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Morte nel pomeriggio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una strage degli innocenti,  come a Damasco, come ad Aleppo, come a Baghdad, come, senza bombe, nel canale di Sicilia, corpi di ragazzini dilaniati mentre si recano a un concerto di una di quelle star melense che passano come meteore con lagnose cantilene,  colonne sonore perfette per prefigurare un futuro di eterni bambini fragili e quindi ricattabili, intimoriti e dunque assoggettabili, ignoranti e dunque dubbiosi, precari e perciò insicuri.

Ormai stancamente si ripete la cerimonia  del lutto,  officiata da sacerdoti che ogni volta vengono colti a sorpresa dalla rivelazione che il mostro era noto alle polizie locali, che non era un inquietante barbaro appena arrivato ma un cittadino del paese vittima, che qualcuno si è permesso, sia pure ben conosciuto da servizi e intelligence, di arrogarsi l’incarico di compiere  ritorsioni assassine per vendicare altre stragi, saccheggi, sodalizi con tiranni sanguinari, imprese coloniali, dirigendo le armi contro chi gliele aveva vendute, facendo esplodere ordigni in sale da concerto, stazioni, treni, piazze piene di gente ricordandone altri di “fondamentalisti” neri e nostrani.

E, ancora di più, che la guerra dell’impero al terrorismo si riveli una rappresentazione segnata dall’insuccesso: un clamoroso fiasco per via di attori mediocri  e di un copione troppe volte ripetuto dal 2001, nel quale è sempre più arduo distinguere i buoni e i cattivi. E comunque inefficace se dal 2000 al 2016 i morti per opera del cosiddetto terrorismo islamico sono cresciuti di 9 volte.  E comunque poco credibile se  i paesi occidentali, gli Usa in testa,  il Regno Unito, la Francia, l’Italia stessa, sono fieramente i migliori partner commerciali, i migliori alleati militari e gli amici fraterni se non disinteressati, delle nazioni che sono i principali sponsor, finanziatori, ispiratori, suggeritori e ideologi del terrorismo, le monarchie che nuotano nel del Golfo Persico, l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait. Conoscenze queste che hanno perso la potenza epica del complottismo e l’efficacia narrativa del sospetto grazie al prezioso corredo di mail di Hillary Clinton, alle molte ammissioni in merito alla  cooperazione generosamente profusa a suon di armi  e di supporto finanziario e logistico clandestino all’Isis e ad altri gruppi sunniti radicali, mentre prosegue con protervia la guerra di distrazione contro l’Iraq, la Libia, la Siria. E soprattutto contro la democrazia in tutte le forme superstiti in cui cerchi di esprimersi e con varie tipologie di armi e strumenti di intimidazione, ricatto, terrore, come in Grecia, come nel teatro della Brexit, come in tanti paesi nei quali si disperdono lavoro, dignità, cultura, informazione, coesione, cancellati per legge e soffiati via dal vento del sospetto, della paura, della diffidenza, dell’incertezza che suggerisce di ridurre libertà, reprimere solidarietà, frenare la ragione per sbrigliare rifiuto, insensatezza, isolamento.

Così ci stiamo preparando a generare altre geografie dello scontento,  del malessere, che in  tempi non proprio recenti avevano lanciato segnali inequivocabili e inascoltati, quelle delle periferie marginali e emarginanti, quelle dei saccheggi e delle fiamme nelle banlieue,  narrate come inevitabili effetti secondari del progresso e non come implacabili condanne e inesorabile punizione per uno modello di sviluppo e stile di vita, capaci solo di incrementare tremende disuguaglianze

A ridosso della tragedia  si è già levato il coro dei benpensanti che invocano la conversioni dei buonisti in cattivi, la richiesta pressante di autocritica dei manifestanti di Milano, conseguenza non inattesa dell’escalation di chi fa finta che l’accoglienza possa, anzi debba, ridursi a un moto emotivo dell’anima, un delicato sentimento di pochi e discutibili volontari e non un’azione politica sociale e civile che non deve aspettarsi gratitudine così come non le richiedono politiche, misure  e leggi che devono  garantire il godimento di diritti per tutti, nessuno escluso, nessuno diverso, nessuno altro, nessuno inferiore, prerogative, consolidando così la tendenza a esercitare una giustizia ingiusta in quanto disuguale, esercitata su base etnica  e patrimoniale, premessa necessaria perché si declini anche in base alle affinità, all’appartenenza,  punendo differenze di pelle, pensiero, credo, premiando buona indole,  vocazione all’assimilazione e all’ubbidienza.

