Eurinomani in vacanza a Rimini

E’ stato avvistato nella celebre città balneare romagnola, patria di Fellini e delle discoteche ormai diroccate, il Pedro Escobar della euromania, ossia il celebrato Mario Draghi che nella sua vita non ha perso alcuna occasione di svendere parti del Paese e ora si appresta a governarlo per poterlo mettere all’incanto tutto intero e definitivamente. Ma a sentirlo parlare dalla tribuna del meeting che da 40 anni a questa parte è la stata la migliore palestra di ipocrisia in un Paese che eccelle in questa disciplina, sembra che si sia pentito di ciò che ha fatto e adesso ha persino a cuore i giovani “ senza futuro” a cui è stato proprio lui a togliere futuro con le politiche di austerità voluta dalle oligarchie di comando, di precarizzazione forzata, di caduta dei salari reali che hanno finito per distruggere le prospettive di almeno due generazioni. Proprio la riduzione di salari e stipendi e una più ampia ondata di precarizzazione è stato il tema del messaggio messaggio mandato al governo con la famosa lettera di Draghi e Trichet nel 2011. Adesso che si tratta di convincere le sue vittime alcune delle quali già in età matura a dargli il voto e il consenso nel prossimo futuro, si pente o meglio fa finta di non aver avuto alcun ruolo in un processo di declino di cui è stato invece uno dei protagonisti. Un vero campione di faccia tosta che sembra essere stato perfettamente dipinto a suo tempo dal presidente Cossiga: “un vile affarista. Il liquidatore dell’industria pubblica italiana”. Che vale anche per l’adorante stampa di regime.

Ma una frase mi ha colpito del discorso draghesco che è davvero il culmine dell’ambiguità e della doppiezza: «una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico». Poffarbacco questa icona locale del neoliberismo deve aver vissuto fino a ieri su Marte o su qualche esopianeta dove nevica metano, perché l’egoismo è appunto il fondamento antropologico del capitalismo secondo cui solo se ognuno fa esclusivamente i propri interessi, segue come un’ombra il proprio egoismo la società sarà prospera e libera. Sono oltre due secoli e mezzo che le società occidentali si debbono confrontare con questa visione palesemente semplicistica se non assurda e negli ultimi 40 anni si sono trovate a sperimentare la forma esasperata e talebana di questa visione espressa dal neoliberismo. Eppure Draghi sembra accorgersi solo ora che è sceso dalla stanza dei bottoni, dell’egoismo collettivo che nasce dall’isolamento e atomizzazione dei singoli che ha contribuito a fregare i giovani. Si sarebbe tentati dire che dopotutto non è mai troppo tardi. Ma in realtà questa è ancora una trappola che il buon cacciatore di diritti e di tutele di cui ha pieno il carniere, mette lungo la via di Palazzo Chigi perché le prede meno attrezzate ci caschino: la sua non è altro che una versione più raffinata del famoso scontro generazionale di cui ormai da dieci anni ci si serve per tagliare le pensioni, allungare oltre ogni ragionevolezza l’età in cui vengono percepite, renderle misere grazie a miserabili discorsi della serva e tendenzialmente eliminarle del tutto. Questo è davvero un cruccio per la razza padrona planetaria, tanto che l’Fmi ci colpevolizza di vivere troppo a lungo, che siamo fastidiosi e indiscreti nel voler vivere quanto i ricchi.

Alla fine il discorso non esprime un pentimento sia pure fasullo e strumentale, bensì un perseverare nel peccato sia pure messo sotto la tura mimetica della retorica e così anche il sentore di inattesa polemica contro il tipo di governance che l’Europa ha messo in campo e di cui proprio lui è stato uno dei perni, si sfalda come neve al sole di fronte alla banale prospettiva di recuperare un po’ di austerità attraverso il taglio delle pensioni. Come al solito: chi ha rubato il futuro fa solo finta di volerlo restitu

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