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Al servizio del Papa e del Re

cartabia Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che di questi tempi di fervidi fedeli di Padre Pio, di fanatici feticisti  di San Gennaro, di  smodati esibizionisti del rosario anche sul  pareo,  la laicità è un optional poco frequentato.

Ma io voglio sperare  che la candidatura a Presidente del Consiglio di Marta Cartabia sia una simpatica concessione all’ideologia  del pepe rosa cosparso a salvare un piatto insapore ma indigesto.   Dovremmo fidarci di qualcuno che non fa della Carta il suo vangelo, ma proprio il Vangelo, grazie alla militanza in una organizzazione che rivendica la missione di persuadere anche con una certa prepotenza i cittadini a abbracciare e seguire un’etica confessionale?  che potrebbe quindi dare più importanza al confessionale, o, voglio esagerare, che possa attribuire più valore a assoluzioni del parroco che a quelle dei giudici e al tribunale celeste più di quello terreno?

Di lei abbiamo saputo in queste ore che è intenta a una ascensione – ma è una mania –  sul Gran Paradiso, visto il suo feeling particolare con la Val d’Aosta dove ha una pittoresca seconda casa, che è una solerte madre di famiglia con un padre putativo – il presidente emerito mai veramente detronizzato Napolitano, attualmente molto visibile e esposto nel contesto delle trattative, che l’ha voluta alla Corte Costituzionale -e un Papa, papa Francesco – che cita di sovente in qualità di faro ideologico più ancora che religioso per via dei ripetuti richiami alla buona politica, che in un Paese civile e laico suonerebbero come ingerenze indebite, ma che invece riscuotono un successo bipartisan quanto un suo incarico autorevole a premier, visto con entusiasmo da Occhetto, dai giornaloni che l’hanno “scoperta” già ai tempi della confezione di un governo Cottarelli,  da un vasto pubblico di addetti ai lavori che hanno plaudito alla sua terzietà dimostrata ai tempi del referendum costituzionale quando non si schierò esplicitamente né per il Si né per il No, anche se il suo curriculum potrebbe far sospettare una chiara propensione.

Perchè due sono le cifre ideali della giudice, due le sue fedi sia pure, forse, non a pari merito: il cattolicesimo e l’Europa, “professata” con autorevoli ruoli,  componente aggiunto del «Network of Independent Experts on Fundamental Rights della Commissione europea» dal 2003 al 2006, esperto italiano di «FRALEX – Fundamental Rights Agency Legal Experts» all’Agenzia europea dei diritti fondamentali dell’Unione europea a Vienna dal 2008 al 2010,  membro sostituto della «Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, nota anche come Commissione di Venezia».

E si sa che all’Europa piacciono esecutivi forti perchè perlopiù se li sceglie e impone, rispetto a parlamenti deboli, anche se il larga parte hanno dimostrato una lodevole acquiescenza nel votare zitti zitti tutte le possibili cessioni  di sovranità Per dir la verità all’Ue non piacciono poi un granchè neppure le Costituzioni colpevoli  del vizio di origine di essere nata dalle resistenze, “socialisteggiante” e che perciò andrebbero rivisitate e modernizzate per adeguarsi alla supernazione e superpatria regionale.

Ho già visto che l’autrice di un fortunato saggio “Giustizia e Mito” scritto a 4 mani con Luciano Violante il sacerdote della doverosa pacificazione con i fascisti in barba ai valori costituzionali, è guardate con le tradizionali aspettative dal mondo femminile che continua sbadatamente a ritenere che il ricambio meccanico maschio-femmina in posti di comando garantisca cambiamento culturale e politico e promuove il riscatto delle donne. C’era da giurarci che sarebbe bastato creare l’illusione che la rimozione di Pillon avrebbe creato  le condizioni per ripristinare diritti e nuovo slancio alla lotta per la conquista di  prerogative irrinunciabili, come se la storia non ci avesse insegnato che non basta essere donne per tutelare le altre donne, che non basta essere meno fanatici per garantire elementari requisiti di laicità e civiltà.

