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Roma Pd rom

cmo Anna Lombroso per il Simplicissimus

Intorno agli anni ’70 due gruppi famigliari  di sinti stanziali originari dell’Abruzzo e del Molise arrivano a Roma.   E cominciano l’occupazione militare delle zone poste alla periferia sud- est della Capitale: Romanina, Anagnina, Porta Furba, Tuscolano, Spinaceto, spingendosi fino a Frascati e Monte Compatri. Via via la loro azione si espande come il numero degli affiliati (probabilmente almeno un migliaio). E cresce il volume di affarii: secondo la Dia la struttura criminale più strutturata e potente del Lazio possiederebbe un patrimonio stimato di oltre 90 milioni di euro. Seguendo i flussi finanziari della holding criminale, la Dia è arrivata fino al Principato di Monaco dove avrebbe individuato la “cassaforte”  dei quattrini frutto del  narcotraffico e dell’usura. Ma i brand sono tanti: edilizia, settore immobiliare, ristorazione, ricettazione. La loro managerialità  è all’insegna del dinamismo e imparano presto a diversificare i settori di capitalizzazione con la presenza  nel CdA di società di investimento come nel racket, nel riciclaggio come nello sfruttamento della prostituzione.

Nella loro vasta zona di influenza, qualcuno in questi giorni ha calcolato che l’area sarebbe più o meno quella della città di Firenze, ci sono capannoni, fabbriche, uffici e le loro abitazioni, veri e propri showroom della più mostruosa  paccottiglia che farebbe impazzire gli scenografi di Dinasty, gli arredatori di Trump e pure Berlusconi, la wunderkammer di un ammiratore di Ludwig con tanto di pelli di tigre davanti al caminetto istoriato, cessi d’oro, tavoli di lapislazzulo, da far inorridire i residenti di ben altri quartieri posseduti dal minimalismo acchiappacitrulli di Philip Stark o dal post manierismo di Mendini.

Della loro esistenza tutti sapevano anche perché appunto l’esibizionismo è una loro cifra, come dimostrato dal leggendario funerale di un capostipite nel 2015, in tempo di reggenza di Gabrielli ora capo della Polizia, un addio tra sfarzo e lacrime di familiari e amici, macchine di lusso e cavalli neri, petali di rosa lanciati da cielo ed elicotteri.

Tutti sapevano tanto che pare fosse una simpatica abitudine domenicale in voga tra i romani andare da loro a rifornirsi di auto di occasione, pezzi di ricambio, elettrodomestici custoditi in hangar da acquisire senza  molesti adempimenti. Si, tutti sapevano ma in sostanza tutti hanno finto di non sapere. Come davanti a un incidente della storia o a un evento meteo incontrastabile per anni un susseguirsi di autorità locali, istituzioni e amministrazioni hanno dato avvio a misure per colpire al cuore la dinastia nelle dimore principesche, senza portarle a termine, non si sa se per la loro potenza intimidatrice, oppure, voglio essere maligna, perché c’è rom e rom, zingaro e zingaro e è più facile fare qualche energico repulisti negli accampamenti degli straccioni rubagalline che nelle ville sibaritiche del clan.

Certo, già nel 2009  le ville entrano a far parte dei beni da porre sotto sequestro,   nel 2013 alcune vengono sgomberate,  Sabella assessore di Marino cerca di dare una accelerazione, ma viene fermato dalle difficoltà di applicare le misure interdittive, infine nel gennaio 2018 la Regione Lazio in collaborazione con l’Agenzia Nazionale Beni Sequestrati e Confiscati (ANBSC), procede con una delibera per l’abbattimento e la riqualificazione delle ville. Ma nel frattempo gli esuberanti esponenti del clan continuano a far parlare di sé picchiando i vigili urbani per evitare l’abbattimento di ville abusive al rione Osteria del Curato, ma anche partecipando a gare e appalti,  comparendo a kermesse elettorali a fianco di candidati eccellenti pronubo l’immancabile Buzzi con i quali hanno stretto una costruttiva collaborazione. E se qualcuno per caso non sapeva, avrebbe dovuto pensarci la Dda di Roma che in varie occasioni ha arrestato autorevoli componenti dell’organizzazione o la procura di Viterbo che da anni raccoglie prove sulla loro attività criminale.

