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L’altra metà del fisco

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che si debba aver nostalgia di Silvia Costa e Maria Eletta Martini, dell’Udi e tra un po’ anche delle Soroptimist se al traguardo, peraltro mai raggiunto, delle  “pari opportunità” si sta sostituendo quello mutuato dall’impero che ha colonizzato anche il nostro immaginario, della “discriminazione risarcitoria”.  

Ci sono cibi indigesti che, si dice a Roma, si rinfacciano come i peperoni. Ogni tanto qualcuno ce li mette in tavola come soluzione demiurgica di problemi millenari che aspettavano, l’immaginifico estro visionario di qualche profeta, nel caso in questione quello del duo Alesina- Ichino, manca solo Giavazzi, che prima nel 2006 poi nel 2011 con Monti vigente, proposero  una tassazione differenziata per favorire le lavoratrici.

In una società dove regnano le disuguaglianze ci sarebbe preliminarmente e preventivamente da diffidare di qualsiasi forma di differenziazione aggiuntiva: basta pensare alle pretese delle regioni opulente che noncuranti delle prestazioni offerte nella gestione del Covid19, esigono sfrontatamente l’autonomia proprio nelle materie relative alla sanità e alla scuola, incoraggiate dalla immunità e impunità concessa loro dal governo. E figuriamoci se non c’è ancora di più da sospettare quando certe discriminazioni “favorevoli”, guarda caso vanno a beneficio di chi è stato selezionato dalla lotteria naturale per accedere a più doni del destino, chi per dinastia, rendita o fidelizzazione pensa di interpretare così la meritocrazia, di meritarsi cioè privilegi e vantaggi aggiuntivi a conferma di una connaturata  o conquistata superiorità.

Parlo dell’ipotesi, riscaldata al fornello della pandeconomia di una tassazione differenziata dei redditi di lavoro dipendente e autonomo tra donne e uomini, dall’ex Ministro Mara Carfagna, determinata a farsi riconfermare il riconoscimento di femminista  ravvivato dal successo dell’iniziativa bipartisan intesa a condannare l’implicito sessismo della pubblicità dell’App Immuni, che nella prima versione  del formidabile flop digitale esibiva immagini (un uomo al lavoro al computer e una donna che culla un bambino) lesive della dignità delle donne “condannate ad arcaici stereotipi”.

E’ proprio un’ossessione che accomuna ceto politico e opinione pubblica, quella rappresentata plasticamente nei social, quella grazie alla quale contano la superficie, l’apparenza, il sembiante: si parli di antifascismo, ridotto alla stanca lotta contro l’energumeno ormai suonato che vive solo dei riflettori puntati contro di lui, si parli di ecologia retrocessa a attività di festosi e popolari giardinieri, si parli  di diritti, divisi in gerarchie e declinati per graduatorie con la concessione a scegliersi e aggiudicarsi quelli che non intervengo sui rapporti di classe e che hanno migliore stampa.

E si parli di lotte di genere che per carità non annoverino lo scontro trasversale quello di classe, in modo da rappresentare il riscatto patinato di quelle che è lecito chiamare le femministe liberiste, impegnate a sostituire meccanicamente ceto dirigente maschile, manager, professionisti, accademici con altri diversamente maschi, donne cioè altrettanto e addirittura più volitive, più ambiziose in gradi di battere la concorrenza nelle qualità necessarie ad affermarsi: ferocia, competitività, arroganza, indole allo sfruttamento e alla sopraffazione, rivolti con particolare interesse contro il target delle altre donne come per una smania di tradimento e abiura che riconfermi la loro autonomia da disdicevoli pregiudizi.

Non aveva stupito a suo tempo che l’idea luminosa di una originale discriminazione divisiva venisse lanciata da un duo frugale ante litteram, noto per rivelare una particolare affezione per quelle soluzioni finali intese a cancellare garanzie, prerogative, sicurezza e quindi legittimità.

Ben prima prima della sgargiante ex valletta e ministra del cavaliere, la cui iniziativa è stata subito valorizzata dal Corriere della Sera, a alzare il vessillo della battaglia emancipazionista erano stati non a caso due di quei giocolieri dei contratti che hanno offerto il sostegno ideale e ideologico alla precarietà, alla svalutazione di inclinazioni e talenti, alla creazione di una rinnovata schiavitù grazie allo smantellamento dell’edificio di conquiste del lavoro, alla propaganda data a quelle occupazioni alla spina cui i giovani, esclusi ovviamente i loro rampolli preparati a passare dalla Bocconi e dalla Luiss a prodigarsi in consulenze superflue, in redazioni del giornale unico in mano ai riciclati produttori di mascherine, in multinazionali e banche, dovrebbero aspirare perché regala la possibilità di approfittare delle libertà offerte dal caporalato, scegliendo il percorso in motorino per la consegna della pizza, o  da imprenditori, appaltando a altri pony la distribuzione.