In questo caso la combinazione di clericalismo e europeismo ( è uscito proprio in qiesti giorni il libro di un’altra “del mestiere”, Nadia Urbinati che rivendica le radici illuministe e cattoliche dell’Ue riconfermando che si tratta di un ossimoro non riuscito), professati in forma sfacciatamente  settari, dà per certo che i problemi della genitorialità responsabile, della procreazione consapevole potrebbero essere agevolmente aggirati con la castità festosamente imposta da condizioni economiche austere in virtù delle quali fare figli è un lusso per pochi che possono permetterselo, raccomandabile per far piacere a Dio, dunque censurato per chi dimostra di appartenere a una collettività irresponsabile, indolente, corrotta nei costumi e nelle opere, a donne che stoltamente perseguono ambizioni smodate magari alla Standa o in un call center, che non consentono loro di conciliare carriera e famiglia come ha potuto fare la prestigiosa candidata.

Non so per voi ma per me questo mondo artificialmente pacificato, evangelizzato del mercato e addomesticato dai consumi, compassionevole più che solidale, dove si raccomanda la sussidiarietà al posto dello stato sociale e il terzo settore al posto dello stato di diritto, unito grazia alla rinuncia a identità, diritti e desideri, che premia in cielo l’onestà e la rettitudine superflue o sgradite in terra, dove perfino la giustizia non è equa e uguale per tutti, dove tra i peccati mortali si annovera l’impiego della ragione, l’esercizio di critica e la passione per la libertà, non è il migliore dei mondi possibili.

 

 

 

 

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Insurrezione dal coiffeur

susanna-agnelliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi mi piace vincere facile: scorrendo i post sul social più amato dagli italiani ho visto riportata nello stesso giorno l’inchiesta pubblicata da Repubblica sul lavoro a  cottimo delle donne che fanno le pulizie nei grandi edifici pubblici o privati di enti, banche, uffici di multinazionali, ospedali,  quella specie di caporalato urbano gestito da imprese, il più delle volte in forma di cooperative, che spesso evaporano senza preavviso lasciando le dipendenti precarie a spasso senza nemmeno la paga maturata, una paga oraria che arriva quando va bene a 7 euro. E anche,  magari sullo stesso profilo di amiche intelligente e avvedute, la condivisione della chiamata a raccolta delle compagne sul nuovo fronte della lotta di liberazione della donna: la guerra alla tinta.

il riscatto in questo caso passa  per lo sciopero dall’imperativo morale oltre che estetico di sottoporsi alla molesta pratica di celare i segni del tempo,  conquistando così il diritto al capello brizzolato  e con esso quello a non dover piacere  obbligatoriamente, uniformandosi a una somatica di regime che ci vuole tutti giovani, tonici, depilati, light.

E infatti si legge nel post in oggetto di Rosapecaso, senza che fosse previsto, i miei capelli grigi sono diventati sì una battaglia femminista. E ancora: ho semplicemente deciso di smettere di vergognarmi di quello che mi appartiene e mi definisce e fa parte di me….. Mamma o puttana, siam sempre qui, non se ne esce. E con i capelli grigi, tu guarda, non sei più nessuna delle due cose. Sei donna. 

Insomma il sabotaggio del cachet diventa  protesta attivo contro “ una società che deve rivedere da capo la sua idea delle donne e svincolarla una volta per tutte dall’idea del piacere, dell’accudimento, della soddisfazione dei bisogni maschili e di quelli infantili“. e anche contro l’imposizione di essere attraenti e invoglianti in modo da mantenere quel potere sull’uomo che tira più di un carro di buoi, uomo, magari dotato da tempo di pancetta e calvizie, che perlopiù rimproveriamo di non accorgersi se ci siamo fatte blu o fucsia, e che a pressante richiesta si limita a rispondere “stai benissimo con tutto”.    

Vaglielo a dire a Rosapercaso e alle fan del conquistato sale e pepe che non sono i capelli grigi o le smagliature o le rughe a renderci indesiderabili, ma l’emarginazione, fino all’esclusione, dal mercato, la fine della funzione riproduttiva diventata un lusso per privilegiate e  quella, per la verità prorogata indefinitamente, dell’accudimento, della cura e dell’assistenza da svolgere in sostituzione dei servizi sociali essenziali. Che sempre di più amore, erotismo, affettività, sesso contrastano con i diktat del sistema capitalistico che integra la repressione e la frustrazione nel suo ordoliberismo.

Che poi anche l’estetica risponde a criteri classisti, che prevedono abbronzature che nessuna doccia e nessun lettino, per non parlare di Torvaianica, possono imitare, che stabiliscono che gli uomini de panza possiedano un appeal non riconosciuto al pizzicagnolo rionale o alla ciaciona. Basta pensare al fascino esercitato e imitato della più prestigiosa e autorevole dinastia reale nazionale, uomini e donne della famiglia Agnelli, e al tratto distintivo delle loro capigliature argentee affidate per la manutenzione a coiffeur di fama internazionale  che condannano a imperituro ridicolo i ciuffi improbabilmente biondi  di Trump o Jonhson o la moquette vinaccia del Cavaliere.  