Comunque solo qualche giorno fa il Comune di Roma ordina e fa eseguire lo sgombero nelle case di 8 famiglie eccellenti cui seguirà in pompa magna l’abbattimento. E apriti cielo è tutto un criticare il gesto prodotto di quella spettacolarizzazione della politica che pare rappresenti un fatto nuovo quanto indecente. Apriti cielo, ed è tutto un rivendicare la laboriosa e zelate attività precedente che ha portato all’atteso coronamento, per sottolineare prima di tutto il contributo essenziale del tenace e costruttivo presidente della Regione casualmente candidato segretario del partito agonizzante, così indaffarato a ristabilire la legalità oltraggiata dalla cupola romana da non avere tempo per produrre un piano dei rifiuti di sua competenza dopo l’eclissi delle province.

Ma è ancora poco, proprio ieri circolava in rete insieme a una “cronaca in città” del Messaggero sulla somatica dei vigili  impegnati nell’operazione, un articolo molto dettagliato su quanto lo scandaloso spettacolino ad uso della sindaca ora necessariamente sotto scorta, è costato ai cittadini.

E’ che non se ne può più di un confronto politico retrocesso a guerriglia virtuale tra tifoserie squallide nelle quali pare sia obbligatorio l’arruolamento forzato, di una opposizione capace solo di rimpiangere le illusioni perdute spacciate come garanzie, beni, sicurezza, appartenenza a  intoccabili categorie del privilegio. In attesa di puntuali conteggi sul costo dell’antimafia, dell’abbattimento degli ecomostri, insomma delle spese insostenibili che richiederebbe il rispetto delle leggi, tanto da far ritenere  profittevole tollerare, condonare, dire sì a ogni oltraggio per non pagare il prezzo dei no, come pare sia ormai uso di ambo i fronti, non sarebbe meglio compiacersi di quello che c’è di buono?  Personalmente, io lo sarei se il sindaco Sala, cui tra l’altro rimprovero di essere stato così poco accorto da commissario dell’Expo da non accorgersi delle pratiche corruttive e  delle infiltrazioni mafiose che pare abbiano avuto il merito di promuoverlo a primo cittadino della capitale morale, impedisse definitivamente i festival nazi, le commemorazioni di assassini al  Cimitero Maggiore e altri tipi di apologia.

Può anche darsi che la Raggi abbia  mostrato tanta solerzia per preparare il terreo o per far digerire altri sgomberi, dello stabile concesso a Casa Pound da un sindaco, o nel caso di falansteri occupati da senzatetto eseguiti con dispiego militare muscolare. Ma chi preferisce stare dalla parte della ragione, e non da una o dall’altra degli opposti cretinismi allora continuerà a denunciare e protestare, come fa da anni, da quando, per dirne una,  è in corso lo sgombero in grande stile di intere fasce di popolazione dai centri storici regalati alla speculazione, per il trasferimento forzato anche se meno appariscente ai margini delle città, ai margini dei Casamonica, fuori dall’ordine, dalla giustizia, dai diritti.

 

 

 

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Ite, mafia est

mafia spaghetti Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare ci siano una  graduatoria dei comportamenti delittuosi e una gerarchia dei misfatti, secondo le quali la corruzione, il traffico di influenze, la commistione tra politica e malaffare,  sarebbero “veniali”, rispetto alla mafia, invece, certamente “mortale”.

Così per anni dalla rivelazione di un mondo di mezzo che si era mosso e aveva condizionato il sopra e il sotto per affermare la sua potenza e la sua autorità in ogni settore della Capitale – scoperta poco sorprendente, visto che tutti lo conoscevano, tutti lo temevano, tutti ne sapevano l’esistenza visto che non occorrevano intercettazioni sofisticate per ascoltare i dialoghi di padroni, padroncini, manovali perlopiù alla luce del sole, in disadorni caffeucci e tristi pizzerie-  e fino alla prima sentenza, oggi ribaltata in appello,  valeva la distinzione tra vizi capitali e Mafia Capitale, con l’ammissione che era pur vero che Roma era magari malata di corruzione ma né più né meno del resto del Paese, come se essere parte del contagio rendesse la patologia meno grave, meno, appunto mortale.

