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Le nozze d’oro del Divorzio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A poche cose ci si abitua subito come alle conquiste raggiunte da altri prima di noi e senza la nostra partecipazione. Diritti per i quali tanti hanno patito, sono morti, sono stati emarginati e perseguitati diventano come un arto del quale ci accorgiamo solo quando ci duole.

O almeno succedeva così perché da anni ha avuto la meglio una ideologia della rinuncia in virtù della quale sono doverose l’abdicazione e la cessione di prerogative come contrappasso per aver avuto troppo, o anche, in tempi recentissimi, la riduzione di libertà in cambio del bene supremo della salute.

Così pare abbia vinto chi ci vuol fare credere che alcune vittorie sofferte siano talmente inalienabili e consolidate che si può limitare l’opera di manutenzione, che si può riporle nell’archivio del secolo breve con la necessaria naftalina dell’oblio mentre ci si impegna per altre “aggiuntive”, che concernono sfere più personali e individuali.

Oggi togliamo le palline di canfora dal divorzio in occasione del cinquantenario, dopo anni nei quali sono diventati terreni di negoziato altri matrimoni o succedanei del sacro vincolo, altre forme di riconoscimento giuridico di un sodalizio affettivo, tanto che quella legge, della quale si è assunta la paternità o maternità un movimento-partito che ha fatto la sua fortuna con un emancipazionismo senza lotta di classe,  promossa invece da un partito di tradizione laica  e socialista, sembra il risultato di un naturale evolversi dei tempi, un obiettivo di carattere culturale.

Perché in pochi ricordano che battaglia sia stata contro stereotipi che non avevano soltanto una connotazione  “sociale”, mettendo in discussione il concetto di famiglia, la subalternità e gregarietà del ruolo femminile contro la concezione patriarcale di quello maschile, la tutela dei minori,  il contributo delle mogli alla costruzione dei fondamenti economici e culturali del consorzio famigliare, i valori del mutuo soccorso che traducono un legame in vincolo d’amore e senza i quali diventa una galera nella quale si è costretti a coabitare per ragioni di censo, reputazione o economiche.

Ecco a distanza di 50 anni e di questi tempi c’è da chiedersi se quella battaglia, oggi, la si vincerebbe come allora a come 4 anni dopo con un referendum popolare confermativo.

Oggi che sembra sia scemato quel “bisogno di diritti” dei quali ha tanto scritto Stefano Rodotà, visto che accettiamo vengano sottoposti a gerarchie e graduatorie.

Oggi che, per via di un incidente della storia che ha assunto un carattere di emergenza per via di una crisi creata e alimenta per adottare e applicare un ordine mondiale basato sulle disuguaglianze e la repressione, veniamo ammaestrati a isolarci in un lodevole solipsismo, a venir meno ai patti generazionali, di cura e gratitudine nei confronti di genitori e nonni.

Oggi  che per alcune minoranze il riscatto  sembra limitarsi al riconoscimento di status giuridico  o nella celebrazione di rituali conformisti e consumisti con confetti e liste di nozze.

Oggi che alle coppie eterosessuali che non li desiderano, quel riconoscimento è negato, che tanto possono sposarsi come tutti. Oggi, soprattutto, che il matrimonio è un lusso per pochi, per carenza di un reddito che consenta autonomia dal nucleo famigliare di origine, di alloggi, di garanzie, quelle che negano la procreazione e la genitorialità matura e consapevole.

Oggi che, infine, si sta insieme per dividere le spese, perché separarsi è uno sfoggio di sfarzo proibito, perché l’amore extraconiugale, peraltro malvisto dagli epidemiologici, è una licenza sopportabile solo se resta nella clandestinità, magari conosciuta ma tollerata dall’offeso/a  per motivi “aziendali” o per reciprocità.    