La circolazione del capriccio in quota rosa non promette bene sul futuro dell’affrancamento delle donne, o meglio, delle donne che fanno le pulizie negli uffici, delle cassiere della Coop, delle addette dei call center, delle raccoglitrici di pesche o di ciliegie, delle casalinghe per forza e di quelle più “fortunate” che a domicilio svolgono un part time.  Mentre non può che suscitare il compiacimento di quelle che per rendita, nascita, posizione conquistata a frutto di adeguamento all’ideologia del liberismo progressista sono risparmiate e esentate dallo sfruttamento più feroce, come è sempre successo ai guardiani del potere che ha imparato a concedere qualche frammento di libertà individuale in cambio della soggezione ai suoi comandi e ai suoi ideali.

E’ lecito scherzare sulla rivolta della tintura, ma c’è poco da ridere da quando l’utopia, anche quella dichiaratamente rivoluzionari, è stata ridotta a lotta contro la superficie dell’autoritarismo e dell’egemonia delle gerarchie, da quando il pensiero main stream ha avviato il processo di sostituzione del genere alla classe perchè incarnasse un ruolo di redenzione dell’umanità,  da quando la rinuncia all’agire politicamente ha persuaso che bastasse agire privatamente per cambiare il mondo partendo da sè… e dal colore dei capelli?

 

 


Il meraviglioso mondo di Natalia

natAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quasi ogni giorno quella che si definisce “opposizione” e che si ostina a pretendere innocenza e estraneità   per la consegna della Sardegna al Centro destra come se non si fosse saputo che, tanto per dirne una, le leggi della giunta Pigliaru avevano fatto rimpiangere Cappellacci, per  il fatto  che Salvini rappresenta la svolta bestiale della sicurezza xenofoba in grisaglia del Ministro Pd che aveva legittimato  la diffidenza e il rancore come virtù civiche, o per i risultati elettorali di Taranto dopo la campagna di svendita d’occasione di Calenda, cerca qualche augusto vegliardo che voglia dare dignità al bilioso risentimento degli esclusi, sia pure resuscitati dall’autorevole personalità di Zingaretti, fingendo che si tratti di sacche di resistenza nella guerra ideologica destra – sinistra. Sperando forse che l’oligarchia progressista possa così togliersi di dosso la vergogna neoliberista con una passata di vernice fresca, antifascista e umanitaria.

Succede quindi che come se fossero andati a chiedere lumi sul mondo contemporaneo  uno di quei pensionati indaffarati a dare consigli e somministrare preziosi insegnamenti agli operai intenti nei lavori stradali, alcuni cronisti, pare dopo numerosi tentativi e pressanti insistenze, abbiano conquistato un’esclusiva di Natalia Aspesi  che fino all’ultimo ho sperato fosse una patacca,  una di quelle interviste immaginarie che piacevano tanto agli elzeviristi di una volta.

Macché, invece è proprio lei, quella sgargiante penna prolifica e brillante a metà tra una Cederna edulcorata e una Donna Letizia speziata, che ha consegnato al mondo per anni uno sfavillante  spaccato di una élite schizzinosa e  superiore della quale –  fin dal 1976, anno di fondazione del quotidiano cui è sempre stata fedele firma “rosa” – ci si poteva sentire parte con il modesto esborso allora di 150 lire. Ricevendo in cambio, anche tramite i suoi consigli elargiti nella posta del cuore  dell’annesso supplemento,   il patentino di appartenenza a un target disincantato e illuminato, a un club esclusivo e saccente che guarda con scetticismo bonario alla marmaglia che si dibatte nella miserabile quotidianità e alla quale continua a venir  promessa, in cambio della tessera di iscrizione,  la promozione a cittadini di prima classe: moderni, laici (in attesa dell’età della redenzione nella quale incontrare dio a tu per tu e alla pari, come Scalfari o Augias), europei, occidentali, riformisti, ma con cautela.

