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Le Olimpiadi della mazzetta

Presentazione di PowerPointAnna Lombroso per il Simplicissimus

A volte ho la tentazione di copiarmi, di fare copia incolla con post del passato su vicende che, come sempre succede non hanno insegnato nulla ai posteri. In questo caso potrei riprendere solo cambiando il nome della città, quelli scritti per motivare il fermo no alle Olimpiadi a Roma di tutti quelli che avevano e hanno a cuore la tutela del territorio da speculazioni e da opere e eventi che hanno come unico fine promuovere corruzione e malaffare a spese dei cittadini.

In realtà mi sbaglierei perché su questo argomento le lezioni della storia anche recente hanno insegnato qualcosa, ma non a tutti. Ad esempio Calgary nei giorni scorsi, con una disposizione della sua amministrazione comunale ha deciso di ritirare la sua candidatura  ad ospitare le Olimpiadi invernali del 2026, ratificando il risultato di un referendum consultivo in occasione del quale il 56% dei votanti ha bocciato la proposta. I fautori del no, contro una campagna pressante condotta dallo stesso sindaco, hanno motivato il loro dissenso dimostrando semplicemente che gli investimenti necessari, sottratti a altre voci fondamentali (salvaguardia dell’ambiente, assistenza, istruzione) del bilancio del comune, sarebbero stati in massima parte finanziati  da un aumento delle imposte di famiglia per i prossimi 25 anni. Ed anche rendendo noto che già in fase preparatoria il budget per sostenere la designazione è stato del 600%.

Insomma le motivazioni erano le stesse che originarono l’opposizione di monti e della giunta Raggi, e che  avrebbero dovuto dissuadere altri potenziali candidati insieme a qualche elementare constatazione: la  scia di opere incompiute – basti citare la Città dello sport a Tor Vergata, con due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009–o che si sono dilatate oltre ogni pessimistico pronostico di tempi e di costi che resta dopo giandi eventi sportivi, il dato che per onorare i suoi impegni con gli organizzatori delle Olimpiadi, lo stato di Rio de Janeiro è stato costretto a tagliare le spese per servizi e salari dichiarando lo stato di “pubblica calamità”, come accade in caso di terremoto o inondazioni e rivelando che  si era arrivati al “totale collasso della sicurezza pubblica, della salute, dell’istruzione, della mobilità e della gestione ambientale”, o che la Russia per Sochi ha speso  50 miliardi, o che  Montreal ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 ma attualmente senza padrone, ridotto a archeologia monumentale, o che Tokyo ha visto lievitarei costi  da 7,3 miliardi iniziali ai 30 miliardi di dollari attuali. Ed è misericordioso tacere sui giochi di Torino, sugli edifici compreso il villaggio olimpico da145 milioni, ridotti a ricetto di criminalità, sulle piste che avevano obbligato al disboscamento e alla  cementificazione del paesaggio montano e che ora spiccano come scheletri abbandonati a damnatio memoriae della hybris nostrana.

Macché. Un giorno fa il tandem  Milano-Cortina ha presentato il progetto di candidatura all’Olimpiade invernale 2026  davanti ai membri dell’Anoc, l’assemblea dei Comitati Olimpici Nazionali. Venti minuti con gli occhi addosso, scrive il Corriere esultante e palpitante, per cominciare a convincere chi materialmente a giugno 2019 voterà la città olimpica della bontà del dossier italiano rispetto a quello della concorrente Stoccolma. Sul palco si sono alternati il presidente del Coni, il sindaco di Milano, il governatore del Veneto e Arianna Fontana,  fuoriclasse nostrana dello short track, in qualità di gentile ambasciatrice. Nel menù anche un filmato che sottolinea le eccellenze del Lombardo-Veneto (e non solo) e il logo della candidatura, che inevitabilmente cita il Duomo e le Dolomiti.  Il prossimo passaggio sarà la presentazione del masterplan, incluse le garanzie finanziarie, a Losanna l’11 gennaio.

Tutto fa pensare che se una iniziativa parte in perdita, ma ci si impegna per realizzarla contro buonsenso e interesse generale, qualcuno conta, da quello spreco, di guadagnarci.

Presto detto, lo si doveva alla capitale morale, forte dell’esperienza dell’Expo, dimentica che quel ballo excelsior  è stato il laboratorio delle più famigerate misure antisociali e antiecologiche, sottoposto a commissariamenti e controlli delle autorità anticorruzione impotenti che hanno dovuto digerire malaffare e infiltrazioni mafiose dimostrate in nome dell’equivoco più illegale imposto dalle leggi, e cioè che si trattava di un’opera di interesse generale che non si poteva né doveva fermare, rendendo una serie di irregolarità e reati, legittimi e autorizzati. Un principio quello che paghiamo e pagheremo caro, digerendo tav/triv/mose/ magari ponte sullo Stretto? grazie alle minacce del racket del cemento e alle intimidazioni della cosca delle penali davanti alle quali il governo piega la testa.

