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Insurrezione dal coiffeur

susanna-agnelliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi mi piace vincere facile: scorrendo i post sul social più amato dagli italiani ho visto riportata nello stesso giorno l’inchiesta pubblicata da Repubblica sul lavoro a  cottimo delle donne che fanno le pulizie nei grandi edifici pubblici o privati di enti, banche, uffici di multinazionali, ospedali,  quella specie di caporalato urbano gestito da imprese, il più delle volte in forma di cooperative, che spesso evaporano senza preavviso lasciando le dipendenti precarie a spasso senza nemmeno la paga maturata, una paga oraria che arriva quando va bene a 7 euro. E anche,  magari sullo stesso profilo di amiche intelligente e avvedute, la condivisione della chiamata a raccolta delle compagne sul nuovo fronte della lotta di liberazione della donna: la guerra alla tinta.

il riscatto in questo caso passa  per lo sciopero dall’imperativo morale oltre che estetico di sottoporsi alla molesta pratica di celare i segni del tempo,  conquistando così il diritto al capello brizzolato  e con esso quello a non dover piacere  obbligatoriamente, uniformandosi a una somatica di regime che ci vuole tutti giovani, tonici, depilati, light.

E infatti si legge nel post in oggetto di Rosapecaso, senza che fosse previsto, i miei capelli grigi sono diventati sì una battaglia femminista. E ancora: ho semplicemente deciso di smettere di vergognarmi di quello che mi appartiene e mi definisce e fa parte di me….. Mamma o puttana, siam sempre qui, non se ne esce. E con i capelli grigi, tu guarda, non sei più nessuna delle due cose. Sei donna. 

Insomma il sabotaggio del cachet diventa  protesta attivo contro “ una società che deve rivedere da capo la sua idea delle donne e svincolarla una volta per tutte dall’idea del piacere, dell’accudimento, della soddisfazione dei bisogni maschili e di quelli infantili“. e anche contro l’imposizione di essere attraenti e invoglianti in modo da mantenere quel potere sull’uomo che tira più di un carro di buoi, uomo, magari dotato da tempo di pancetta e calvizie, che perlopiù rimproveriamo di non accorgersi se ci siamo fatte blu o fucsia, e che a pressante richiesta si limita a rispondere “stai benissimo con tutto”.    

Vaglielo a dire a Rosapercaso e alle fan del conquistato sale e pepe che non sono i capelli grigi o le smagliature o le rughe a renderci indesiderabili, ma l’emarginazione, fino all’esclusione, dal mercato, la fine della funzione riproduttiva diventata un lusso per privilegiate e  quella, per la verità prorogata indefinitamente, dell’accudimento, della cura e dell’assistenza da svolgere in sostituzione dei servizi sociali essenziali. Che sempre di più amore, erotismo, affettività, sesso contrastano con i diktat del sistema capitalistico che integra la repressione e la frustrazione nel suo ordoliberismo.

Che poi anche l’estetica risponde a criteri classisti, che prevedono abbronzature che nessuna doccia e nessun lettino, per non parlare di Torvaianica, possono imitare, che stabiliscono che gli uomini de panza possiedano un appeal non riconosciuto al pizzicagnolo rionale o alla ciaciona. Basta pensare al fascino esercitato e imitato della più prestigiosa e autorevole dinastia reale nazionale, uomini e donne della famiglia Agnelli, e al tratto distintivo delle loro capigliature argentee affidate per la manutenzione a coiffeur di fama internazionale  che condannano a imperituro ridicolo i ciuffi improbabilmente biondi  di Trump o Jonhson o la moquette vinaccia del Cavaliere.  

La circolazione del capriccio in quota rosa non promette bene sul futuro dell’affrancamento delle donne, o meglio, delle donne che fanno le pulizie negli uffici, delle cassiere della Coop, delle addette dei call center, delle raccoglitrici di pesche o di ciliegie, delle casalinghe per forza e di quelle più “fortunate” che a domicilio svolgono un part time.  Mentre non può che suscitare il compiacimento di quelle che per rendita, nascita, posizione conquistata a frutto di adeguamento all’ideologia del liberismo progressista sono risparmiate e esentate dallo sfruttamento più feroce, come è sempre successo ai guardiani del potere che ha imparato a concedere qualche frammento di libertà individuale in cambio della soggezione ai suoi comandi e ai suoi ideali.

