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Igor mortis

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Eh si, per fortuna che Igor c’è. E che possiamo riconoscergli di aver portato nuova concordia e coesione sociale a Budrio e dintorni. La gente, hanno osservato sopraffini sociologi, quelle operose popolazioni locali hanno grazie a lui ritrovato il gusto della socialità, sconosciuti si salutano per strada, commentano in piazza, si danno una mano a farci intendere che la paura è un poderoso collante e che la diffidenza per lo straniero cementa le relazioni tra gli indigeni. E poi mai si è stati così tranquilli, si potrebbe perfino non tirare il catenaccio della porta, non occorre nemmeno tenere lo schioppo del bisnonno, né il fucile per le beccacce e neppure il revolver sul comodino pronto se ti entrano in casa a portarti vi ala roba, tanti sono i militari e le forze dell’ordine che sorvegliano il territorio. Mai si erano sentiti così sicuri da quando anche quelle terre laboriose e opime sono state minacciate da troppi, troppi forestieri.

Certo,  la sicurezza costa: almeno 200 mila euro al giorno per 1200 uomini impegnati nelle ricerche infruttuose che producono però il benefico effetto di garantire ordine pubblico e contrasto della criminalità.  Criminalità di un certo tipo però, di quella che fa venir voglia di dire che ci vorrebbe Igor anche a Gaeta dove hanno incendiato l’auto dell’avvocato di una giornalista di Repubblica sotto scorta per aver denunciato infiltrazioni mafiose negli “affari” locali. O a controllare i cantieri della ferrovia del Brennero dove sono morti due lavoratori. E pure nella capitale morale, dove la dinamica impresa che vinceva tutti gli appalti,  quel consorzio Dominus   che ha lavorato “esclusivamente” con Nolostand, la società controllata di Fiera Milano  avrebbe “volontariamente agito con la finalità di agevolare la mafia” e il suo titolare Nastasi, secondo il Gup,  è ritenuto “intraneo all’entourage di Matteo Messina Denaro”.

Ma siamo proprio certi che sia quella la sicurezza che vogliamo? Quella garantita in quartieri videosorvegliati, da recinti e muri, da vigilantes, e che ci persuade che è meglio sparare per difendersi, stare chiusi dentro case ben protette da apparati e sistemi sofisticati, ma pure da inferriate e allarmi, tenendo fuori estranei che potrebbero costituire un pericolo per le nostre donne che giustamente preferiscono un femminicidio domestico o per i nostri beni? Proprio quelli che si sono ridotti sempre di più – e insieme alle nostre garanzie, alle nostre libertà e ai nostri diritti – estorti,  taglieggiati, espropriati da ben altri nemici, da ben altri killer, da ben altri ricattatori che agiscono sempre più potenti in banche, finanziarie,  in quegli uffici degli ultimi piani di grattacieli di cristallo dove si specchia una inumana e algida modernità.  Siamo sicuri che dormiremo tranquilli se rinunceremo a prerogative di libertà e di democrazia, se tra queste ci sarà una giustizia un po’ meno uguale per tutti, anche se non non ci verranno risparmiati gli incubi del licenziamento, della sospensione del contratto a termine, delle rate del mutuo da pagare, delle tasse, delle bollette, quei sogni avvelenati nei quali sembriamo cavie impazzite che si arrampicano su e giù per le scalette impervie delle gabbie nelle quali ci siamo rinchiusi?

Siamo proprio certi che sicurezza voglia dire difesa di questo nostro modello di vita, nel quale siamo ogni giorno defraudati di spazio, bellezza, cultura, lavoro, aria e mari puliti, informazione, istruzione, assistenza, in cambio di uno strano ordine imperniato sul sospetto, sulla repressione, sul timore che ha sostituito l’aspettativa del domani? In città dove gli “altri” minacciosi, torvi, ostili, non sono e non saranno più soltanto musi neri e gialli che parlano altre lingue, adorano altri dei e riempiono vie e scale di odori che ci nauseano più dell’antico e domestico odor di cavolo delle portinerie. Ma sono i vecchi e i nuovi Miserabili, gente che fino a ieri magari incrociavamo sul pianerottolo e fuori dalla scuola dei nostri figli e poi scomparsi misteriosamente e vergognosamente,  conferiti in periferie marginali, quando non in baracche contese coi disperati venuti da fuori, bidonville che sfiorano i centri storici e lambiscono perfino la Casa Bianca, santuario  dell’impero, favelas che Grandi Eventi politici e sportivi saranno costretti a radere pudicamente al suolo.