È proprio lei, che in una specie di inversione del noto processo fisiologico: incendiario da giovane pompiere da vecchio, rivela: “sono una vecchia strega. Sono sola. Sono gravemente turbata dalla condizione disperata degli italiani. Ho tutto il diritto di fare una strage”. E se a suo tempo, non ancora novantenne, l’indomita neo partigiana aveva affermato: “Se vincono i 5stelle mi sparo”, oggi pare aver rinunciato all’insano proposito di un suicidio rituale e simbolico, ma non è venuta a più miti consigli. Anzi, proprio come un qualunque orefice leghista minacciato dai romeni in casa sua e legittimato a sparare, si sente pronta a imbracciare un kalashnikov e fare una strage.

Strage virtuale è ovvio, meno sanguinosa quindi di quelle che i suoi punti di riferimento ideali hanno compiuto ai danni dell’istruzione, dell’assistenza pubblica, del lavoro, quello femminile e giovanile prima di tutti, dei diritti, del territorio, della giustizia retrocessa a commercio di protezioni, ma altrettanto  ben distribuita perché oggetto della sua violenta riprovazione sono quegli italiani, tanti e terrorizzanti per una mente lucida e lungimirante come la sua perché, “più vanno verso l’autodistruzione  più loro adorano i propri carnefici. È come se si fossero trasformati in tanti piccoli lemuri che si precipitano entusiasti in fondo al burrone”.

Non a caso li definisce entusiasti, proprio come Berlusconi, che ammette di rimpiangere (le avrà detto che è più intelligente che bella?) come fosse un Pericle condannato all’esilio dalla sua Atene,  quando li immaginava riempire aerei e ristoranti, farsi conceder condoni per gli abusi delle seconde case, che loro illegalità e trasgressione delle regole, familismo e clientelismo ce l’hanno nel sangue come le canzonette co ‘a pummarola ‘ncoppa.

La guerrigliera  che veste Prada,   si rammarica proprio che gli italiani abbiano punito con voto, per carità non in tribunale, il Cavaliere, perché in fondo, sottolinea, “Berlusconi non è stato un fascista. Non ha riportato l’odio nel paese. Non ha alimentato il sospetto per i diversi. Né il disprezzo per le donne, che sta crescendo in maniera pericolosa”.

Brutta cosa l’età, signora mia, che provoca strane rimozioni se non ricorda che Salvini era un autorevole alleato di quel Cavaliere contro il quale vennero orchestrate virulente campagne del suo editore e del suo giornale per condannare la indegna mercificazione dei corpi femminili (purché  non fossero in copertina sull’Espresso), il loro abbietto commercio nelle tv come nel lettone di palazzo Grazioli o in quello donato da altro competitor in  cattivo gusto e modi sbrigativi, se non rammenta la chiamata alle armi contro il puttaniere, condita con tanto di lettera afflitta e dolente della di lui della consorte che troppe ne aveva sopportate, le domande indirizzate più all’utilizzatore finale che al golpista, o la pubblicità data alle intercettazioni con le conversazioni delle olgettine rispettate dal culoflaccido tanto da farle diventare rispettabili grazie al novero il liste elettorali.

Ma l’aspetto più interessante della confessione della vigorosa combattente consiste in una imperdibile quanto spericolata interpretazione storica del riaffacciarsi del fascismo che era stato dormiente nel ventennio berlusconiano per non dire del dopo, malgrado gli attentati alla Costituzione e alla rappresentanza parlamentare, malgrado i conflitti di interesse, malgrado le leggi Turco- Napolitano, Maroni, Bossi-Fini, malgrado al partecipazione a guerre coloniali, malgrado la cancellazione di garanzie, diritti, conquiste del lavoro e civili. Si tratterebbe di una forma nuova e inedita del fascismo, suscitata indovinate un po’, dalle frustrazioni inflitte al machismo e al virilismo dei nuovi federali dalla potenza espressa dalle donne.

Le donne insomma, che immaginavamo piegate dalla precarietà, dai part time che avviliscono talento e professionalità, dalla costrizione a sostituire l’assistenza pubblica con un accudimento mai valutato e valorizzato, dall’umiliazione delle differenze salariali, pare abbiano invece esercitato una pressione potente alla quale questa generazione di repressi e impotenti “diventati tali perché hanno perso il controllo sulle femmine” reagirebbe con lo squadrismo  convinti che sia il modo per recuperare il dominio su di loro,  le sciacquette scafate che parola sua “ scappano dai ciabattoni e sono disponibili a molte avventure, inclusa quella di Tinder. L’uomo, invece, sogna ancora la donnina che gli prepara la minestra”.

