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E adesso beccatevi Pillon

Movimento-per-la-vita-maggio-2013 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A beneficio di chi pensa che tutto sia cominciato con Pillon e che la recessione morale sia cominciata con questo governo , voglio raccontare un episodio che non ha trovato spazio sulla stampa che ha scoperto in questi giorni il fascismo, il rigurgito patriarcale, il razzismo (ma solo nei confronti degli immigrati).

Il teatro è l’Ospedale di Treviso e gli attori che si fronteggiano sono da una parte un gruppo di pie donne e anche qualche maschio,  dall’altra le donne e gli uomini del collettivo ZTL Wake Up!. È il marzo 2014 e i rappresentanti del Movimento con Cristo per la Vita occupano alcuni spazi fuori dal nosocomio con un loro presidio per dimostrare contro il “delitto” di interruzione di gravidanza che si consuma nella struttura pubblica in applicazione di una legge dello Stato. Pregano, anche piuttosto rumorosamente, innalzano cartelli con immagini cruente di feti pieni di sangue o conservati in barattoli,  gridano slogan contro le assassine e i loro complici. Il loro è un appuntamento fisso che si ripete nei giorni nei quali si effettuano le interruzioni di gravidanza, messo in atto con ferocia per colpevolizzare e incriminare. E’ per questo che i militanti del collettivo decidono un giorno di organizzare un contro-presidio pacifico, invitando il Movimento a scegliere sede più acconcia per pregare e ricevendo la solidarietà del personale ospedaliero. Non ci sono scontri né contatti fisici, ciononostante nove persone del collettivo vengono querelate per violenze private e oggi a distanza di cinque anni saranno condannate dalla Cassazione in via definitiva: i denuncianti manifestavano legittimamente .

Come sempre succede la perdita di beni si accompagna a quella dei diritti, anche il più doloroso, mentre invece si arricchisce il repertorio di sopraffazioni, intimidazioni e ricatti.

Come sempre succede chi rivendica di rappresentare una maggioranza non si accontenta del consenso degli elettori e insegue l’appoggio dei poteri forti, comprensivi delle gerarchie ecclesiastiche e di un Papa che considera le donne creature di Dio, si, ma forse di un dio minore, il libero arbitrio una facoltà perlopiù maschile da esercitare comunque con parsimonia, i tribunali dello Stato trascurabili rispetto a quello del cielo, in particolare per quanto riguarda quei cosiddetti temi sensibili monopolio esclusivo della morale confessionale, tanto da promuoverla a etica pubblica. Operazione riuscita, se la Corte di Cassazione in questo caso come in altri, riconosce facoltà e prerogative speciali a chi se ne fa interprete di parte, e dunque il diritto di fare di uno spazio pubblico e collettivo luogo non di preghiera, ma di propaganda.

Come sempre succede dietro ai dogmi c’è sempre un affare o più di uno. Succede a Treviso, ma in molte altre parti dove tanta devota deplorazione si mette al servizio di interessi opachi. In testa ci sono regioni nelle quali una formazione politica è impegnata da sempre a riservare un trattamento di favore alla sanità privata, dove esimi obiettori si esercitano sottobanco per non perdere la mano con qualche aborto, camuffato da necessità terapeutica, con qualche inseminazione  proibita in Italia, come certi chef che sperimentano il curry e i felafel per stare al passo coi tempi e coi gusti del pubblico pagante più raffinato.