Eppure era evidente che non mancava proprio niente al fenomeno criminale che si era consumato nel cuore d’Italia per essere assimilato alla mafia, all’ideologia, alla pratica, perfino al linguaggio delle organizzazioni delittuose.

Non mancava niente per essere “mafia” agli accadimenti e al clima di quegli anni se il vertice, meglio ancora la “cupola”, era rappresentato da terroristi, assassini e lestofanti magicamente tornati in seno al consorzio civile dopo condanne troppo brevi e discutibili proscioglimenti, favoriti da ex commilitoni neri per niente pentiti e assurti a ruoli prestigiosi  che ben presto  hanno finito per dover chiedere protezione e subire ricatti e intimidazioni da parte degli stessi malfattori recidivi; se la minaccia e il taglieggiamento erano il sistema di relazioni instaurato anche grazie agli uffici di professionisti dal soprannome eloquente, come lo “Spezzapollici”,  incaricato di affrettare procedure e conclusione di accordi grazie ai suoi metodi persuasivi; se l’infiltrazione e l’occupazione dei gangli vitali della città interessava tutto il tessuto economico anche quello apparentemente legale e sano e perfino quello a forte contenuto sociale, con copertura e benevolenza bipartisan dimostrate da concessioni e benefici speciali elargiti alle cooperative del tristemente noto Buzzi: un palazzo a via Pomona, per esempio, dato dal sindaco marziano a 1200 euro, un passo avanti rispetto al predecessore che lo offrì gratis; se la partecipazione attiva di pezzi grossi dell’amministrazione pubblica alla gestione dell’emergenza umanitaria (quell’Odevaine su tutti a  contratto con 5000 euro al mese, al servizio della mala di  Carminati e Buzzi, dopo essere stato vice capo di gabinetto di Veltroni e capo della polizia provinciale con Zingaretti)  dimostra il naso dell’organizzazione criminale nell’individuare un brand più proficuo della tradizionale droga. E se le pistole non erano state definitivamente dismesse, ma l’arma più impiegata era certamente il ricatto, sperimentato con successo dal “Cecato” fin dai tempi della rapina al caveau della filiale della Banca di Roma all’interno del Tribunale, quando vennero forzate le cassette di magistrati, avvocati e politici alla ricerca più che di denaro e gioielli, di ben più preziosi documenti, costata al Carminati detto Cecato una modesta condanna.

Pareva vero che a Roma come  a Palermo, il vero problema fosse il traffico, se due soliti sospetti diventano insospettabili attori sulla scena della Capitale, se l’uno, Carminati appunto, ex terrorista finito in carcere più volte, legato alla banda della Magliana, addestrato in Libano durante la guerra civile, noto per la benda nera che copre l’occhio offeso durante una sparatoria con la polizia, l’altro, Buzzi,  un omicida che aveva ammazzato un balordo con 34 coltellate per paura che interrompesse la sua carriera di bancario prestato al racket, da insospettabili diventano intoccabili, vezzeggiati per via della conversione umanitaria da attori, cantanti, politici, giornalisti, Scalfaro compreso che rende omaggio all’assassino diventato detenuto modello con tanto di laurea, poi promotore della cooperativa 29 giugno di cui Miriam Mafai disegna un edificante e commosso ritrattino, se ministri in carica siedono alla stessa tavola di festosi bagordi, se candidati eccellenti si fanno organizzare e finanziare cene sociali facendo sospettare che il favore sia ricambiato, se qualche intercettato durante le indagini si dice fiero di essere annoverato tra la gente che conta.

Come altrimenti si sarebbe dovuto definire se non mafia quel “mondo di mezzo” se dopo la fase temporanea del recupero crediti, il business della cupola  si allarga, con l’appoggio esterno di mafiosi e  camorristi veri e propri, quelli con coppola e rituali oltre che commercialisti e avvocati in veste di “consigliori”,  fino a condizionare gli appalti, quello per la gestione dei rifiuti, tanto per fare un esempio, ottenendo l’assegnazione di lotti e concessioni, fino a occupare il settore immobiliare, grazie a nuovi e dinamici cantieri e all’ingresso manu militari nel brand dei Caat, quei Centri di assistenza   abitativa temporanea voluti ai tempi di Veltroni sindaco, che dovevano assorbire l’emergenza senzatetto, e che per anni ha sottratto dalle casse comunali milioni di euro per l’affitto di stabili fatiscenti, mai finiti e localizzati in luoghi sperduti messi generosamente a disposizione dalle grandi famiglie degli immobiliaristi romani e dalle cordate del cemento di tutte le latitudini.