E’ lecito scherzare sulla rivolta della tintura, ma c’è poco da ridere da quando l’utopia, anche quella dichiaratamente rivoluzionari, è stata ridotta a lotta contro la superficie dell’autoritarismo e dell’egemonia delle gerarchie, da quando il pensiero main stream ha avviato il processo di sostituzione del genere alla classe perchè incarnasse un ruolo di redenzione dell’umanità,  da quando la rinuncia all’agire politicamente ha persuaso che bastasse agire privatamente per cambiare il mondo partendo da sè… e dal colore dei capelli?

 

 

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Il meraviglioso mondo di Natalia

natAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quasi ogni giorno quella che si definisce “opposizione” e che si ostina a pretendere innocenza e estraneità   per la consegna della Sardegna al Centro destra come se non si fosse saputo che, tanto per dirne una, le leggi della giunta Pigliaru avevano fatto rimpiangere Cappellacci, per  il fatto  che Salvini rappresenta la svolta bestiale della sicurezza xenofoba in grisaglia del Ministro Pd che aveva legittimato  la diffidenza e il rancore come virtù civiche, o per i risultati elettorali di Taranto dopo la campagna di svendita d’occasione di Calenda, cerca qualche augusto vegliardo che voglia dare dignità al bilioso risentimento degli esclusi, sia pure resuscitati dall’autorevole personalità di Zingaretti, fingendo che si tratti di sacche di resistenza nella guerra ideologica destra – sinistra. Sperando forse che l’oligarchia progressista possa così togliersi di dosso la vergogna neoliberista con una passata di vernice fresca, antifascista e umanitaria.

Succede quindi che come se fossero andati a chiedere lumi sul mondo contemporaneo  uno di quei pensionati indaffarati a dare consigli e somministrare preziosi insegnamenti agli operai intenti nei lavori stradali, alcuni cronisti, pare dopo numerosi tentativi e pressanti insistenze, abbiano conquistato un’esclusiva di Natalia Aspesi  che fino all’ultimo ho sperato fosse una patacca,  una di quelle interviste immaginarie che piacevano tanto agli elzeviristi di una volta.

Macché, invece è proprio lei, quella sgargiante penna prolifica e brillante a metà tra una Cederna edulcorata e una Donna Letizia speziata, che ha consegnato al mondo per anni uno sfavillante  spaccato di una élite schizzinosa e  superiore della quale –  fin dal 1976, anno di fondazione del quotidiano cui è sempre stata fedele firma “rosa” – ci si poteva sentire parte con il modesto esborso allora di 150 lire. Ricevendo in cambio, anche tramite i suoi consigli elargiti nella posta del cuore  dell’annesso supplemento,   il patentino di appartenenza a un target disincantato e illuminato, a un club esclusivo e saccente che guarda con scetticismo bonario alla marmaglia che si dibatte nella miserabile quotidianità e alla quale continua a venir  promessa, in cambio della tessera di iscrizione,  la promozione a cittadini di prima classe: moderni, laici (in attesa dell’età della redenzione nella quale incontrare dio a tu per tu e alla pari, come Scalfari o Augias), europei, occidentali, riformisti, ma con cautela.

È proprio lei, che in una specie di inversione del noto processo fisiologico: incendiario da giovane pompiere da vecchio, rivela: “sono una vecchia strega. Sono sola. Sono gravemente turbata dalla condizione disperata degli italiani. Ho tutto il diritto di fare una strage”. E se a suo tempo, non ancora novantenne, l’indomita neo partigiana aveva affermato: “Se vincono i 5stelle mi sparo”, oggi pare aver rinunciato all’insano proposito di un suicidio rituale e simbolico, ma non è venuta a più miti consigli. Anzi, proprio come un qualunque orefice leghista minacciato dai romeni in casa sua e legittimato a sparare, si sente pronta a imbracciare un kalashnikov e fare una strage.