E come sempre succede, hanno la solidale accettazione di chi intravvede l’opportunità di conquistare l’approvazione di una comunità di fede che in forma di cittadini chiamati al voto si è espressa chiaramente, a dimostrazione che è sempre tempo per vanificarne la volontà referendaria: basta pensare a quanti negli anni in forma bipartisan hanno suggerito restrizioni all’attuazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza con i più fantasiosi pretesti, compreso il presidente Amato, socialista proprio come Loris Fortuna, ma anche molti, troppi laici per caso e a intermittenza. Per via, è sicuro, della pretesa di intervenire e intromettersi in ogni contesto della nostra esistenza che accomuna in un delirio di onnipotenza bipartisan chi assume un ruolo di comando, compresa una poltrona in qualche società editoriale com’è successo a ex direttori e giornalisti folgorati in età avanzata dalla religione: quando la carne se frusta, l’anima se giusta, impegnati a aggiustare anche le nostre, di anime. Ma ancora di più perché la restaurazione riguarda anche la triade Dio, Patria e Famiglia con la sua ideologia autoritaria e i suoi capisaldi aggiornati secondo le regole dell’economia imperiale, per creare una nuova e moderna coscienza che sappia approfittare del progresso e dei suoi successi, anche se a beneficiarne sono solo alcuni, che sa rinunciare a certe conquiste, quelle di diritti, garanzie democratiche e stato sociale, nel doveroso rispetto dello stato di necessità, che si apre al mondo quando si tratta di accogliere prodotti, lavoratori a basso costo, abitudini culturali e di consumo, o di esportare, guerre e armi comprese, ma che si arrocca quando si tratta di esprimere solidarietà, e che così fa proprio il messaggio di un’altra coesione, quella impossibile tra dominanti e dominati, tra padroni e sottoposti, tutti sulla stessa barca, anche se nemmeno sul Titanic si affogava senza gerarchie di classe.

Adesso poi si sono create le condizioni per arricchire di altri valori tutto questo ciarpame di risulta: la nuova coscienza deve ispirare la nuova famiglia, attenta al rispetto della tradizione e della conservazione di valori irrinunciabili legati alla salvaguardia e manutenzione della nostra superiore civiltà, ma al tempo stesso impegnata a godere dei benefici della contemporaneità: tecnologia sotto forma di selfie e cellulari, lavoro parcellizzato che non ha bisogno delle ubbie della rappresentanza e del sindacato, partecipazione e voto come all’Isola dei Famosi. Eh si la famiglia ideale dovrebbe essere formata preferibilmente da nonni malsopportati che non hanno più diritto alla lungodegenza, ma obbligati a contribuire alle spese comprese quelle dei fondi pensionistici per la progenie, mamme in casa a garantire la discendenza e il futuro della razza bianca, anche sotto forma di pizzaioli a Londra e piloti di droni, in festosa e dinamica sostituzione di ogni forma di welfare ormai superfluo, essendo stato riconosciuta magnanimamente alle femmine quella qualità multitasking che ne sancisce la pubblica utilità. E gli uomini? Gli uomini, quelli non ancora delocalizzati, arruolati nell’esercito di magazzinieri,  autisti di auto a noleggio, fattorini di pasti a domicilio, incaricati della consegna della spesa, steward allo stadio, garanzia di carriera luminosa, ancora meglio quelli che possono “unire potere dei computer e lavoro freelance”, appagati della precaria autonomia di lavoratori che ormai vengono definiti “alla spina” al di fuori di qualsiasi occupazione stabile e di qualsiasi ombrello protettivo di garanzie e tutele.

E siccome siamo dentro al paradosso che combina l’obbedienza ai dettami della modernità con il ritorno allo stato di primitivi, Dio ha il barbone come nei Dieci Comandamenti e pare più preoccupato del presepe, del rispetto delle comuni radici cristiane dell’Europa, della difesa dalla invasione degli infedeli che dalla loro morte per guerra, fame, sete, miseria o annegamento, ora che la religione dell’amore si accontenta di un po’ di carità. E  la Patria è il posto dove si sta, dove si pagano le tasse e il mutuo della casa, e che in ragione di ciò va difesa con confini, muri, respingimenti, ma da dove ci si augura possano andarsene i figli in cerca di fortuna né più né meno di quello che pensano migliaia di disperati più disperati, anche per nostra corresponsabilità.