Durante la presidenza Clinton i servizi segreti – e quelli se ne intendevano, si sa, per aver fatto affari con mafie, cartelli, despoti e tiranni – annunciarono al presidente che già nel 2010 molti paesi avrebbero transitato dalla condizione di stati sovrani, a quella di protettorati delle organizzazioni criminali, che avrebbero  governato occupando istituzioni, politica, informazione, economia. Profetizzando inconsapevolmente l’integrazione di mafie e finanza, di cupole criminali e cupole del credito tossico, dei fondi spacciati come droga dal racket di Wall Street e delle lavaggio di denaro sporco negli stessi prestigiosi uffici.

Figuriamoci se non sarebbe accaduto laddove gli stati hanno abiurato, nelle regioni occupate militarmente dall’impero in America Latina o in Ue, dove paesi costretti alla rinuncia in nome di una distopia unitaria, si sono piegati al restringimento degli spazi democratici nelle istituzioni, nelle amministrazioni, negli enti locali, assoggettandosi ai voleri di un ceto transnazionale che usa ricatto, intimidazione, estorsione, che cancella diritti e libertà, che spinge alla disperazione e annega i disperati, che muove guerre di conquista, che lascia propagare malattie  e ignoranza avendo corroso assistenza e istruzione, perché è proprio della malavita organizzata prosperare nella barbarie, nella inciviltà, nella riduzione in servitù.

È perfino banale dire che quella malavitosa è una delle fisionomie che ha via via assunto il capitalismo, che sempre ha impiegato mercenari sanguinari per tenere il popolo degli sfruttati sotto il suo tallone, che stringe alleanze con avventurieri pronti a guerre redditizie e incursioni predatorie, che grazie alla fase di finanziarizzazione trasferisce commerci e transazioni sui tavoli del casinò globale, che costringe a consumi e investimenti per poi strozzare le incaute vittime, che propone modelli esistenziali inarrivabili salvo piegarsi alla rinuncia di dignità e osservanza delle regole, in modo da assoldare per lo spaccio e l’estorsione nuova manovalanza tra i drogati del sogno americano, cui non basta la corruzione delle leggi perché ha scoperto che è più profittevole la corruzione per legge, più redditizia una via legale al malaffare e all’illecito, non solo manomettendo le regole ma creando le premesse per farne dettare altre, in modo da appagare appetiti e accontentare interessi privati, alimentando la sfiducia nello stato e nelle istituzioni, infettando con incompetenza e incapacità il governo delle città, decomponendo la coesione sociale, nutrendo la leggenda di eroi maledetti, banditi come il Cecato o come Gekko.

Qualcuno dice che questo sistema si sta condannando al suicidio. Non fatevi illusioni, farà suicidare prima noi.

 


Roma: ancora tutti a dire che la mafia non esiste

80ea5ae8-e832-4f04-83e5-d1b6e2a5aae1_xlAnna Lombroso per il Simplicissimus

Appalti e gare pilotate, ricatti e corruzione, intimidazioni e usura, percosse e minacce. E poi er Cecato, Spezzapollici, er Nero, o Pazzo, soprannomi d’onore d’obbligo negli ambienti malavitosi alla pari con i più celebri Scassaporte, Gino il mitra, Puparuolo. La combinazione di rituali di affiliazione, in nome di antichi percorsi ideologici, con dinamico spirito d’iniziativa e moderna professionalità imprenditoriale. E che dire della profittevole convivenza di assassini, teppisti con criminali politici e politici dediti al crimine,di delinquenti comuni e dirigenti pubblici, di controllati con controllori sleali?

Basterebbe questo a definire il marcio romano come mafia. Non occorrerebbe attendere che la magistratura si esprima qualificando dal punto di vista del diritto penale se la serie di reati contro la collettività attribuiti ad una cerchia di “imprenditori”, di affaristi,  di manager, costituitisi anche nella forma virtuosa delle cooperative, e a funzionari e politici locali collusi, abbia le caratteristiche dello “stampo mafioso”.