In fatto è che come quelli che al cine preferiscono palpitare coi “film de paura” piuttosto che con le denunce di Moore o Loach, prediligiamo temere mostri carnali e visibile, amati di pistole e mitra e perfino di arco e frecce, piuttosto che spaventarci per la minaccia di altri pericoli,  incorporei ma cruenti e feroci, impalpabili e apparentemente immateriali come le divinità al servizio delle quali stanno cancellando democrazia, sovranità, diritti, lavoro, cure, ambiente, risparmi, sapere, dignità.

E allora ben venga il Daspo urbano, ben vengano le misure che rivendicano per legge una superiorità etnica sancendo differenze perfino nell’applicazione dei diritti fondamentali, come quello alla difesa, ben vengano i sindaci sceriffi incaricati di tutelare il decoro e proteggerlo dall’infamante spettacolo della miseria e della disperazione, ben vengano le sanzioni per lavavetri, barboni, vucumprà, ladruncoli nei supermercati anche non recidivi, insomma quelli che compromettono la decenza e il buon nome più di corrotti e corruttori, speculatori, finanziari spregiudicati, evasori, banchieri profittatori e esosi ricattatori, esonerati e risparmiati  dall’obbligo del rispetto delle leggi, se o decessi per il mancato rispetto delle regole di sicurezza sul lavoro sono più numerosi di quelli per omicidio commessi da criminali comuni, ma ciononostante… E se le le celle traboccano di delinquentelli, extracomunitari, tossicodipendenti, nomadi, pataccari, contraffattori, molesti, è vero, ma meno dannosi per la collettività dei dirigenti di Banca Etruria, degli imprenditori della Tav, del Mose e del Terzo Valico, ciononostante… E se chi in barba alle leggi delocalizza per sfruttare meglio e inquinare ancora più liberamente, impone contratti anomali, intimorisce e ricatta gli operai e ancor meglio le operaie, condanna i lavoratori alla rinuncia a diritti, garanzie e conquiste in cambio dell’unica certezza della fatica, è un  imprenditore o un cui dovrebbe andare fiducia e riconoscenza, mentre i suoi dipendenti devono anche subire la fama di indolenti parassiti, perfino con le ali.

Grazie agli Igor, allora, a chi ne alimenta la leggenda per dimostrarci  che è meglio sopravvivere di paura e guardarsi alle spalle invece di vivere con consapevolezza e dignità e guardarsi intorno e avanti.

 

 

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Anche l’ingiustizia non è uguale per tutti

Bernini: Allegoria della Giustizia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Bersagliata, assediata dall’offerta telefonica perentoria e implacabile di  convenienti contratti di fornitura di servizi, olii, vini, corsi di lingue straniere e danze caraibiche, vantaggiosi soggiorni in località termali e  valutazioni fruttuose delle mie “proprietà”, sono stata invece risparmiata dalla pressante richiesta di esprimermi su temi universali  per una misurazione statistica del pensiero corrente. Non credo sia un caso, si sa che  il bacino di utenza cui attingono gli istituti che effettuano indagini, rilevazioni e sondaggi è uniforme e riconoscibile, selezionato all’origine in modo da suffragare pregiudizi, confermare preconcetti  e forgiare l’opinione corrente, per dare sostegno “scientifico” all’ideologia e ai valori dei committenti.

Lo conferma l’ultima indagine, spontanea e obiettiva, è ovvio, sulla percezione che hanno gli italiani della giustizia, a cura di Swg e condotta su un campione di 1500 individui con un margine di errore, secondo l’organismo di ricerca,  del +0- 3% offrendo  un dato “incontrovertibile” della sfiducia dei nostri connazionali, delusi a 25 anni da Tangentopoli da una magistratura troppo politicizzata, soprattutto quando una vocazione a disporsi e decidere in forma esplicitamente “partigiana” viene confermata dalal discesa in campo con una candidatura elettorale. Oggi, rende noto Swg, solo il 47% degli italiani si fida della casta giudiziaria, un “crollo” dal 66% del 1994 e del 2011.