Chi meglio di  Pillon poteva incaricarsi di mettere in scena questa sacra rappresentazione, per il suo curriculum: dalla denuncia del complotto gender e del disegno di occupazione dei gangli de potere da parte dei gay, fino alla volontà di cancellare a forza una legge dello stato; all’allarme per supposto esercizio della stregoneria nelle scuole dove si leggono (e già quella è una colpa) le fiabe dei fratelli Grimm in barba a Propp. E per la sua militanza di fede: è perfino membro del Cammino neocatecumenale. Come per l’esperienza maturata: consigliere nazionale del Forum delle associazioni familiari, membro della commissione adozioni internazionali presso la Presidenza del consiglio dei ministri,  direttore del consultorio familiare “La Dimora” a Perugia, organizzatore dei tre Familiy Days.  E perfino per la somiglianza per il garrulo organizzatore di matrimoni. Chi meglio di lui poteva incarnare la “restaurazione” di un ordine sociale basato su stereotipi di genere e relazioni di potere diseguali e contrarie perfino agli obblighi internazionali in materia di diritti umani mediante  una compressione della libertà delle persone coinvolte e condannando le donne in una posizione di subordinazione al maschio.

Però non stupitevi, non pensate a lui come a un incidente di percorso imprevedibile, se non si sa fare di meglio che sostituire alla lotta di classe la “guerra dei sessi” come nei film con Doris Day che rivisitavano Lisistrata, se le dame del senonoraquando dopo tanto fervore contro l’uso del corpo della donna sono approdate a battaglie più ugualitarie magari con l’abuso anche di quelli maschili, nella progressiva realizzazione di alte velocità, se  quelle invece più apparentemente più avvedute pensano che la soluzione consista in un partito di donne che trasformi il corporativismo di genere in soggetto politico, se chi rivendica un’appartenenza di sinistra, si è convinto che certi diritti sono nostri, conquistati e inalienabili, così da potersi dedicare all’accesso a quelli “accessori”, in misura cauta del minimo sindacale, come se tutti i diritti non fossero fondamentali, come se toglierne uno, l’aborto, o due, il lavoro e l’assistenza, esaltasse gli altri e li rendesse disponibili anche agli ospiti.

 

 

 

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Misfatto bianco

serviAnna Lombroso per il Simplicissimus

Potrebbe essere la trama di uno di quei noir che narrano di spietatezze commesse nel buio oltre la siepe, uno di quei misfatti bianchi efferati della Virginia o della Luoisiana, invece il teatro degli eventi dei quali si è venuti a conoscenza un mese dopo l’accaduto si svolgono tra le montagne del bellunese dove un dinamico imprenditore si avvale di manodopera straniera per le sue attività e che quando rinviene per caso il cadavere di un uomo in un dirupo avverte scrupolosamente i carabinieri.

A suo dire si tratta di certo di un boscaiolo colpito dalla caduta di un albero, ma in quel posto di alberi non ce ne sono. Così gli investigatori effettuano indagini ulteriori e si scopre che la vittima, un ragazzo moldavo bianco ma assunto in nero  proprio da lui, è stata colpita alla testa dallo schianto di un cavo d’acciaio di una teleferica mentre lavorava al taglio di un bosco. E che non era morto subito:  il padrone, che non voleva guai  forse insieme a un complice, lo ha rimosso senza prestargli soccorso e, trasportandolo sull’auto della vittima forse per non sporcare i sedili della sua, lo ha “conferito”  in quell’anfratto, mettendogli intorno rami e legni per simulare un incidente provocato dalla caduta accidentale di un albero.

Malgrado di lavoro ce ne sia sempre di meno, quelle che vengono eufemisticamente chiamate morti bianche da gennaio a settembre di quest’anno sono state 834, con un aumento dell’8,5% rispetto alle  769 del 2017. L’incremento secondo l’Inail è da attribuire all’elevato numero di incidenti nei quali hanno trovato la morte più lavoratori. Ovviamente le statistiche si riferiscono a “crimini”, è giusto chiamarli così, accertati e  denunciati: i dati rilevati  non tengono infatti conto di tutti gli incidenti che avvengono nelle zone “grigie” della manovalanza clandestina che sfuggono a classifiche e controlli. Le verifiche in proposito effettuate dall’Inail nel corso del 2017, e che hanno interessato 16.648 aziende, informano che  l’89,43% risultava essere fuori norma.