Presto detto, lo si doveva alla regione che vanta una serie di primati di efficienza, come nel settore dei rifiuti o in quello dell’assistenza sanitaria, come si evince da recenti casi di cronaca, per non dire dei record di consumo del suolo, secondo i dati dell’Ispra e della stessa regione:  Veneto, e nel dettaglio Verona, maglia nera nella classifica del suolo consumato nel 2017, con 1.134 ettari consumati in un anno e una percentuale di incremento pari allo 0,50%, superficie più colpita dalla cementificazione e impermeabilizzazione del territorio, doppiando la media nazionale.

L’accordo tra i due partner potrebbe fare da motore e esempio costruttivo, è il caso di dirlo, a ben più alte future alleanze. E c’è da preoccuparsi pensando a quale ideologia si ispira il governo di Milano, una città bevuta e ubriaca dei fumi di una visione megalomane che un grande urbanista, toccato dalle conseguenze delle olimpiadi barcellonesi del ’92 chiama   “necrourbanismo”, specializzato  cioè nel generare spazi vivi per il capitale e per la circolazione delle merci, mentre in cambio condanna alla morte, depreda, manomette tutti gli spazi pubblici, di convivialità, di reciprocità, di socialità. O il governo del Veneto, che, tanto per far presto a definirlo, si ispira al modello Benetton, all’occupazione cioè del sistema economico e sociale  attraverso un gioco di scatole cinesi in modo che un padronato locale spregiudicato al servizio di un ceto sovranazionale in regime di monopolio, occupi e si impossessi con manovre speculative dei gangli vitali: spazi comuni compresi i luoghi della produzione culturale, immobili pubblici espropriati e svenduti,  appalti e concessioni, territori, strade, stazioni, editoria e, tanto per non andare lontani, anche lo sport con il sostegno a candidature del passato fortunatamente tramontate e con la partecipazione in squadre di basket e rugby, oltre a quella nella competizione più praticata, lo sfruttamento dei poveracci in patria e altrove.

C’è davvero da preoccuparsi perché è possibile che queste Olimpiadi che nessuno vuole, le concedano proprio a noi, ridotti a hangar, trampolini di lancio, basi militari dove conservare le porcherie che posti e popoli rifiutano, mesta espressione geografica ridotta in stato di servitù, che come le vecchie contesse in miseria si vende i gioielli per comprarsi i pennacchi da inalberare alla prima della Scala.

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I pontieri dell’antipopulismo

ponte crollatoOgni giorno mi scopro più populista che pria perché la supponenza, l’infingardaggine e la vacuità parolaia di chi fa quotidiano sfoggio del cosiddetto antipopulismo prende ormai alla gola. E i fogli padronali che mascherano i loro bassi istinti dietro il politicamente corretto (nei prossimi giorni ne voglio parlare) sono ormai un culmine insuperato di ipocrisia. Leggo su Repubblica, il giornale di sciur padrun da li beli braghi rosa, rosa per catturare i citrulli, che a parlare della scarsa attenzione di Autostrade verso il ponte Morandi  e in generale verso tutta la rete di grande viabilità di cui ha la concessione, si rischia di fare della società “il capro espiatorio di processi sommari e riti di piazza, tipici del populismo”: perciò – ecco la sostanza di questa alata difesa – non si può revocare la concessione prima che la magistratura abbia detto l’ultima parola, quindi se tutto va bene fra dieci anni.

Insomma a definire un contesto assolutamente verminoso e  a imporre l’opportunità di togliere a Benetton la gallina dalle uovo d’oro vergognosamente regalatagli a suo tempo,  non è bastato che Atlantia abbia tentato di coinvolgere i propri dipendenti nel risarcimento dei danni, mostrando di che pasta marroncina sia, non è bastato il tentativo di infinocchiare i danneggiati dal collasso del ponte Morandi con rimborsi parziali e formule truffaldine che oggi la società stessa definisce eufemisticamente “infelici”, non sono bastati gli indecorosi piagnistei piddino – finanziari sui poveri azionisti, non sono stati sufficienti i misteri gaudiosi attorno al crollo che rimangono tuttora inspiegati  e non basta nemmeno la relazione della commissione ispettiva del Ministero dei Trasporti (qui) che arriva a a una conclusione agghiacciante “ la concessionaria  pur a conoscenza di un accentuato degrado delle strutture portanti non ha ritenuto di provvedere, come avrebbe dovuto, al loro immediato ripristino né adottato alcuna misura precauzionale a tutela”. Insomma pur a fronte di segni di grave degrado della struttura, non si è adottato alcun provvedimento di limitazione o di chiusura al traffico, non sono stati eseguiti gli interventi necessari per evitare il collasso del Morandi, non si è nemmeno proceduto a una valutazione di sicurezza del viadotto come invece era stato riferito dalla società (ma forse il documento è stato fatto sparire perché troppo compromettente) . Anzi  questi elementi sono stati nascosti al Ministero, probabilmente nel timore che questo comportasse delle spese di ripristino per Atlantia.