Si capisce perché io, per esempio, non vengo interpellata: viene da immaginarseli quei 1500, tuonare da buona maggioranza poco silenziosa contro le toghe rosse, i giudici comunistoidi, i pm che ostacolano libera iniziativa e sviluppo,  cancellieri sleali che sottobanco passano le informazioni all’empio Fatto, gip narcisisti che nutrono fogliacci con stralci mirati di intercettazioni, al fine inequivocabile di destabilizzare e creare disordine, per non dire di magistrati del lavoro che appagano la vocazione all’indolenza degli operai o le pretese di pari opportunità di donne e immigrati. Viene da immaginarseli come li abbiamo visti sui marciapiedi mentre sfilavano studenti, donne, operai disoccupati e precari a sibilare: ande’ a lavura’, barbun! Coerentemente col pensiero bipartisan che ispira l’ideologia del regime unico del partito unico.

Bisognerà spiegare loro e anche all’Sgw che il problema vero è che il grande contagio della Corruzione non ha infettato solo l’imprenditoria, la politica, gli amministratori, le autorità e i soggetti di controllo e vigilanza, perfino i magistrati, ma ha ormai definitivamente attaccato e avvelenato le leggi, adattandole a interessi torbidi, a profitti privati, a appetiti insaziabili di quattrini e potere, intervenendo sul processo legislativo,  maneggiandole e dettandole per accontentare affarismo, personalismo, autoritarismo accentratore, sopraffazione e cancellazione di diritti e garanzie.

Mai come in questi anni la giustizia al servizio di soldi e centri di comando si è mostrata tanto disuguale: se un feudatario nella sua configurazione attuale di imprenditore, manager pubblico o privato, amministratore o parlamentare cade nelle sue maglie ci illudiamo. Ma per poco, prescrizioni, prestigiosi collegi di difesa, espedienti interpretativi arditi, coesione di clan inattaccabile si prestano all’applicazione di leggi improntate a scale di valori comunque distorte,  ad uso di chi ha e vuole sempre di più penalizzando chi poco ha avuto e ha sempre meno. Così in breve li vediamo tornare in scena, in Parlamento, in Comune, al governo, in banche e aziende, cordate eccellenti incaricate di erigere  spavaldi monumenti celebrativi di potenza sfruttamento e speculazione.

Mentre le nostre carceri anche grazie a un codice penale emanato nel 1930 non sono popolate di bancarottieri, evasori, amministratori del bene comune infedeli, imprenditori criminali con qualche operaio sulla coscienza, bensì di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari quindi colpevoli all’origine, oltre, naturalmente, a qualche omicida, qualche stupratore, qualche mafioso, di quelli tradizionali, che quelli di nuovo conio in colletti bianchi e abito di grisaglia godono del trattamenti di favore dei delinquenti del Mose, della Tav, della Variante di Valico, e così via.

Mi avessero interpellato anche io avrei manifestato la mia sfiducia in una giustizia che esonera dalla pubblica riprovazione e pure dai ferri ai polsi banchieri, industriali, finanzieri, grazie a un prestigio accumulato in concorso con ricchezze illecite che autorizzerebbe il ricorso a mezzi non ortodossi,  alla necessaria violazione delle regole, la cui osservanza sarebbe invece obbligatoria per chi si trova in stato di bisogno. Sicché la tutela dell’ambiente e della salute è meno importante di quella del portafogli, sicché sono meno visibili e perseguibili gli illecito del ceto imprenditoriale e finanziario grazie a un contesto indecifrabile per i non addetti ai lavori, a norme e clausole che è difficile decodificare, a soglie minime di punibilità, mentre saltano a gli occhi e suscitano deplorazione e biasimo i reati di strada e una rapina suscita stigmi più severi di una falsificazione di carte societarie o di una frode fiscale, che invece producono danni estesi a intere collettività.

Il fatto è che l’evoluzione normativa tende sempre di più a fare ingiustizia, intenta a colpire i poveracci quelli che attentano al decoro e al buon nome della società, rubando nei supermercati, allacciandosi abusivamente ai contatori della corrente elettrica se occupano una casa, dormendo sui cartoni, lavando i vetri delle auto. Ma anche assolvendo preliminarmente i giocatori d’azzardo del sistema speculativo, gli strozzini che espropriano chi non paga il mutuo o le rate.   Che per loro non c’è attenuante generica, non c’è sospensione condizionale della pena, non ci sono provvedimenti periodici di clemenza. La  giustizia è fatta così. se sei povero, povero resti e condannato ad esserlo per sempre e sempre di più.

 

 

 

 


Igor il Terribile…e altri demoni

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Inafferrabile, misterioso. Invincibile, invulnerabile, implacabile. Talmente invisibile a forze dell’ordine, soldati e droni che tutti  lo vedono invece materializzarsi d’improvviso, perfino, è successo ieri, a Roma alla Piramide. Tanto che un passante ha chiamato il 113: mi pare proprio che quell’uomo che si aggira vicino alla metro sia lui, il famigerato killer di Budrio.