Strage virtuale è ovvio, meno sanguinosa quindi di quelle che i suoi punti di riferimento ideali hanno compiuto ai danni dell’istruzione, dell’assistenza pubblica, del lavoro, quello femminile e giovanile prima di tutti, dei diritti, del territorio, della giustizia retrocessa a commercio di protezioni, ma altrettanto  ben distribuita perché oggetto della sua violenta riprovazione sono quegli italiani, tanti e terrorizzanti per una mente lucida e lungimirante come la sua perché, “più vanno verso l’autodistruzione  più loro adorano i propri carnefici. È come se si fossero trasformati in tanti piccoli lemuri che si precipitano entusiasti in fondo al burrone”.

Non a caso li definisce entusiasti, proprio come Berlusconi, che ammette di rimpiangere (le avrà detto che è più intelligente che bella?) come fosse un Pericle condannato all’esilio dalla sua Atene,  quando li immaginava riempire aerei e ristoranti, farsi conceder condoni per gli abusi delle seconde case, che loro illegalità e trasgressione delle regole, familismo e clientelismo ce l’hanno nel sangue come le canzonette co ‘a pummarola ‘ncoppa.

La guerrigliera  che veste Prada,   si rammarica proprio che gli italiani abbiano punito con voto, per carità non in tribunale, il Cavaliere, perché in fondo, sottolinea, “Berlusconi non è stato un fascista. Non ha riportato l’odio nel paese. Non ha alimentato il sospetto per i diversi. Né il disprezzo per le donne, che sta crescendo in maniera pericolosa”.

Brutta cosa l’età, signora mia, che provoca strane rimozioni se non ricorda che Salvini era un autorevole alleato di quel Cavaliere contro il quale vennero orchestrate virulente campagne del suo editore e del suo giornale per condannare la indegna mercificazione dei corpi femminili (purché  non fossero in copertina sull’Espresso), il loro abbietto commercio nelle tv come nel lettone di palazzo Grazioli o in quello donato da altro competitor in  cattivo gusto e modi sbrigativi, se non rammenta la chiamata alle armi contro il puttaniere, condita con tanto di lettera afflitta e dolente della di lui della consorte che troppe ne aveva sopportate, le domande indirizzate più all’utilizzatore finale che al golpista, o la pubblicità data alle intercettazioni con le conversazioni delle olgettine rispettate dal culoflaccido tanto da farle diventare rispettabili grazie al novero il liste elettorali.

Ma l’aspetto più interessante della confessione della vigorosa combattente consiste in una imperdibile quanto spericolata interpretazione storica del riaffacciarsi del fascismo che era stato dormiente nel ventennio berlusconiano per non dire del dopo, malgrado gli attentati alla Costituzione e alla rappresentanza parlamentare, malgrado i conflitti di interesse, malgrado le leggi Turco- Napolitano, Maroni, Bossi-Fini, malgrado al partecipazione a guerre coloniali, malgrado la cancellazione di garanzie, diritti, conquiste del lavoro e civili. Si tratterebbe di una forma nuova e inedita del fascismo, suscitata indovinate un po’, dalle frustrazioni inflitte al machismo e al virilismo dei nuovi federali dalla potenza espressa dalle donne.

Le donne insomma, che immaginavamo piegate dalla precarietà, dai part time che avviliscono talento e professionalità, dalla costrizione a sostituire l’assistenza pubblica con un accudimento mai valutato e valorizzato, dall’umiliazione delle differenze salariali, pare abbiano invece esercitato una pressione potente alla quale questa generazione di repressi e impotenti “diventati tali perché hanno perso il controllo sulle femmine” reagirebbe con lo squadrismo  convinti che sia il modo per recuperare il dominio su di loro,  le sciacquette scafate che parola sua “ scappano dai ciabattoni e sono disponibili a molte avventure, inclusa quella di Tinder. L’uomo, invece, sogna ancora la donnina che gli prepara la minestra”.