Ma certo solo un populista può chiedere che questi signori siano mandati fuori dalla gestione delle Austostrade. E solo un populista può ritenere che al di là del crollo del ponte, la gestione Atlantia fosse gravemente carente, pericolosa e di natura esclusivamente speculativa visto che fino a quando  le autostrade appartenevano al settore pubblico venivano spesi ogni anno mediamente 1 milione e 300 mila euro in manutenzione ordinaria, mentre con Benetton si è passati a 23 mila euro all’anno, praticamente quanto spendono due camionisti tra pedaggi e soste agli autogrill. Nello specifico della manutenzione del ponte dal ’94 ad oggi sono stati spesi 24 milioni e 610 mila euro, ma solo 492 mila dal ’99 ad oggi, ossia con la concessione a Benetton. Sono cifre che parlano da sole e ci parlano di speculatori che vogliono incassare tutti i pedaggi senza spendere nulla, mettendosi sotto le scarpe la sicurezza dei cittadini, l’efficienza della rete e in ultima analisi gli interessi del Paese. Il quadro complessivo è allucinante e chiude in una sorta di perfezione geometrica, il perimetro entro cui si situano le famose privatizzazioni di cui quella di Autostrade è un caso inarrivabile di scuola con la grande viabilità pagata dai cittadini, praticamente regalata a un gruppo di squali i quali l’hanno ripagata con i pedaggi degli utenti, incassando utili e stratosferici senza peraltro fare una decente manutenzione, nemmeno nel caso in cui le criticità erano evidenti e denunciate da più parti.

Qui la questione specificamente penale qualunque cosa ne pensi l’ingegner De Benedetti e qualunque cosa ne faccia scrivere sui giornali di sua proprietà, per mano dei vari dottor Piuma e professor Catrame, diventa paradossalmente marginale facendo emergere in primo piano il discorso politico e di sistema, mettendo sotto accusa l’intera classe politica che ha permesso tutto questo, l’ideologia che ne è stata l’alibi e la corruzione che ne ha costituito il contesto. Difendere Atlantia significa difendere tutto questo ed è naturale che i giornali di regime temano che la questione Autostrade strappi l’ordito grazie al quale la razza padrona ha fatto strame del Paese. Qui il populismo o l’antipopulismo non c’entrano proprio un bel nulla, sono solo una formula apotropaica per giustificare i frutti di un’ideologia della disguaglianza e del profitto con tutte le sue  conseguenze, il tentativo disperato e al tempo stesso tracotante di dare un senso a un’Italia da dimenticare,


La vergogna corre anche in Autostrade

filAnna Lombroso per il Simplicissimus

Uno dei processi più infami in corso in questi nostri anni di invereconda ipocrisia è certamente la conversione della solidarietà in carità e della responsabilità in beneficienza, come si è visto fare con gli appelli di decisori a concorrere coni nostri  sms per porre riparo alle loro trascuratezze e colpe, o con gli appelli alle coscienze perché in via personale e volontaria ci si adoperi dove non arrivano e non vogliono arrivare stato, istituzioni, soccorsi. A patto però che la compassione non intralci affarismi e interessi: in quel caso si torna a omaggiare competenze, professionalità e esperienza da contrapporre all’impegno offerto senza remunerazione, che deve essere limitato a prestare opera presso Fico, Expo e simili in modo da acquisire meriti e arricchire il proprio curriculum di entusiasti precari a vita.

Di esempi illustri ne abbiamo e non solo per quanto riguarda le geografie del buonismo e del cattivismo che culminano nell’immancabile invito a ospitare i profughi in casa propria. Una delle forme più sofisticate di queste trasformazioni è rappresentata dalla vocazione e dall’attività delle fondazioni, in particolare quelle bancarie,  quei «Mostri giuridici», secondo la definizione di Giuliano Amato, proprio lui che insieme  Guido Carli, firmò la legge 218 1990, inaugurando  la stagione delle dismissioni del patrimonio pubblico italiano e che Tremonti, vincolandone le erogazioni al territorio per il 90%, rese i più potenti soggetti politici locali.