Alesina ci ha lasciato e bon ton vuole che si porti rispetto anche alle scemenze scellerate degli estinti, aspettiamo al varco Ichino, quello che a suo tempo rintuzzò le lagnanze di scioperati flaneur che si lamentavano degli effetti collaterali della mobilità, rivendicando il caso umano degli onorevoli non rieletti come una allegoria della precarietà sopportata con spirito di servizio.

E figuriamoci se non farà copia-incolla con la raccomandazione rivolta a “un governo che volesse realizzare una riduzione della pressione fiscale per stimolare la crescita economica”, invitandolo a  “concentrarla sulle sole donne” visto che “la minore aliquota sui redditi delle donne si applicherebbe a una base imponibile maggiore e quindi il gettito fiscale diminuirebbe poco”, insomma bella figura con minima spesa, per dare un messaggio forte in aiuto del genere femminile che, cito, “non viene tenuto lontano dal mercato del lavoro per carenza di servizi di cura, ma per una divisione dei compiti squilibrata all’interno della famiglia”.

Insomma il problema non è “economico”, non è “sociale”, è “culturale”: basterebbe  che i mariti svuotassero la lavastoviglie, cambiassero il pannolino alla creatura, imboccassero il nonnino, andassero a parlare con gli insegnanti, e sarebbe fatta.

Anche per via  di una constatazione di carattere antropologico che agli studi internazionali che accompagnano da sempre questa ipotesi è molto cara: pare che gli uomini “lavorino comunque” -e vallo a dire ai 598.000 lavoratori espulsi da febbraio a luglio- mentre le donne, avvantaggiate per non dire viziate dalla possibile opzione se starserne a casa a guardare Netflix e Posto al sole, o affacciarsi sul mercato dell’occupazione sarebbero più influenzate “da  variazioni di salario netto e/o di condizioni di lavoro” e quindi invogliate alla fatica in vista di tangibili e gratificanti benefici fiscali.  

È proprio un problema culturale e infatti bisognerebbe togliere la libertà di parola a chi promuove disparità, differenze e discriminazioni. Qualcuno, non a caso un uomo,  ha scritto a proposito della “gender tax” perché costituirebbe una ingiustizia   conferendo vantaggi a tutti i soggetti di genere femminile, a prescindere dal livello di censo, a discapito degli appartenenti al genere maschile.

In realtà l’ipotetico beneficio favorirebbe le già “favorite” quelle che vivono nella trasparenza e nella legalità contrattuale, anche se a volte illegittima, le garantite, anche se sono sempre meno, quelle del 740, mentre escluderebbe gran parte delle partite Iva, taglierebbe fuori i patti anomali del call center, dei centri commerciali, dei pubblici esercizi, le part time della rivoluzione digitale con Pc in cucina che ha preso il posto, provvisoriamente, della macchina da maglieria, le contadine soggette al caporalato cui adesso pare si preferiscano, in mancanza di immigrati, i percettori di aiuti, le badanti e colf.

E elimina dall’agenda politica non solo la parità retributiva, retrocessa a pretesa visionaria in una società senza lavoro, ma soprattutto gli investimenti in Welfare, in quelle azioni e in quei settori nei quali le donne esercitano un potere o meglio una fatica sostitutiva grazie al millenario ricatto dell’amore, dell’abnegazione, dello spirito di servizio diventati una missione obbligatoria di genere.

È proprio un problema “culturale” e infatti ci vorrebbe davvero una rivoluzione per rovesciare il tavolo del potere e pure il desk di chi va in soccorso delle vittime di disuguaglianze creandone altre, di chi promuove la concorrenza sleale tra donne e uomini, tra garantiti e precari, di chi riconferma che i diritti siano monopolio di chi se ne è appropriato, li ha ereditati o se li compra, come si compra in regime di esclusiva salute, istruzione, sicurezza, giustizia, dignità, quelli e quelle più uguali degli altri.  


L’altra metà della griffe

borsa Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viene da dire: beati i tempi nei quali radical chic era l’estrema offesa prima del duello dietro il convento dei Cappuccini. Viene da dire beati i tempi nei quali si misurava l’appartenenza alla sinistra e la militanza a testimonianza di sfruttati e sommersi dalla rinuncia anche col gelo, all’uso dissipato e all’ostentazione  di una sciarpa di shahtoosh , che prima di  denominare una sofisticata tecnica di colorazione di chiome regali indicava una pashmina di cashmere così sottile da passare per una fede nuziale, tanto da impedire a chi l’indossava di attraversare la cruna del famoso ago.  Erano i tempi nei quali i flaneur dell’Ultima Spiaggia erano oggetto di invidiosa denigrazione, prima che venissero legittimati in forma bipartisan in quanto rappresentanti di un ragionevole pensiero comune che integra e accoglie gli stranieri solo in veste di solerti cameriere con la crestina e operosi giardinieri in rigatino.

