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Donne nella notte della Repubblica

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Parenti serpenti, dai quali è opportuno guardarsi perché si giovano dei legami famigliari e della consanguineità per causare ferite mortali, arraffare beni, demolire reputazioni.

A guardare come si è involuto il concetto nato agli albori del moderno femminismo potremmo dedurre che i più feroci e infidi siano le sorelle, se percorriamo la galleria dei ritratti delle personalità più in vista nelle quote rosa della mondo di impresa (Marcegaglia che applaude i confindustriali assassini?),  economiste prestigiose (Serena Sileoni che medita di demolire il poco che resta delle conquiste del lavoro per lasciar libera la bestia del profitto?), autorevoli vertici di istituzioni globali (Madame Lagarde che invita gli anziani parassiti al suicidio rituale per non pesare sui bilanci statali), manager impegnate a combattere demotivazione e inefficienza (Lucia Morselli  ad Arcelor Mittal?).

Probabilmente le più insidiose sono le infiltrate quelle che partecipano della Grande menzogna secondo la quale saremmo tutte oppresse, e che si sono conquistate un posto di rilievo e alto profilo al collocamento di personale  addetto alla normalizzazione della discriminazione di quelle che non hanno avuto le loro chance concesse dalla lotteria naturale, dalla predisposizione al conformismo e all’adattamento ai valori culturali e sociali dell’establishment  che si coniugano al maschile.

La “questione femminile” entra e esce da ogni predica domenicale, ogni discorso ufficiale, ogni editoriale, non c’è canale televisivo, quotidiano, rivista, sede istituzionale o paraistituzionale che non esibisce le sue credenziali di contrasto al femminicidio, che non nomini la violenza sulle donne, da quella sessuale agli abusi sul lavoro, dalla necessità delle quote di rappresentanza femminili, alla disparità di remunerazione. Si producono  e vendono gadget a sancire la doverosa commercializzazione della buona coscienza di genere, scarpe rosse e magliette, berretti con le orecchie rosa e   borse con i simboli di genere anche nei superstiti mercatini rionali. Il risultato è che la riabilitazione del “femminismo” liberato dagli “ideologismi” duri e puri, espropriato di ogni valenza antagonista e liberatoria, diventa prodotto per la propaganda e strumento delle logiche di dominio, spurgato e sanificato rientra nei temi dei pistolotti sedativi e narcotizzanti della sinistra sagoma di Palazzo Chigi (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/02/18/le-donne-secondo-draghi/).

Ne fa testo l’omelia al profumo rancido di mimosa della Ministra Cartabia che non ha voluto mancare all’improrogabile appuntamento una tantum dell’8 marzo: “La violenza contro le donne, ha scritto, è espressione di una cultura di potere e di subordinazione che deve essere estirpata dalle radici” scrive Cartabia. “Laddove per radici“, chiarisce subito la Repubblica che ha riportato con toni compunti la dichiarazione, “bisogna intendere una strategia di ascolto dei primi segnali lanciati dalla potenziale vittima”. Quelle, appunto, “apparentemente piccole manifestazioni   che poi sfociano in conseguenze più gravi“, come le denunce, tante volte ignorate, oppure trattate in modo superficiale. O ancora agli errori strategici, come quello di mandare agli arresti domiciliari l’assassino, dopo appena due anni di carcere.

E come non concordare?

Se non fosse che così la discriminazione delle donne nella società, la repressione e perfino la loro soppressione per via di passioni non condivise, di amori non ricambiati, di promiscuità che obbligano i partner di ogni ceto e latitudine a una rivisitazione del delitto d’onore, diventano questioni di ordine pubblico da mettere in carico alla Lamorgese, anche in quanto donna.

