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Nuova vittima dei Maletton

oliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma povero Toscani, che terribile rivelazione deve essere stata per lui che i padroni per i quali tanto si è prodigato con il suo talento, con il suo spiritaccio provocatorio, con le grande celebrazioni dell’ipocrisia united colors, immortalando i sorrisi dei ragazzini multicolori e multietnici dietro ai quali si celavano il sudore e le lacrime degli sfruttati in geografie remote e immediatamente dimenticate anche dopo le stragi coloniali, ecco, proprio loro che hanno finanziato la sua impresa “culturale”, come sponsor e testimonial, mentre speculavano indecentemente nella città più colta, ammirata e vulnerabile del mondo, si sono mostrati per quel che sono, cinici, sfrontati, feroci.

E infatti con un comunicato ufficiale  più scarno di un tweet,  Benetton Group, con il suo Presidente Luciano Benetton, ha comunicato di volersi dissociare “nel modo più assoluto dalle affermazioni di Oliviero Toscani (che durante una trasmissione aveva dichiarato «Ma a chi interessa che caschi un ponte?». N.d.R.) a proposito del crollo del Ponte Morandi, prendendo atto dell’impossibilità di continuare il rapporto di collaborazione con il direttore creativo».

L’augusto licenziato sia pur con giusta causa, ha replicato in tempo reale da sbruffone qual è: «Sono finalmente libero dai loro problemi», dimostrando simbolicamente che se i servi non possono fidarsi dei padroni, loro, altrettanto, è meglio che non diano fiducia alla devozione di Arlecchino, anche quando è pagato profumatamente, che si sa che pecunia non olet, e soprattutto se è stato messo a parte di sregolatezze, trasgressioni, reati e crimini. Per dir la verità che quella fosse una famigliola con un certo istinto  criminale era noto a tutti, salvo forse ai governi nazionali e locali che si sono succeduti. Perché storia, cronaca e statistiche insegnano che una dinastia imprenditoriale, o forse è meglio chiamarla famiglia come si usa in altri contesti,  impegnata con poliedrica duttilità in ogni settore economico, consolidando relazioni non sempre trasparenti con la politica e la pubblica amministrazione, comprando e rivendendo con spregiudicato dinamismo, scegliendo piazze commerciali e produttive dove è autorizzato e perfino lecito non osservare leggi sul lavoro, fiscali e ambientali, non è mai al di sopra di ogni sospetto.

E infatti l’impero di Ponzano per usare una terminologia appropriata non agisce solo nel settore tessile e dei filati: attraverso la società Edizione Holding, che rappresenta la cassaforte finanziaria della famiglia, si è infiltrato  in numerosi e diversificati settori,  che spaziano dalla ristorazione (Autogrill, dove in questi giorni in coincidenza con Toscani  hanno licenziato i dipendenti che non avevano voluto i turni nei giorni di Natale), nelle infrastrutture (Eurostazioni) e nei trasporti (Atlantia, che gestisce 3mila km autostradali italiani (quasi la metà del totale). Edizioni continua malgrado gli incidenti di percorso rende ben grazie a società e affiliate e partecipazioni: Autostrade per l’Italia e Aeroporti di Roma,  assicurazioni e banche (Generali, Mediobanca, Banca Leonardo), oltre a una quota in Pirelli. Ma non basta.

A questi si aggiungono gli investimenti nel settore agricolo e in quello immobiliare. La famiglia detiene il 100% dell’azienda agricola Maccarese (Roma) e di Compania de Tierras Sudargentinas, in Patagonia. Non manca il comparto editoriale: se hanno  ceduto la partecipazione diretta del 51% in Rcs, mantengono però quella indiretta tramite Mediobanca e monopolizzano la pubblicità anche grazie ai servizi non disinteressati del loro ex creativo  con un budget che, si dice, si aggirerebbe intorno ai 60 milioni annui, 25 dei quali impegnati nello smunto mercato dell’editoria italiana.