Eh si, perché adesso l’ostensione di quelli che una volta si definivano status symbol è invece oggetto di rispetto e ammirazione, in qualità di meritate conquiste che premiano l’ambizione e la determinazione ad arrivare, ad affermarsi e a dimostrare il successo ottenuto fregiandosi di pennacchi, medaglie e divise con tanto di griffe. I

n questi giorni fervono le polemiche a proposito delle becere rimostranze di rozzi populisti animati da abietto rancore e livorosa gelosia contro la fidanzata del Presidente del Consiglio che ha sfoggiato a complemento della lodatissima eleganza una borsa con il marchio Hermes “in paglia marrone, stile pic nic  con finiture in pelle, manico alto, chiusura frontale con battente, e dettagli super chic: lucchetto decorativo, gancio portachiavi e piedini di appoggio. Larghezza 36 cm, altezza 25 cm, profondità 13 cm”, insomma,cito, “un vero gioiello da collezione”,  del valore di listino, si è detto, di circa 80 mila euro.

Povero Bertinotti denigrato per i maglioncini a doppio filo, equiparato al volgare esibizionismo delle fan dell’utilizzatore finale, esautorato di credibilità civica e democratica:  per lui non si sono mobilitati esperti di marketing che ci hanno informato che il prodotto in questione oggi ha raggiunto quella quotazione, ma che nell’anno nel quale è stato messo sul mercato esclusivo delle intenditrici, il 2011, il suo prezzo di listino non raggiungeva i 7500 euro. A conferma dell’intuito commerciale di quella che viene definita la “nostra First Lady”  che avrebbe dimostrato la occhiuta lungimiranza di compiere questo oculato e redditizio investimento aggiudicandosi, cito ancora,  quello che costituisce uno dei più desiderati tra i “beni rifugio…. oggetti aspirazionali che non perdono mai valore, anzi”.

Ma non basta, per le custodi delle qualità di genere in quota rosa e della loro valorizzazione in forma bipartisan, è sicuro che il prezioso oggetto del desiderio di braccianti prima di diventare ministre, commesse della Coop al lavoro anche di domenica, casalinghe in attesa dell’atteso bonus di 40 centesimi per la redenzione, la leggiadra signora se l’è comprato senza aver bisogno di una amorosa elargizione da parte del prestigioso quasi consorte. Infatti si tratta della rampolla di una dinastia di albergatori che svolge una preminente funzione nell’impresa di famiglia, che le permette di appagare i suoi desideri e le sue aspirazioni, in veste di Pr di quel Plaza di Roma passato alle cronache rosa e giudiziarie per via di frequentazioni speciali,  e che, dicono sempre gli stessi maligni, sarebbe stato beneficato da una manina provvidenziale che con misuretta ad hoc avrebbe abbonato il mancato pagamento della tassa di soggiorno.

Così lo status symbol è stato promosso a raffigurazione plastica dell’emancipazione femminile, quella che piace alla gente che piace, che “affranca” dal dominio patriarcale le figlie di papà, quelle che partono avvantaggiate dall’appartenenza a delfinari del privilegio, o le affiliate e fidelizzate a cerchie dominanti, quelle della sostituzione in ruoli direttivi di maschi immeritevoli, arroganti e spregiudicati con femmine legittimate per via delle regole del riscatto a manifestarsi ancora più arroganti e spregiudicate.

Per dir la verità la compagna dell’azzeccagarbugli degli italiani ha mostrato una sovrana indifferenza per le critiche, forse disinteressata al consenso del quale è  omaggiato il fidanzato, proprio ieri oggetto di applausi e  lodi durante lo shopping ferragostano, manifestazioni di ossequio che ha signorilmente respinto con regale cenno della mano nel rispetto del distanziamento.

Quello che nausea è invece l’indole all’idolatria nei confronti dei potenti e delle loro famiglie che continua anche dopo l’eclissi dei settimanali con le vicende delle case regnanti, anche dopo che l’ultimo casato che ha dettato mode e convenzioni si è ridotto a esangue azionariato o a scapestrata pecora nera.  e che di manifesta in molti modi non certo nuovi, con l’invidiosa emulazione dei sottoposti, con la piaggeria dei ruffiani, ma anche con quella deplorazione che conferma il successo di una delle più abusate citazioni di Wikiquote da Oscar Wilde: parlate male di me purchè ne parliate, uso che sta beneficando Salvini, la Meloni, i loro supporter sui social, che dovrebbero più efficacemente essere condannati al cono d’ombra.