Basterebbe questo per definire “sistema mafioso” quella rete opaca, abile nel nutrire l’humus associativo e la coesione degli “affiliati” tramite l’intimidazione, la riduzione in soggezione, la corruzione, la benevolenza o le botte  per acquisire con i metodi della tradizionale criminalità organizzata, in modo diretto o indiretto, la gestione di attività economiche, di concessioni, di appalti e servizi pubblici per realizzare infami profitti, dando preferenza allo sfruttamento e alla speculazione di segmenti di popolazione più esposta, debole, permeabile.

Basterebbe questo, ma non basta, se si vuole, come sembra, che il processo per Mafia Capitale si trasformi in un giudizio sulla Roma ladrona,  cialtrona e miserabile, senza gli “anticorpi”  ma anche senza la truce, epica  grandezza di un luogo dove si consumano delitti all’ombra di due cupole ingombranti, oscure e condizionanti,  Vaticano e Mafia. Che si riduca alla punizione per via giudiziaria di un circoscritto manipolo di fascisti di fatto e nei modi, di semplici cravattari, di una bassa forza di rubagalline di casa a Regina Coeli, affermatasi grazie alla somiglianza e contiguità con una cittadinanza indifferente, indolente, caciarona, abituata nei secoli a stare nella cuccia calda delle modeste, ma indispensabili regalie di qualche papa re,a beneficare delle piccole, ma sicure rendite di un tessuto impiegatizio parassitario.

Una cittadinanza che sa, vede dai Casamonica ai Buzzi, ai Carminati,  ma è solita chiudere un occhio, come i suoi rappresentanti e sindaci, compresi certi baluardi della legalità rei confessi di “essere con le spalle al muro”, di aver girato la testa, di essersi tappate le orecchie,come rivela la   Commissione  mandata a verificare lo stato di penetrazione di Mafia Capitale nel Comune, avvantaggiati dalla coltre pudica stesa da Alfano e Renzi, grazie a un sigillo della lunghezza di un tweet posto a chiudere per sempre quelle quasi  mille pagine della relazione dei prefetti: “non esistono i presupposti per lo scioglimento del municipio della Capitale per mafia” . E ne approfitta e continua ad approfittarne,se come dicono i Ros, l’attività è proseguita incessante fino a poco più di un mese fa, quindi anche dopo che il bubbone è scoppiati, con la fretta ansimante di portarsi a casa qualcosa, qualche briciola di quella ricchezza che la manina di una provvidenza canaglia oltre che iniqua lascia cadere perfino sui meschini, sotto forma di lavoretti, posticini, stipendiucci esigui ma regolari, che non dispiacevano nemmeno a rappresentanti del popolo, alti funzionari,autorevoli consulenti, che proprio come la manovalanza del racket imploravano un “reddito fisso”, da intascare ogni 27 del mese, proprio come fossero impiegati del catasto.

Basterebbe questo, si, proprio questo a dire che si tratta di mafia, del sistema di gestione delle emergenze:  periferie, case occupate, immigrazione, profughi, attraverso un potere criminale sostitutivo dello Stato, che si conquista la collaborazione di funzionari frustrati e infedeli, di rappresentanti che non vogliono e non possono rinunciare alla poltroncina, di imprenditori creditori delusi, e il consenso di gente amareggiata e risentita per la perdita di certezze, beni, e che cerca una tutela, qualche favore, una raccomandazione, un permesso, non importa come e a che prezzo, che pare loro meno iniquo della tasse di Equitalia, delle bollette dell’Acea, dell’abbonamento dell’Atac. La corruzione, il clientelismo, il familismo, l’inefficienza svelati dall’inchiesta – che non sono fenomeni recenti, che non sono fenomeni  sotterranei –   sono stati affiancati, rafforzati, radicati grazie al metodo mafioso e si sono consolidati proprio come le cupole, le cosche le famiglie. E non sono nemmeno fenomeni “locali”, proprio come le cosche, le cupole, le famiglie, che hanno attecchito, hanno trovato terreni favorevoli, si sono insinuate in tutte le fibre della società.