E oggi che il bisogno porta a disconoscere la parità di diritti e di dignità di uomo e donna e dei coniugi, se uno dei due, lei abitualmente, è costretta concretamente e moralmente alla rinuncia di talento e vocazione professionale, in vista di una disparità di trattamento economico tra sessi che continua a sussistere, se quindi a uno dei due, lei abitualmente,  viene concessa l’illusione convenzionale di poter scegliere tra lavoro e famiglia, quando in realtà come a conferma di un destino biologico e etico è richiesta la sua totale abnegazione in sostituzione di servizi sociali, se ancora di più uno dei due, lei abitualmente, “gode” recentemente dell’opportunità di svolgere le funzioni poliedriche di cura della casa, dei figli, degli anziani, del marito, quello della riproduzione e insieme quello della produzione, grazie a part time molto incentivate moralmente e poco commercialmente, grazie al lavoro agile, che, perfino il giornale di Confindustria lo denuncia, penalizza le lavoratrici.

D’altra parte anche questo fa parte della strategia messa in atto per nobilitare le mansioni e i ruoli servili dando loro un significato redentivo e edificante nella famiglia  e nella società.

Tanto che in nove mesi funzioni penalizzate e mortificate hanno vissuto una temporanea apoteosi in qualità di “essenzialità” civile, come incarnazione di spirito di servizio e dunque condanna all’abnegazione e al sacrificio, comprese le donne, custodi del focolare nel quale siamo costretti a stare per amor nostro e degli altri, grazie alla tuta o divisa cucita addosso da un potere maschio, bianco, padrone e padre, che se  il modo di produzione avvantaggia i capitalisti, il modo “domestico” va a beneficio dei maschi.

Da anni ormai si sta recuperando la triade un tempo oggetto di triplice culto quasi alla pari, Dio, Patria e Famiglia, con tutte le sfumature del caso: divinità promosse alla fede monoteista come il Mercato, Stato nella sua funzione di assistenzialismo di chi ha già e aspira ad avere di più o di severo irrogatore di pene, sanzioni, il più possibile discriminatrici e arbitrarie, aziende domestiche cui viene attribuito l’incarico di conservare e trasmettere valori, quell’ideologia e del pensiero unico e valute, quei risparmi che hanno finora costituito l’edificio sussidiario su cui si è tenuta in piedi la società.

Si tratta di concetti dai quali è stata estrapolata qualsiasi componente emotiva, sentimentale, affettiva e  dunque sociale. La religione ha stabilito il primato della carità sulla solidarietà, riducendo i messaggi d’Amore alla pietas che accomuna le dame di San Vincenzo e Soros, la revisione della teologia della liberazione per modernizzarla e adattarla al dinamismo dello Ior e del Cardinale Becciu. E la Famiglia si è uniformata alle regole dettate dal marketing, dalla mercificazione di lavoro, corpi, aspettative, desideri, come un’azienda sofferente e considerata parassitaria, è vero, ma utile al mantenimento dello status quo.

A distanza di 50 anni sorprende come un prodigio che poco più di un ventennio dopo la sua adozione, la Costituzione avesse ripreso allora vita risorgendo dall’imbalsamazione già avviata,  offrendo il modo al legislatore di dare concretezza ai bisogni etici, spirituali e affettivi delle persone comuni, modificando la gerarchia delle fonti giuridiche (per il Diritto l’amore non esiste, nel codice la parola non compare mai, segno di una insofferenza forse reciproca, di un’astrazione formale della regola giuridica che la rende remota dai cittadini), e ponendola al di sopra di tutte le altre, e di quelle confessionali, delle quali finalmente si contestavano il primato temporale e l’egemonia usurpata.

È stato un momento luminoso, spento dai “fantasmi della libertà” che, già dopo Piazza Fontana e prima del rapimento Moro, erano intenti a tacitare il dissenso, a reprimere le azioni di lotta dei lavoratori e a far intendere che il benessere capitalistico comprendesse la conquista e la tutela dei diritti, quando  le licenze concesse dalle oligarchie costituiscono un ostacolo e una potenziale minaccia per tutte le libertà.  

Non era bastato il ’68  a mettere in luce la qualità  apocalittica e rivoluzionaria  delle relazioni affettive nell’organizzazione sociale, a contestare il diritto nella sua veste di  strumento di disciplinamento delle relazioni sentimentali che non lascia spazio all’amore.

