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I pontieri dell’antipopulismo

ponte crollatoOgni giorno mi scopro più populista che pria perché la supponenza, l’infingardaggine e la vacuità parolaia di chi fa quotidiano sfoggio del cosiddetto antipopulismo prende ormai alla gola. E i fogli padronali che mascherano i loro bassi istinti dietro il politicamente corretto (nei prossimi giorni ne voglio parlare) sono ormai un culmine insuperato di ipocrisia. Leggo su Repubblica, il giornale di sciur padrun da li beli braghi rosa, rosa per catturare i citrulli, che a parlare della scarsa attenzione di Autostrade verso il ponte Morandi  e in generale verso tutta la rete di grande viabilità di cui ha la concessione, si rischia di fare della società “il capro espiatorio di processi sommari e riti di piazza, tipici del populismo”: perciò – ecco la sostanza di questa alata difesa – non si può revocare la concessione prima che la magistratura abbia detto l’ultima parola, quindi se tutto va bene fra dieci anni.

Insomma a definire un contesto assolutamente verminoso e  a imporre l’opportunità di togliere a Benetton la gallina dalle uovo d’oro vergognosamente regalatagli a suo tempo,  non è bastato che Atlantia abbia tentato di coinvolgere i propri dipendenti nel risarcimento dei danni, mostrando di che pasta marroncina sia, non è bastato il tentativo di infinocchiare i danneggiati dal collasso del ponte Morandi con rimborsi parziali e formule truffaldine che oggi la società stessa definisce eufemisticamente “infelici”, non sono bastati gli indecorosi piagnistei piddino – finanziari sui poveri azionisti, non sono stati sufficienti i misteri gaudiosi attorno al crollo che rimangono tuttora inspiegati  e non basta nemmeno la relazione della commissione ispettiva del Ministero dei Trasporti (qui) che arriva a a una conclusione agghiacciante “ la concessionaria  pur a conoscenza di un accentuato degrado delle strutture portanti non ha ritenuto di provvedere, come avrebbe dovuto, al loro immediato ripristino né adottato alcuna misura precauzionale a tutela”. Insomma pur a fronte di segni di grave degrado della struttura, non si è adottato alcun provvedimento di limitazione o di chiusura al traffico, non sono stati eseguiti gli interventi necessari per evitare il collasso del Morandi, non si è nemmeno proceduto a una valutazione di sicurezza del viadotto come invece era stato riferito dalla società (ma forse il documento è stato fatto sparire perché troppo compromettente) . Anzi  questi elementi sono stati nascosti al Ministero, probabilmente nel timore che questo comportasse delle spese di ripristino per Atlantia.

Ma certo solo un populista può chiedere che questi signori siano mandati fuori dalla gestione delle Austostrade. E solo un populista può ritenere che al di là del crollo del ponte, la gestione Atlantia fosse gravemente carente, pericolosa e di natura esclusivamente speculativa visto che fino a quando  le autostrade appartenevano al settore pubblico venivano spesi ogni anno mediamente 1 milione e 300 mila euro in manutenzione ordinaria, mentre con Benetton si è passati a 23 mila euro all’anno, praticamente quanto spendono due camionisti tra pedaggi e soste agli autogrill. Nello specifico della manutenzione del ponte dal ’94 ad oggi sono stati spesi 24 milioni e 610 mila euro, ma solo 492 mila dal ’99 ad oggi, ossia con la concessione a Benetton. Sono cifre che parlano da sole e ci parlano di speculatori che vogliono incassare tutti i pedaggi senza spendere nulla, mettendosi sotto le scarpe la sicurezza dei cittadini, l’efficienza della rete e in ultima analisi gli interessi del Paese. Il quadro complessivo è allucinante e chiude in una sorta di perfezione geometrica, il perimetro entro cui si situano le famose privatizzazioni di cui quella di Autostrade è un caso inarrivabile di scuola con la grande viabilità pagata dai cittadini, praticamente regalata a un gruppo di squali i quali l’hanno ripagata con i pedaggi degli utenti, incassando utili e stratosferici senza peraltro fare una decente manutenzione, nemmeno nel caso in cui le criticità erano evidenti e denunciate da più parti.

Qui la questione specificamente penale qualunque cosa ne pensi l’ingegner De Benedetti e qualunque cosa ne faccia scrivere sui giornali di sua proprietà, per mano dei vari dottor Piuma e professor Catrame, diventa paradossalmente marginale facendo emergere in primo piano il discorso politico e di sistema, mettendo sotto accusa l’intera classe politica che ha permesso tutto questo, l’ideologia che ne è stata l’alibi e la corruzione che ne ha costituito il contesto. Difendere Atlantia significa difendere tutto questo ed è naturale che i giornali di regime temano che la questione Autostrade strappi l’ordito grazie al quale la razza padrona ha fatto strame del Paese. Qui il populismo o l’antipopulismo non c’entrano proprio un bel nulla, sono solo una formula apotropaica per giustificare i frutti di un’ideologia della disguaglianza e del profitto con tutte le sue  conseguenze, il tentativo disperato e al tempo stesso tracotante di dare un senso a un’Italia da dimenticare,

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