Sono quelli  che in prossimità del referendum sul numero dei rappresentanti del popolo sembrano fatti apposto per suscitare  dubbi sulla qualità e quantità degli elettori, da sottoporre a accurata selezione che riservi il diritto dovere solo a quella cerchia che rivendica una superiorità culturale, sociale e morale su una plebe rozza e ignorante. Sono loro che interpretano l’opinione pubblica, quella che ha diritto, tempo e voglia di parlare perché non è afflitta dalle rate, dai mutui, dalla minaccia del fine mese, e che attribuisce le critiche a chi governa a irresponsabile complottismo e quella alle loro icone come la miserabile rivincita di chi sta fermo, per incapacità, mentre altri avanzano, come la mediocre frustrazione da marginalità.

Vittima di questa forma obliqua di ammirazione all’inverso è stato l’opinionista che ha scelto la forosetta di provincia auto promossa a costituzionalista, come incarnazione della cancellazione della sinistra, un processo che avrebbe la sua raffigurazione plastica nella cintura inalberata sui pantaloni con la famosa H della stessa griffe amata dalla first lady de noantri, che diventa il marchio della vergogna dei borghesucci saliti di grado che si regalano gli orpelli un tempo esclusiva delle élite come onorificenze.

E adesso chi glielo va a dire a  Fulvio Abbate, calamitato  dalla lettera dorata della fibbia della cintura indossata dalla capogruppo di Italia Viva alla Camera,  “ iniziale di un marchio-griffe di lusso e orgoglio globali, planetari, di più, provinciali, rionali, da sabato in discoteca”, quella lettera scarlatta che marchierebbe il tradimento dell’eredità comunista e infine post-comunista,  che deve essere stato incantato sia pure alla rovescia da quella ragazzotta, da darle il lustro di una eroina negativa.

Quando ormai chi emerge dalla zona grigia di una classe dove si accredita il funzionario di banca che compiace i malaffaristi di zona, il giovanotto un po’ grullo ma ambizioso che si fa la propaganda elettorale con i proventi degli affarucci sporchi di papà e mammà, grazie a una selezione del personale politico che gratifica l’arrivismo, il conformismo, la fedeltà sia pure provvisoria a ideali e “aziende” che garantiscono una poltroncina, non è di sinistra,  di destra, di centro, di su o di giù, maschio, donna, perché il suo unico talento sta nel collocarsi dove può arraffare un posticino, una paghetta e un conticino in banca, magari quella di papà, per togliersi i capricci e i vizietti con la griffe.


La donna? vale 40 centesimi

casalAnna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginate di essere una barbona, invitata da una principessa a accedere alla sua persona perché vuole personalmente elargirvi l’elemosina, in modo da essere sicura che la spendiate oculatamente e ragionevolmente per migliorare e addirittura favorire il vostro riscatto dalla miseria materiale e morale.  E voi siete là, piene di timida gratitudine, con la mano tesa. Lei lascia cadere qualcosa sul vostro palmo, poi gira sui tacchi e se ne va. È allora che scoprite che non vi ha donato il nichelino che si  consegnava benevolmente alle scimmiette dell’uomo con l’organetto, e nemmeno un centesimo farlocco rivestito di rame, macché, quello che vi trovate tra le dita è il gettone per il carrello del supermercato.

Proprio come l’augusta peracottara della favoletta che ho confezionato per voi, la ministra della Famiglia e delle Pari Opportunità, di Italia Viva, ha annunciato esultante di aver lottato in vostro nome per inserire nel cosiddetto “Dl agosto” le risorse: una dotazione di  3 milioni di euro, per un fondo speciale, dedicato, sono le sue parole,  “alla promozione della formazione personale delle donne e in particolare alle casalinghe” e che  servirà ad attivare “percorsi volti a favorire l’acquisizione di nuove competenze e l’accesso a opportunità culturali e lavorative“.

Deve proprio costituire un caposaldo, un valore strategico del partito di appartenenza della Bonetti la sfrontata sicumera nel prendere per i fondelli: basta pensare alle sue illustri colleghe, dalla Boschi alla Bellanova. E guai se si  osa denunciare le loro schifiltose marachelle, le loro smorfiose empietà da Meninas di Velazquez che alzano l’orlo dell’abito di seta per non sporcarsi col nostro fango plebeo: si viene immediatamente arruolati nelle schiere riprovevoli dei sessisti, dei maschilisti e per di più disfattisti, che non sanno cogliere lo spirito di una misura equa e solidale destinata a  promuovere “l’empowerment femminile”.