Non è a tutt’oggi bastato il femminismo a mostrare come il rapporto di coppia, alla faccia delle riforme del diritto di famiglia,  sia stato  ed è riconosciuto in funzione di qualcosa che non ha nulla a che vedere con i sentimenti: la stabilità sociale, la procreazione, la prosecuzione della specie, la superiorità di un sesso sull’altro anche secondo un modello che stabilisce la proprietà e sancisce il “possesso” come romantica variabile dell’eros ma pure del bilancio familiare, secondo  un format oggi in grande recupero grazie a quella logica di disciplinamento delle pulsioni, che combina regole sanitarie e leggi di mercato, avvertite come leggi di natura immodificabili, tutte assimilate ai cosiddetti “valori non negoziabili” a quei “temi eticamente sensibili”, che comprendono la salute diventata l’unico diritto superiore, la “produttività” e dunque il profitto che ne deriva.

Si, c’è davvero da chiedersi come utile esercizio civile, se il Paese oggi sopporterebbe quel benefico urto  ai tabù catto-togliattiani oggi ripresi da fermenti che invece di rappresentare i margini, le periferie oltraggiate e umiliate, testimoniano della istanza di tutela dei privilegi dell’establishment. È probabile di no, se invece sopporta di buon grado il distanziamento sociale.      


Lasciate stare i santi subito

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’ipocrisia, oggi ridefinita in ossequio allo slang imperiale “politically correctness”, si declina in svariati modi.

Uno tra i più diffusi da che mondo è mondo consiste nell’indulgenza plenaria concessa a i defunti a partire da quando esalano l’ultimo respiro diventando “il Povero…” e qualche volta avviata già da prima. Il motivo è risaputo, la pietas serve a seppellire, con il caro estinto,  che troppo presto anche a 100 anni ha lasciato questo mondo che aveva contribuito a rendere migliore,  la colpa personale e  collettiva di “averlo lasciato fare”, qualche indubbia complicità data anche sotto forma di preferenza elettorale o  ovazione in piazza, la codardia disincantata che condanna a sopportare il Male nel timore che arrivi il Peggio. E guai a chi, ne abbiamo un esempio in questi giorni, si sottrae all’unanime compianto per esprimere un giudizio politico a posteriori su una personalità discussa e discutibile: viene soggetto a ostracismo e censura manco fosse un maramaldo che uccide un uomo – o una donna – morti.   

E c’è anche un’altra variante dell’ipocrisia, quella in quota rosa che ispira comprensione e solidarietà per le donne, grazie a un pregiudizio di  genere che non è soltanto emotivo e irrazionale, ma diventa ben presto disastrosamente deleterio, quando le lacrime della killer degli aspiranti pensionati incutono una comprensiva tenerezza,  quando si attribuisce a domestici sentimenti di amor filiale il salvataggio di banche e manager criminali, quando una sacerdotessa della negazione die diritti  e del neoliberismo economico, testimonial attiva degli interessi del totalitarismo finanziario e digitale, diventa  la paladina di quella scrematura di femmine di potere che spezza il soffitto di cristallo a colpi di ingiustizie apprese alla scuola di Wall Street.

Per restare sul caso in oggetto si corre un altro pericolo, a leggere le pensose riflessioni che girano in rete.

Jole Santelli, malata di cancro che in campagna elettorale rilascia interviste dichiarando la sua malattia – e diamole atto che la confessione non avesse il connotato propagandistico di riscuotere compassione da convertire in consenso – si candida e viene eletta malgrado le sue condizioni di salute siano precarie, con l’appoggio dei partiti dichiaratamente di destra.

Dopo meno di otto mesi al governo della sua sventurata Regione muore precocemente, sicché prefiche ma anche persone abitualmente ragionevoli accollano la prematura dipartita allo stress del suo incarico che sarebbe stata spinta ad accettare per abnegazione ma anche sollecitata dalla sua parte politica che l’avrebbe mandata allo sbaraglio per preparare ben altra successione, e si vede,  per usarla come madonna addolorata da esibire per coprire magagne, e si vede, secondo uno di questi giochi di potere dei maschi.