Si  chiama invece Edizione Property  la holding nel settore del mattone, con un patrimonio immobiliare che vale intorno a 1,4 miliardi di euro.  C’erano  i Benetton dietro il tentativo di oltraggiare Capo Malfitano in Sardegna con  190mila metri cubi di costruzioni suddivisi in quattro complessi alberghieri, quattro residence, due agglomerati di residence stagionali privati e relativi servizi, ma è Venezia il laboratorio del loro talento alla speculazione più sfacciata, fin da quando avevano messo gli occhi sulle nuove opportunità offerte dalla Serenissima partecipando alla cordata che voleva conquistare Venezia, con una Expo per fortuna evitata in extremis.

Ma si sono rifatti anche grazie ai buoni uffici del sindaco Cacciari, quando Edizioni srl acquista l’adiacente hotel Monaco & Gran Canal con il proposito di occupare militarmente tutto l’isolato per farne un “distretto alberghiero e commerciale del lusso”, poi l’isola di San Clemente acquistata nel 1999 dall’Ulss (era sede di un ospedale psichiatrico) per 25 miliardi,  e convertita in albergo per essere rivenduta a una proprietà straniera proprio il giorno dell’inaugurazione. Per non parlare del  Fontego dei Tedeschi, edificio cinquecentesco ai piedi di Rialto, da decenni sede della Poste, viene acquisito nel 2008 per 53 miliardi con l’intento di farne un “megastore di forte impatto simbolico che rappresenti una sorta di immagine globale per il paese” (ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/10/13/terrazza-con-vista-sul-popolo-bue/; e qui: https://ilsimplicissimus2.com/2015/08/07/venezia-presa-per-il-cubo/) . Ecco fatto: perfino l’archistar assunta per coronare il sogno distopico di un centro commerciale come allegoria dell’Italia si ribellerà quando alle pesanti manomissioni che intervengono in corso d’opera, dall’installazione di scale mobili alla rimozione del tetto per sostituirlo con terrazza panoramica mozzafiato,  si aggiungono altri misfatti edificatori e anche qualche caduta di bon ton,  trattando i cambi di destinazione d’uso e le pressioni per accelerare  le procedure, con un generoso contributo per la Fenice.

Poi, come da tradizione familiare,  compiuto il misfatto i “magliari”  cedono il passo a compratori stranieri per occuparsi dell’“assalto al treno”,  grazie alla loro presenza in  quella che hanno rivendicato essere la più “grande multinazionale dei servizi per la gente in movimento”, con infrastrutture, ma anche ristorazione, hotel, shopping,   nella location della Stazione di Santa Lucia con un aumento della superficie dal progetto iniziale da 2500 a 9000 mq,  destinati alla “greppia” internazionale e alle attività commerciali. È così evidente la loro occupazione militare che  il Ponte della Costituzione anche quello frutto della improvvida gestione Cacciari, secondo la guida di Lonely Planet, viene abitualmente definito Benetton Bridge, in omaggio al gruppo che ne ha in parte finanziato la costruzione.

Ma anche il Toscani, benedetto uomo, ma cosa si aspettava, che calasse un silenzio pudico sulle sue incaute affermazioni alla pari di quello steso  sulla festosa grigliata di Ferragosto a Cortina, patronessa la zarina Giuliana, subito dopo il crollo? Ma cosa si aspettava se c’è da sospettare che sia stato lui a suggerire la lunga e accorata paginata su Repubblica (ne ho scritto qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2019/12/02/benetton-la-posta-del-cuore-nero/) nel quale i suoi datori di lavoro rivendicavano l’estraneità di tutti i membri del clan nella gestione di Autostrade e dunque del delitto di Genova?

A volte anche ai Pr, agli architetti e fotografi di regime, ai ritrattisti dei re, ai kapò e gauleiter, ai supporter ingenui e non,  succede di scoprire l’anima nera di quelli che li hanno accolti alla loro mensa, riso delle loro battute da giullari, beneficato di regali e onorificenze. E di accorgersi che sono come tutti i faraoni, satrapi, tiranni e padroni delle ferriere come quello che a Grezzago, nel milanese, all’interno dell’azienda Maschio SN ha  accolto l’operaio infortunatosi nel luogo di lavoro al suo ritorno dopo due mesi di malattia, aggredendolo e trattandolo da “parassita” per poi licenziarlo.

E siccome non siamo in Germania dove i due manager condannati della Thyssenkrupp andranno in carcere, qui dirigenti bancari colpevoli vengono assolti per legge, i proprietari criminali dell’Ilva godono di immunità, impunità e prescrizione, il clan delle autostrade rivendica il diritto a continuare a delinquere. E la giustizia è ingiusta.