Se non fosse che così ci si esonera dalla svalutazione delle persone di genere femminile, geneticamente predisposte alla rinuncia delle proprie vocazioni, culturalmente condannate all’abiura delle proprie qualità e talenti, socialmente convinte della opportunità di cedere le proprie conquiste salariali, le proprie aspirazioni di carriera, necessariamente persuase che le loro prestazioni   in casa e in famiglia, la sostituzione del sistema  dello stato sociale, la riproduzione rispondano a obblighi morali e leggi naturali che ne stabiliscono non solo la gratuità ma anche la quotazione irrisoria in forma di merce in eccedenza.

Se non fosse che siccome il capitale ha comunque delegato il controllo del lavoro agli uomini, compresi quelli sfruttati e umiliati, che ne replicano i meccanismi in famiglia, succede che anche ai Parioli, nelle strade intorno a Via del Vivaio, proprio come successe 40 anni fa a Parigi in casa Althusser, ci sia un maschio che prevarica, che sancisce il suo primato e il suo dominio che passa dal sussidio o dalla carta d’oro, che esercita il suo diritto di proprietà proprio come i progressisti europei che una notte di Capodanno scoprirono che era la barbarie degli islamici a mettere in pericolo l’integrità delle loro donne.

Beh, fortuna che è sera, così scade l’ora della  “sentita partecipazione alla sofferenza di tutte le donne che hanno subìto violenza, fisica e psichica, e a quella dei familiari di tutte le vittime che hanno perso la vita per atti di aggressione e che avvertono bruciante il bisogno di giustizia“, se la giustizia è quella disuguale, quella ingiusta che fa pesare la bilancia dei diritti e della libertà dalla parte di chi li possiede in esclusiva.  


I buchi della serratura

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma vuoi vedere che gli italiani non vogliono l’uomo forte, preferiscono invece la guardia, il vigilante.  Che è talmente ormai connaturato lo status di cliente del supermercato globale, di subalterno e gregario, che invece del condottiero, del tiranno dispotico, si accontentano di un succedaneo in veste di mellifluo persuasore messo anche lui a sorvegliare e indirizzare i nostri comportamenti in veste di guanto di velluto che esegue i comandi delle mani di ferro padronali.

E proprio come lui quelli che vediamo in rete lanciare l’anatema sui frequentatori di supermercati, centri commerciali, piazze e strade addobbate con meste luminarie dove eseguire uno dei pochi riti sociali deplorati ma concessi, lo struscio con occhiata frustrata alle vetrine, il guardiano lo vogliono per gli altri, tanto che pubblicano le loro foto scattate in veste di ispettori, di testimonial sul campo della morale sanitaria, che svolgendo quell’alto incarico non presentano rischi di assembramento e attentati al distanziamento.

D’altra parte non stupisce che sia diventato un tratto antropologico, una costante nella nostra autobiografia nazionale.

Non c’è crisi che non riecheggi della pressante richiesta di soldati sulle strade, compreso il traffico di Ferragosto ormai rimpianto come l’età dell’oro di Pericle, non c’è sindaco che non voglia dare prova di tenace e determinata muscolarità che non esiga la presenza di militari per mantenere ordine pubblico e decoro, che per confermare il processo di spettacolarizzazione di ogni contesto pubblico, per trasmettere il senso e incrementare la percezione sinistra dell’allarme, del pericolo, in modo da autorizzare e legittimare atti emergenziali, limitazioni delle libertà, doverose rinunce a diritti, leggi speciali e commissari straordinari, cosa c’è di meglio degli armigeri per strada, dei finanzieri che invece di rintracciare i patrimoni diretti alle Cayman, multano il runner senza mascherina, dei poliziotti che in numero di più di 70 mila sono stati mobilitati per il Natale Sicuro, cui vanno aggiunti i militari di Strade Sicure. Quelli che provvisoriamente erano stati adibiti a controlli e operazioni di contrasto alla mafia, ma che abbiamo visto all’opera, anche loro, per sanzionare i disubbidienti del lockdown o per sviare i giornalisti dal visitare le regioni colpite dal sisma o i luoghi dove si consuma ogni autunno un disastro prevedibile.