Vorrei avere a disposizione un esercito di donne, casalinghe, casalinghe part time, lavoratrici e casalinghe, disoccupate e casalinghe, casalinghe e infermiere degli anziani di casa, casalinghe e docenti saltuarie della Dad, lavoratrici precarie e casalinghe – le combinazioni cominciano e essere infinite, che saprebbero bene dove ficcarlo quel gettone per il carrello, che, fatti due conti, ammonta a ben 40 centesimi a testa!

Eh si, 40 centesimi, tanto vale l’impegno del governo, che ha accolto e fatta sua la proposta della compunta beghina, per dare riposta concreta “alla necessità che l’autonomia personale delle donne sia sempre sostenuta, anche nei contesti domestici. Anche oggi affermiamo che l’Italia crede nelle donne, tutte, e scommette di loro, soprattutto ora che abbiamo l’opportunità di ripartire. Con le energie di tutti, donne e uomini insieme“.

Io ci credo eccome nelle donne, anche se qualcuna di loro mi provoca qualche tentennamento, come appunto la Bonetti,   che divide con Renzi l’idolatria per le stronzate fasulle purchè enunciate nello slang dell’impero, e la riconoscenza imperitura per la lezione morale dello scoutismo,  una  che per formazione e militanza sarebbe stata a pennello nei Family Day a fianco di Buttiglione, Formigoni, Casini, di Pillon e Gandolfini, e pure di Adinolfi, insieme a una pletora di divorziati, consumatori finali di congiungimenti mercenari anche con gli aborriti Lgbt, ipocriti inveterati che hanno piegato i dogmi della cristianità a una perenne propaganda elettorale, sempre in auge grazie a autorevoli adoratori in carica di Padre Pio e San Gennaro.

E dire che la signora  è Professore Associato di analisi matematica all’Università degli Studi di Milano, non una casalinga di Voghera, unica testimonial rimasta della categoria che in forma intermittente viene o dileggiata o celebrata, a seconda dei bisogni del mercato del lavoro e delle persone – merce, ma si vede che non le funzionava la calcolatrice sullo smartphone, quando si è compiaciuta del suo successo virtuoso e solidaristico, per quei 3 milioni che vogliono dire 40 centesimi. Che comunque andrebbero alle casalinghe autocertificate, quelle “pure”,  quelle che ce l’hanno scritto sulla carta d’identità, quelle che non hanno un reddito dichiarato e “dipendono” da qualcuno, quelle che con quella cifra dovrebbero cogliere l’occasione per affrancarsi da un ruolo subalterno.

Sono escluse dunque quelle del cottimo ulteriormente favorito dallo smartworking, quelle dei part time anomali senza ricevuta, e le partite Iva, già sufficientemente gratificate dalle elemosine dedicate  e spartite con cinque parlamentari, innumerevoli amministratori, notai, avvocati e altri liberi professionisti. E depennate quelle che non hanno ancora beccato un soldo della cassa integrazione, quelle della zona grigia nella quale si collocano le disoccupate che per stanchezza e frustrazione si sono estromesse dalle liste e pure quelle che percepiscono il reddito di cittadinanza che potrebbero anche avere l’opportunità di rendersi utili in qualità di braccianti.

40 centesimi, e per  stabilire come utilizzare in concreto quei soldi tocca attendere   un decreto del ministero delle Pari opportunità e della Famiglia da emanare entro la fine dell’anno, per evitare disdicevoli accaparramenti, indebiti illeciti e abusi, che si sa, non un vizio italiano che pare caratterizzi solo la massa, il popolino ignorante, riottoso e infantile, mentre ne sarebbe esente il ceto politico sempre intento a redimerlo, a guidarlo, a responsabilizzarlo, come fanno gli esploratori e le guide a lupetti  e coccinelle.

E cosa volevate aspettarvi dalla  Ministra che ha istituito la sua task force di notabili frugali, in doverosa quota rosa rispetto a quelle di Colao e Arcuri e in questa veste subito concessa, intitolata “Donne del Rinascimento”, tanto per non strafare,  e la cui attività si declinerà su cinque linee direttrici:   parità di genere, la responsabilità di progettare il futuro; lavoro, un nuovo paradigma femminile ed inclusivo; scienza, motore di un nuovo Rinascimento; solidarietà, investire per l’emancipazione di tutte; comunicazione: parole e immagini per generare un cambiamento, insomma tutta la paccottiglia della Leopolda combinata con il ciarpame vetusto prima di cominciare degli Stati Generali.