Per ora ci stanno dando la guazza, nutrendo la nostra convinzione di essere superiore e alieni dalla barbarie che viene da dentro, così non ci accorgiamo che lavorano per suscitarla, per farla crescere e legittimarla contro gli altri da noi, incompatibili con la nostra civiltà, la nostra tradizione, la nostra democrazia, proprio quella che  stanno smantellando  in modo da ridurci stranieri in patria, poveri, impauriti, ricattati e per essere autorizzati a punirci per la nostra ingratitudine, per l’irriconoscenza che dimostriamo per i loro fondi e derivati, per il loro Jobs Act, per il loro pareggio di bilancio, per i loro costosi giocattoli da guerra e per le loro guerre nelle quali da soldataglia siamo e saremo sempre di più ridotti a inevitabili effetti collaterali.

 

 

 

 

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Serracchiani: meglio lo stupro strapaesano

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sento l’obbligo di informare la signora Serracchiani, che per sua fortuna non deve mai essersi trovata in analoga circostanza, che lo stupro è un crimine abbietto, odioso, infame, sempre e comunque, che sia commesso da uno “straniero”, oppure da un vecchio amico dei genitori, accolto e trattato come un affettuoso zio dalla famiglia della giovane vittima, o da un amico di Facebook che pareva inoffensivo, o da un giovane professionista incontrato sui campi di sci, o dal marito che pensa di avere il diritto di punire la moglie per il delitto di lesa virilità, o da uno spensierato ragazzo, di borgata o pariolino, che  condisce con un po’ del suo “eros” le bellezze locali offerte insieme al Chianti a una turista, o di un coetaneo che intende in questo modo l’iniziazione sessuale, magari in compagnia del branco che fa i selfie.

Stia pur certa la Serracchiani:  in quel momento non fa differenza che le mani che ghermiscono, frugano, picchiano, offendono siano bianche e curate o nere e sporche, che quelle ingiurie sibilate, quel “taci o t’ammazzo”, siano pronunciati nell’idioma di Dante, di Shakespeare o in lingue gutturali e ignote, che tanto la minaccia si capisce lo stesso, sia che chi compie l’oltraggio appartenga alla superiore civiltà occidentale, magari intriso dei valori cristiani, quelli di patria e famiglia provvisoriamente rimossi come in occasione di escursioni del turismo sessuale, oppure da qualcuno che appartiene e si riconosce in una tradizione, un sistema politico e pure in una fede considerati incompatibili con le nostre mature democrazie.

“La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre – ha sostenuto la governatrice del Friuli Venezia Giulia, esponente di punta del Pd – ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. E ha aggiunto:  “in casi come questi riesco a capire il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi. Sono convinta che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza. Per quanto mi riguarda, gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro paese, ovviamente dopo assolta la pena. Se c’è un problema di legislazione carente in merito bisogna rimediare”.

Degas, Le Viol

Ci  sono reati contro la persona, la sua integrità e la sua dignità, per i quali sorge il dubbio sulla funzione rieducativa del carcere. Personalmente darei l’ergastolo agli stupratori, locali e non, ma sono altrettanto persuasa dell’efficacia di  comminare  una multipla galera a vita ai rei extracomunitari, svizzeri e finlandesi compresi.

Siamo d’accordo: quel delitto varrebbe sempre e comunque l’espulsione, quella dal consorzio umano, e l’esilio nella giungla dove certe belve meritano di tornare. E siamo d’accordo che italiani e stranieri devono essere ugualmente puniti per le loro colpe, cosa che avviene anche se con differenti modalità e diversa severità, e non solo per gli immigrati che popolano le nostre prigioni, ma anche per i concittadini oggetto di una giustizia disuguale che, è ormai quasi stantio ripeterlo, condanna e penalizza dando la preferenza ai poveracci, mentre riserva trattamenti di riguardo a grandi corruttori, imprenditori assassini, evasori eccellenti, banchieri speculatori, devastatori del territorio e dell’ambiente, ladri matricolati compreso qualche rappresentante imposto al popolo in liste bloccate di fedelissimi.

Ma arriva tardi la governatrice “semplicemente democratica”, come ama definirsi, nell’inseguimento dei più beceri impresari del sospetto e della xenofobia un tanto al chilo:  ci hanno già pensato a ufficializzare la differenza per legge, configurando  per gli stranieri una giustizia minore e un ‘diritto diseguale’, se non una sorta di ‘diritto etnico’ quando sono state introdotte significative deroghe alle garanzie processuali comuni, non giustificabili in alcun modo con le esigenze di semplificazione delle procedure di riconoscimento della protezione internazionale, abolendo, proprio in sede di procedure di espulsione, l’appello  ammesso persino per le liti condominiali o per le opposizioni a sanzioni amministrative.