La maggior parte dei “delitti” si è verificata tra i lavoratori di industria e servizi del Nord Italia, in particolare in Lombardia, Veneto e Piemonte con un incremento di quelli che hanno coinvolto lavoratori stranieri, i più esposti, insieme alle donne, allo sfruttamento del caporalato nelle campagne, e al lavoro irregolare e senza nessuna sicurezza sulle impalcature, nelle cave, ma anche nelle fabbriche grandi e piccole, dove i robot che li starebbero soppiantando perdono una vite, si incantano o vanno in tilt, ma gli operai invece muoiono e muoiono perché si lavora  su macchinari e impianti vecchi, che sfuggono alla vigilanza dei pochi ispettori rimasti dopo lo smantellamento della rete dei controlli o perché non c’è formazione mentre ci sono i finti corsi e tirocini che fruttano soldi a chi li tiene solo sulla carta.

E poi non c’è impresario edile, non c’è caporale, non c’è padroncino di camion che non si difenda incolpando le vittime: non capiscono la lingua, non si mettono i caschi, sono ignoranti e non sanno usare le attrezzature di sicurezza, e poi, ammettiamolo, bevono e si presentano al lavoro ancora sbronzi. E  poi sono clandestini e mica li si può mettere in regola. Poco importa che la Cassazione dopo innumerevoli sentenze contro datori di lavoro colpevoli di non aver adempiuto alla formazione dei loro dipendenti, per la  prima volta sia entrata nel merito del rapporto tra imprese italiane del settore industriale e lavoratore straniero, stabilendo con una recente sentenza che ha confermato la condanna per omicidio colposo dei manager di un’azienda di Sesto Fiorentino dove ha trovato la morte un operaio romeno folgorato dall’alta tensione, che non addestrare e informare il dipendente, “tanto più se straniero”, dei rischi che corre sul posto del lavoro può causarne la morte,

Il fatto è che la sceneggiatura del delitto commesso nel maestoso paesaggio delle montagne bellunesi, parla di uno schiavo “nero per caso”, di uno straniero morto di sfruttamento che non merita né degna sepoltura e meno che mai giustizia. Ma ormai gli stranieri in patria, soggetti a ricatti, intimidazioni, umiliazioni fino alla perdita della vita, sono sempre di più. E anche per gli italiani vige la possibilità che i loro assassini restino impunti o quasi e non solo alla Thyssen, all’Ilva, all’Eternit (l’83 per cento degli incidenti si verifica in piccole e medie aziende), o che i feriti o intossicati vengano raggiunti negli ospedali e il loro silenzio comprato per pochi soldi magari in cambio di un posticino per i figli o le mogli, o che venga simulato un incidente lontano dal posto di lavoro se non addirittura in casa,  in modo da non far aumentare i premi assicurativi che l’imprenditore deve pagare all’Inail e da non far affiorare il sommerso delinquenziale.

Così quando in un’azienda qualcuno perde la vita o subisce lesioni gravi, come avviene nel dieci per cento dei casi di infortunio,  la notizia di reato non viene neppure comunicata alle procure e le indagini che dovrebbero essere svolte dalla polizia giudiziaria preposta, cioè dagli stessi ispettori delle Asl, che sono pochi e hanno già molti compiti da svolgere, nemmeno cominciano o vengono insabbiate. E se la procura apre un procedimento, si arriva al processo solo tra il 2 e il 3 per cento dei casi.