Ormai modeste osservazioni di buonsenso vengono trattate e maltrattate come moralismi o banalità retoriche: dal calcolare quanti presidi ospedalieri si potrebbero realizzare con le spese militari, all’osservare che certi dispiegamenti di forze avrebbero avuto più proficuo impiego nella lotta alla criminalità, alle mafie, al racket. Anche questo fa parte del potere di convinzione messo in atto dell’ideologia cui si ispira il totalitarismo economico e finanziario al potere, che ha umiliato e represso qualsiasi istanza e aspettative di un’alternativa allo status quo, qualsiasi pensiero che si sottraesse adi diktat della realpolitik, subito accusato di patetico velleitarismo visionario.

Così si spiega quella che ormai sembra proprio un’indole, l’assoggettamento brontolone a imperativi lesivi dell’interesse generale, un conformismo introiettato e inteso come la scrupolosa espressione di responsabilità e di adattamento a principi etici, che comprendono l’osservanza di regole dettate da caste del sapere e da potentati che rivendicano di agire per il nostro bene, con un piglio pedagogico e pure repressivo necessario per guidare una plebe infantile, indolente, capricciosa e parassitaria.

Era inevitabile che la libertà venisse retrocessa a licenza, anche a vedere i leader che ci siamo scelti o abbiamo comunque sopportato, da prendersi come arma offesa o di autodifesa, come è stato per  familismo, clientelismo, abusi e abusivismo, evasione, licenze, insomma  che ci sentiamo autorizzati a prenderci e concederci purché siano interdette agli altri con tutti i mezzi propagandistici, penali e quelli più attuali della moral suasion e della “responsabilità sociale”.

E se si è riluttanti a fare direttamente i delatori, ad  alzare il telefono e denunciare i trasgressori, un limite che non abbiamo oltrepassato per denunciare mazzettari corrotti e corruttori, tangentisti, mondi di mezzo che circolavano tra noi indisturbati e strafottenti, siamo pronti a dar corso a gogne, tribunali del popolo, roghi virtuali e ad applaudire la giudiziosa esecuzione dei decreti sicurezza addomesticati dal Conte 2, con tanto di tutela dell’ordine sanitario e del decoro profilattico, grazie alla doverosa militarizzazione, già avviate ai primi da marzo con la silente repressione delle manifestazioni di lavoratori che reclamavano misure di sicurezza nei posti di lavoro.

Tutti zitti (userò il NOI come espediente narrativo, senza però dividere le responsabilità e le correità) abbiamo sostenuto che aperture e chiusure a intermittenza venissero ordinate sotto dettatura di Confindustria, abbiamo subito l’umiliazione di essere trattati da cretini per gli arbitrari “non si può”, poi “si può” poi “non si può più perché siete stati irresponsabili”, abbiamo tollerato che dopo aver demolito sanità pubblica, cura, assistenza, il nemico invisibile venisse mostrato come una pena comminata per aver sperperato e dissipato e la morte come estrema punizione per comportamenti incivili o per il reato di improduttività, abbiamo assistito alla guerricciola tra governo centrale e Regioni a un tempo rimbrottate, ma non commissariate, sgridate ma poi lasciate libere secondo criteri cromatici di fare come suggerivano poteri locali, abbiamo consentito che in nome del diritto alla salute venisse cancellato quello all’istruzione, abbiamo approfittato della divisione tra cittadini di serie A a casa al sicuro e cittadini di serie B, gratificati dalla funzione  di “essenziale”, esposti senza dispositivi e requisiti di protezione a fare assembramenti nei luoghi di lavoro e mezzi pubblici, che se il morbo fosse davvero così letale sarebbero stati oggetto di esecuzione sommaria.

Ma adesso ci possiamo rifare pensando alla persecuzione non solo amministrativa cui sono sottoposti altri da noi, grazie alla circolare della Ministra Lamorgese, un’altra lodatissima esponente del miglior governo possibile, che infatti ha dato scrupolosa applicazione alle linee guida dei predecessori, dalla gestione dell’immigrazione, compresa la fotocopia del patto con la Libia, ai principi delle leggi dell’incarnazione del fascismo al giorno d’oggi, con qualche lievissimo, impercettibile ritocco.