Sardine, suicidio operoso

Sardine-con-Benetton-720x300Adesso i fan delle sardine, quelli che hanno accolto il fenomeno con la benevolenza emotiva di chi scollega il cervello, nel caso esista, sono tutti attoniti e fanno i pesci in barile, si chiedono per quale motivo il  capo branco  Mattia Santori e i suoi attendenti siano andati in pellegrinaggio da Benetton, si siano fatti ritrarre durante questi atti politici osceni in luogo pubblico e si siano persino esposti alla sulfurea stupidità da salotto di Oliviero Toscani il quale ha pensato bene di sottolineare che chissenefrega delle vittime del ponte. E’ come suicidarsi, buttandosi metaforicamente dal Morandi fisicamente crollato, ma simbolicamente ancora presente. Possibile che non lo abbiano compreso, che abbiano commesso un errore così clamoroso? Invece lo hanno capito benissimo, anzi lo hanno fatto apposta proprio per mettere fine a un movimento creato ad hoc per appoggiare il Pd nelle elezioni regionali e consentirgli di mantenere la roccaforte emiliana con tutto il suo apparato economico e la sua fetta di capitalismo di relazione. Per la verità tutto lo denunciava con chiarezza cristallina a chi non aveva la vista appannata: dalla nascita improvvisa delle sardine, impossibile senza un’organizzazione, dal fatto che i messaggi di convocazione partissero dalle email delle sedi piddine, dalla assoluta vacuità del discorso che si riduceva ad adunate piazzaiole senza costrutto e rivolte esclusivamente contro Salvini, dal servilismo del lobbista che faceva da guida  secondo cui la buona politica consisteva nell’ubbidire agli esperti: il lezzo di letame tecnocratico prendeva alla gola.

Persino la stessa stampa mainstream che metteva quotidianamente sull’altare le sardine come se fossero messaggeri del nuovo, non poteva evitare di ricostruire i fili che conducevano al burattinaio, ovvero Prodi, il Vaticano, Sant’Egidio, la Cei, gli ex vendoliani e persino l’arcivescovo di Bologna, insomma la sinistra da oratorio e da coop, che secondo un’inchiesta del L’Espresso stava dietro al fenomeno perché oltre agli interessi materiali da difendere, cercava anche un qualche generico megafono. Ma chi aveva qualche difetto di vista aveva bisogno di un faro, di un riflettore a punto per leggere i contorni delle cose: ed ecco la scampagnata con Benetton, uno spot che non lascia scampo nemmeno alle più vaghe buone intenzioni.

Si sa che una volta colpita una biglia è difficile prevederne tutte le dinamiche e in una situazione assolutamente magmatica come quella attuale, c’era anche la possibilità che pur nate dentro un quadro assolutamente strumentale e politicamente neutro, devoto al pensiero unico, alle sue etichette e parole d’ordine, alla fine le sardine o parti di esse potessero sviluppare direzioni autonome come già si era avuto sentore quando il gruppo romano voleva coinvolgere Casa Pound. Magari col tempo avrebbero potuto anche andare in lotta di collisione col creatore e comunque contribuire a movimentare uno stagno politico che non vuole e non sopporta increspature. Così, una volta ottenuto lo scopo per il quale la rappresentazione era nata, meglio terminare la commedia, vendere gli abiti di scena e alzare il sipario che nascondeva la vera costellazione di potere e di interessi che si nascondeva dietro i pesciolini per azzerare tutto:  di certo Benetton era l’immagine simbolo più efficace per questo scopo, una lama di coltello per trafiggere qualsiasi illusione. Anzi qualcuno ha visto in questo incontro con il magliaro autostradale  una sorta di suicidio operoso che mentre mette sotto sale le sardine allude a future alleanze e il fatto che la sia stato l’Espresso, di proprietà degli Agnelli, a mettere chiodi sulla bara potrebbe farlo pensare.