E come potrebbe essere altrimenti? Lo Stato investe sempre meno in controlli e prevenzione, gli ispettori delle Asl sono passati da cinquemila nel 2008 a meno della metà, impegnati a vigilare su 4,4 milioni di imprese italiane, più meno di 300 funzionari del ministero del Lavoro che intervengono per lo più nel settore edile, e circa 400 carabinieri, sicché il 97 per cento delle aziende non verrà mai visitata. Le Regioni non superano il tetto del cinque per cento di spesa che per legge dovrebbe essere destinata alla prevenzione negli ambienti di vita e lavoro: addirittura in Lombardia  non si arriva oltre il 3,7 per cento, benché i proventi delle sanzioni per irregolarità provenienti dall’attività ispettiva debbano essere investiti nella prevenzione.  La formazione del personale,  soprattutto se fasulla, è un brand ghiotto, che il Lombardia raggiunge quasi un miliardo e mezzo di euro, se si considera che ci sono 4 milioni di dipendenti che devono fare corsi formativi del costo di 400 euro lordi a testa. Ma è più profittevole se l’imprenditore ricorre a una patacca organizzata da agenzie  che, con la complicità di un ente paritetico (perlopiù un sindacato), producono   attestati falsi e patentini contraffatti per tirocini o addestramenti mai tenuti, nemmeno online e  perfino per le attività più esposte a rischi, quelle di cantiere, quelle del comparto chimico o manifatturiero.

È tutto nero, le morti, i contratti, la miseria. Anche i conti non tornano: se le posizioni dell’Inps denunciano 23 milioni di occupati, gli assicurati Inail sono invece circa 16 milioni e si scopre così che perfino alcune categorie di “particolari” prestatori di servizi non versano i contributi all’ente, i vigili del fuocoe  le forze di polizia. Per non parlare delle partite Iva, di un numero rilevante di addetti del comparto agricolo, dei contratti anomali e del precariato, più di 10 milioni di soggetti a rischio e invisibili.

E se non si muore, ci si continua ad ammalare: vista l’età elevata della forza lavoro italiana, a subire danni è perlopiù il sistema osteomuscolare, le patologie “professionali” riguardano gli addetti del tessile, della meccanica, della chimica e anche i lavoratori del comparto agricolo e in tanti patiscono ancora l’esposizione all’amianto: poco meno di 2000 accertati nel 2017, tra neoplasie, asbestosi e placche pleuriche.

Non viene assimilato alle malattie da lavoro, quello nero o quello precario. A esserne colpite sono le donne e le persone mature: l’età della vite rinviate, come le chiamava Gallino,  si sta alzando e il rinvio diventa così permanente, perché se fino a quando si hanno 25, 30, anche 35 anni, si può sempre sperare sulla stabilizzazione, quando si superano i 40 e si è al decimo contratto di breve durata si sa che l’occasione è persa, che il posto più o meno fisso non arriverà mai.

E allora lo stress, l’incertezza diventano un contagio che colpisce tutta la famiglia e che non ha prevenzione nè cura, come succede ormai nella maggior parte dei rischi sanitari, perché l’instabilità economica nega l’accesso all’assistenza sanitaria  e sbatte i precari nella categoria dei sans dents, come Hollande definì sprezzantemente i ceti plebeizzati che non hanno i mezzi nemmeno per le cure essenziali, o nel “cesto dei deplorevoli” dove li collocava Hillary Clinton, piagnoni meritevoli solo di biasimo per carenza di ambizione, arroganza, cinismo, le qualità indispensabili ad avere la titolarità per il comando e sul mondo e le vite degli altri.

 

 

 

 

 