Dobbiamo a lei le raccomandazioni contenuti  in una circolare inviata ai prefetti  per la pianificazione “di  servizi di controllo del territorio, specie in prossimità delle festività natalizie, dedicando particolare attenzione alle aree di maggiore affollamento, in cui si possono verificare fenomeni di inosservanza, anche involontaria, delle misure di distanziamento interpersonale”.  

Il documento in particolare sottolinea cche servirà una “analoga attenzione” anche sui controlli sugli spostamenti tra Regioni dal 21 dicembre al 6 gennaio e, tra i Comuni, nelle giornate di Natale, S.Stefano e Capodanno “da effettuarsi sulle principali arterie di traffico e sui vari nodi delle reti di trasporto, in considerazione, soprattutto, degli spostamenti conseguenti alle particolari restrizioni”, ribadendo la necessità per chi si sposta di dotarsi di una autodichiarazione nella quale si attesti “l’esigenza di raggiungere parenti, ovvero amici, non autosufficienti, allo scopo di prestare ad essi assistenza”.

Non sono precisate nel dettaglio le misure per contenere e contrastare il fenomeno dei veglioni, delle sbornie del 31, degli zii in abito da Babbo Natale davanti ai fanciullini in pigiama in numero superiore a 6, compiti lasciati all’intraprendenza di occhiuti vicini. E che naturalmente non valgono per le ville isolate di Capalbio, Porto Ercole, per le masserie delle grandi forme e dei creativi in Puglia, per gli chalet romiti di Cortina e Courmayeur, dove gli augusti proprietari stanno per dirigersi, non avendo l’obbligo di attendere le ferie, dopo aver diramato l’invito a una scrematura di affini proprio come si fosse in casa Palmieri, quella villa Schifanoia dove solo gli eletti meritano di trovare riparo, dedicandosi ad ameni passatempi letterari.


Che fatica fare il Popolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il signor Presidente del Consiglio ha saggiamente ritenuto di soprassedere alla decisione di indirizzare, dall’autorevole tribuna di Domenica In,  un messaggio alla nazione  inteso a augurare un  fervido in bocca al lupo  agli studenti che da lunedì torneranno sui banchi di scuola.

Non sappiamo se la decisione sia stata presa dopo che un preside ha reagito, pare scompostamente – si sa che la plebaglia è fatto così –  quando in odor di polemiche aveva rassicurato sulla “tenuta” dell’istruzione pubblica dichiarandosi talmente fiducioso da accompagnare lui stesso suo figlio a scuola! Sentendcosi rispondere che in quello come in altri istituti mancano manutenzione, sanificazione, aule, banchi, mascherine, e pure insegnanti.

Ma in fondo che cosa pretendiamo da un governo il cui ministro incaricato dell’istruzione affida il suo messaggio  a una tee shirt con su scritto “che fatica fare la ministra”.

Non sappiamo se invece a sconsigliarlo siano state le polemiche della cosiddetta opposizione che ha denunciato l’utilizzo “scandaloso” del mezzo pubblico per una uscita di chiara marca elettorale.

Sappiamo invece che a nessuno è passato per l’anticamera del cervello di obiettare sul fatto che sia considerato normale che la comunicazione ufficiale del capo dell’esecutivo sul tema più controverso e delicato che interessa milioni di cittadini avvenga in una trasmissione di intrattenimento e non sui canali istituzionali.

Ma in fondo cosa pretendiamo se si tratta di funzioni e attività attribuite a un reduce del Grande Fratello, lo show, non l’attualissimo libro di Orwell, che ha contribuito all’affermazione di principi di partecipazione democratica digitale e che oggi è ancora al centro di alate disquisizioni per via della possibile partecipazione di un augusto fidanzatino.