Ecco avevamo proprio bisogno del parere della venerabile pataccara che insieme alla raccomandazione di approvvigionarsi di oro in previsione del peggio, si compiace delle nuove avventurose frontiere del riscatto femminile, anche grazie all’acchiappo su Tinder, Badoo e simili, in modo che l’altra metà del cielo conquisti il diritto a partecipare equamente all’oppressione e allo sfruttamento dei più deboli e più poveri, alla pari con le correnti mainstream del moralismo progressista e con i settori di business di fascia alta a alto contenuto simbolico (Wall Street, Silicon Valley, Hollywood), quelli in mano ai creativi del “capitalismo cognitivo” che fanno da sponda emancipata e acculturata alla macelleria sociale.

Non so voi, ma a me l’idea di andare in montagna con certe nuove partigiane dell’ultima ora non piace, anche se   si tratta di Saint Moritz e Aspen.


Quando il potere si veste da donna

everAnna Lombroso per il Simplicissimus

Devo ad un’attenta amica di Facebook la rivelazione che esiste un “non luogo”, uno spazio variegato sul web, un blog  molto diverso dalla moltitudine di quelli che, ormai, ha invaso la rete. Si chiama La 27Ora  un “blog al  femminile” sul quale una dozzina di giornaliste del Corriere della Sera raccontano i sogni, le difficoltà e la costante ricerca di un equilibrio che, da sempre, caratterizza la vita di una donna…. Un filo virtuale di pensieri che, realizzato attraverso il sapiente eloquio delle giornaliste coinvolte nel progetto, mette in scena “un universo in cui tutte le donne italiane – il 51& della popolazione, ma solo il 21% di ministre,  il 14% di top manager e il 6% di Ad in società quotate  –  sapranno riconoscersi”.

Non so come mai  pur appartenendo all’universo femminile non mi ci sono proprio riconosciuta, allo stesso modo in cui stento a riconoscermi  in quel 21% di ministre e meno che mai nel 6% di amministratrici delegate. E anche nel lungo post che denuncia come si sia spenti fuoco di paglia che aveva accolto il famigerato  Ddl Pillon che lungi da essere archiviato farebbe ancora parte del contratto di governo, e che, ci ricorda la firmataria della lunga invettiva, altro non è che l’iniqua rappresentazione plastica “del mondo femminile e infantile” secondo i gialloverdi. E fin qui, come non essere d’accordo visto che sempre la stessa Cristina Obber che firma, ci ricorda che con queste premesse stiamo rientrando nel Medioevo o, a scelta, tornando indietro di 100 anni, con la rinuncia obbligata a conquiste e diritti.

Ma allora cosa si deve fare “per non tornare a casa a fare la calza”? presto detto: bisogna mettere da parte le appartenenze, le ideologie, la fedeltà al proprio partito di sempre, e pensare in che paese vogliamo far crescere i nostri figli e soprattutto le nostre figlie, che altrimenti se ne andranno presto altrove. Queste non sono delle classiche elezioni europee, questo è un voto che entra con forza nelle nostre case e un voto con cui possiamo rispedire le bugie al mittente, recita questo appello doroteo all’unità nazionale, a coalizioni di salute pubblica.

Insomma bisogna votare Pd o Fi o perfino la Meloni, che, malgrado le apparenze, è perfino una donna.  Così si rende noto che le elezioni a un Parlamento senza poteri, che non esprime nessun valore di rappresentanza in seno a un organismo sovra-sovranista che ha apertamente dichiarato la sua ostilità alle democrazie nate dalla resistenze e macchiate della  colpa originale di essere “socialiste”, che quell’evidente atto notarile di consegna alla Ue germanizzata, anche quella da una che malgrado le apparenze è perfino una donna, hanno l’unico valore di fare giustizia interna nelle guerre per bande dei partiti, di un teatro dove si consuma la battaglia dei pupi, tutti comunque schierati per accedere alla fortezza, anche quelli che prima si sentivano dei Tartari e che hanno scelto una doverosa accondiscendenza.

