Annunci

Archivi tag: 8 marzo

Mazziate con le mimose

mim Anna Lombroso per il Simplicissimus

E bravo Zingaretti, sembrava così torpido e invece alla vigilia dell’8 marzo ecco uno scatto di furbizia democristiana:  ringrazia per l’incontrastato successo della sua candidatura a segretario del Pd le “femministe”.

Altro che mazzolino anemico di mimose da appuntare sul bavero della giacca da operatrice di call center, su quella di precaria della scuola, sulla divisa di commessa della Coop al lavoro di domenica, sulla maglietta di bracciante a cottimo, subito si leva un fervido applauso di quelle che si fregiano del patentino di appartenenza alla corporazione di genere grazie, c’è da supporre, alla strenua militanza contro il Ddl Pillon e l’immondo sciocchezzaio del ministro Fontana. Che, si direbbe, hanno il merito di risvegliarle da un non sorprendente letargo durante il quale  non si erano sorprendentemente accorte che i suddetti Pillon o Fontana si sono semplicemente incaricati di apporre il sigillo “morale” e il marchio ideologico della “concezione patriarcale” e del rispetto della tradizione cristiana, la stessa peraltro delle comuni radici europee, sull’opera di distruzione della civiltà e della democrazia incompiuta, effettuata definitivamente grazie al Jobs Act, alla Legge Fornero, alla Buona Scuola, alle privatizzazioni, in primo luogo dell’assistenza, della quale il neo-segretario  del Pd è stato operoso sacerdote nella sua regione, lo stesso che ora rivendica la paternità della sentenza del Tar contro la presenza nei consultori dei movimenti di propaganda contro una legge dello Stato, quando gli eventuali obiettori potranno trovare ottima accoglienza e riparo morale e economico nelle cliniche dei cucchiai d’oro impenitenti, che si giovano di nuove prebende.

Eh si quei due che hanno alzato l’allarme contro il nuovo fascismo dilagante, proprio come Salvini, infilano i frutti velenosi di un pensiero e di una pratica – che condannano prima di tutto le donne a una condizione di servitù, nel lavoro che non c’è come in famiglia nella quale ridiventano dipendenti con le stesse disposizioni ingiuste e inespresse che regolano il volontariato nelle sottoccupazioni giovanili o femminili, alla rinuncia della più elementare espressione di aspettative di carriera, retributive o di talento, che sanciscono irrevocabilmente le disuguaglianze perfino nel mestiere più antico del mondo, forse prossimamente disciplinato per quanto riguarda la sfera del “lusso”, per ristabilire la differenza con  le schiave del raccordo o dell’Aurelia colpevoli e condannate due di irregolarità e illegalità, per etnia e miseria – nella confezione ideologica dell’etica del capitalismo, che doveva persuaderci che certe garanzie e certi diritti erano stati conquistati, che si poteva passare ad altri optional, secondari e accessori ma pronti per esser erogati al minimo sindacale o ridotti in qualità di prodotti di seconda scelta, marginali o alla meglio ausiliari e complementari. Che tanto se li limiti o li aggiungi poco cambia al fatto che si stanno cancellando quelli che parevano inalienabili, che si sono stabilite delle gerarchie e delle graduatorie così se ne levi uno a qualcuno illudi gli altri di averne di più, meglio e per sempre.

E sempre in previsione dell’8 marzo che “festeggia” le donne in nome di una tragedia di classe oltre che di genere: un incendio nel  quale sono morte 129 operaie, il neo eletto ha nominato in quota rosa il suo numero 2, Paola De Micheli,  politica e manager (cito Wikipedia) già assessore al Bilancio e al personale del Comune di Piacenza dal 2007 al 2009, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dal 23 settembre 2017 al 1º giugno 2018 e commissario straordinario per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia, funzione che non ha lasciato un’impronta né operativa né di genere, che le terremotate hanno continuato ad esserlo in hotel sulla costa, in casa di parenti, nelle casette di legno recenti ma già promosse a archeologia di emergenza, nelle roulotte. Una investitura accolta con giubilo dalle femministe auto-patentate e grate pari sia pure a scartamento ridotto a quello che in tempi ormai remoti  aveva accompagnato la candidatura di Hillay Clinton, della quale una delle più apprezzate opinioniste del Manifesto ebbe a scrivere che incarnava la dimostrazione “che non ci sono limiti al desiderio di qualunque donna”, disinteressata al fatto che la moglie comprensiva fosse l’espressione delle grandi lobby finanziarie, delle multinazionali burattinaie dell’imperialismo, dell’apparato militare-industriale, la mandante della guerra contro la Libia,  la fedele esecutrice della politica di Brzezinski mirata alla destabilizzazione delle geografie che occupano  le aree dall’Asia Centrale all’Africa, con la distruzione degli arcaici stati nazionali per affidarli a prestanome sanguinari su base etnica e confessionale.