Ecco avevamo proprio bisogno del parere della venerabile pataccara che insieme alla raccomandazione di approvvigionarsi di oro in previsione del peggio, si compiace delle nuove avventurose frontiere del riscatto femminile, anche grazie all’acchiappo su Tinder, Badoo e simili, in modo che l’altra metà del cielo conquisti il diritto a partecipare equamente all’oppressione e allo sfruttamento dei più deboli e più poveri, alla pari con le correnti mainstream del moralismo progressista e con i settori di business di fascia alta a alto contenuto simbolico (Wall Street, Silicon Valley, Hollywood), quelli in mano ai creativi del “capitalismo cognitivo” che fanno da sponda emancipata e acculturata alla macelleria sociale.

Non so voi, ma a me l’idea di andare in montagna con certe nuove partigiane dell’ultima ora non piace, anche se   si tratta di Saint Moritz e Aspen.


Quando il potere si veste da donna

everAnna Lombroso per il Simplicissimus

Devo ad un’attenta amica di Facebook la rivelazione che esiste un “non luogo”, uno spazio variegato sul web, un blog  molto diverso dalla moltitudine di quelli che, ormai, ha invaso la rete. Si chiama La 27Ora  un “blog al  femminile” sul quale una dozzina di giornaliste del Corriere della Sera raccontano i sogni, le difficoltà e la costante ricerca di un equilibrio che, da sempre, caratterizza la vita di una donna…. Un filo virtuale di pensieri che, realizzato attraverso il sapiente eloquio delle giornaliste coinvolte nel progetto, mette in scena “un universo in cui tutte le donne italiane – il 51& della popolazione, ma solo il 21% di ministre,  il 14% di top manager e il 6% di Ad in società quotate  –  sapranno riconoscersi”.

Non so come mai  pur appartenendo all’universo femminile non mi ci sono proprio riconosciuta, allo stesso modo in cui stento a riconoscermi  in quel 21% di ministre e meno che mai nel 6% di amministratrici delegate. E anche nel lungo post che denuncia come si sia spenti fuoco di paglia che aveva accolto il famigerato  Ddl Pillon che lungi da essere archiviato farebbe ancora parte del contratto di governo, e che, ci ricorda la firmataria della lunga invettiva, altro non è che l’iniqua rappresentazione plastica “del mondo femminile e infantile” secondo i gialloverdi. E fin qui, come non essere d’accordo visto che sempre la stessa Cristina Obber che firma, ci ricorda che con queste premesse stiamo rientrando nel Medioevo o, a scelta, tornando indietro di 100 anni, con la rinuncia obbligata a conquiste e diritti.

Ma allora cosa si deve fare “per non tornare a casa a fare la calza”? presto detto: bisogna mettere da parte le appartenenze, le ideologie, la fedeltà al proprio partito di sempre, e pensare in che paese vogliamo far crescere i nostri figli e soprattutto le nostre figlie, che altrimenti se ne andranno presto altrove. Queste non sono delle classiche elezioni europee, questo è un voto che entra con forza nelle nostre case e un voto con cui possiamo rispedire le bugie al mittente, recita questo appello doroteo all’unità nazionale, a coalizioni di salute pubblica.

Insomma bisogna votare Pd o Fi o perfino la Meloni, che, malgrado le apparenze, è perfino una donna.  Così si rende noto che le elezioni a un Parlamento senza poteri, che non esprime nessun valore di rappresentanza in seno a un organismo sovra-sovranista che ha apertamente dichiarato la sua ostilità alle democrazie nate dalla resistenze e macchiate della  colpa originale di essere “socialiste”, che quell’evidente atto notarile di consegna alla Ue germanizzata, anche quella da una che malgrado le apparenze è perfino una donna, hanno l’unico valore di fare giustizia interna nelle guerre per bande dei partiti, di un teatro dove si consuma la battaglia dei pupi, tutti comunque schierati per accedere alla fortezza, anche quelli che prima si sentivano dei Tartari e che hanno scelto una doverosa accondiscendenza.

