Er Cecato c’ha visto giusto?

carmAnna Lombroso per il Simplicissimus

Guardate che è proprio un miracolo se in questi giorni non dovete stare a discettare sull’opportunità o meno di abbattere un busto marmoreo di Buzzi, in anni non poi troppo lontani oggetto di sperticate lodi e ammirazione condivisa per il suo impegno umanitario con tanto di corsivi celebrativi dei Miriam Mafai, foto ricordo con notabili, donazioni pubbliche, visita pastorale di candidati eccellenti e di Presidenti alle sedi prestigiose di  cooperative vocate al recupero e all’integrazione di ex detenuti.

C’è da sperare che siano ancora attive, magari con altra denominazione, perché da un giorno è tornato in libertà il socio del fondatore, vero patron dell’associazione per delinquere “Mondo di Mezzo”,  che a detta di giuristi acclamati, magistrati occhiuti e sociologi cogitabondi non è lecito definire mafiosa, avendo limitato il suo brand alla semplice corruzione, a un po’ di pressione esercitata da una fitta schiera di camerati prestati al racket e a una rapina alle banche, atto che a sentire Brecht riscuoterebbe un certo plauso.

E infatti l’ex recluso Carminati in attesa di giudizio, l’ex banda della Magliana, l’ex Nar, in carcere da 5 anni e 7 mesi in qualità di imputato nel processo Mafia Capitale, è stato scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare grazie alla solerzia e alla professionalità del collegio dei suoi legali.

Subito i garantistologi della domenica si sono affrettati a chiarire che non poteva essere altrimenti nel nostro stato di diritto: una volta scaduta la contestazione del 416 bis, era rimasta come accusa maggiore solo quella della corruzione, i cui termini della custodia cautelare erano decaduti già il 30 marzo scorso.

Dobbiamo alla Cassazione (la sentenza della Suprema Corte è dell’ottobre 2019, ma le motivazioni sono state depositate solo venerdì scorso) il sigillo messo a conferma del giudizio espresso puntualmente dagli avvocati di Buzzi, che attende l’evolversi dei fatti agli arresti domiciliari: “L’inchiesta Mafia Capitale si rivela per quella che è stata: una montatura mediatico-giudiziaria”.

E infatti se grazie al giudizio della Corte (era stata la sesta sezione penale a   bocciare  l’accusa di associazione mafiosa per quei due gruppi criminali che a Roma avevano intrecciato una trama di  affari illeciti con politici e colletti bianchi negli appalti dell’emergenza immigrati, del verde pubblico, della raccolta rifiuti)  si trattava solo di «quattro chiacchiere tra amici al bar», parola di Carminati, di qualche attività illecita, di qualche scambio  di favori e voti, come fanno tutti a tutte le latitudini, di qualche elargizione usata per aggirare in forma di semplificazione  i molesti ostacoli frapposti all’esprimersi della libera iniziativa imprenditoriale, allora di galera il Cecato, che attenderà da uomo libero il processo d’Appello bis per la rideterminazione della pena alla luce della declassazione del reato in associazione a delinquere semplice, ne ha fatta addirittura di più e in forma più coattiva di altri illustri colleghi, quelli che entrano e escono dalle porte girevoli dei tribunali, tra manager,  consiglieri di amministrazione, funzionari della Pa e di enti di controllo, amministratori pubblici e parlamentari.

E dire che la Treccani  aveva allargato la definizione generica di mafia con cui si designava  “il complesso di piccole associazioni criminose (dette cosche), segrete, a carattere iniziatico, rette dalla legge dell’omertà e regolate da complessi riti che richiamano quelli delle compagnie d’arme dei signori feudali, delle ronde delle corporazioni artigiane, ecc., sviluppatesi in Sicilia (spec. occidentale) nel sec. 19°, soprattutto dopo la caduta del regno borbonico”,    per adeguarla ai tempi nostri precisando come il fenomeno si sia sviluppato in questo secolo “nelle realtà urbane come potere ampiamente indipendente che trova… nuovo alimento soprattutto nel clientelismo politico, fino a costituire una vera e propria industria del crimine che, con violenza crescente e mostrando notevole adattabilità e stendendo la propria influenza all’intera realtà sociale ed economica, in particolare concentrandosi sul controllo dei mercati, delle aree edificabili, degli appalti delle opere pubbliche e, più recentemente, del traffico di droga…”,  e ricordando anche come il termine sia inoltre “usato internazionalmente con riferimento a organizzazioni che, pur non avendo alcun legame di filiazione con la mafia siciliana, presentano tuttavia strutture e finalità consimili”.