Altro che Mafia Capitale: ci vorrebbe un Pignatone per ogni posto dove si è consumato l’osceno intreccio tra malaffare e affari, tra interessi dei controllori e dei controllati,tra imprese e politica, tra burocrazie e speculatori. E’ ora di cominciare a chiamare con il suo nome il caso Mose, quella Serenissima Connection ancora in piena vigenza anche se non c’è quasi più l’acqua alta, il caso Tav, anche se ormai non la vuole più nemmeno Esposito,che nessuno ha voglia e soldi per andare a Lione, il Ponte di Messina, che paghiamo ogni giorno perché non si faccia col rischio che uno sciagurato megalomane lo voglia fare anche contro i desideri delle cordate che guadagnano di più da sanzioni e multe, l’Expo,un fallimento che peserà ancora sulle spalle dei figli dei volontari prestatori d’opera.

Ma è che ci vorrebbe un Pignatone anche a scoperchiare le fogne delle riforme, pensate per promuovere la fine del lavoro in modo da favorire la sua conversione in servitù, la fine dell’istruzione per garantire un esercito ignorante e assoggettato da spostare secondo i comandi di azionariati e multinazionali, la fine dei beni comuni per premiare profitti privati, la fine dei diritti per spodestare sovranità, esautorare le rappresentanze, corrompere i cittadini per svendere la democrazia.

 


Vacanze romane

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“La ripresa dell’Italia non è una chimera, questo paese deve essere una terra delle opportunità  e non dei rimpianti”. La menzogna ha sempre fatto parte della cassetta degli attrezzi dei regimi. Sfrontata come questa, proferita dallo spacconcello intemerato, mormorata sotto forma di intimidazione o di lusinga, è sempre stata impiegata come insostituibile strumento di potere e addensante di consenso fino all’adorazione, il che la dice lunga sull’indole di molti popoli a farsi prendere per il naso, a riporre fiducia in tiranni e despoti, a affidarsi loro apparentemente in mancanza di meglio e soprattutto in assenza di attaccamento alla libertà, all’autodeterminazione, alla responsabilità.

Ma adesso, adesso le bugie vengono amplificate, ripetute. Rimbalzano sui media, si inseguono nella rete, vengono smentite, muoiono, rinascono come la fenice, si perpetuano grazie alla incancellabile memoria di Google, ma soprattutto in virtù del desiderio di molti di credervi, di convincersene, di accucciarsi nel grembo rassicurante dell’inganno per non reagire.

Stamattina il Simplicissimus smascherava le leggende autoalimentate e troppo legittimate del Gran Casinò borsistico come sostituto dell’economia reale, per anni ci siamo preoccupati dello spread, abbiamo avuto paura del racket delle agenzie di rating, abbiamo guardato con confidente attesa alla luce in fondo al tunnel,  qualcuno si è perfino spinto a farsi persuadere che la colpa della perdita di  benessere, sicurezza,  identità, dignità fosse da attribuire all’arrivo di gente disperata in fuga da guerre che abbiamo contribuito a scatenare.  E qualcuno non solo per motivi di interesse si è convinto che fosse vero che l’illegalità, la corruzione, il malaffare fossero incidenti di percorso o addirittura il necessario prezzo da pagare in nome della crescita, della ripresa, un sacrificio tassativo e imprescindibile da offrire al mercato. o anche un fenomeno naturale, sorprendente come Mafia Capitale o i funerali del vecchio boss,  e imprevedibile – proprio come la crisi – occasionale ed estemporaneo che prima o poi finirà, grazie all’arrivo dei marziani, alla volontà di rigenerazione della società civile, perfino ai benefici effetti della rottamazione di una vecchia classe dirigente sostituita da una nuova, che si è scoperta più rampante, più vorace, più ambiziosa e più collusa coi poteri padronali. Ma perfino a quelli, perfino alla narrazione quotidiana della loro pinocchieide serve nutrire il mito dell’onestà, magari con qualche altra bugia, che basta non sfilare i soldi dalle tasche, non compiere furti con destrezza, non farsi passare valigette di liquidi al bar, sotto al tavolino per dimostrare integrità, innocenza e dedizione all’interesse generale.