Chi potrebbe incarnare meglio di lei i miti fondativi dell’emancipazione “neoliberista – progressista”, che pensa che le disuguaglianze di genere si abbattano sostituendo meccanicamente  spregiudicati gaglioffi maschi con analogo  contingente di spregiudicate gaglioffe femmine, secondo quella mistica dell’ideologia del politicamente corretto che in maniera più o meno esplicita vuole ridurre la lotta di classe e il riscatto di sommersi e sfruttati alla graziosa contesa dei sessi, al fine di  ottenere “pari opportunità di dominio” e  un’affermazione personale e individuale secondo i criteri della meritocrazia,  che ha deciso che a essere degne di successo e conquiste sociali siano quelle che partono avvantaggiate o si avvantaggiano con fidelizzazione, conformismo, obbedienza.

Per quello, come succedeva prima di Brunella Gasperini e  “Donna Moderna”,   quando c’era la piccola posta  di Donna Letizia e della Contessa Clara (ma ci metterei anche Aspesi), pure prima di Desperate Housewives, la maîtresse  à penser del Family Act, definita la “prima grande riforma per le politiche familiari” coi fichi secchi, che “mette al centro i bambini” defraudati ancora prima dell’approvazione del diritto all’istruzione e ai giochi coi coetanei, guarda con indulgenza caritatevole  alle donne di casa.

E’ comprensiva, bontà sua,  di certe loro velleitarie aspettative da appagare con la solita mancetta renziana, ridotta, come è giusto che sia, se va a  cittadini di serie B, e che al prezzo di mezzo caffè assicuri la desiderabile possibilità di accedere a qualche lavoretto alla spina, a pedalare proprio come negli anni ’60 sulla Singer, a organizzare vendite piramidali di fondo tinta tra le mura di casa, in modo che contribuiscano con l’esempio a plasmare generazioni future dedite a mansioni precarie, poco remunerate, ma molto specializzate. Perché si sa che solo quello assicura il minimo sindacale di riconoscimento, dopo l’eclissi dell’incarico “riproduttivo” poco eseguito  alla faccia delle politiche per la famiglia da quando è diventato  un lusso esclusivo.

Così la missionaria dell’ l’empowerment femminile raggiunge l’insperato risultato di essere più sessista dei maschilisti, aggiungendo il dolce disprezzo della privilegiata, dell’arrivata che ha spezzato il soffitto di cristallo a quello riservato tradizionalmente dai virilisti bipartisan agli angeli del focolare.

 

 

 

 

 


Di che sesso è la verità?

fotoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nella notte di Capodanno del 2016, a Colonia,  decine di donne denunciarono alla polizia innumerevoli casi di pesanti molestie inflitte loro da un’orda di immigrati ebbri di alcol e libertà sconosciuta, si disse, a che professa una religione repressiva incompatibile con gli usi e i comportamenti della nostra superiore civiltà.

Incidenti e violenze caratterizzarono quelle ore e solo mesi dopo, undici per l’esattezza, il Parlamento della Renania ricostruì gli avvenimenti imputandone la responsabilità alla cattiva gestione dell’ordine pubblico, ma se andate a rivedere commenti e giudizi emessi a posteriori resta immutata la deplorazione e la condanna per la furia bestiale degli islamici infedeli ai danni delle “nostre” donne indifese, a dimostrazione che – come disse a suo tempo l’allora vice segretaria del Pd, Debora Serracchiani – l’oltraggio a firma dello straniero merita riprovazione superiore di quello nostrano.  E che l’islamico ospite è guardato con ammirazione e accolto con gratitudine ma solo se compra armamenti, se occupa coste, se finanzia squadre di calcio, se regala diamantoni a attricette e si aggiudica opere d’arte, hotel e intere aree di metropoli occidentali in aste manovrate, mentre è inviso se raccoglie pomodori, si arrampica su impalcature, peggio che mai, se vende parei in spiaggia o lava vetri ai semafori.

Minore condanna viene quindi riservata all’orda di casa nostra, dei nostri Palazzi e dei nostri studi televisivi, provvista dei crismi e della benedizione di santa romana chiesa che in quanto a sessismo non teme rivali, e sotto l’etichetta di una democrazia che a fasi ricorrenti si interroga sulla qualità e quantità di diritti erogati alle donne, non sempre conciliabili con il recupero di una triade, Dio, Patria e Famiglia,  obbligatoria in momenti di crisi, a cominciare da quello di parola, che alcune ochette presuntuose vogliono arrogarsi immeritatamente invece di rispettare tre comandamenti che uniscono simbolicamente tutte le culture patriarcali: la dona? la piasa la tasa e la staga in casa (la donna? Piaccia, taccia e stia in casa).