Bastava quindi consultare l’autorevole pubblicazione per osservare certe affinità e somiglianze tra le cupole e cosche e il sistema di appalti e gare pilotate, ricatti e corruzione, intimidazioni e usura, percosse e minacce messi in atto da  er Cecato, er Nero, o Pazzo, lo  Scassaporte, Gino il mitra, o Puparuolo, uniti e coesi anche grazie alla celebrazione di rituali di affiliazione e all’appartenenza mai rinnegata a comuni fedi politiche con la loro cassetta degli attrezzi di armi proprie e improprie insieme a grimaldelli e piedi di porco utili per dedicarsi a una componente particolare del loro business, come a  rafforzare l’adesione di adepti e proseliti, assimilati così  a semplice cerchia di malviventi comuni grazie all’attenuante geografica di esercitare le loro attività a Roma e non a Corleone.

E mica vorrete chiamare mafiosa quella cerchia di  terroristi, assassini e lestofanti  miracolosamente tornati in seno al consorzio civile dopo condanne troppo brevi e discutibili proscioglimenti, favoriti da ex commilitoni neri per niente pentiti e assurti a ruoli prestigiosi  che ben presto  hanno finito per dover chiedere protezione da ricatti e intimidazioni esercitati dagli stessi malfattori recidivi. Mica vorrete definire metodi da racket l’impiego della minaccia e del taglieggiamento applicati dal signor  Spezzapollici o ‘ndrangheta  come a Cosenza e Milano l’infiltrazione e l’occupazione dei gangli vitali della città interessando tutto il tessuto economico anche quello apparentemente legale e sano e perfino quello a forte contenuto sociale, grazie alla benevola erogazione di concessioni e benefici speciali elargiti alle cooperative di Buzzi, a cominciare da uno stabile in via Pomona, elargito a 1200 euro al mese dall’onesto Marino appena qualcosa di più della concessione a titolo gratuito del camerata predecessore.

Mica vorrete definire associazione criminale di stampo mafioso  il gruppo di lavoro costituito da  pezzi grossi dell’amministrazione comunale impegnati nella “gestione” dell’emergenza umanitaria (Odevaine dopo essere stato vice capo di gabinetto di Veltroni e capo della polizia provinciale con Zingaretti, era in libro paga  con 5000 euro al mese) a conferma della lungimiranza dei gangster nostrani  nell’intuire le fortune di un brand più profittevole di quelli usuali, droga in testa.

C’è una amarezza aggiuntiva in questa vicenda, di fronte all’opportunità di distinguere tra crimini commessi nella legalità a a norma di legge e mafie fedeli alla letteratura di genere. E’ la certezza che la giustizia si roba da ricchi e da ammanigliati coi poteri, che le carceri traboccano di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari, oltre che, è vero, di qualche omicida, qualche stupratore e femminicida, a termine perché l’ha fatto per amore, qualche mafioso con marchio doc e dop, mentre bancarottieri, evasori, corrotti e corruttori con il gabbio hanno poco a che fare.

La colpa è di qualche magistrato certo, ma è soprattutto delle leggi che applicano perlopiù come algoritmi, che sono ispirate e criteri distorti e perversi che conducono a infierire sui più esposti, più deboli, più vulnerabili, di un codice penale, certo sottoposto a aggiornamenti ma il cui impianto è lo stesso dell’anno di promulgazione, il1930, di regole e norme che negli anni invece di riequilibrare, hanno acuito le differenze di trattamento riservato alle classi sociali, anche grazie a una “estetica” di regime che penalizza l’offerta alla vista di quello che offende il comune senso del pudore e del decoro, cioè la  miseria.

Tanto che nel codice penale di poveri si parla solo per indicare la necessità di reprimere il reato di accattonaggio, proprio come via via hanno continuato a fare le misure volte alla tutela della sicurezza, fino a quei recenti decreti molto deplorati e altrettanto mantenuti in vita: qualcosa insomma che serve a criminalizzare gli ultimi per rafforzare i primi e rassicurare i penultimi.

 

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