Memore del successo sia pure parziale della famosa campagna di Colonia, che aveva raccolto il consenso bipartisan di quelli impegnati a  difendere le “nostre donne” secondo una ideologia parimenti proprietaria e patriarcale dal rischio di contaminazione sessuale da parte di ferini negri e bastardi islamici, molto più allarmanti, per via del codice genetico, dei consorti femminicidi nostrani, la  delicata sosia di Amélie  Poulain – così è stata definita dai suoi fan – si difende dicendo che si è limitata a pronunciare dalla sua tribuna privilegiata quello che in tanti pensano.

Beh, a proposito di differenze, il suo mandato e il suo incarico di “eletta” dovrebbero consigliarle di non fare concorrenza al partito delle ruspe, rompendo un patto fondamentale quanto quello di accoglienza. Quello che dovrebbe legare in un vincolo di fiducia, ragione e solidarietà il popolo  e i suoi rappresentanti, cui corre l’obbligo di dare il buon esempio, di contribuire alla propagazione di pensieri e convinzioni che alimentino la coesione sociale, di spegnere i fuochi accesi dalla diffidenza e dall’inimicizia, se, come si pensava un tempo, la classe dirigente di un paese dovrebbe essere la selezione dei migliori e non dei peggiori, intenti a promuovere rifiuto arcaico, timori ancestrali, violenze irrazionali, così come a dichiarare guerre di conquista, a partecipare a pulizia etniche e grandi saccheggi a fini commerciali.

Non è il suo il “meraviglioso mondo” cui hanno aspirato e aspirano donne e uomini che vogliono giustizia  senza differenze,  uguaglianza senza gerarchie, libertà senza rinunce né per sé né per gli altri, imparzialità senza vendetta, diritti senza graduatorie.

 


Igor mortis

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Eh si, per fortuna che Igor c’è. E che possiamo riconoscergli di aver portato nuova concordia e coesione sociale a Budrio e dintorni. La gente, hanno osservato sopraffini sociologi, quelle operose popolazioni locali hanno grazie a lui ritrovato il gusto della socialità, sconosciuti si salutano per strada, commentano in piazza, si danno una mano a farci intendere che la paura è un poderoso collante e che la diffidenza per lo straniero cementa le relazioni tra gli indigeni. E poi mai si è stati così tranquilli, si potrebbe perfino non tirare il catenaccio della porta, non occorre nemmeno tenere lo schioppo del bisnonno, né il fucile per le beccacce e neppure il revolver sul comodino pronto se ti entrano in casa a portarti vi ala roba, tanti sono i militari e le forze dell’ordine che sorvegliano il territorio. Mai si erano sentiti così sicuri da quando anche quelle terre laboriose e opime sono state minacciate da troppi, troppi forestieri.

Certo,  la sicurezza costa: almeno 200 mila euro al giorno per 1200 uomini impegnati nelle ricerche infruttuose che producono però il benefico effetto di garantire ordine pubblico e contrasto della criminalità.  Criminalità di un certo tipo però, di quella che fa venir voglia di dire che ci vorrebbe Igor anche a Gaeta dove hanno incendiato l’auto dell’avvocato di una giornalista di Repubblica sotto scorta per aver denunciato infiltrazioni mafiose negli “affari” locali. O a controllare i cantieri della ferrovia del Brennero dove sono morti due lavoratori. E pure nella capitale morale, dove la dinamica impresa che vinceva tutti gli appalti,  quel consorzio Dominus   che ha lavorato “esclusivamente” con Nolostand, la società controllata di Fiera Milano  avrebbe “volontariamente agito con la finalità di agevolare la mafia” e il suo titolare Nastasi, secondo il Gup,  è ritenuto “intraneo all’entourage di Matteo Messina Denaro”.