Riinite acuta

riina-capaci-effCiò che colpisce nella pretesa scarcerazione di Riina, non è certo l’atteggiamento della Cassazione che in un certo senso può essere considerato storico se solo si pensa a Carnevale o alle più recenti difficoltà nel riconoscere la cosiddetta “mafia silente”, tutte vicende senza dubbio particolari, ma che affondano le proprie radici in una cultura complessiva e in un’ambiguità irrisolta di questa istituzione fra gli originari compiti di sorveglianza e quelli invece concreti di giudizio. Mi colpisce invece la rapida conversione di tutto un ambiente di cassazionisti last minute, l’ipocrisia devastante che corrode il Paese assieme alla sua vacua emotività occasionalista e che trova la sua miglior espressione in un sedicente progressimo a scansione automatica, incartapecorito come una crisalide abbandonata, che ancora una volta prova a incartare una realtà miserabile e ambigua più che evidente con la solennità dei principi per realizzare pienamente la disuguaglianza persino nel campo criminale. Certo che tutti hanno diritto a una morte dignitosa anche se questo implica molte cose e non solo o necessariamente il luogo dell’evento, come del resto tutti avrebbero diritto a una carcerazione dignitosa e che tuttavia solo i boss o i grand commis possono permettersi, ma sta di fatto che questo  principio non viene enunciato tutti i giorni, non illumina nessun cammino, ma viene applicato esclusivamente a uno dei più feroci e repellenti criminali, il quale  ha ancora agganci palesi col potere oscuro di questo Paese, unica ragione probabilmente per la quale raccoglie improvvisamente quell’umanità negata a tanti.

Ora alcuni che amano considerarsi civili, probabilmente con stessa facilità svagata di un bambino che si veste da Zorro o tartaruga ninja, si trovano d’accordo con il differimento della pena per malattia, ossia con la scarcerazione per un uomo accusato di molte stragi, compresa quella di Falcone e la sua scorta, una specie di emblema dell’efferratezza del potere mafioso e che certamente è ancora persona che conta dentro Cosa Nostra, tanto da emettere sentenze di morte nei confronti di magistrati e costringerli a una vita blindata. Però diciamo pure che il pricipio è giustissimo anche se è gestito come un’ingiustizia, diciamo che si ha diritto a una fine che non sia dietro le sbarre, anche se è probabile che a Parma il boss riceva cure migliori di quelle che avrebbe nell’isola natia, ma proprio questo rende strumentale e futile la canea umanitaria attorno a Riina: perché ogni anno nelle carceri italiane si suicidano in media una settantina di detenuti e un altro centinaio muore senza che nessuno dica nulla, si ribelli o senta il dovere di alzare la voce per invocare qualche principio di dignità . Dalll’inizio del secolo ad oggi circa 2000 persone sono morte in carcere, senza conteggiare i quasi mille suicidi, senza usufruire del pietismi di questi signori pronti alle umanità ad personam. 44 solo nei primi mesi di quest’anno.

Certo che lo stato non dev’essere vendicativo, ma questo – anche ammesso che non sia un semplice flatus vocis et calamis completamente vuoto – ha senso solo se è vero per tutti e non esclusivamente per qualcuno: proprio la difformità di trattamento ha a che fare con la vendetta o la remissione che dovrebbero essere aliene dalla giurisdizione. Per il resto è così evidente che la scarcerazione umanitaria di Riina fa parte a pieno titolo della trattativa Stato – Mafia alla cui definizione puntuale e precisa si è peraltro sotratto un intero ceto politico a cominciare dal suo orrido decano: probabilmente e volgarmente l’atto di umanità significherà voti per qualcuno, rendendo ancor più grottesco l’appello a principi che vengono invece infangati con queste manovre.

Quando la dura lex è tale per il rubagalline e invece viene considerata indebito giustizialismo per gli assassini e i grandi corruttori, vuol dire  che qualcosa si è definitivamente rotto nel contratto sociale. Posso capire che questo sia comodo per una subalternità politica che ha raggiunto livelli farseschi, ma che qualcuno stia al gioco in nome della civiltà o ci fa o ci è. Non è forse un caso che uno dei più lesti a minimizzare la vicenda prima di rendersi conto di quanto essa sia indigesta al Paese sia stato proprio Luciano Violante, cioè uno che al contrario ha portato al parossismo la repressione contro i No Tav, quello delle “risposte dure ” ai violenti che mettono in discussione le trame anche le più miserabili del potere, ma che si commuovono di fronte agli assassini seriali che con il potere ci giocano a rimpiattino. Riina è risucito a rimanere latitante per ventitrè anni grazie ai legami con la politica locale e nazionale. E adesso ci risiamo.


