetta di salame con cui afre cassa.

Avevano già cominciato quelli che sono venuti dopo, permettendo ai norcini della real casa di condire i loro supermercati alimentari con un po’ di Rinascimento, adornando le cascate di salsicce esibite oltreoceano con una guglia del Duomo, concedendo chiese, musei, siti archeologici, ponti famosi in qualità di location per convention, cene aziendali, sfilate di  moda, pranzi nuziali da far invidia al boss delle cerimonie.

Adesso abbiamo toccato il fondo. Venezia si prepara in questi giorni alla grande fiera, quel vorticoso business che ruota per una settimana intorno alla vernice della Biennale d’Arte, quando l’inaugurazione consiste anche in mostre collaterali, eventi, personali, spazi espositivi a cura di gallerie private, che la stampa locale ha valutato per difetto in circa 30 milioni. E che servono per aggiudicarsi il prestigioso logo della Biennale che vale un po’ più di 22 mila euro, per affittare uno spazio piccolo o grande (tra i 10 mila euro al mese per il fondo di un negozio fino agli oltre 50 mila per il piano nobile di un palazzo, ma volendo, con 20 mila euro, ci si può  locare una chiesa.

Aggiungete cocktail, cene di gala affidate a ditte di catering, aggiungete guardiania, aggiungete le spese di assicurazione trasporto delle opere, aggiungete gli allestimenti e il conto è presto fatto. a confermare che anche l’arte è sempre meno roba da poveri, consegnata in regime di monopolio non più a illuminati mecenati e nemmeno a trattori che appendevano Modigliani e Ven Gogh in cambio di una zuppa, bensì nelle mani di gallerie internazionali, di sponsor e mercanti che guardano al collezionismo di chi non la ama. se non come investimento e per il profitto che ne deriva, confinandola in caveau ben protetti, esposta nelle gelide sale riunioni di banche voraci, avide società, sceiccati ingordi come ostensione dell’appagamento di una cupidigia insaziabile.  Sono loro a fare le “mode”, grazie al gigantismo dei Grandi Eventi, a creare icone e personaggi,  scegliendoli accuratamente tra chi è in grado di dare scandalo, stupire, indignare,  come impone la “post arte” tra esercizi informatici, son et lumière, paradossi, tatuaggi e interventi plastici in un bric à brac, dove la infantilizzazione creativa sconfina nel suo grottesco funerale.

È per accontentare chi sta alla cassa del gran bazar che il Ddl Concorrenza approvato dal Senato  con il voto favorevole dell’aula (158 favorevoli contro 110 contrari) sulla questione di fiducia posta sul maxi-emendamento presentato dal Governo, ha introdotto la modifica all’articolo 68 del Codice dei Beni culturali (Codice Urbani 2004) sulla circolazione internazionale delle opere d’arte. Un “traguardo”  molto incoraggiato dall’inappropriato ministro e salutato con giubilo dalla stampa come adempimento necessario “per favorire la circolazione dell’arte contemporanea”. E non a caso, ci ha informato a suo tempo proprio il Sole 24 Ore, l’emendamento cruciale è frutto della instancabile pressione esercitata dal gruppo d’interesse Apollo 2 che rappresenta case d’aste internazionali, associazioni di antiquari e galleristi di arte moderna e contemporanea e soggetti operanti nel settore della logistica di beni culturali, bel rappresentato dall’avvocato Giuseppe Calabi di Milano, avvocato di fiducia di Sotheby’s.

Come d’abitudine una norma che incide in maniera così profonda e irreversibile sul patrimonio culturale nazionale  è stata accreditata con il pretesto di “semplificare le procedure relative al controllo della circolazione internazionale delle cose antiche che interessano il mercato dell’antiquariato”. Così la soglia temporale perché un bene possa essere dichiarato “culturale” passa dai cinquanta ai settanta anni (come era già per i beni immobili pubblici) scaraventando sugli scaffali del suk i tesori artistici del Novecento. Si introduce inoltre un tetto di valore economico e commerciale in 13.500 mila euro: opere del valore uguale o inferiore potranno essere esportate dall’Italia senza autorizzazione, anche se realizzate più di settant’anni fa da un autore scomparso e sottraendo  al controllo degli uffici esportazione tutte quelle che, indipendentemente dalla loro età ed interesse culturale, sono sotto quella soglia, anche grazie all’introduzione dell’autocertificazione in virtù della quale il proprietario potrà dichiarare di rispettare i parametri per portare i suoi beni oltre confine, senza essere sottoposto ad alcun accertamento.

Invece di potenziare e rendere più efficienti e responsabili gli Uffici Esportazione,  anche mediante l’assunzione di giovani storici dell’arte), affidiamo il giudizio alla discrezionalità del mercato e dell’interesse privato. Invece di rafforzare il circuito della tutela e del godimento all’interno dei nostri confini, promuoviamo l’export. Ci troveremo con un Paese impoverito, trasandato, senza più nulla cui guardare e da mostrare che renda orgogliosi del passato, appagati del presente e fiduciosi del futuro.

 


Furbetti di mare

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se la vera religione di Stato è quella  che celebra il Dio Profitto, è legittimo che chi officia i suoi riti non paghi l’Imu, proprio come la Chiesa,  i suoi prelati, i suoi hotel accatastati come luoghi di culto e meditazione. Lo pensa  il governo che ha infilato nella manovrina l’esenzione dalle imposizioni fiscali (Tasi, Ici e Imu) “per tutte le costruzioni ubicate nel mare territoriale”, quindi per edificazioni e impianti offshore, porti (Venezia, per esempio), impianti eolici, alberghi col pontile, ristoranti su palafitte.

Cornuti e mazziati i comuni costieri e i loro contribuenti, che non beneficeranno dei tributi che tre recenti sentenze della Cassazione avevano indicato come dovuti, accogliendo i ricorsi presentati dalle amministrazioni comunali, contenti invece costruttori, speculatori, petrolieri e colossi dell’energia che l’hanno infine avuta vinta nel contenzioso che li contrappone agli enti locali dalle cui acque estraggono idrocarburi.  L’articolo che abbona anche gli arretrati, per un ammontare di oltre 300 milioni, avrebbe l’intento di offrire una interpretazione inoppugnabile e defintiva  di norme precedenti, sostenendo che “non rientrano nel presupposto impositivo dell’imposta comunale sugli immobili (ICI), dell’imposta municipale propria (IMU) e del tributo per i servizi indivisibili (TASI), le costruzioni ubicate nel mare territoriale, in quanto non costituiscono fabbricati iscritti o iscrivibili nel catasto fabbricati”.  Come dire che se non c’è  l’iscrizione al catasto, non c’è rendita, e se non c’è rendita non c’è l’obbligo di pagare i tributi.

Dietro a questa ennesima acrobazia giuridica, non c’è solo la volontà conclamata di favorire per legge proprietà, rendite, speculazioni ai danni di suolo, risorse e quindi beni comuni, come è ormai uso consolidato quando urbanistica, pianificazione e governo del territorio, gestione delle attività produttive sono stati retrocessi a forme di contrattazione palese, di trattativa negoziale opaca grazie alla quale diritti e prerogative sono ridotti a merce di scambio, moneta corrente per consolidare consenso e potere o, nel più nobile dei casi, per sanare bilanci dissestati dallo strozzinaggio comunitario.

All’origine ci sono anche ragioni che potremmo definire ideologiche e che rispondono allo scopo dimostrativo autoritario e intimidatorio di svalutare il voto dei cittadini,  soprattutto quello referendario colpevole di aver  detto no all’alienazione dei beni collettivi, alle privatizzazioni delle risorse, alle trivelle. E che è culminato in quel pronunciamento che dichiarava apertamente di voler riconfermare alcuni capisaldi della democrazia contenuti nella Carta costituzionale, ristabilendo la volontà di controllo dal basso sulle velleità bonapartiste di un esecutivo esageratamente e artificialmente rafforzato. Insomma è evidente che ancora una volta questo governo, che si rivela essere uno dei più codardi e infami nelle sue fattezze di lugubre fotocopia dell’atto di dissoluzione della sovranità di Stato e Parlamento, vuole manifestare la sua vocazione di gregario e dipendente al servizio dei padroni, esibire la sua subalternità sollecita e premurosa ai voleri superiori piegando politica, rappresentanza, regole e ragione alle leggi della proprietà, del profitto, dell’affarismo.

È tutto “roba loro”: il Parlamento umiliato alla funzione notarile di approvazione avvilente di decreti e alla sottomissione a reiterati voti di fiducia, la Costituzione tirata da una parte all’altra come una coperta troppo corta che è meglio riporre in naftalina, l’aria, l’acqua, il paesaggio, la cultura, l’arte, provvidenziali solo se portano immediati ricavi, se suonano la marcia trionfale del profitto come juke box  intorno ai quali balla questo ceto di giovinastri logori senza essere diventati adulti, con le loro mediocri ambizioni e la loro avidità di vecchi sporcaccioni.


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