Il fatto è che paradossalmente come le accuse di sovranismo provengono da chi ha agito e agisce per demolire l’edificio di poteri e competenze nazioni, per darle in consegna a una sovranità autoritaria e antidemocratica “superiore” agli stati partner, così quelle di populismo sono a cura di chi sta alimentando istinti primordiali a cominciare dalla paura, per passare al sospetto e al risentimento, per far retrocedere anche il concetto di popolo a marmaglia ignorante da addomesticare con un po’ di circenses al posto del pane sempre più scarso, affidati a rottami dello spettacolo che ostentano ignoranza e grossolanità come virtù doverose in chi vuol fare audience e in chi cerca consenso.

Ma in fondo cosa pretendiamo se il successo decretato di questo governo di salute pubblica nasce proprio da questo.

Nasce dal trattare i cittadini come bambinacci che devono essere guidati, indirizzati, ripresi severamente e governati con molto bastone e poca carota, in forma di bonus e mancette, dal criminalizzare comportamenti e atteggiamenti critici del suo operato come eresie disfattiste e irresponsabili, dal creare una incontrastabile gerarchia di diritti e prerogative in testa alla quale è stata collocata la salute intesa come sopravvivenza del corpo, purchè già sano – che ormai pregresse patologie vengono condannate come espressione di scarso spirito civico e  istinto alla dissipazione parassitaria di risorse pubbliche – e non importa se affamato, umiliato dalla condanna alla servitù comminata grazie alla cancellazione di altri diritti, istruzione, abitazione e emolumenti dignitosi, socialità.

E dire che ci vorrebbe poco a capire che questa gestione dell’emergenza, trattata come un imprevedibile incidente della storia che nulla avrebbe a che fare con la globalizzazione e i sui effetti perversi in grado di scatenare elementi e diffondere alla velocità del lampo mali e malanno, che nulla avrebbe a che fare con una antropizzazione che ha prodotto devastazioni ambientali e che ha preteso di privilegiare le ragioni del profitto rispetto a quelle del benessere, quello vero, che prevede qualità della vita, salute tutelata, accesso a opportunità, cultura, servizi, ha innescato altre rinnovate disuguaglianze che esasperano quelle di un decennio e più di crisi.

In modo che i ricchi siano curati e i poveracci persuasi ai benefici del faidate domestico, che la cittadinanza sia divisa in gente condannata al pubblico servizio e al sacrificio in supermercati, fabbriche, mezzi di trasporto di qualità e prestazioni pari a carri bestiame, magazzini, industrie convertite alla produzione di dispositivi sanitari rappresentativi del brand della pandeconomia, impegnati a garantire, doverosamente, l’indispensabile a altri target, quelli prescelti o selezionati, per nascita, rendita, appartenenza, o semplicemente culo, per stare sul canapè a sperimentare i prodigi digitali, anche quelli selettivi, della Dad, del lavoro agile, della democrazia coi “mi piace” nei social,  nella convinzione di essere, ancora e in futuro, “salvati”.

Tanto che sono questi ultimi a “fare” opinione e generare consenso, offrendo gli indicatori del gradimento del governo, il migliore che potesse capitarci, malgrado la Lamorgese prosegua indistruttibile nel consolidare il Minnitipensiero e la Weltanshauung salviniana in materia di ordine pubblico, respingimenti, chiusura dei porti, repressione del malcontento, patti osceni con tiranni africani, malgrado la Azzolina, miss Maglietta asciutta, se la batta con la Gelmini e la Fedeli in tema di distruzione volontaria della scuola pubblica.

E malgrado che la Bellanova non faccia rimpiangere l’ideologia della schiavitù per tutte le età e le etnie di Poletti, nel rispetto del suo prodigarsi per il Jobs Act e della legge Fornero della quale è stata entusiasta relatrice, malgrado che la De Micheli inamovibile armeggi garrula per lo sviluppo incontrastato dell’imperio del cemento, della speculazione e della corruzione che ne deriva, malgrado che l’inossidabile Franceschini continui a agire per la trasformazione del Paese in un Luna Park pieno di gadget e passatempi per turisti poco inclini a contemplazione e rispetto.