Sono quelle i soggetti   che, con quattrini appartenenti alle ex banche pubbliche e casse di risparmio privatizzati    condizionano  le politiche pubbliche locali in proporzione diretta all’impoverimento dei Comuni. Sono quelle i poteri forti che sfuggendo a qualsiasi controllo democratico intervengono in ogni settore: famiglia; istruzione e formazione; religione e sviluppo spirituale; assistenza agli anziani; diritti civili; prevenzione della criminalità e sicurezza pubblica; sicurezza alimentare e agricoltura di qualità; sviluppo locale ed edilizia popolare locale; protezione dei consumatori; protezione civile; salute pubblica, medicina preventiva e riabilitativa; attività sportiva; prevenzione e recupero delle tossicodipendenze; patologie e disturbi psichici e mentali; ricerca scientifica e tecnologica; protezione e qualità ambientale; arte, attività e beni culturali, scardinando la necessaria distinzione tra privato e pubblico e indirizzando scelte, abitudini, consumi, aspettative per corrispondere agli imperii del mercato.

Per non parlare di quelle private, di un sistema nato negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo, quando  per legge la “filantropia” delle aziende più ricche e potenti (Rockfeller, Mcdonald’s) si sostituì all’ attività missionaria per aprire la strada e fidelizzare al capitalismo e all’imperialismo i “pagani”. Ma là come da noi nessuno mise in dubbio l’edificante conversione alla virtù dei reprobi, nessuno si interrogò sul perché imprese che avevano modo di accumulare così tanto denaro, tanto da non averne bisogno, lo riversavano  in iniziative che premiavano la megalomania e appagavano il desiderio di lasciare un’impronta di sé invece, tanto per dirne una, di aumentare i salari dei loro lavoratori, investire in sicurezza o in servizi sociali. Ancora oggi sopravvive una incondizionata ammirazione per persone giuridiche in possesso di risorse enormi, autorizzate a non pagare le tasse, a godere inspiegabilmente della facoltà di agire, quasi illimitatamente, nella non-transparenza, autorizzate “moralmente” a trasformare la ricchezza economica in capitale politico, sociale e culturale e il denaro in potere di influenza smisurato, legittimate in qualità di idoli della modernità, come Jobs o, Gates a parlare di istruzione, di sanità e di politiche agricole, non solo con il governo degli Stati Uniti, ma anche con i governi di tutto il mondo, in veste di icone e maestri spirituali.

Basta pensare che in Italia ha diritto di parola e di “insegnamento” quella dei Benetton, della nota dinastia dei pullover più soggetti a rapido infeltrimento  (ho purtroppo avuto recentemente modo di parlarne qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/08/19/al-di-la-del-male-e-dei-benetton/), impresa nota per aver fatto proselitismo di sfruttamento senza norme di sicurezza e senza confini e potenza predona famosa per spregiudicate speculazioni a Venezia e non solo, che usa la sua Fondazione  per pareggiare il conto con espropri, lucroso affarismo immobiliare, acrobatici acquisti e svendite elargendo il premio Scarpa per l’architettura o per nascondere l’umiliazione inferta a quella parte di Lazio felix che era Maccarese, congelandone la memoria in un archivio.

C’è da sospettare che ci sia una trovata del pensatoio sociale della fondazione dietro la sfrontata e esecrabile iniziativa  di Autostrade  di  promuovere una raccolta fondi tra i lavoratori invitati a   devolvere volontariamente “il valore di una o più ore di lavoro a favore delle famiglie delle vittime della tragedia del ponte Morandi”, utilizzando l’apposito modulo,  a firma del responsabile della direzione Risorse umane e industriali del Gruppo. Alle troppo limitate critiche l’azienda ha risposto dicendosi dispiaciuta che “un’iniziativa spontanea di alcuni dipendenti, nata dalla loro sensibilità” sia stata “oggetto di strumentalizzazioni fondate su notizie false e tendenziose” e che si sia malinteso l’intento di Autostrade  “di sostenere e supportare” dando generosa ufficialità  a una proposta “così nobile”.