Il risultato è quello solito,  la condanna genetica e morale delle femmine al ruolo di vittime o almeno di gregarie, così introiettato da piegare ambizioni, talenti,  intelligenze al servizio dell’egemonia culturale patriarcale, fino a accantonare quel patrimonio di qualità e virtù muliebri: sensibilità, gentilezza, dedizione, capacità di ascolto e spirito di sacrificio.

Se una colpa ha il senatore Morra è quella di essersi scusato. E dire che era stato fin troppo blando se andiamo a vedere i tratti della dinamica e volitiva Santelli, decantata per essere una “tosta”, apprezzata per la sua aggressività bellicosa e il piglio irruente, se esaminiamo la sua militanza rivelatasi nella fucina dei giovani craxiani e poi diventata brillante e inarrestabile  carriera in Forza Italia,  se come è giusto, prendiamo atto di una certa disinvolta indole al “pluralismo” che la porta a diventare sottosegretaria di stato al Ministero del Lavoro nel Governo Letta. Ma soprattutto se diamo anche una superficiale scorsa alla sua azione politica in materia di intercettazioni, da oscurare in coincidenza di pruriginose rivelazioni sulle abitudini del suo leader, di atti di riforma del codice penale, anticipatori della feroce direttrice segnata da Minniti/Salvini, di regolamentazione della presenza e influenza di sacerdoti di religioni “altre”, e di matrimoni “misti”, “semplificazione” delle procedure di riconoscimento dei clandestini giunti sul nostro sacro suolo, solo per citarne alcune.

E anche se andiamo a rileggerci il florilegio di dichiarazioni e convinzioni espresse in tanti anni di esposizione al pubblico da “donna di legge” quando parla delle sentenze sul G8 di Genova, da “studiosa di diritto” quando guida la protesta contro gli immigrati “untori”, da responsabile del suo partito in tema di sicurezza quando ripetutamente chiede il pugno di ferro per contrastare l’invasione e perché no? da donna, quando si compiace della battuta del Cavaliere “sceso” in Calabria per sostenerla che dichiara “la conosco da vent’anni e non me l’ha mai data”,  e “ride di gusto” prendendo in giro il “femminismo d’antan” che non sa godere di questo garbato humor.  

Ascoltando le prime dichiarazioni di Biden abbiamo appreso che anche negli stati Uniti non è più in uso l’abitudine di chiedere ai candidati a importanti incarichi l’esibizione di una documentazione che certifichi il perfetto stato di salute, garantendo così di essere in gradi di adempiere ai propri obblighi elettivi e istituzionali con efficacia e efficienza.

In realtà dovrebbe essere un obbligo rispettato da chi si accinge a diventare un servitore dello Stato o un rappresentante della volontà popolare, autonomamente  per la consapevolezza che l’impegno che si accetta deve essere assolto come un servizio speso nell’interesse generale. Ma da qualche mese ancora più di prima, abbiamo invece appreso che i doveri vanno regolamentati e imposti di volta in volta, essendo stata dimostrata la incapacità e inadeguatezza antropologica degli italiani a assumersi responsabilità individuali e collettive, che chi transige deve essere deplorato moralmente, amministrativamente e penalmente.

E quindi, anche se non è gradita l’ipotesi che tra poco col certificato di buona condotta dovremo esibire anche l’app Immuni sul telefonino e il patentino di vaccinazione per accedere a pubblici concorsi, non sarebbe del tutto vana la pretesa che chi si propone per svolgere un servizio per la comunità e l’interesse generale sia cosciente e tenga conto di eventuali limitazioni e ostacoli che potrebbero ridurre l’esercizio delle sue funzioni. E non si parla solo di problemi sanitari, ma di legami opachi, come quelli che univano in una rapporto di antica intrinsechezza la Santelli e l’iper-votato Tallini già arruolato nella lista degli “impresentabili” dalla Commissione Antimafia, che confermano che è ancora forte il rischio sanitario di contagio rappresentato da Berlusconi e i suoi cari.  

Fatto sta che regna una gran confusione. E così chi denuncia la malattia viene perseguito dai “negazionisti” bipartisan che si sentono disonorati dalla verità.