E infatti chiunque invece abbia la ventura di frequentarlo quel popolo così criminalizzato e penalizzato, chiunque non viva solo quella speciale condizione di privilegio stando nella tana che si augura non sia mai provvisoria delle sicurezze ancora concesse dalla lotteria sociale o naturale, chiunque abbia a che fare con chi già prima faticava a arrivare a fine mese e ora ha dato fondo a tutte le riserve, non ha percepito la cassa integrazione, e ce ne sono, ha chiuso il suo esercizio commerciale, non riaprirà il bar, l’albergo, la trattoria, ecco, chi li incontra i nuovi cassintegrati dell’Ilva, quelli “sospesi” in attesa che imprenditori che non hanno mai investito un quattrino in sicurezza e innovazione, possano accedere alle risorse dell’elemosina europea a “babbo morto” come si dice a Roma, ecco tutti questi sanno che la plebaglia eretica ha smesso di preoccuparsi se il Covid è frutto di un complotto o ha soltanto favorito una cospirazione per far esplodere le contraddizioni della società, in modo che i poveri diventino più poveri e ricattabili e intimoriti e i ricchi più ricchi e tracotanti e immuni e impuniti.

Non hanno tempo né testa per interrogarsi se sia più o meno di un’influenza, se faccia più danni delle migliaia di infezioni contratte in ospedali dove manutenzione e profilassi sono banditi, come si è visto con la morte allegorica e infame di due bambini nutriti con l’acqua contaminata, perché quello che hanno conservato malgrado la pandemia non può davvero chiamarsi vita.

Ma andatelo a dire ai dotti sociologi e pensatori che si preoccupano dei fermenti che si agitano ai “margini” della società turbopopulisti, che attentano alla loro salute di anziani maestri, che quelli che additano al pubblico ludibrio in veste di frequentatori del Billionaire o delle “discoteche cheap della costa romagnola”, irresponsabili e egoisti, non sono il popolo, che invece è fatto di quelli che gli permettono di pontificare dal salotto buono, ben rifornito di rete, Tv, servizi, alimenti, bevande, quelli che fanno funzionare la macchina della quotidianità.

E se proprio vogliono aver paura è meglio che ce l’abbiano di perdere i loro privilegi, le loro incrollabili certezze, il loro accesso esclusivo a opportunità immeritate concesse per appartenenza, fidelizzazione, conformismo, ipocrisia.  E se proprio vogliono provare quel gusto atavico, allora ce l’abbiano di noi maledetto popolo, maledetti cittadini.


Un governo eccezziunale…veramente

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono personaggi che possiedono un privilegio in più, quello di potersi sottrarre alla damnatio memoriae, prerogativa concessa loro per via dell’indole italiana al culto dei potenti  e all’idolatria degli influenti e perfino degli influencer.

Non succede mai infatti che un cronista o uno del pubblico in giornate organizzate da quotidiani promossi sul campo tanto da godere della presenza di un Presidente del Consiglio (alla pari con il Forum Ambrosetti cui non si sa perché fa atto di presenza la prima carica dello Stato), chieda conto di pubbliche dichiarazioni poi contraddette nelle parole e nei fatti, né tantomeno che si esigano quei riti sconosciuti da noi: autocritica o autodafé. E se il settimanale della Fca ex Fiat presenta la influente rappresentante  eletta che tace sulla pretesa di autonomia secessionista della sua regione in vista di privatizzazioni più energiche in materia sanitaria, o energetica in favore delle trivelle, come  sua candidata  in veste di incarnazione del Coraggio anticonformistico e antiautoritario.