Furbetti di mare

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se la vera religione di Stato è quella  che celebra il Dio Profitto, è legittimo che chi officia i suoi riti non paghi l’Imu, proprio come la Chiesa,  i suoi prelati, i suoi hotel accatastati come luoghi di culto e meditazione. Lo pensa  il governo che ha infilato nella manovrina l’esenzione dalle imposizioni fiscali (Tasi, Ici e Imu) “per tutte le costruzioni ubicate nel mare territoriale”, quindi per edificazioni e impianti offshore, porti (Venezia, per esempio), impianti eolici, alberghi col pontile, ristoranti su palafitte.

Cornuti e mazziati i comuni costieri e i loro contribuenti, che non beneficeranno dei tributi che tre recenti sentenze della Cassazione avevano indicato come dovuti, accogliendo i ricorsi presentati dalle amministrazioni comunali, contenti invece costruttori, speculatori, petrolieri e colossi dell’energia che l’hanno infine avuta vinta nel contenzioso che li contrappone agli enti locali dalle cui acque estraggono idrocarburi.  L’articolo che abbona anche gli arretrati, per un ammontare di oltre 300 milioni, avrebbe l’intento di offrire una interpretazione inoppugnabile e defintiva  di norme precedenti, sostenendo che “non rientrano nel presupposto impositivo dell’imposta comunale sugli immobili (ICI), dell’imposta municipale propria (IMU) e del tributo per i servizi indivisibili (TASI), le costruzioni ubicate nel mare territoriale, in quanto non costituiscono fabbricati iscritti o iscrivibili nel catasto fabbricati”.  Come dire che se non c’è  l’iscrizione al catasto, non c’è rendita, e se non c’è rendita non c’è l’obbligo di pagare i tributi.

Dietro a questa ennesima acrobazia giuridica, non c’è solo la volontà conclamata di favorire per legge proprietà, rendite, speculazioni ai danni di suolo, risorse e quindi beni comuni, come è ormai uso consolidato quando urbanistica, pianificazione e governo del territorio, gestione delle attività produttive sono stati retrocessi a forme di contrattazione palese, di trattativa negoziale opaca grazie alla quale diritti e prerogative sono ridotti a merce di scambio, moneta corrente per consolidare consenso e potere o, nel più nobile dei casi, per sanare bilanci dissestati dallo strozzinaggio comunitario.

All’origine ci sono anche ragioni che potremmo definire ideologiche e che rispondono allo scopo dimostrativo autoritario e intimidatorio di svalutare il voto dei cittadini,  soprattutto quello referendario colpevole di aver  detto no all’alienazione dei beni collettivi, alle privatizzazioni delle risorse, alle trivelle. E che è culminato in quel pronunciamento che dichiarava apertamente di voler riconfermare alcuni capisaldi della democrazia contenuti nella Carta costituzionale, ristabilendo la volontà di controllo dal basso sulle velleità bonapartiste di un esecutivo esageratamente e artificialmente rafforzato. Insomma è evidente che ancora una volta questo governo, che si rivela essere uno dei più codardi e infami nelle sue fattezze di lugubre fotocopia dell’atto di dissoluzione della sovranità di Stato e Parlamento, vuole manifestare la sua vocazione di gregario e dipendente al servizio dei padroni, esibire la sua subalternità sollecita e premurosa ai voleri superiori piegando politica, rappresentanza, regole e ragione alle leggi della proprietà, del profitto, dell’affarismo.

È tutto “roba loro”: il Parlamento umiliato alla funzione notarile di approvazione avvilente di decreti e alla sottomissione a reiterati voti di fiducia, la Costituzione tirata da una parte all’altra come una coperta troppo corta che è meglio riporre in naftalina, l’aria, l’acqua, il paesaggio, la cultura, l’arte, provvidenziali solo se portano immediati ricavi, se suonano la marcia trionfale del profitto come juke box  intorno ai quali balla questo ceto di giovinastri logori senza essere diventati adulti, con le loro mediocri ambizioni e la loro avidità di vecchi sporcaccioni.


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