Tutto questo però ci parla della potenza assunta dal potere reale che è in grado di creare una rappresentazione, di mandarla in streaming per scopi generali o anche limitati e di fermare la trasmissione quando le conviene, riuscendo a coinvolgere le persone anche in presenza di contraddizioni, di vuotaggini e di palesi strumentalizzazioni. Il potere è diventato una specie di Netflix che produce serie televisive i evasione, sempre uguali ma con diverse ambientazioni. Non resta che prendere atto della fine delle Sardine, accontentarci per ora dei Bassifondi di Conte e aspettare la saga dei Draghi. Buona visione.

 


Il Supplizio di Venezia

il ponte della libertà visto dall'altoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ho sempre pensato che le pulsioni alla scissione fossero sintomi di gravi malattie non solo infantili della politica, tanto che l’unica secessione che mi aveva appassionato era quella viennese. Ma avevo cambiato idea in vista del referendum che doveva tenersi a Venezia l’1 dicembre per la separazione dell’enclave storica dalla terraferma.

A persuadermi non era soltanto l’offerta informativa della stampa ufficiale che a posteriori titola entusiasticamente: ennesimo flop, come se la scarsa affluenza costituisse un segnale di maturità democratica,  suffragata dalle sollecitazioni del sindaco in carica che mandava avanti i suoi scherani di giunta perché a lui veniva da ridere come nelle barzellette, nemmeno i nomi eccellenti dello schieramento per il No, compreso  gli ex sindaci Cacciari che ha generosamente definito il pronunciamento “una puttanata da poveretti” proprio come aveva fatto in occasione del referendum costituzionale, quando aveva scrupolosamente e coerentemente votato Si, invitando da ora a occuparsi attivamente della città alla cui mercificazione ha ampiamente contribuito, e Costa convertitosi da primo cittadino in patron non disinteressato dei corsari delle crociere e della opere in fieri per perpetuare il loro sconcio. E compreso il governatore Zaia in campo per ben altra secessione più gradita a una ampio spettro di fan leghisti e riformisti.

Sarebbe bastato quello, appunto, ma invece a convincermi è stata l’immagine di un supplizio in voga in tempi altrettanto barbari, quando un condannato veniva abbracciato a un morto, in modo che la sua corruzione infettasse l’altro. E infatti la morte decretata per la Venezia insulare impone analogo destino alla Venezia di terraferma, quella nata dagli imbonimenti che hanno strappato la terra alla laguna per far crescere un impero sul fango (si dice che Marghera derivi dal veneziano “mar ghe jera”, letteralmente “mare c’era”) nel 1917 con l’istituzione della società del  Porto industriale di Venezia,  per la costruzione del porto e del quartiere residenziale,  nel quadro di quella unione  “artificiale” sancita da Mussolini tra la città d’arte da valorizzare con il consumo turistico/culturale grazie ai grandi alberghi della Ciga, alla Biennale e ai Festival e quella industriale e commerciale, con lo sviluppo del porto industriale, del Petrolchimco, del Canale dei petroli, che si aggiungeva ai primi insediamenti produttivi: il Punto Franco, il Cotonificio, i Tabacchi, il Mulino Stucky, le Conterie.

In un caso e nell’altro a beneficiare dei profitti della distopia era la cerchia economico-finanziaria fascista così come oggi a godere dei proventi della  Venezia che deve piacere alla gente che piace sono le cordate del Consorzio abilitate ad avere nuovo illimitato accesso alla greppia del Mose che “si deve finire a tutti i costi”, oltre che alla mangiatoia delle vie d’acqua che garantiscano che le Grandi Navi “passino a tutti i costi”, saranno i compratori del patrimonio pubblico sulle orme dei Benetton introdotti proprio da Cacciati in qualità di spregiudicati conquistadores, e pure le multinazionali dell’accoglienza tra le quali spicca la  Coima sgr, società di gestione patrimoniale di fondi di investimento immobiliare per conto di investitori istituzionali italiani e internazionali Qatar compreso, gestore  del fondo “Lido di Venezia II che si è annesso  il portafoglio alberghiero composto dall’Hotel Excelsior, dall’Hotel Des Bains, da Palazzo Marconi, dalle concessioni sulle spiagge e dai beni ancillari (non meglio definiti) dei due alberghi.