Come allora l’importante è che una donna vada in un ruolo chiave, si chiami De Micheli, Boschi, Fornero, Lagarde, Marcegaglia, come allora la si insignisce dell’onore di contrastare con le sue virtù genetiche muliebri la volgare rozzezza maschilista dei Tycoon con il parrucchino di qua e di là dell’oceano, più delle loro velleità imperiali e golpiste, come allora le si delega la rappresentanza del donnismo che autorizza l’adesione a  un’emozione umanitaria e una coscienza progressista che non intende mai mettere in discussione il sistema totalitario economico, finanziario e sociale dominante, chiamandosi fuori dalle corresponsabilità condivise tra maschi  e femmine di aver accettato, sopportato e a volte approfittato delle dinamiche di potere e di dominio che impongono i loro  archetipi e i loro stereotipi, i ruoli e  le collocazioni nel personale e nel politico.

Ormai il femminismo vero è un tabù, sostituito da quello che sarebbe più corretto chiamare donnismo che devia l’attenzione dell’opinione pubblica dalle grandi problematiche di classe – impoverimenti dei ceti popolari, mancanza di lavoro e dequalificazione di quello femminile, disuguaglianze crescenti, cancellazione dello stato sociale – per spostarla verso tematiche di genere o superficialmente umanitarie contribuendo a disinnescare il potenziale conflitto sociale, che  promuove divisione sostituendo il potenziale di lotta di classe con quella di sessi, che depista la collera femminile indirizzandola verso il maschio  e con il sistema dominante, il padrone uomo o donna che sia, le banche, la finanzia, i colossi industriali e commerciali, l’informazione al loro servizio.

Non so voi ma io in questo 8 marzo per caso, ma da prima e dopo, come non mi accontento di un antifascismo d’occasione meglio se celebrato il Giorno della Memoria che il 25 aprile, purché sia attualizzato per l’occasione contro gli ultimi birilli da mirare con la palla da bowling, non posso compiacermi di un femminismo elargito e concesso, a condizione che io sia femminista sì, ma non comunista, né socialista, né italiana, che sennò sconfinerei nello sconsiderato sovranismo, neppure cittadina, che rischierei l’assimilazione al deplorevole populismo, nè tantomeno una persona, categoria ormai non autorizzata in quanto beneficamente sostituita da robot, merci e servitori muti.

 

 

Annunci

8 marzo, meno di metà

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per quanto mi riguarda l’altra metà del cielo possono tranquillamente tenersela per farci volare caccia e bombardieri, droni e missili, astronavi e shuttle.

Una volta pensavo di accontentarmi della terra, ma è evidente che non abbiamo ottenuto nemmeno quella.

Come non l’hanno conquistata tutti gli sfruttati, gli offesi, gli emarginati, i sommersi, i miserabili, gli arrabbiati, i visionari, i sognatori: dismesso o frustrato l’obiettivo della liberazione, le donne colpite due volte da rinunce, abiure, intimidazioni, repressioni, obblighi morali e comportamentali imposti da culture patriarcali al servizio del profitto, declinazione pubblica e privata del capitalismo, sono entrare ormai nella fase della pre-emancipazione.

Si, tornate indietro, perché quelle conquiste che parevano ormai consolidate sono compromesse alla pari e ancora di più che per gli uomini, da una recessione economica e sociale, da uno stato di coatta e virtuale necessità che impongono l’abdicazione volontaria di diritti, compreso quello di sognare, desiderare, aspirare,  quelli primari a cominciare dal lavoro, dalle sicurezze di posto e salario, dall’esprimere talenti e vocazioni. E perfino dei più dolorosi, retrocessi a turpi reati grazie alla comprensione per equilibrismi infami di coscienze sporche.

Non è paradossale se perfino il dovere e diritto di voto, quel traguardo raggiunto davvero col sangue delle partigiane, con la fatica  nei campi e nelle fabbriche, con gli stenti e la rinuncia in nome dei maschi di casa, ormai per noi, come per gli uomini,  è stato ridotto a pratica notarile per la conferma di scelte confezionate in luoghi nei quali la presenza delle donne, gregarie, incistate nei traffici opachi del potere, icone per la propaganda, entusiasticamente corree, dovrebbero far vergognare ogni giorno chi ha coltivato pregiudizi favorevoli sullo speciale contributo di quote rosa, sulle loro qualità e indoli di genere.

Non riesco proprio a compiacermi per fermenti e movimenti che si battono contro la violenza, se nutrono la parvenza di verità secondo la quale femminicidi, stupri, busse e crudeltà in casa e fuori sarebbero la reazione alla nostra nuova libertà, il risarcimento sanguinoso di chi non tollera l’autodeterminazione, la minaccia che si concretizza quelle che possono e vogliono decidere da sé e di sé.