Ma siamo proprio certi che sia quella la sicurezza che vogliamo? Quella garantita in quartieri videosorvegliati, da recinti e muri, da vigilantes, e che ci persuade che è meglio sparare per difendersi, stare chiusi dentro case ben protette da apparati e sistemi sofisticati, ma pure da inferriate e allarmi, tenendo fuori estranei che potrebbero costituire un pericolo per le nostre donne che giustamente preferiscono un femminicidio domestico o per i nostri beni? Proprio quelli che si sono ridotti sempre di più – e insieme alle nostre garanzie, alle nostre libertà e ai nostri diritti – estorti,  taglieggiati, espropriati da ben altri nemici, da ben altri killer, da ben altri ricattatori che agiscono sempre più potenti in banche, finanziarie,  in quegli uffici degli ultimi piani di grattacieli di cristallo dove si specchia una inumana e algida modernità.  Siamo sicuri che dormiremo tranquilli se rinunceremo a prerogative di libertà e di democrazia, se tra queste ci sarà una giustizia un po’ meno uguale per tutti, anche se non non ci verranno risparmiati gli incubi del licenziamento, della sospensione del contratto a termine, delle rate del mutuo da pagare, delle tasse, delle bollette, quei sogni avvelenati nei quali sembriamo cavie impazzite che si arrampicano su e giù per le scalette impervie delle gabbie nelle quali ci siamo rinchiusi?

Siamo proprio certi che sicurezza voglia dire difesa di questo nostro modello di vita, nel quale siamo ogni giorno defraudati di spazio, bellezza, cultura, lavoro, aria e mari puliti, informazione, istruzione, assistenza, in cambio di uno strano ordine imperniato sul sospetto, sulla repressione, sul timore che ha sostituito l’aspettativa del domani? In città dove gli “altri” minacciosi, torvi, ostili, non sono e non saranno più soltanto musi neri e gialli che parlano altre lingue, adorano altri dei e riempiono vie e scale di odori che ci nauseano più dell’antico e domestico odor di cavolo delle portinerie. Ma sono i vecchi e i nuovi Miserabili, gente che fino a ieri magari incrociavamo sul pianerottolo e fuori dalla scuola dei nostri figli e poi scomparsi misteriosamente e vergognosamente,  conferiti in periferie marginali, quando non in baracche contese coi disperati venuti da fuori, bidonville che sfiorano i centri storici e lambiscono perfino la Casa Bianca, santuario  dell’impero, favelas che Grandi Eventi politici e sportivi saranno costretti a radere pudicamente al suolo.

In fatto è che come quelli che al cine preferiscono palpitare coi “film de paura” piuttosto che con le denunce di Moore o Loach, prediligiamo temere mostri carnali e visibile, amati di pistole e mitra e perfino di arco e frecce, piuttosto che spaventarci per la minaccia di altri pericoli,  incorporei ma cruenti e feroci, impalpabili e apparentemente immateriali come le divinità al servizio delle quali stanno cancellando democrazia, sovranità, diritti, lavoro, cure, ambiente, risparmi, sapere, dignità.

E allora ben venga il Daspo urbano, ben vengano le misure che rivendicano per legge una superiorità etnica sancendo differenze perfino nell’applicazione dei diritti fondamentali, come quello alla difesa, ben vengano i sindaci sceriffi incaricati di tutelare il decoro e proteggerlo dall’infamante spettacolo della miseria e della disperazione, ben vengano le sanzioni per lavavetri, barboni, vucumprà, ladruncoli nei supermercati anche non recidivi, insomma quelli che compromettono la decenza e il buon nome più di corrotti e corruttori, speculatori, finanziari spregiudicati, evasori, banchieri profittatori e esosi ricattatori, esonerati e risparmiati  dall’obbligo del rispetto delle leggi, se o decessi per il mancato rispetto delle regole di sicurezza sul lavoro sono più numerosi di quelli per omicidio commessi da criminali comuni, ma ciononostante… E se le le celle traboccano di delinquentelli, extracomunitari, tossicodipendenti, nomadi, pataccari, contraffattori, molesti, è vero, ma meno dannosi per la collettività dei dirigenti di Banca Etruria, degli imprenditori della Tav, del Mose e del Terzo Valico, ciononostante… E se chi in barba alle leggi delocalizza per sfruttare meglio e inquinare ancora più liberamente, impone contratti anomali, intimorisce e ricatta gli operai e ancor meglio le operaie, condanna i lavoratori alla rinuncia a diritti, garanzie e conquiste in cambio dell’unica certezza della fatica, è un  imprenditore o un cui dovrebbe andare fiducia e riconoscenza, mentre i suoi dipendenti devono anche subire la fama di indolenti parassiti, perfino con le ali.

Grazie agli Igor, allora, a chi ne alimenta la leggenda per dimostrarci  che è meglio sopravvivere di paura e guardarsi alle spalle invece di vivere con consapevolezza e dignità e guardarsi intorno e avanti.

 

 


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