E allora se siete femministe, turatevi il naso e votate per quelli che a casa vi ci hanno mandate e non per sferruzzare ma per assistere in via privata e per il vostro codice genetico segnato dall’abnegazione e dallo spirito di sacrificio, i vecchi e i malati abbandonati per via della cancellazione dello Stato sociale, per fare da insegnanti di sostegno agli alunni di scuole trasformate in fabbriche per ignoranti superspecializzati, per quelli che vi raccontano che il vostri riscatto passa per la parità salariale in lavori precari, avvilenti e incerti, o che vi dicono che era doveroso scegliere il salario più alto, quello naturalmente maschile, mettendo da parte ambizioni e talenti, per chi vi narra che basta declinare al femminile anche la parola patria per combattere le stesse guerre che conduce, alle quali collabora e che finanzia con il dissennato acquisto di armamenti, per chi vi vuol far credere che l’affrancamento della vostra minoranza numerica avvenga con la sostituzione di carogne con pari carogne in quota rosa, sulla falsariga di Madame Lagarde, che, malgrado le apparenze, è perfino una donna, per quelli che per anni hanno combattuto il puttaniere e non il golpista che albergava in lui, preferendo chi fa commercio non solo dei copri femminile, ma anche di quelli dei maschi, teste comprese, per quelli che non hanno cancellato la 194, ma hanno fatto di più sostenendo le cliniche private e i cucchiai d’oro nel quale si esercitano quelli che nel pubblico obiettano contro una legge delle Stato.

E se siete fan di Greta, allora non vi costerà dare il voto alle sciure candidate nel Pd che vogliono la Tav per una rapida consegna delle merci chiedendovi qualche necessario sacrificio se  magari in quelle 27 ore siete anche pendolari,  o ai distributori automatici di concessioni e autorizzazioni per profittevoli trivelle, o anche a quelli che hanno consegnato il Mezzogiorno ai signori dell’eolico in odor di mafia, a quelli delle discariche  e dell’export di rifiuti in odor di camorra, e anche a quelli che agli investimenti in tutela del territori hanno preferito la pioggia di quattrini per Grandi Opere e Grandi Eventi, o che hanno ceduta la mela marcia dell’Ilva e la vita dei tarantini a qualcuno che ci restituisce solo i veleni.

E se siete fidanzate che non possono coronare il loro delicato sogno d’amore  perché non hanno una casa da dividere con il partner, votate per quelli che hanno trasformato le città in geografie e terreni di scorrerie per speculatori privati e immobiliaristi spregiudicati, che hanno convertito i centri storici in alberghi diffusi e sedi di un terziario sempre più bulimico di spazi, appagate per il diritto concesso a coppie, purchè omosessuali, di non potersi sposare ma per gli stessi motivi.

E se siete antifasciste poi dopo aver esposto il simbolo della vostra strenua resistenza sotto forma di lenzuolo, potete a cuor leggero votare per chi ha concesso beni mobili e immobili a Casa Pound, invitandoli a colloquiare sui destini della democrazia in dibattiti e show, preparando il terreno per il definivo sdoganamento nelle urne, per chi ha consolidato un’ipotesi di ordine pubblico e di giustizia repressivo e iniquo, per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, poveri stranieri o indigeni, offrendola in cortese concessione al feroce esecutore di oggi all’Interno, per chi vuole convincervi che il problema è lui che se la piglia con gli immigrati e non chi gli immigrati li ha fatti scappare dalle loro case, affamandoli, bombardandoli, assetandoli, che il problema sono  i suoi isbirri che menano i manifestanti e non chi li costringe a scioperare per la difesa della sopravvivenza, così potete prendervela con qualcuno che vi sta di fronte e che speriamo tutti sia destinato a cadere dalla poltrona nel dimenticatoio, mentre restano remoti e intangibili quelli che il fascismo lo impiegano come uno dei modi per imporre l’autorità assoluta e il potere egemonico dell’oro, ben saldi nel persuadervi che il sacrificio di quei duecentomila combattenti per la libertà che si sacrificarono per riscattare gli errori e le cadute degli altri milioni di compatrioti fosse solo lotta di liberazione e non lotta di classe, di sfruttati che vogliono un mondo altro da quello.