Vittime designate

Il Trivulzio secondo Morbelli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre siamo tutti in fervida attesa di conoscere nel dettaglio le nuove misure emergenziali del governo, anticipate da organi di stampa bene informati: probabile coprifuoco, salvi i parrucchieri, ma penalizzato il calcetto,  ingressi scaglionati per scuole superiori e atenei e una “mossa netta” sul lavoro agile, è passata inosservata una breve in cronaca.

È quella che rende noto che nella residenza per anziani   “Anni Azzurri” di proprietà del gruppo di sanità privata Kos, che si affaccia sul Parco di Veio a Roma Nord si registra un focolaio di coronavirus: i positivi sono 51, 14 operatori dipendenti della struttura e 37 ospiti, tutti anziani in condizione di forte riduzione della propria autonomia per patologie cronico-degenerative, che non necessitano di assistenza ospedaliera ma hanno necessità di un monitoraggio delle condizioni cliniche e dei parametri vitali.

Va di moda la narrazione bellica per via della guerra al virus e della ricostruzione, necessariamente rinviata a data da destinarsi. Vien bene quindi immaginarsi la società come uno di quei campi di battaglia del Settecento, con i soldati disposti in file, davanti quelli destinati a essere crivellati dai primi colpi.

E ecco qua come si presenta la situazione a quasi otto mesi dal divampare dell’epidemia: in prima linea si trovano i soggetti più vulnerabili ed esposti, i già malati, gli anziani, i pesi parassitari sulle spalle della società, a meno che non si tratti di augusti vegliardi che se proprio si sono arrischiati in congiungimenti carnali e orge invidiabili vista l’età, ritrovano la salute in meno di una settimana.

E tra le truppe a rischio – i generali sono a casa a fare i  von Clausewitz in smartworking davanti al pc, ci sono ancora quelli che – si contavano a milioni – durante il domicilio coatto degli arditi resilienti sul canapè, dovevano conquistarsi la gavetta del rancio, andando a lavorare in posti dove non si rispettavano elementari requisiti di sicurezza già da prima (basta fare un conto delle morti bianche a lockdown vigente), elusi grazie a un patto unilaterale sottoscritto dai datori di lavoro per essere esonerati da responsabilità, viaggiando come bestiame diretto al macello sugli stessi mezzi pubblici stracolmi, oggi oggetto di caute e pensose dissertazioni sul da farsi.

Perfino il Manifesto che si era fatto promotore di un appello “Basta con gli agguati”, che aveva raccolto, si disse, quasi ventimila firme a sostegno dell’azione dell’esecutivo bersaglio di “attacchi strumentali”, di una congiura di Palazzo ordita da chi aveva  opachi interessi a sostituire “la maggioranza che faticosamente lo sostiene, per monopolizzare le cospicue risorse che saranno destinate alla ripresa”, si è interrogato sulla strada intrapresa dai governi europei, criticando la più discutibile delle misure, quel coprifuoco, il più “odioso” simbolicamente, e che  costituisce “una manifestazione esemplare del potere, l’occupazione poliziesca di uno spazio e di un tempo di libertà”.

In tempo di sanzioni e multe intanto c’è da comminarne una per “abuso” al quotidiano comunista, ultimo superstite riferimento morale per gli stessi indifferenti che da in qualità di flaneurs reclamano restrizioni drastiche per fronteggiare la crisi, che in forma bipartisan viene definita “sanitaria”.

Il tardivo richiamo alla difesa di diritti costituzionali, instaurando “un clima di terrore tale da indurre i cittadini a ogni rinuncia possibile del proprio spazio di libertà e all’obbedienza in generale”, rappresenta l’ennesimo rifiuto storico e politico, la rinuncia alla contestazione e la critica al sistema che ha prodotto quella crisi sociale che è l’humus nel quale si sviluppano le patologie epidemiche, effetto di inquinamento, smantellamento del sistema sanitario, delega della cura e dell’assistenza al settore privato o al volontariato non riconosciuto delle donne, cui si offrono generosi part time e cottimo in modo che attuino il potere sostitutivo del Welfare, condizioni ricattatorie di precarietà che inducono i lavoratori a accettare condizioni lesive della dignità e  della sicurezza.