Si tratta di fenomeni non isolati che suscitano biasimo se l’oggetto delle violenze verbali possiede quella visibilità, notorietà e autorevolezza, che consente strumenti, canali e tribune per difendersi che la Donna Qualunque non ha a disposizione, avvolta dalla spirale di silenzio  che penalizza chi si sottrae a regole e convenzioni del conformismo, chi se la tira e se la vuole.

Lo stesso silenzio complice che   si rompe  quando censura queste forme di discriminazione e soperchieria affiorate come iceberg, mentre sotto  si consumano disuguaglianze e sopraffazioni esaltate in questi tempi dalla “crisi”, differenze di remunerazione, di trattamento e carriera, con il concorrere  dei credo liberisti intesi a  persuadere della  bontà della rinuncia a vocazioni, talento, ascesa professionale, garanzie per far posto ai maschi del nucleo familiare che guadagnano di più e che non pesano sui bilanci aziendali con permessi per le malattie dei genitori o dei figli, con i permessi per gravidanze e allattamento, ma soprattutto per beneficiare delle opportunità di part time, mobilità e smartworking, adempiendo con abnegazione e spirito di sacrificio ai doveri che le leggi di  natura tornate in auge per via dell’egemonia della sopravvivenza, impongono: cura, assistenza, governo della casa, sostegno alla didattica a distanza.

Ma c’è un effetto collaterale che motiva la tolleranza esercitata nei confronti del sessismo erogato a forti dosi da personaggi che godono di cattiva reputazione utile ai loro successi di critica e di pubblico, e che grazie alle loro belluine e disarticolate esternazioni sono molto presenti su stampa e talkshow, in veste di incarnazione del male, del razzismo, della xenofobia come se si trattasse di categorie ideologiche e “morali” indipendenti dal regime totalitario che stabilisce leggi di mercato, di ordine pubblico e deontologiche.

Si tratta dell’impiego che hanno imparato a farne quelle donne che ricoprono ruoli di potere – ormai in numero addirittura prevalente in Europa, Merkel, Lagarde, Von Der Leyen – quando diventano oggetto di critica per comportamenti, convinzioni, decisioni pubbliche o per la correità in misure e atti compiuti ai danni dei cittadini, e ancora di più delle cittadine, a dimostrazione che la rivendicazione e ostensione di squisite qualità di genere connaturate: sensibilità, indole alla cura, solidarietà, compassione, appartengono alla retorica e alla cassetta degli attrezzi di sfruttatori, speculatori, padroni delle ferriere senza le abituali disparità di sesso, anzi con maggiore e più sfrontata tracotanza quando il tallone di ferro consiste in un tacco 10.

Gli esempi nostrani non mancano. Dall’esibizione di amor filiale e creditizio della ministra che provvede a salvare a un tempo babbo e banche criminali, all’altra ministra che accusa di giovanile parassitismo i figli choosy altrui confezionando una irresistibile carriera per la rampolla, dalla ministra (un’altra) che si è fatta strada esponendo in bella mostra il suo passato bracciantile mentre condanna alla resa lavoratrici in sciopero, fa da relatrice alla legge Fornero, ammazza pensioni, promossa dalla stessa di cui sopra che tanto i pensionati preferisce farli fuori perché pesano sul bilancio statale alla pari con la superiore in grado e prestigio Madame Lagarde.

Fino  alla ministra (ancora) che dopo aver dichiarato impotenza, incapacità e inadeguatezza in veste di commissaria straordinaria nel cratere del terremoto, fa da testimonial per una ripresa del cemento grazie ai cantieri delle Grandi opere e della Grande Speculazione,  a quella, ex e mai rimpianta al dicastero della  Difesa, quella che ha sostenuto nelle parole e negli atti la necessità di fare la guerra, venderla e esportarla per guadagnarsi la pace, bella ricca e profittevole per produttori di armi, aziende che internazionalizzano morte, repressione, furto, abuso e povertà, in modo che poi possano essere subito attive altre ministre firmando provvedimenti e leggi per contrastare le invasioni e per replicare obbedienti patti sottoscritti con tiranni e despoti assassini.

Ormai qualsiasi donna in vista può godere del privilegio del sostegno di altre donne e in caso di attacco personale, a smentire che la complicità sia un monopolio virile da camerate di soldati,  doccia di atleti, mentre invece sia un vizio femminile l’invidia velenosa, di una coesione che si materializza in forma bipartisan, vedi mai che serva in futuro, donando alla vittima uno status di intoccabilità per via dell’appartenenza di genere che doverosamente la dovrebbe risparmiare da critiche, rilievi e accuse. Il fatto è che le minoranze nel guadagnare consapevolezza, nell’uscire dall’emarginazione fisica e culturale nella quale sono state costrette, soffrono di un disturbo della crescita, quel coltivare e maturare pregiudizi positivi, non meno dannosi dei preconcetti negativi.