Non stupisce quindi che sia scomparso dal nostro orizzonte mediatico quell’appello (Basta con gli agguati era l’incipit)sottoscritto da intellettuali e pensatori nostalgici delle firme in calce, che per ricordarci di essere al mondo  per la prima volta nella storia italiana (fatto salvo quello unanimemente e pudicamente taciuto dell’aprile 1925) hanno pubblicamente dato entusiastico consenso al governo in carica per fermare gli attacchi strumentali al governo Conte,  riconoscendogli “la prudenza” e “il buon senso” per “l’azione antiCovid messa in campo”.

A quelle prime firme del quotidiano “comunista” che le aveva anticipate precedentemente raccomandando la formazione di un esecutivo Pd-5Stelle, si sarebbero aggiunte poi migliaia di adesioni di semplici cittadini, tra i quali spiccavano, a detta della dell’entusiasta direttora, insegnanti, medici, baristi, preti di frontiera.

Non so dei preti di frontiera, ma credo sia lecito interrogarsi  se invece medici, docenti, addetti al ristorazione, esercenti e camerieri a spasso e meno assistiti di organizzatori di concerti e gestori di stabilimenti balneari non  abbiano in animo  la loro abiura dall’appello a posteriori, proprio come quelli che  vogliono sbattezzarsi a vedere  che Dio non c’è per tutti.

C’è da immaginare che siano pronti a sfidare la bolla contro negazionisti e complottisti, a tener testa all’anatema lanciato contro chi osa contestare l’azione del governo adesso che sono passati lunghi mesi da quando la parola d’ordine era “non disturbare il manovratore”, rinviando la richiesta pressante di aziono che andassero oltre la gestione dell’emergenza trattata come un problema di ordine pubblico con scomuniche, sanzioni, condanne, promozione della delazione e  del sospetto come virtuosa qualità sociale.

Certo non piace a nessuno che il fondamentale esercizio della partecipazione e della democrazia, l’esigenza di entrare nel processo decisionale e quella di opporsi manifestando la critica, arruoli a forza nelle file dei buzzurri, nelle curve sud dei soliti energumeni che sembrano fatti apposto per suscitare sdegno contro gli odiatori ma consenso verso quelli che sanno agire con violenza e prevaricazione a norma di legge e col favore delle autorità, anzi imponendo le regole come Confindustria o la Commissione  mentre l’esecutivo scrive sotto dettatura.

Qualche medico promosso sul campo martire, qualche infermiera reclutata tra le eroine saranno ragionevolmente incazzati se non sono state commissariate regioni criminali, e dal silenzio frugale caduto sugli investimenti per la sanità così urgenti nei mesi di marzo e  aprile e ora trasferiti tra le brevi in cronaca in attesa dell’elemosina comunitaria, elogiata ogni giorno da Mattarella in qualità di riesumazione dei principi di Ventotene.

Qualche insegnante firmatario e qualche genitore che per mesi ha esercitato il potere sostitutivo dello Stato con la didattica distanza, ora persuaso che forse sia il momento di indebitarsi per rispolverare la figura ottocentesca dell’aio  o per mettere la prole in un istituto privato,  sarà punto dal sospetto che per sancire il diritto primario alla salute si sia esautorato quello altrettanto primario all’istruzione. E che sette mesi fossero un lasso sufficiente per riparare, agire e prevedere, a meno che non si nasconda dietro a inefficienza e inadeguatezza un disegno preciso, quello di adattare la scuola alle esigenze dei poteri economici che se le vogliono accaparrare come brand profittevole e senza concorrenza, per farne le fucine di dalle quali far uscire prodotti pronti alla servitù di mansioni esecutive.  

Qualche impiegato non beneficato dal lavoro agile, che ha ricevuto a mala pena un mese di cassa integrazione quando c’è, qualche piccolo imprenditore a partita Iva costretta alla serrata, qualche commerciante che ha tirato giù la saracinesca col cartello “chiuso per ferie” a nascondere la vergogna del fallimento, qualche dipendente delle cosiddette attività essenziali che per mesi ha sfidato il morbo per assicurare prodotti e servizi ai resilienti sul sofà, e che adesso deve affrontare la concorrenza di nuovi disperati che guardano a caporalato e precarietà come alla salvezza, si domanderanno se questo sia davvero il miglior governo che potesse capitarci, davanti all’unica prospettiva di riconvertirsi in confezionatore di mascherine o di prestarsi come manovale sulle impalcature di 130 cantieri.