Sono tutti elementi che costituiscono il volto nero del progresso, l’altra faccia delle scoperte scientifiche e tecnologiche, di condizioni di benessere che sembravano inalienabili nelle nostre geografie e che denunciano che alla nostra onnipotenza virtuale si accompagna un tremenda e incontrastabile impotenza concreta.    

Dopo aver sbertucciato chiunque avesse messo in guardia da uno stato di eccezione che in nome del diritto alla salute creava una gerarchia punitiva degli altri: lavoro, istruzione, tacciando di delirante e visionario complottismo chi ne evocava i sinistri effetti – e dire che giorni fa perfino il capo della Polizia, non Agamben, metteva in guardia dall’effetto Weimar – ecco che la cerchia degli idolatri della quarantena arcadica, che faceva riscoprire le città d’arte e i ritmi del tempo e dell’ozio, ha delle rivelazioni sorprendenti quando gli proibisci il cinemino e la pizza con gli amici.

E’ che sono quelli che pur non facendo parte dei vertici dominanti, ne hanno assorbito l’ideologia che ha colonizzato l’immaginario  con la persuasione che non c’è alternativa al capitalismo neoliberista, e che è opportuno e sensato incistarsi nel suo contesto per assicurarsi uno standard minimo di benessere e di affermazione personale, adesso scoprono che in forse ci sono prerogative individuali e collettive.

Il fatto è che come al solito a preoccuparli sono quei diritti che sarebbe ingiusto definire aggiuntivi, che sono stati definiti “civili” in modo da assecondare una graduatoria o un gerarchia basata sull’illusione che quelli fondamentali fossero stati conseguiti e non poessero essere rimessi in discussione.

Invece sono anche quelli aggrediti grazie al pensiero forte e all’azione dei governi nessuno escluso, che vogliono dimostrare che se le cose funzionano e il virus regredisce è merito loro, se invece si “riaccende” è colpa mia, tua, nostra, vostra.

Così le limitazioni servono a blandire le coscienze di chi si sente partigiano perché rinuncia alla movida e ai fine settimana nella seconda casa, partecipe della lotta dei “pompieri” eroi ai focolai.

E che se ne sia acceso uno ancora una volta in una di quelle garbate discariche in cui vengono conferiti i vecchi che non hanno una famiglia che li accudisca non basta a farci guardare al nostro terribile futuro di gente sempre più impoverita e accanita a arrabattarsi in nuove miserie, economiche e morali. E non fa chiedere se le polizie incaricate dell’ordine pubblico sanitario non sarebbero meglio impiegate nel controllare come le strutture private che porprio a Roma e nel Lazio, o a Milano e in Lombardia, o a Bologna e in Emilia, o a Venezia e in Veneto (regioni queste ultime che pretendono maggiore autonomia, spendano le risorse che con munificente larghezza sono loro concesse dalle amministrazioni pubbliche.

Però possiamo star tranquilli, al funerale della libertà con giustizia saremo in pochi, che il divieto di assembramenti ci salverà dal contagio.


Pecorelle da Nobel

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mio padre era un bibliofilo compulsivo, oltre che un uomo avido di conoscenza, sapere e cultura.

Questa sua caratteristica lo spingeva dissennatamente a comprare anche le ultime novità, promosse e attese per anni con conseguente cocente delusione (compreso Horcynus Orca) e perfino i volumi con su la magnetica fascetta: vincitore del premio Nobel, tanto che in occasione di recenti traslochi ho reperito “La saga di Gösta Berling “, “Dolore”, “Versetti satanici” insieme al “Risveglio della Terra” o “ Città senza Nome”, e vi sfido a cercarvi gli autori.

Si era più creduloni, più innocenti e si correva a comprarli quando venivano esposti in vetrina in una orgogliosa ostensione, appena  Mondadori o Einaudi o Bompiani  ne proponevano a caldo la traduzione italiana che avevano dimenticato nel cassetto, dopo aver siglato controvoglia il contratto con omologhi stranieri – che dividevano con l’ignoto autore   cognomi impronunciabili fitti di z, x, y. – magari una sera con troppe birre a Francoforte.