Fosse vero, lo guarderemmo in faccia il nemico. Fosse vero potremmo  scendere in campo per la guerra dei sessi.

Mentre la guerra nella quale le donne sono nelle prime file, quelle che cadono subito ai primi spari di fucile, è quella di un impero che ha capi, generali e soldataglia, ma agisce con armamenti i più diversi, con misure e strategie che riducono la gente a merce e oggetti non solo sessuali, che inibiscono istruzione e cultura nel timore che favoriscano pensiero e anelito di indipendenza, che riducono garanzie e prerogative per manovrare legioni di schiavi da spostare dove è più redditizio, che tagliano assistenza affidata alla cura individuale delle donne, che hanno talmente deprezzato la vita da legittimare chi la compra, criminalizzando chi è costretto a venderla, da autorizzare chi la toglie a disperati, marginali, corpi nudi e senza documenti, da persuadere che qualcuno ne meriti il possesso, sia padre, marito, compagno, figlio, per una volta assimilato al ceto padronale, come vuole una cultura che ha fatto delle confessioni, tutte ugualmente oscurantiste, la giustificazione etica per catene, oppressione, limitazione di volontà e libertà.

Mi piacerebbe nutrire più speranze in un movimento che si proclama come globale, che dovrebbe motivare e coinvolgere donne sempre più isolate, sempre più condannate in casa dove viene loro concesso qualche part time parcellizzato, precario, non sindacalizzato, sempre più esposte a una mobilità incrementata da intimidazioni e ricatti, da forme di caporalato alle quali, è notizia di questi giorni, partecipano attivamente altre donne, sempre più costrette perfino alla cessione di speranze, vocazioni, aspettative come e più dei loro compagni.

Può bastare  il reddito di autodeterminazione, che assomiglia a quello di cittadinanza, accorgimenti  che nel migliore di casi possono addomesticare un sistema iniquo e ferino, quello che ha fatto della precarietà e dei suoi gioielli, vaucher, contratti a termine, contratti capestro, contratti unilaterali la sua ragion d’essere e la garanzia di sopravvivenza di chi ha ai danni di chi ha sempre meno? Non dovremo cominciare a pensare e costruire la libertà nostra e di tutti: migranti e donne migranti? Disoccupate e disoccupati? Precarie e precari? Abbattendo quei muri che hanno alzato così alti che quel cielo che dovrebbe essere di tutti non si vede più?

 

 

 


L’impari mimosa

Licia Satirico per il Simplicissimus

Pare che l’otto marzo abbia determinato un fenomeno trasversale di saturazione: se Paola Concia auspica via Twitter un’era manichea di “cattive ragazze” contro l’insopportabile retorica della mimosa, dai microfoni di Radio1 Elsa Fornero è perentoria: “sulle donne si è scaricata molta della flessibilità cattiva, e noi vorremmo separarla da quella buona”. Ritorna quindi la curiosa associazione tra precarietà e colesterolo, con i medesimi dubbi terapeutici e una sola costante: la flessibilità dell’impiego femminile, tra la minaccia di dimissioni in bianco e i soprusi di altro tipo.

Non è da meno Annamaria Cancellieri: «le donne non hanno bisogno di quote rosa ma di asili nido, di aiuti per la famiglia e per sostenere il doppio peso che rende difficile la loro vita». Persino Licia Ronzulli, europarlamentare Pdl già nota per il contributo organizzativo alle attività ricreative di Villa Certosa, parla di festa inutile invece di scegliere un opportuno silenzio.
Tanto mi è bastato per riflettere profondamente sulla crisi di senso di questa festa apparente, che celebra la lunga lotta femminile contro la disuguaglianza. Stamattina percorrevo lo stesso marciapiede su cui pochi anni fa una ragazza è stata centrata alla testa da un proiettile esploso dal fratello, per vendicare l’onta di un figlio nato fuori dal matrimonio. Quella ragazza non è un caso isolato, frutto di semplice subcultura dell’onore: l’omicidio, anzi il “femminicidio”, è la prima causa di morte in Italia per le donne tra i sedici e i quarantaquattro anni. I dati della Polizia di Stato parlano chiaro: dal 2006 al 2010 sono state uccise 807 donne. Le vittime del 2012 sono già 137.

E la strage continua, in un Paese in cui la tutela della donna è ancora legata a una visione ancillare della figura femminile: il rito cattolico del matrimonio prevede, non a caso, la consegna della sposa dal padre al marito. Più o meno inconsapevolmente, la famiglia si sente ancora investita del diritto di vita o di morte sulla cosa. L’emancipazione femminile è vista come un convitato di pietra, certo non solo da quel Camillo Langone pronto a fornire la sua ricetta per risolvere la crescita zero: togliete i libri alle donne e torneranno a far figli. Togliete loro la capacità di pensare e torneranno docili e remissive, pronte a farsi “correggere” e a donare prole alla patria. La cultura cambia lentamente: solo fino a pochi anni fa la Cassazione riconosceva il diritto del marito di picchiare la moglie, con la stessa pacata indulgenza con cui oggi valuta la violenza sessuale di gruppo. La reificazione e l’emarginazione accompagnano la vita delle donne in ogni dimensione della loro esistenza, da quella mediatica a quella intima.