Il laboratorio sperimentale nel quale si è data vita al Frankenstein, alla creatura artificiale che dovrebbe rincuorarci dell’esistenza il Italia di un sindaco integerrimo, è la città di Roma, nel cui sottosuolo morale si è consumato e si consuma di tutto all’insaputa del prodotto di fantapolitica messo a governare la capitale, autoproclamatosi marziano a  accreditare al sua estraneità e la sua inconsapevolezza, chiaramente colpevole se è vero che tutti sapevano, tutti anche intorno a lui erano informati e qualcuno coinvolto, tutti andavano a cene eleganti, eventi sociali, incontri elettorali e godevano di finanziamenti legittimi quanto inopportuni.

Ma pare che spesso il sindaco Marino non sapesse perché non c’era. La fatica del suo incarico vissuto come una missione, lo ha costretto a vacanze frequenti e prolungate. Secondo Dagospia e il quotidiano Libero avrebbe dovuto concedersi una sospensione dalla cura della cosa pubblica ogni 48 giorni. Scrive Libero che secondo la ricostruzione fatta dallufficio stampa del Comune di Roma, con laiuto della segreteria del sindaco, linquilino del Campidoglio, da quando è stato eletto nel giugno del 2013, ha fatto 44 giorni di vacanza. Otto nel 2013, fra giugno e agosto. Diciassette nel 2014, 3 a gennaio e 14 ad agosto. Diciannove questanno, 9 a gennaio e 10 in questi giorni. Ma non ci sono state solo “ferie” e viaggi di piacere. Le assenze sono anche da attribuire all’instancabile attività svolta per cercare mecenati, compratori del nostro patrimonio immobiliare, sponsor, investitori e solo i maligni potrebbero osservare che quelle missioni non solo non hanno prodotto i frutti sperati, ma  si sono svolte curiosamente in coincidenza con crisi piccole o grandi, inondazioni, esequie scomode, rivolte, scioperi, grandini copiose, incendi a Fiumicino o nella metro, inquietanti epidemie che colpiscono i pizzardoni.

Qualcuno, a cominciare dalla stampa inglese e dal New York Times potrebbe insinuare che tanto a vedere come è messa Roma, non ci si accorge se il sindaco è presente o assente. Invece non è vero, lui c’è, vigila,  prevede se non provvede e non previene, ma profetizza:  «La mafia a Roma esiste. Lho affermato spesso in campagna elettorale, già nella primavera del 2013, lho ribadito da sindaco, quasi inascoltato. … ora meno soli contro mafia a Roma», scrive sul suo profilo Facebook a proposito dei funerali eccellenti, che si vede che Buzzi e Carminati non gli erano bastati.

Sarà onestissimo per carità, non compie scippi, non ci clona il bancomat. In compenso a fronte di ogni problema la sua soluzione o la sua azione di contrasto  si riducono alla istituzione di una Commissione, si immagina remunerata, dei cui risultati, qualora vi siano, non si sa nulla.  E’ stato così per il censimento delle case vuote, per gli immobili da destinare a ospitare uffici pubblici ora affittuari a caro prezzo di privati, della rivoluzione ai Fori, il suo fiore all’occhiello, limitatosi a interdire il passaggio a auto private e taxi. In compenso la sua appartenenza al famigerato partito dei sindaci l’ha contagiato con la patologia degli annunci: svolta epocale nella nettezza urbana, all’azienda dei trasporti, nel traffico, nelle periferie, nei campi rom, nei centri di accoglienza, nella mobilità in vista del Giubileo, nel bilancio comunale in profondo e inguaribile tracollo. In compenso l’inossidabile marziano eletto in mancanza d’altro, ogni giorno rivendica l’estraneità al suo elettorato, ai  cittadini che dovrebbe amministrare, all’opinione pubblica mondiale, interessato al consenso di Palazzo Chigi, officiato dalla squinzia mandata a risolvere problemi come Wolf, quando lo si ritiene ingombrante, molesto, “imbelle”, come l’ha definito il New York Times, ma indispensabile a rinviare la mesta liturgia elettorale che potrebbe rivelarsi punitiva perfino per il partito unico della nazione e ancora più irrinunciabile per fare da gioconda copertura alla perpetua macchina degli affari che,  come lo spettacolo, deve andare avanti.

 

 


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