È una pacchia per tutti l’oscuro, indecifrabile figuro che incarna tutti gli stereotipi e le icone negative della nostra saga contemporanea: ferino, sanguinario, una belva come vogliono che sia lo “straniero” che più impazzire e impazzare liberamente grazie allo scriteriato buonismo. Un delinquente recidivo risparmiato da una giustizia amministrata da imbelli comunistoidi, come sostengono tutti quelli secondo i quali la giustizia va amministrata in modo da punire solo i miserabili, risparmiando gli eccellenti che se trasgrediscono lo fanno in nome di crescita e interesse generale. Fantomatico e imprendibile, così da diventare una star per il sensazionalismo d’accatto di talkshow e dirette che ne fanno l’immaginetta devozionale del male, dotato un appeal superiore a quello di notabili grigi, di malfattori scialbi, messi in ombra da una personalità così estrema e appariscente. Attrezzata con balestre, archi e frecce come uno di quei ribelli della foresta di Sherwood, tanto che potrebbe suscitare emulazione e comunque ammirazione magari in zone geografiche che hanno espresso apprezzamento militante per il banditismo locale.

È una pacchia davvero, questa crudeltà e malvagità di importazione, un serbo? Un siberiano? Un transilvano? Capace di tagliare una gola con la roncola, che si contrappone alla nostra domestica mitezza e che contrasta con quell’indole bonaria e gentile che caratterizzerebbe, lo dicono tutti gli inviati che ciondolano in queste ore nelle terre del Delta del Po, le operose e laboriose popolazioni locali, costrette a astenersi da lavoro e ballo liscio in balera per via della minaccia del babau. Tanto che si contende il primato con i due uomini neri, uno ancora più nero dell’altro forse perché viene dall’Est, che popolano l’immaginario delle nostre paure. Quella ferocia che, tanto per aggiungerci quel po’ di immancabile pepe della “maledizione del Web”, si è dispiegata anche in rete, sui social, dove la bestia disumana avrebbe pubblicato link più inquietanti dei rituali gattini e foto più allarmati degli agnellini tra la braccia di un risaputo criminale.

È una pacchia anche per chi ritiene giustificabile anzi necessario uno stato d’emergenza continua, che piano piano ci alleni a restrizioni e riduzioni di “normalità” e libertà, impegnando forze dell’ordine e militari come non si impiegano per altre crisi che rientrano nell’ordine innaturale delle cose, inondazioni, valanghe e sismi e che in questo caso autorizza l’impiego di migliaia di uomini, forze speciali, Ris, soggetti a imitazione delle serie tv anche quella di importazione, ma che non incoraggiano la fiducia in chi dovrebbe contrastare con successo altre tipologie di lupi solitari come lui o organizzati che sia. Tanto da far sospettare che non lo si voglia poi prendere quel killer spietato, in modo da mettere in scena ogni giorno e ancora il telefilm della caccia al bandito, matto e senza scrupoli, assiduo protagonista del potente copione della distrazione di massa.

È una pacchia anche per quella sociologia un tanto al metro che ha insinuato il dubbio di una carica positiva di questa “emergenza”. Come ha sostenuto qualche brillante commentatore quando ha sottolineato che Igor il terribile sta facendo sì che la gente riscopra la qualità umana di parlarsi tra sconosciuti, di stringersi in temporanee amicizie, dettate dalla paura dal sospetto, dall’opportunità di difendersi insieme dagli “altri” diversi e quindi ineluttabilmente pericolosi. Come se le nuova forma di coesione sociale e di solidarietà potesse essere  questa, l’asserragliarsi in una fortezza e guardare fuori con timore al destro che potrebbe popolarsi di tartari feroci in agguato. Proprio, insomma, come fa l’Europa, coi suoi muri veri e virtuali, oer tenere fuori qualche raro potenziale Igor e tanti poveracci che non hanno trovato nessun Robin Hood a difenderli.

Quello è certamente un assassino, un maledetto ferino e squilibrato. Fa paura certo, anche perché ci ricorda che ferocia e follia albergano in ognuno e possono accendersi d’improvviso come una fiamma che incendia ragione e umanità. Ma fa paura anche chi lo usa per dar fuoco a altre micce, quella del sospetto, del rifiuto, della cieca ubbidienza, del razzismo,  della sopraffazione esercitata per uscire dall’ stato di inferiorità cui ci stanno condannando.

 


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