E allora insopportabile retorica è quella di trincerarsi dietro le strumentalizzazioni consumistiche per negare dignità a una celebrazione importante: sfrondiamola dei suoi troppi miti e riappropriamocene nel suo significato profondo. Le donne non devono riconciliarsi tra loro, ma col mondo: un mondo che non può più essere fatto di uomini e donne ma di persone con gli stessi diritti, nel rispetto delle diversità biologiche (che lo rendono oltretutto molto più interessante). Insopportabile retorica è parlare della tutela delle donne rifiutando di essere chiamate al femminile, cancellando dall’intelligenza ogni traccia della propria femminilità. Insopportabile retorica è commentare l’otto marzo senza aver spiegato come cambierà la tutela della donna sul lavoro, come si attuerà la politica dell’assistenza alla maternità e degli asili nido, come si realizzino le pari opportunità in un Paese impari.

Insopportabile retorica è pure la demonizzazione della mimosa: nel 1946 le rappresentanti romane dell’Unione Donne Italiane la scelsero per risparmiare, perché le rose invocate dalle femministe americane erano troppo costose. Nulla ci impedisce di celebrare le nostre differenze con fiori diversi, con un sorriso, con una parola: che non sia “festa”, però, perché la vera festa sarà il giorno in cui non avremo bisogno di feste per ricordare tragedie.


Una donna per amico

Rosella Roselli per il Simplicissimus

Credo sia la prima volta volta che parlo dell’8 marzo. Almeno dagli anni in cui, poco più che bambina, scendevo in piazza con le donne dell’Udi senza neanche capire troppo bene perché. E’ passato molto tempo da allora e il mondo delle donne, dicono, s’è trasformato. Dopo aver indossato i tailleur castigati degli anni 50, scoperto le gambe nei 60, rinnegato la crema depilatoria nei 70, essere entrate con piglio maschile nel business degli 80 e aver riscoperto la famiglia sul finire del ‘900, ci ritroviamo ancora, negli 8 marzo del nuovo millennio, a schivare venditori di mimose che spuntano ad ogni incrocio mentre andiamo a lavorare, rifiutare inviti per sedute di autocoscienza pomeridiane e tristissimi spogliarelli maschili che dovrebbero allietarci la serata. E a fare i conti, come da sempre siamo abituate a fare, con quel che abbiamo e quel che manca, naturalmente mentre la giornata scorre fra i vari impegni essendo notoriamente, noi donne, multitasking. Si, è questo l’ultimo epiteto che ci siamo autoinflitte, mutuandolo da una società sempre meno capace di soccorrerci, come donne e come persone.

E già la finirei qua, non mi va di addentrarmi a sottolineare differenze di reddito e rappresentanza e diritti fra sessi, cose che conosciamo, purtroppo, disponibili in comode tabelle comparative da consultare all’occorrenza. Statistiche sulle violenze. Chi ci uccide, perché ci uccide. E come, dove. Quando. Ma si muore anche mentre siamo impegnate a far fronte al bisogno, alla necessità umana (no, non solo femminile) di riposo e bellezza, di ritmi sostenibili, di momenti di intimità e di silenzio. Di amore, di rispetto. Quel che ci manca, oltre al resto, quasi sempre. Quel che otteniamo spesso come fosse una concessione, altre volte come fosse un premio. O il frutto di un’appropriazione indebita di qualcosa che invece ci spetta e che ci è spesso negato.

Dovremmo combattere, finalmente insieme, uomini e donne, il vero nemico, quello che si nutre di una disuguaglianza che si è fatta sistema e ci spinge ancora gli uni contro le altre, con esiti tragici o tragicamente noiosi.
Non possiamo rinunciare alla complicità e al sostegno di chi potrebbe essere il nostro più fedele e utile alleato, il nostro valore è la nostra vita, la nostra persona, la nostra anima. Diversa e magnificamente complementare. Quello che abbiamo, forse l’unica cosa che ci è rimasta. Usiamola, quest’anima, per comprenderci, per accettarci. Innamoriamoci. Saremo bellissimi! E forti.

Farebbe davvero la differenza riuscire ad amarci per quel che siamo, per come siamo. E pretendere ognuno la propria quota di vita nella normalità, tra i miracoli quotidiani della scoperta della bellezza intorno a noi e il contrappasso umano del dolore. Questa si, sarebbe una vera rivoluzione


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: