Anna Lombroso per il Simplicissimus

Parenti serpenti, dai quali è opportuno guardarsi perché si giovano dei legami famigliari e della consanguineità per causare ferite mortali, arraffare beni, demolire reputazioni.

A guardare come si è involuto il concetto nato agli albori del moderno femminismo potremmo dedurre che i più feroci e infidi siano le sorelle, se percorriamo la galleria dei ritratti delle personalità più in vista nelle quote rosa della mondo di impresa (Marcegaglia che applaude i confindustriali assassini?),  economiste prestigiose (Serena Sileoni che medita di demolire il poco che resta delle conquiste del lavoro per lasciar libera la bestia del profitto?), autorevoli vertici di istituzioni globali (Madame Lagarde che invita gli anziani parassiti al suicidio rituale per non pesare sui bilanci statali), manager impegnate a combattere demotivazione e inefficienza (Lucia Morselli  ad Arcelor Mittal?).

Probabilmente le più insidiose sono le infiltrate quelle che partecipano della Grande menzogna secondo la quale saremmo tutte oppresse, e che si sono conquistate un posto di rilievo e alto profilo al collocamento di personale  addetto alla normalizzazione della discriminazione di quelle che non hanno avuto le loro chance concesse dalla lotteria naturale, dalla predisposizione al conformismo e all’adattamento ai valori culturali e sociali dell’establishment  che si coniugano al maschile.

La “questione femminile” entra e esce da ogni predica domenicale, ogni discorso ufficiale, ogni editoriale, non c’è canale televisivo, quotidiano, rivista, sede istituzionale o paraistituzionale che non esibisce le sue credenziali di contrasto al femminicidio, che non nomini la violenza sulle donne, da quella sessuale agli abusi sul lavoro, dalla necessità delle quote di rappresentanza femminili, alla disparità di remunerazione. Si producono  e vendono gadget a sancire la doverosa commercializzazione della buona coscienza di genere, scarpe rosse e magliette, berretti con le orecchie rosa e   borse con i simboli di genere anche nei superstiti mercatini rionali. Il risultato è che la riabilitazione del “femminismo” liberato dagli “ideologismi” duri e puri, espropriato di ogni valenza antagonista e liberatoria, diventa prodotto per la propaganda e strumento delle logiche di dominio, spurgato e sanificato rientra nei temi dei pistolotti sedativi e narcotizzanti della sinistra sagoma di Palazzo Chigi (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/02/18/le-donne-secondo-draghi/).

Ne fa testo l’omelia al profumo rancido di mimosa della Ministra Cartabia che non ha voluto mancare all’improrogabile appuntamento una tantum dell’8 marzo: “La violenza contro le donne, ha scritto, è espressione di una cultura di potere e di subordinazione che deve essere estirpata dalle radici” scrive Cartabia. “Laddove per radici“, chiarisce subito la Repubblica che ha riportato con toni compunti la dichiarazione, “bisogna intendere una strategia di ascolto dei primi segnali lanciati dalla potenziale vittima”. Quelle, appunto, “apparentemente piccole manifestazioni   che poi sfociano in conseguenze più gravi“, come le denunce, tante volte ignorate, oppure trattate in modo superficiale. O ancora agli errori strategici, come quello di mandare agli arresti domiciliari l’assassino, dopo appena due anni di carcere.

E come non concordare?

Se non fosse che così la discriminazione delle donne nella società, la repressione e perfino la loro soppressione per via di passioni non condivise, di amori non ricambiati, di promiscuità che obbligano i partner di ogni ceto e latitudine a una rivisitazione del delitto d’onore, diventano questioni di ordine pubblico da mettere in carico alla Lamorgese, anche in quanto donna.

Se non fosse che così ci si esonera dalla svalutazione delle persone di genere femminile, geneticamente predisposte alla rinuncia delle proprie vocazioni, culturalmente condannate all’abiura delle proprie qualità e talenti, socialmente convinte della opportunità di cedere le proprie conquiste salariali, le proprie aspirazioni di carriera, necessariamente persuase che le loro prestazioni   in casa e in famiglia, la sostituzione del sistema  dello stato sociale, la riproduzione rispondano a obblighi morali e leggi naturali che ne stabiliscono non solo la gratuità ma anche la quotazione irrisoria in forma di merce in eccedenza.

Se non fosse che siccome il capitale ha comunque delegato il controllo del lavoro agli uomini, compresi quelli sfruttati e umiliati, che ne replicano i meccanismi in famiglia, succede che anche ai Parioli, nelle strade intorno a Via del Vivaio, proprio come successe 40 anni fa a Parigi in casa Althusser, ci sia un maschio che prevarica, che sancisce il suo primato e il suo dominio che passa dal sussidio o dalla carta d’oro, che esercita il suo diritto di proprietà proprio come i progressisti europei che una notte di Capodanno scoprirono che era la barbarie degli islamici a mettere in pericolo l’integrità delle loro donne.

Beh, fortuna che è sera, così scade l’ora della  “sentita partecipazione alla sofferenza di tutte le donne che hanno subìto violenza, fisica e psichica, e a quella dei familiari di tutte le vittime che hanno perso la vita per atti di aggressione e che avvertono bruciante il bisogno di giustizia“, se la giustizia è quella disuguale, quella ingiusta che fa pesare la bilancia dei diritti e della libertà dalla parte di chi li possiede in esclusiva.