Ho lavorato nella pagina culturale di un quotidiano e ricordo ancora la ricerca affannosa dello slavista, del cultore di letteratura pakistana, del  collaboratore che aveva allestito anni prima il coccodrillo della misteriosa autrice di liriche ispirate ai paesaggi del Deserto del Gobi, o del criptico esegeta della tradizione guatemalteca.

E come dimenticare il collage costruito con i meritori take della redazione dell’Ansa di Stoccolma per dare alle stampe nella sera di ottobre il ritratto dell’insignito. Si trattava di estrarre qualche formula dalla paccottiglia di rito che si era forgiato in un qualche melting pot di culture, vivendo romito in qualche territorio di “confine” e finalmente riconosciuto universalmente  “per la sua immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta il superamento dei confini come una forma di vita”, o per essere interprete “di nuove partenze, di avventura poetica, di estasi dei sensi, esploratore di un’umanità al di là e al di sotto della civilizzazione regnante” (ne ho scelti due a caso e lascio a voi andarvi a cercare chi sono).

Non vorrei, per innumerevoli motivi, essere ancora in quella redazione, anche per non essere costretta a confezionare il profilo della vincitrice di quest’anno, Louise Gluck  con acconcia citazione in corsivo di un suo distico (Mie povere ispirate/creazioni, siete distrazioni, in ultimo,/puri inceppi; siete alla fine/ troppo poco simili a me /per piacermi) e la motivazione della scelta in virtù della «sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale»,  capace di “evocare schegge memoriali”, tanto che ai produttori del coccodrillo ante mortem è venuto spontaneo paragonarla a Emily Dickinson, poetessa ottocentesca che ha ispirato il nome di una associazione statunitense “emancipazionista”, nata per sostenere le donne in politica nelle formazioni  democratiche e “progressiste” .

È probabile che un certo malumore me lo susciti il fatto che da anni non viene mai premiato un mio candidato a cominciare da Roth, facendomi tornare alla  mente quel manifesto con il ritratto di Marx e la scritta, appunto: il nostro candidato non ha trovato posto nelle liste elettorali.

È perfino banale ripetere che le scelte dell’Accademia si tratti del Nobel per la Pace o quello per la Letteratura, ma pure per le discipline scientifiche, hanno motivazioni poco pertinenti con la “materia”, ma invece con decisioni che hanno a che fare implacabilmente con la necessità di corrispondere ai dogmi dell’ideologia imperante, quella del politically correct, che testimonia la “bellezza” della globalizzazione e del cosmopolitismo affiggendoci con esponenti, graditi all’impero, di culture e tradizioni “altre”, del riscatto di minoranze arruolate, fidelizzate e quindi promosse.

Tanto che c’è da stupirsi che non sia stata scelta una donna purchè nera come in passato, o un autore in quota Lgbt, meglio se colored . Oppure  ricercando esponenti inoffensivi della autoreferenzialità lirica, della ricerca del sé che risparmia dalla presa di coscienza del noi.

Fatto sta che è stata premiata una donna. Che però non è Nadine Gordimer, non è Doris Lessing, nemmeno Grazia Deledda, premiate, non è Christa Wolf,  non è Simone de Beauvoir, Non è Marguerite Yourcenar, non è Joan Didion, non premiate.

È una scrittrice in versi ma non è Cvetaeva, nemmeno Plath né Sexton. E non è Wislawa Sziymborska, premiata per caso anni fa credendola inoffensiva, perché viviamo giorni nei quali l’affilato disincanto, ironico fino alla crudeltà e gentile fino all’amore, non ha più cittadinanza, per via del rischio che aiutino a pensare, a guardarsi dentro e guardare gli altri, o a scrivere un curriculum che assicuri il successo: Meglio il prezzo che il valore/e il titolo che il contenuto.

Non sia mai che si diano denaro e fama a una donna che interpreti e testimoni la collera, anziché i delicati sentimenti, il leggiadro vittimismo contemplativo, il ripiegato intimismo grazie a “schegge” liriche che pare debbano obbligatoriamente appartenere al codice genetico e al bagaglio emotivo, culturale e morale delle donne d’oggi richiamate a doveri di cura, accudimento e trasmissione dei valori,  quelli della “dinamite”.


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