A oggi non so se voterò per queste elezioni: direi di no, direi che mi astengo se fosse un voto per il Parlamento di un’Europa che non considero in alcun modo riformabile. Direi di no, con la stessa convinzione, se si tratta come ci spiegano le illuminate opinioniste  del corner rosa del Corriere, del tentativo di pulizia etnica degli inquietanti  “diversi” al governo, che poi tanto diversi non si sono rivelati a ben guardare la remissiva acquiescenza dimostrata nei confronti dell’Europa, dei suoi imperativi inesorabili quanto le centinaia di nefandezze imposte in suo nome dai suoi servi sciocchi del passato e di quelli futuri già pronti con la corda in mano per impiccarci.


Sessismo progressista

fatto Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che da mesi e mesi abbiano libera circolazione sul web le immagini piccanti dell’attività erotica di una giovane parlamentare che riveste importanti incarichi, “valorizzate” in questi giorni in qualità di rappresentazione plastica di un’indole trasgressiva da una sciagurata trasmissione di “denuncia” e da un ancora più sciagurato programma di  intrattenimento politico, condotto da una paladina delle figure istituzionali oltraggiate, purché donne appartenenti alla sua cerchia di riferimento.

È in voga una nuova pruderie, si vede, che promuove a illecito il sesso privato, in modo da attribuire la stessa natura indebita a un altro atto privato, la violazione di un patto non legale alienando o permettendo al fidanzato di alienare parte del fondo che i militanti sono tenuti a erogare alla loro organizzazione, atto scriteriato e al massimo inopportuno  e per il quale incorrerà in sanzioni disciplinari, niente di paragonabile, quindi, con l’attività di lobby condotta in nome  e per conto di ingombranti partner o familiari da autorevoli ministri del passato. Ma c’è di peggio a carico della improvvida,  immagini e video “rubati” e divulgati sarebbero stati ripresi con delle apparecchiature di videosorveglianza pagate appunto con quei fondi e utilizzate dallo scapestrato boy friend, non si sa se per infiammare una stanca relazione o a scopo di ricatto. Insomma una vicenda intima che diventa deplorevole solo in virtù dalla inappropriata pubblicità che ha  avuto.

Il privato è politico, recitava uno dei più potenti slogan del femminismo.

C’è poco da stare allegri da quando l’ostensione di attitudini, inclinazioni, comportamenti personali e soprattutto vizi, è diventata l’arma del confronto per eccellenza per ricattare e condizionare, oggetti di congiure e macchine del fango azionate per screditare, soggetti a manipolazioni e intimidazioni. E da quando  pettegolezzi pruriginosi, intercettazioni tanto licenziose quanto inutili a stabilire la verità, vengono  offerti alla stampa dagli stessi protagonisti di volta in volta vittime o  carnefici,  grazie alla somministrazione orchestrata di  rivelazioni mostrate sollevando i tendaggi delle alcove, sicché il giornalismo investigativo si limita a annusare lenzuola prima che diventino materia processuale.

E c’è poco da stare allegri se il privato è politico, e dunque va tutelato e trattato con cura prudente come insostituibile componente della democrazia, solo quando a essere oltraggiato è un membro autorevole delle cerchie dell’oligarchia o comunque unte dall’olio divino della stampa ufficiale, e soprattutto se l’offesa è donna, abilitata a sfoggiare tutto il repertorio del vittimismo istituzionale anche quando la blanda critica viene mossa a scelte e comportamenti lesivi dell’interesse generale e ancora di più di quello di genere: misure che cancellano diritti e valori del lavoro, impoverimento dello stato sociale,  privatizzazioni dell’assistenza, contributo all’indebitamento delle famiglie anche grazie a infami salvataggi di banche criminali e degli altrettanto criminali dirigenti, condanna a morte dell’istruzione pubblica e massacro di una delle professioni strategiche per la qualità sociale del Paese.

