Bielofavole

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Manifestazione pro Lukashenko

In un Paese che chiameremo X ci sono le elezioni per la presidenza e il candidato A, capo dello stato uscente da tempo immemorabile, vince con l’80% dei voti. Ciononostante il candidato B che  è riuscito a raccattare  il 10 per cento si ribella e dice che bisogna rifare le elezioni quasi che la sfida elettorale si fosse conclusa sul filo di lana e che dunque si potesse sospettare un qualche decisivo broglio. Subito si alza la voce della comunità internazionale che in sostanza è una dizione neutra al posto di  Washington consensus per sostenere questo grido di dolore già preparato, arrivano agitatori professionisti dalla Polonia, dalla Gran Bretagna, da Kiev dove hanno una bella esperienza in merito, dalla Cechia, dalla Lituania,  si preme militarmente ai confini con un’esercitazione evidentemente non improvvisata, si mobilitano le reti informatiche e i referenti dell’arancionismo, espressione quanto mai minoritaria e isolata, ma resi forti dai soldi delle onnipresenti ong e fondazioni, al fine di suscitare manifestazioni di piazza che concretizzino il dissenso inespresso fino a qualche giorno prima e spingano verso un golpe che si sostanzia nel ribaltare il risultato delle elezioni in nome della democrazia: esattamente come è accaduto in Ucraina. Non è certo un caso se durante manifestazioni di questi giorni siano comparsi anche a Minsk  simboli che rievocano quelli dei collaborazionisti filo-nazisti del 1941. E infine la stampa padronale si esercita nello sport di definire oceaniche manifestazioni con qualche decina di migliaia di persone riprese ad hoc da grande distanza in maniera da sembrare molte  di più  e di mostrare una realtà completamente artefatta, cosa in cui si spicca Euronews, una sorta di Pravda brussellesca veramente intollerabile per la costante e particolarmente ottusa manipolazione della realtà. Insomma si crea un clima che peraltro conosciamo benissimo anche da noi, in cui le future vittime delle “razionalizzazioni” e delle “ottimizzazioni” si uniscono alla lotta.

Tuttavia questo non sembra dare alcun problema cognitivo alle opinioni pubbliche   perché  il Paese X è da tempo una dittatura per definizione, così come lo è il Venezuela o altri che debbono essere aggiogati al carro occidentale. Non ha importanza cosa sia davvero, quale grado di autocrazia si possa misurare, quale potere decisionale abbiano i cittadini rispetto ad altre sedicenti democrazie che appunto si definiscono tali esclusivamente in virtù di un processo elettorale e non di un processo politico.  La cosa curiosa  è che tutto questo avviene proprio nel momento in cui  gli implacabili fautori della libertà hanno messo sotto i piedi le libertà costituzionali rispetto a un evento sanitario che se all’inizio poteva giustificare misure di contenimento oggi si rivela come un puro e osceno pretesto per gli affari sanitari e un nuovo livello di controllo sociale.

La cosa ancor più curiosa è che in passato il Paese X è stato annoverato tra quelli di sicura fede democratica, pur avendo lo stesso presidente, la stessa costituzione, più o meno lo stesso Parlamento di oggi, che la mutazione da presunta democrazia in presunta dittatura sia avvenuta nel momento in cui il governo del Paese ha rifiutato le indicazioni del Fondo Monetario Internazionale per smantellare gran parte dell’economia pubblica e – come noi sappiamo bene – nel darla in pasto alle multinazionali. Anzi il Paese X è stato ancor più censurato quando si  è permesso pure di rifiutare 900 milioni offerti dallo stesso Fmi purché si attuassero le inutili misure di segregazione per il Covid. Oltre naturalmente al timore che si realizzi una sorta di federazione del Paese X con la Russia, fatto sul quale il presidente ora contestato ha sin troppo ambiguamente giocato come un’anitra zoppa, pensando di poter giocare di sponda tra Putin e gli squali occidentali, senza provarsi nemmeno a inventarsi una via propria. Insomma assistiamo a una sfacciata rappresentazione di ipocrisia che al cittadino del Paese X , come regolarmente è accaduto altrove, non porterà alcun vantaggio né economico perché tutto questo serve alla fagocitazione delle risorse e dunque all’impoverimento,  né politico anzi semmai lo indirizzerà verso una sorta di democrazia ancor più finta di prima. E non è certo una fantasia visto che gira una sorta di programma “democratico” nel quale si dice fra l’altro che   “sono necessarie le seguenti misure: privatizzazioni su larga scala e  sviluppo del mercato fondiario”. Oltre ai tagli sanitari  sanitari poiché  “in Bielorussia esiste ancora un sistema sanitario sovietico con un gran numero di ospedali”: si dovranno perciò  “ridurre i posti letto in eccesso e ottimizzare la gestione sanitaria”, dato che “il nostro paese è tra i primi dieci al mondo per posti letti pro capite, cioè 1,5-2 volte più degli indicatori dei paesi UE”.  Per non parlare della privatizzazione scolastica che è tra gli obiettivi primari dei contestatori. Non ho le competenze linguistiche per dimostralo con certezza, ma i documenti che si possono leggere hanno ben poco a che fare con lo stile del Paese X, quanto piuttosto sembrano espressioni tipiche  del Dipartimento di stato Usa e delle ong sorosiane. Del resto l’arancionismo consiste proprio nell’impedire che si sviluppi un processo democratico interno, fornendo un’imitazione già pronta.

Ecco che cosa sta succedendo al Paese X dove il Washington consensus spende alcune centinaia di milioni di dollari l’anno per tenere vive le false promesse e le illusioni del neoliberismo e portare rapidamente a una condizione coloniale e subalterna alle multinazionali. Eppure anche in Italia la canea degli imbecilli e dei comprati occidentali con alla testa innominabili figuri ittico editoriali, che si dicono di sinistra afferma che non bisogna riconoscere  a prescindere le elezioni ucraine, Anzi le opposizioni nel Paese X , sapendo che avrebbero perso disastrosamente sostenevano di non riconoscerle prima ancora che si svolgessero facendo così trasparire la filigrana di un piano già preparato e infatti ora rifiutano qualsiasi riconteggio dicendo che la sitiuazione delle elezioni di qualche giorno fa è superata.  E’ questa la democrazia che piace  la pattuglia di inutili sopravvissuti a se stessi e alla propria dignità  e che del resto somiglia molto alla  mentalità dell’Europa oligarchica per cui i referendum dovrebbero sempre venire rifatti  fino a che non danno il risultato voluto. Ora qualcuno potrebbe chiedere come mai abbia fatto riferimento a un Paese X invece di parlare subito  di Bielorussia e di Lukashenko  : perché ciò che accade è talmente simile al modus operandi del regime change che si potrebbe applicare con qualche modifica locale a qualsiasi luogo, sia esso il Brasile o il Venezuela o l’Ucraina, oppure Hong Kong o l’Honduras e almeno un’altra decina. Il metodo e i mezzi hanno sempre la medesima origine e  sono sempre uguali e sempre peggiori per il popolo che si fa facilmente illudere.

Questa volta tuttavia non c’è più un elemento  importante ossia  la cedevolezza degli elementi esterni di fronte al pericolo di una guerra ibrida che si salda alle destabilizzazioni interne: la Russia sta cominciando a schierare i  missili tattici nucleari iskander, contro le truppe Nato pronte alla frontiera bielorussa con la scusa di un’esercitazione. Un’altra Maidan.

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