Insomma qualcuno che non ha tempo né testa per prestarsi alla logica delle beghe dei retrocucina dei partiti e dei movimenti, quella che nel nostro paese riduce ogni scontro in petardi delle tifoserie fintamente contrapposte nelle perenni competizioni elettorali, si domanderà se tra questo governo o quello precedente o quello di prima ancora, a parte alcune presenze irrinunciabili e incontrastabili come l’erba sempreverde detta miseria, ci siano tali differenze da giustificare il consenso obbligatorio e doveroso riservato a questo esecutivo, al suo Presidente.

E pure ai suoi ministri oggetto di test guidati che dovrebbero accertare che l’Azzolina sia meglio della Gelmini, che dovrebbero confermare che il blocco dei porti, i respingimenti, la vigenza e applicazione dei decreti sicurezza, il patto sottoscritto con la Libia di Lamorgese possiedano uan qualità civile superiore a quella dimostrata dall’empio predecessore. O che Grandi Opere, solitamente inutili e precorritrici di malaffare e corruzione, Ponte sullo Stretto compreso, basta che abbiano il marchio De Micheli per costituire un indispensabile e progressivo motore di sviluppo.  

Qualcuno che come me non pensa che il virus sia stato liberato per dar corpo a un complotto, che non ne nega l’esistenza e che in sua presenza ha adottato e applicato consuete misure di profilassi come ha sempre fatto in presenza di un rischio, che non si è dato a rave party, non ha frequentato locali per scambisti, non si è dato a orge bilionarie, sarà legittimato a ritenere, senza essere assimilato alla cerchia di Salvini & Meloni, unica opposizione permessa e promossa per via della sua pittoresca e folcloristica rozzezza, che il consenso accordato a questo governo nasca dalla stessa matrice di quello dato alla deplorevole cricca fascista: paura, diffidenza, risentimento. Sentimenti indirizzati verso un oggetto che cambia di volta in volta ma che ha sempre l’obiettivo di trasformare una crisi in emergenza in modo da muovere una guerra, da trasformare il diritto  per cancellare, in nome della lotta al terrorismo, dell’austerità, della salute, l’essenza delle libertà collettive e individuali, abolendo o sospendendo a tempo indeterminato le leggi, gli altri diritti retrocessi rispetto a quello sanitario.  

Qualche eretico come me si interrogherà se tutto questo non faccia di questo uno dei peggiori governi che hanno preso il potere e se lo conservano per motivi che nulla hanno a che fare con la democrazia e il voto per una rappresentanza esautorata grazie alla supremazia di esecutivo e task force, un governo che deve piacerci per forza, volenti o nolenti, proprio perché la sua egemonia si fonda e si è consolidata sull’equivoco dell’eccezionalità, della sua imprescindibilità e insostituibilità, sicchè è diventato un dovere civile dargli credito in bianco, sostenerlo senza opposizione e contestazione, concedergli fiducia secondo la prassi in uso da anni, quella di non immaginare alternative perché anche solo ipotizzarle richiede responsabilità e impegno personale e collettivo.

Tempo fa ho scritto (qui https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che votare No è un residuo atto di fede nella qualità della democrazia piuttosto che nella sua ormai ridotta quantità. Via via sono persuasa che il No sia anche un voto contro questo governo e contro la sua opposizione uniti nel Si non sorprendentemente, in difesa di un sistema formale che ha sostituito quello sostanziale grazie a leggi elettorali che hanno conferito alle elezioni la funzione di firma su un atto notarile stipulato in alto, o peggio, come in questo caso, di un attivismo di un anno prodigato per non farle.

Per una volta non crediamo ai coraggiosi della stampa di regime, mostriamo noi un po’ dell’audacia di chi vuole decidere in libertà.


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