Se ne parla molto di questi tempi negli Usa, la patria dell’ipocrisia puritana che ha contagiato alla pari neoliberismo e “riformismo”, dove  alla faccia di milioni di disoccupate (le catene delle vendite online non le apprezzano né come magazziniere né come addette alle consegne), di sfrattate in forma reiterata per le varie bolle, di malmenate di tutte le etnie,  dove tra la metà di marzo e la fine di maggio, il 47 per cento degli adulti maggiorenni quasi tre quarti della percentuale costituito da donne,  ha perso il reddito da lavoro, dove si è creata una competizione insana tra lavoratrici agricole locali e immigrati e tra questi e le loro donne, per via di una diatriba che verte sull’interrogativo se in caso di molestie, stupri, violenze si debba sempre e comunque credere a tutte le donne.

Lo spunto l’ha dato l’accusa  di molestie sessuali mosse da Tara Reade, ex assistente del Senato e difesa dallo studio legale che ha rappresentato negli ultimi anni diverse vittime di Harvey Weinstein, a  Joe Biden, improbabile e scialbo candidato democratico alla Casa Bianca, che fa venire in mente i competitor che mette in campo il Pd quando vuol far vincere uno della Lega o di Forza Italia.

Lui ha sempre negato ogni responsabilità, forte del fatto che negli archivi del senato non ci sarebbe traccia della denuncia per sexual arrassement che la presunta vittima avrebbe presentato nel 1993 a un non meglio identificato Ufficio del personale di Capitol Hill.

Ma sul nuovo scandalo pruriginoso non si è registrata quella unanime reazione di condanna solidale degli anatemi contro Hollywood Babilonia, dando il destro ai repubblicani di attaccare l’ipocrisia del movimento #Metoo e dei suoi slogan, accusato di “credere a tutte le donne solo finchè attaccano qualcuno in linea con il presidente Trump,  a tutte le donne se hanno una laurea o di più”, insomma a quelle che rappresentano  quel radicalismo oggi interpretato dalle élite culturali, dai creativi, dall’industria dello spettacolo.

Ha risposto alle accuse Susan Faludi, giornalista Premio Pulitzer,che ribatte chè è legittimo anzi doveroso alle donne “che vengono uccise nonostante abbiano denunciato i partner o gli ex violenti, o alle segnalazioni di stalking che non vengono prese sul serio dalla polizia, per poi finire con un omicidio”. Mentre dare fiducia indiscriminatamente sulla base del genere, sostenere che le donne in quanto tali e in quanto minoranza destinata a ruoli di vittima dicano sempre al verità, è “una trappola per togliere credibilità al movimento delle donne, fatta scattare dal potere”.

E  di trappole pronte a scattare ce ne sono e tante, da quando al riconoscimento pubblico dei ditti degli uni consegue il disconoscimento delle prerogative e aspettative di altri,  contribuendo a distrarre da altre battaglie, quelle che riguardano il riconoscimento del fatto che le donne non sono l’unico segmento di popolazione esposto a condizioni di precarietà e privazione dei diritti, o dalla considerazione che quelli che vengono identificati come minoranze di genere e sessuali,  si differenziano per classe, religione etnia, tanto che  la liberazione dei sommersi dovrebbe essere necessariamente anticapitalistica e dunque antifascista, antirazzista e laica.

Altrimenti hanno ragione quelli che contestando il mito della presunta superiorità etica del genere femminile,  denunciano il carattere classista e razzista del femminismo occidentale e la sua natura narcisistica e autoreferenziale,  che dispiega un revanchismo che non pagano solo i maschi – magari meritatamente – ma anche le donne di classi e etnie “inferiori” e che  porta acqua a quello che è stato definito progressismo neoliberista: l’alleanza tra fermenti, antifascismo di superficie, multiculturalismo, femminismo “clintoniano” in voga anche da noi, e il “capitalismo cognitivo”.

Quello cioè  della rivoluzione digitale,  dei creativi retrocessi a classe disagiata cornuti e mazziati ma compiaciuti della loro superiorità culturale e morale,  a Tribeca come sui Navigli, cosmopoliti perchè mangiano sushi, vestono etnochic, abitano in uno scantonato promosso a loft, poi si fanno sfruttare facendo gli “imprenditori di se stessi”, strizzando  l’occhiolino a diseredati, a Wall Street e perfino a Farinetti.

 


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