Perché anche la privacy appartiene alla sfera dei privilegi meritati grazie alla fidelizzazione al pensiero unico  che non spetta ai cittadini invasi e pervasi da un controllo che investe ogni angolo, anche i più riposti, investigato a fini commerciali, tanto che i consigli per gli acquisti di pannolini arrivano in mail insieme agli auguri delle compagne di scuola della puerpera,  e, ultimamente, le offerte di esequie a prezzi scontati pervengono ai dolenti insieme ai messaggi di condoglianze, e tanto che attraverso la rintracciabilità di consumi, acquisti e di operazioni  bancarie siamo assediati da call center implacabili, come anche dall’agenzia delle entrate che pare chiudere invece un occhio, meglio tutti e due, su grandi evasioni, elusioni e riciclaggi. Perché, si sa,  l’uomo della strada non ha il diritto di accesso all’attrezzatura di garanzie a difesa  dei “personaggi” pubblici –  benché spetterebbe a loro un superiore obbligo di trasparenza, e nemmeno la tribuna e la visibilità di cui dispongono e che impiegano largamente per denunciare l’affronto, preferendo di solito i canali della comunicazione a quelli giudiziari.

E infatti a sporgere timidamente la testolina ben pettinata per esprimere cauta solidarietà, sono delle pari dell’onorevole Giulia Sarti perlopiù con superiore profilo istituzionale e maggiore autorevolezza riconosciuta dai media,  che invece a guardare le bacheche delle militanti e delle professioniste del femminismo addomesticato dal bon ton liberista, non c’è traccia della  sorellanza, mica se la merita quella grullina, spesa a profusione per mogli contrite di espliciti pervertiti, carnefici lacrimose, irriducibili figlie di bancari sbrigativi tolti dall’imbarazzo con espedienti opachi, igieniste dentali prestate al governo di importanti regioni, ragazzotte infilate in letti influenti con la fruttuosa intermediazione di altre donne, della mamma o spontaneamente e così via.

Stavolta no, tutte zitte, per via, è ovvio, dell’appartenenza della reietta alla maggioranza governativa imputata di aver mostrato alle scopritrici recenti dell’antifascismo, la vera natura del totalitarismo incarnato dal Ddl Pillon, che evidentemente non erano bastati loro il riformismo e il progressismo che avevano ricacciato in casa le lavoratrici, che le ha condannate a sostituire l’assistenza privatizzata due volte, con il sostegno alle cliniche e delegando la cura a mamme, sorelle, spose, figlie,  che ha retrocesso l’insegnamento a compiti formativi per futuri schiavi, retrocedendo l’incarico pedagogico alla sorveglianza sulle necessarie qualità richieste: ubbidienza e conformismo, dichiarando la famiglia depositaria degli obblighi un tempo dello Stato, e dei doveri che ne conseguono, sulla cui conservazione è chiamata a vigilare come una sacerdotessa la donna.

Non c’era da aspettarsi di meglio da un certo  femminismo in salsa liberale, incentrato sulle libertà formali, intento all’eliminazione delle diseguaglianze di genere, purché  con strumenti accessibili solo alle donne che appartengono all’élite, preoccupato di separare l’uguaglianza  e l’emancipazione dalla necessità di trasformare la società e le relazioni sociali nella loro totalità, e che ritiene secondario superare lo sfruttamento del lavoro, il saccheggio delle risorse naturali, il razzismo, la guerra e l’imperialismo.

E d’altra parte non c’era molto da sperare da chi per anni  ha mosso battaglie contro il puttaniere  utilizzatore finale di ragazze  con lo scopo essenziale di condannarne le incresciose abitudini sessuali, gli osceni commerci carnali, lasciando sapientemente in ombra l’intoccabile conflitto di interessi, la indole criminale, le amicizie con mafiosi più rischiose di quelle con le olgettine, le velleità golpiste ben interpretate dal bonapartismo arruffone del successore.

Ancora una volta si è interpretato al peggio il valore politico dei comportamenti personali, utilizzando i pregiudizi negativi e positivi per contribuire all’accreditamento o alla penalizzazione delle tifoserie che occupano gli spazi della politica, sputando sul web maleducato per riservare benevolenza ai media cui si riconosce un ruolo di garanzia e di credibilità anche quando corre dietro alla rete per imbastire ad arte scandali e scalpore. E così tocca, ed è giusto, difendere la reputazione di una sciocchina per il cui reato di imprevidenza e imprudenza non esiste disposizione del codice penale, per difendere i diritti di tutti, donne e uomini, a essere sconsiderati dentro le mura di casa, se sono riusciti a conservarsele.

 

 

 


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