Siamo allo solite, ci si accorge dei lavoratori solo quando si può impiegarli e per giunta a spese loro, perfino per la più indecorosa delle propagande, ci si accorge dei bisogni di cultura e istruzione quando si possono scaricare dalle tasse. È quello che chi sta sopra intende quando dice che siamo tutti sulla stessa barca, peccato che loro stiano ben saldi e bordo e a annegare siamo noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il patto Atlantia

C_2_articolo_3158518_upiImageppDunque vediamo come vanno le cose in Italia: la Nave Diciotti attracca a Catania e immediatamente un pm di Agrigento, famelico di telecamere, si precipita sull’imbarcazione per poi indagare Matteo Salvini per sequestro di persona tra il giubilo dei piddini. I colleghi pm di Genova invece hanno aspettato la bellezza di otto giorni prima di sequestrare computer e telefonini dei dirigenti dei dirigenti di Autostrade, dando loro tutto il tempo di cancellare qualsiasi cosa senza nemmeno dover rinunciare al week end perché dopotutto è estate.

Insomma sembra quasi che la rapidità delle indagini dipenda dagli input dello stato ombra e/o dal patrimonio dei possibili colpevoli: quando si verificano incidenti mortali  nei cantieri o nelle piccole aziende nel giro di 24 ore vengono indagati come atto dovuto i possibili responsabili, siano essi proprietari, gestori, progettisti o manutentori, mentre in questo caso sembra proprio che i magistrati non sappiano nemmeno che esista una società chiamata Autostrade su cui necessariamente pende l’onere di rispondere in prima istanza del disastro. Il fatto è che durante il ventennio berlusconiano, quando la lotta contro il cavaliere non era condotta sul piano politico, vista l’affinità letale tra maggioranze e opposizioni, ma su quello giudiziario, è maturata un’idea manichea della magistratura demonizzata o santificata a seconda dei casi, ma del tutto fittizia. Ecco che in pochi giorni siamo posti di fronte alla dura realtà che per tanti anni è stata tenuta nascosta nel cassetto delle illusioni e che impedisce di mettere mano a una profonda revisione della struttura giurisdizionale. O quanto meno di salvare le forme, sanzionando i protagonismi strumentali o le incomprensibili e opache lentezze di reazione.

Una realtà che è ancora peggiore di quanto ci si aspetti perché l’assoluzione preventiva  di Autostrade, dando ad essa tempo e agio di far scomparire qualsiasi documentazione eventualmente compromettente, ha fatto rialzare la testa a Benetton che adesso fa la vittima e vorrebbe grottescamente chiedere i danni allo Stato, con la connivenza delle opposizioni e di quei confusi personaggi le cui animule palpitano per le migrazioni provocate proprio dagli stessi padroni del vapore. La cosa raggiunge il paradosso metafisico se si pensa che lo studio legale newyorkese  Bronstein, Gewirtz & Grossman sta esaminando potenziali rivendicazioni per conto di acquirenti di azioni Atlantia in relazione a una possibile revoca della concessione e di una sanzione per la caduta del prezzo delle azioni. Comunque vada – e una questione di questo genere potrebbe finire nel nulla che merita, come anche portare allo scioglimento di Atlantia e al suo trasferimento in Usa -certamente i parenti delle vittime non avranno nel migliore dei casi nient’altro  che una  miserabile elemosina mentre  Genova e il suo porto saranno di fatto condannati visto che quel ponte non sarà mai ricostruito se le atmosfere del dopo disastro sono queste.

Certo il complesso reazionar – finanziario esprime appieno l’intollerabile verminaio contemporaneo, ma non si può dimenticare che Benetton e compagni hanno comprato autostrade con i soldi di autostrade, cioè senza metterci un soldo, con un’operazione piratesca grazie alla quale essi hanno messo i proprio debiti in una società , successivamente fusa con Autostrade, in modo da ripagarli con i soldi dei pedaggi. Questa brillante operazione per il Paese porta la firma di Romano Prodi e del governo di centro sinistra, a dimostrazione ulteriore del ruolo catastrofico che ha avuto in questo Paese l’alleanza tra ex comunisti immediatamente neo liberalizzanti dopo la caduta del muro e cattolici doppio moralisti impegnati a costruire crune dell’ago per farci passare altro i cammelli più ricchi,  entrambi impegnati a sfruttare  l’ingombrante e mefitica presenza di Berlusconi per fare scempio del Paese, come se non bastasse la mummia bio politica di Arcore. Lo dico perché si tratta dello stesso impasto di incomprensioni, equivoci, disonestà intellettuale, ossessivo quanto pretestuoso attaccamento a feticci senza vita e totale mancanza di visione che si avverte nel dibattito di questi giorni. Del resto questo miscuglio non è di per sé in grado di generare evoluzioni, ma soltanto involuzioni e semplicismi infantili.


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