Ed è per quello, in nome di quella coincidenza di interesse di pochi a spese di molti, che quella divisione non si aveva da fare. In modo che i quattrini che è doveroso mobilitare per il patrimonio dell’umanità vadano a finanziare la prosecuzione di un’opera che si è accreditata per essere la madre di tutte le corruzioni e del malaffare, a contribuire a soddisfare gli appetiti di immobiliaristi e costruttori impegnati a realizzare il progetto visionario e fallocratico della città verticale per «favorire azioni di recupero, rigenerazione e densificazione dei tessuti urbani»,  per fare della terraferma e fare di Mestre il «cuore amministrativo e culturale dell’ area metropolitana e del Nordest, «dove inserire un abitare sostenibile, terziario e terziario avanzato, giovani start-up e innovazione», facendo rientrare nello sviluppo in altezza anche il Quadrante di Tessera, in qualità di area “per il divertimento e i nuovi impianti sportivi”.

Si tratta del ricorso ormai consueto all’eufemismo per definire la rinuncia a qualsiasi identità urbana, a qualsiasi vocazione e a qualsiasi destino civico della città di terraferma, ridotta a immenso dormitorio per residenti e visitatori, condannata a hub infrastrutturale, alberghiero, burocratico al servizio del museo a cielo aperto, che anche in virtù del Mose ha breve vita in stato di emersione, ma si è arricchito di nuovo appeal a vedere le frotte di turisti attratti dall’acqua alta, come trailer della spettacolare immersione della nuova Atlantide. E non trascuriamo come questo orizzonti di sviluppo andranno a beneficio delle mafie, prima di tutte quella dei rifiuti che ha scelto il Veneto come nuova frontiera, resa più appetibile in previsione del piano di bonifica di Porto Marghera.

Insomma l’asse di interessi si è spostato, è profittevole lasciare la città lagunare al declino perché la sua agonia mantiene la città di terraferma, ammesso che per ambedue sia ancora lecito l’uso del termine città, se dovrebbe definire secondo la Treccani un “centro abitato di notevole estensione, con edifici disposti più o meno regolarmente, in modo da formare vie di comoda transitabilità, selciate o lastricate o asfaltate, fornite di servizî pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale”. Mentre quello che è stato un prodigio urbanistico assiste all’espulsione dei suoi abitanti, alla rimozione della sua memoria e del suo futuro, alla conversione in parco tematico, forse acquatico come a Acqualandia, condannata a una inarrestabile morte insieme a un nucleo cui era stata imposta una vocazione artificiale e un destino altrettanto sintetico, come due prodotti contraffatti messi sul mercato in confezione sotto vuoto con il marchio dell’Unesco.

 

 

 

 

 

 


Benetton: la posta del cuore nero

LA FAMIGLIA BENETTON FOTOGRAFATA AL COMPLETO (TRE GENERAZIONI, 38 COMPONENTI) PER LA PRIMA VOLTA SU VANITY FAIRAnna Lombroso per il Simplicissimus

Da anni la linea editoriale di Repubblica pubblica una sua posta del cuore, aperta alle lettere di influenti personalità che si aprono a confidenze toccanti  e appelli edificanti. Come ricorderete tutto era cominciato con la attricetta prosperosa sposata con l’industrialotto come nei film anni ’50, dove la signora, ormai accolta benevolmente in società, guardandosi   intorno dal palco della  Scala, si ferma con lo sguardo su una più giovane promessa del grande schermo protetta dal consorte e si compiace con il marito: la nostra puttana l’è la più bela.

Promossa a renitente first lady svelò in prima pagina il suo malcontento per le imprese  erotiche del cavaliere divenuto, purtroppo, incontrollate e ossessive, raccogliendo con la sua afflitta confessione, l’entusiastica approvazione dell’altra metà del cielo e di tutto lo schieramento costituzionale che era stato zitto su conflitto di interesse,  golpismo, compravendita di parlamentari, corruzione, intrinsichezze mafiose, speculazione.

Seguirono altre accorate missive,  di boiardi e  manager pubblici, ad esempio,  impegnati a accelerare la svendita del paese che invitavano i loro delfini a andarsene per sfuggire alla rovina da loro stessi provocata.

Ieri poi è stato toccato il fondo quando una intera pagina del quotidiano è stata regalata alla dinastia dei golf di lana mortaccina, in modo che potessero pubblicamente discolparsi  e scindere le responsabilità famigliari di candidi azionisti da quella della bieca Atlantia S.p.A. (già Autostrade S.p.A.) società per azioni italiana che annovera nel suo pacchetto Edizione, holding operativa facente capo appunto alla famiglia Benetton), GIC Pte Ltd, Fondazione CRT, Lazard Asset Management, HSBC Holdings.