E allora se siete femministe, turatevi il naso e votate per quelli che a casa vi ci hanno mandate e non per sferruzzare ma per assistere in via privata e per il vostro codice genetico segnato dall’abnegazione e dallo spirito di sacrificio, i vecchi e i malati abbandonati per via della cancellazione dello Stato sociale, per fare da insegnanti di sostegno agli alunni di scuole trasformate in fabbriche per ignoranti superspecializzati, per quelli che vi raccontano che il vostri riscatto passa per la parità salariale in lavori precari, avvilenti e incerti, o che vi dicono che era doveroso scegliere il salario più alto, quello naturalmente maschile, mettendo da parte ambizioni e talenti, per chi vi narra che basta declinare al femminile anche la parola patria per combattere le stesse guerre che conduce, alle quali collabora e che finanzia con il dissennato acquisto di armamenti, per chi vi vuol far credere che l’affrancamento della vostra minoranza numerica avvenga con la sostituzione di carogne con pari carogne in quota rosa, sulla falsariga di Madame Lagarde, che, malgrado le apparenze, è perfino una donna, per quelli che per anni hanno combattuto il puttaniere e non il golpista che albergava in lui, preferendo chi fa commercio non solo dei copri femminile, ma anche di quelli dei maschi, teste comprese, per quelli che non hanno cancellato la 194, ma hanno fatto di più sostenendo le cliniche private e i cucchiai d’oro nel quale si esercitano quelli che nel pubblico obiettano contro una legge delle Stato.

E se siete fan di Greta, allora non vi costerà dare il voto alle sciure candidate nel Pd che vogliono la Tav per una rapida consegna delle merci chiedendovi qualche necessario sacrificio se  magari in quelle 27 ore siete anche pendolari,  o ai distributori automatici di concessioni e autorizzazioni per profittevoli trivelle, o anche a quelli che hanno consegnato il Mezzogiorno ai signori dell’eolico in odor di mafia, a quelli delle discariche  e dell’export di rifiuti in odor di camorra, e anche a quelli che agli investimenti in tutela del territori hanno preferito la pioggia di quattrini per Grandi Opere e Grandi Eventi, o che hanno ceduta la mela marcia dell’Ilva e la vita dei tarantini a qualcuno che ci restituisce solo i veleni.

E se siete fidanzate che non possono coronare il loro delicato sogno d’amore  perché non hanno una casa da dividere con il partner, votate per quelli che hanno trasformato le città in geografie e terreni di scorrerie per speculatori privati e immobiliaristi spregiudicati, che hanno convertito i centri storici in alberghi diffusi e sedi di un terziario sempre più bulimico di spazi, appagate per il diritto concesso a coppie, purchè omosessuali, di non potersi sposare ma per gli stessi motivi.

E se siete antifasciste poi dopo aver esposto il simbolo della vostra strenua resistenza sotto forma di lenzuolo, potete a cuor leggero votare per chi ha concesso beni mobili e immobili a Casa Pound, invitandoli a colloquiare sui destini della democrazia in dibattiti e show, preparando il terreno per il definivo sdoganamento nelle urne, per chi ha consolidato un’ipotesi di ordine pubblico e di giustizia repressivo e iniquo, per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, poveri stranieri o indigeni, offrendola in cortese concessione al feroce esecutore di oggi all’Interno, per chi vuole convincervi che il problema è lui che se la piglia con gli immigrati e non chi gli immigrati li ha fatti scappare dalle loro case, affamandoli, bombardandoli, assetandoli, che il problema sono  i suoi isbirri che menano i manifestanti e non chi li costringe a scioperare per la difesa della sopravvivenza, così potete prendervela con qualcuno che vi sta di fronte e che speriamo tutti sia destinato a cadere dalla poltrona nel dimenticatoio, mentre restano remoti e intangibili quelli che il fascismo lo impiegano come uno dei modi per imporre l’autorità assoluta e il potere egemonico dell’oro, ben saldi nel persuadervi che il sacrificio di quei duecentomila combattenti per la libertà che si sacrificarono per riscattare gli errori e le cadute degli altri milioni di compatrioti fosse solo lotta di liberazione e non lotta di classe, di sfruttati che vogliono un mondo altro da quello.

A oggi non so se voterò per queste elezioni: direi di no, direi che mi astengo se fosse un voto per il Parlamento di un’Europa che non considero in alcun modo riformabile. Direi di no, con la stessa convinzione, se si tratta come ci spiegano le illuminate opinioniste  del corner rosa del Corriere, del tentativo di pulizia etnica degli inquietanti  “diversi” al governo, che poi tanto diversi non si sono rivelati a ben guardare la remissiva acquiescenza dimostrata nei confronti dell’Europa, dei suoi imperativi inesorabili quanto le centinaia di nefandezze imposte in suo nome dai suoi servi sciocchi del passato e di quelli futuri già pronti con la corda in mano per impiccarci.


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