Trovo necessario fare chiarezza su un grande equivoco: nessun componente della famiglia Benetton ha mai gestito Autostrade”, scrive l’autorevole capostipite. “Ci riteniamo parte lesa” prosegue, “dalla  campagna d’odio  che si è scatenata anche da parte di esponenti del Governo”, che li ha additati “come malavitosi” e chiede alle  istituzioni “serietà, non indulgenza…. Le notizie di questi giorni su omessi controlli, su sensori guasti non rinnovati o falsi report, ci colpiscono e sorprendono in modo grave, allo stesso modo in cui colpiscono e sorprendono l’opinione pubblica. Ci sentiamo feriti come cittadini, come imprenditori e come azionisti“.

Per farla breve il crollo non imprevedibile del ponte Morandi è da attribuire interamente a un management “non idoneo”, ma che “aveva avuto la piena fiducia degli azionisti e della famiglia”, oggi ingiustamente indicata dall’onorevole Di Maio “come fosse collusa nell’aver deciso scientemente di risparmiare sugli investimenti in manutenzioni”.

Beati i tempi del teorema Craxi quando un dirigente politico non poteva professare innocenza e era chiamato a rispondere delle colpe della sua cerchia di esecutori: il casato di Ponzano, potendo, interpreterebbe a modo suo anche il processo di Norimberga in modo che i crimini del nazismo fossero a carico dei gerarchi e dei gauleiter escludendo Hitler e pure le grandi imprese e banche impegnate a far fruttare guerra e olocausto.

Insomma meglio passare per cretini – anche se nuoce alla reputazione di tycoon spregiudicati – che per assassini, se la vibrante e sdegnata comunicazione lascia intendere la brutale agnizione che ha percosso la poliedrica stirpe imprenditoriale che,  attiva in Autogrill S.p.A. (50,10%), in Olimpias Group (100%), in Benetton Group S.r.l. (100%),  in Edizioni Property S.P.A. (100%), in Cia de Tierras sud Argentino S.p.A. (100%), in Maccarese S.p.A. (100%),  in Eurostazioni S.p.A. ( 32,71%),  in G.S. Immobiliare S.p.A. (40%), in Cellnex (29%), in Assicurazioni Generali S.p.A. (4%, ) in Mediobanca S.p.A. (2,16%), in Verdesport S.p.A. ( 100%), in Sintonia S.p.A. (100%), in  Autostrade per l’Italia S.p.A. (84%), in Autostrade dell’Atlantico (100%), in Aeroporti di Roma S.p.A. (99,4%), in Aèroports de la Cote d’Azur (38,7%, ) in Abertis (50%), in Getlink Eurotunnel ( 15,4%), oltre che, appunto, in Atlantia S.p.A. (30, 35%) mica ha modo e tempo di controllare ogni minimo particolare.

Eh si, deve essere stata una gran brutta scoperta avere contezza che qualcuno è più furbo, sfrontato, furfante  e manigoldo di chi, senza vergogna, ha fatto fortuna sfruttando fino alla morte per trascuratezza delle più elementari norme di sicurezza  una manodopera di donne e ragazzini nel terzo mondo esterno, mentre agiva per spingere nel terzo mondo interno attività, imprese costrette al profittevole fallimento in modo da essere assorbite nel patrimonio familiare purché con una significativa riduzione dei molesti addetti.

E che ci fosse qualcuno più farabutto e insolente perfino di chi ha comprato da amministratori complici in qualità di festosi mallevadori e a prezzi stracciati valori e gioielli di una città che facevano parte della sua identità storica per rivenderli dopo averli convertiti in squallidi empori e monumenti alla più trucida modernità, dove vendere squallida merce uguale a Venezia come a Dubai, o accogliere riccastri omologati al gusto dei re dei maglioncini o dei petrolieri di Dallas o del Qatar che ancora per poco sceglieranno siti antichi dove risiede ancora qualche indigeno irriducibile, preferendo le  più comode imitazione nelle loro Las Vegas.


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