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Nuova vittima dei Maletton

oliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma povero Toscani, che terribile rivelazione deve essere stata per lui che i padroni per i quali tanto si è prodigato con il suo talento, con il suo spiritaccio provocatorio, con le grande celebrazioni dell’ipocrisia united colors, immortalando i sorrisi dei ragazzini multicolori e multietnici dietro ai quali si celavano il sudore e le lacrime degli sfruttati in geografie remote e immediatamente dimenticate anche dopo le stragi coloniali, ecco, proprio loro che hanno finanziato la sua impresa “culturale”, come sponsor e testimonial, mentre speculavano indecentemente nella città più colta, ammirata e vulnerabile del mondo, si sono mostrati per quel che sono, cinici, sfrontati, feroci.

E infatti con un comunicato ufficiale  più scarno di un tweet,  Benetton Group, con il suo Presidente Luciano Benetton, ha comunicato di volersi dissociare “nel modo più assoluto dalle affermazioni di Oliviero Toscani (che durante una trasmissione aveva dichiarato «Ma a chi interessa che caschi un ponte?». N.d.R.) a proposito del crollo del Ponte Morandi, prendendo atto dell’impossibilità di continuare il rapporto di collaborazione con il direttore creativo».

L’augusto licenziato sia pur con giusta causa, ha replicato in tempo reale da sbruffone qual è: «Sono finalmente libero dai loro problemi», dimostrando simbolicamente che se i servi non possono fidarsi dei padroni, loro, altrettanto, è meglio che non diano fiducia alla devozione di Arlecchino, anche quando è pagato profumatamente, che si sa che pecunia non olet, e soprattutto se è stato messo a parte di sregolatezze, trasgressioni, reati e crimini. Per dir la verità che quella fosse una famigliola con un certo istinto  criminale era noto a tutti, salvo forse ai governi nazionali e locali che si sono succeduti. Perché storia, cronaca e statistiche insegnano che una dinastia imprenditoriale, o forse è meglio chiamarla famiglia come si usa in altri contesti,  impegnata con poliedrica duttilità in ogni settore economico, consolidando relazioni non sempre trasparenti con la politica e la pubblica amministrazione, comprando e rivendendo con spregiudicato dinamismo, scegliendo piazze commerciali e produttive dove è autorizzato e perfino lecito non osservare leggi sul lavoro, fiscali e ambientali, non è mai al di sopra di ogni sospetto.

E infatti l’impero di Ponzano per usare una terminologia appropriata non agisce solo nel settore tessile e dei filati: attraverso la società Edizione Holding, che rappresenta la cassaforte finanziaria della famiglia, si è infiltrato  in numerosi e diversificati settori,  che spaziano dalla ristorazione (Autogrill, dove in questi giorni in coincidenza con Toscani  hanno licenziato i dipendenti che non avevano voluto i turni nei giorni di Natale), nelle infrastrutture (Eurostazioni) e nei trasporti (Atlantia, che gestisce 3mila km autostradali italiani (quasi la metà del totale). Edizioni continua malgrado gli incidenti di percorso rende ben grazie a società e affiliate e partecipazioni: Autostrade per l’Italia e Aeroporti di Roma,  assicurazioni e banche (Generali, Mediobanca, Banca Leonardo), oltre a una quota in Pirelli. Ma non basta.

A questi si aggiungono gli investimenti nel settore agricolo e in quello immobiliare. La famiglia detiene il 100% dell’azienda agricola Maccarese (Roma) e di Compania de Tierras Sudargentinas, in Patagonia. Non manca il comparto editoriale: se hanno  ceduto la partecipazione diretta del 51% in Rcs, mantengono però quella indiretta tramite Mediobanca e monopolizzano la pubblicità anche grazie ai servizi non disinteressati del loro ex creativo  con un budget che, si dice, si aggirerebbe intorno ai 60 milioni annui, 25 dei quali impegnati nello smunto mercato dell’editoria italiana.

Si  chiama invece Edizione Property  la holding nel settore del mattone, con un patrimonio immobiliare che vale intorno a 1,4 miliardi di euro.  C’erano  i Benetton dietro il tentativo di oltraggiare Capo Malfitano in Sardegna con  190mila metri cubi di costruzioni suddivisi in quattro complessi alberghieri, quattro residence, due agglomerati di residence stagionali privati e relativi servizi, ma è Venezia il laboratorio del loro talento alla speculazione più sfacciata, fin da quando avevano messo gli occhi sulle nuove opportunità offerte dalla Serenissima partecipando alla cordata che voleva conquistare Venezia, con una Expo per fortuna evitata in extremis.

Ma si sono rifatti anche grazie ai buoni uffici del sindaco Cacciari, quando Edizioni srl acquista l’adiacente hotel Monaco & Gran Canal con il proposito di occupare militarmente tutto l’isolato per farne un “distretto alberghiero e commerciale del lusso”, poi l’isola di San Clemente acquistata nel 1999 dall’Ulss (era sede di un ospedale psichiatrico) per 25 miliardi,  e convertita in albergo per essere rivenduta a una proprietà straniera proprio il giorno dell’inaugurazione. Per non parlare del  Fontego dei Tedeschi, edificio cinquecentesco ai piedi di Rialto, da decenni sede della Poste, viene acquisito nel 2008 per 53 miliardi con l’intento di farne un “megastore di forte impatto simbolico che rappresenti una sorta di immagine globale per il paese” (ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/10/13/terrazza-con-vista-sul-popolo-bue/; e qui: https://ilsimplicissimus2.com/2015/08/07/venezia-presa-per-il-cubo/) . Ecco fatto: perfino l’archistar assunta per coronare il sogno distopico di un centro commerciale come allegoria dell’Italia si ribellerà quando alle pesanti manomissioni che intervengono in corso d’opera, dall’installazione di scale mobili alla rimozione del tetto per sostituirlo con terrazza panoramica mozzafiato,  si aggiungono altri misfatti edificatori e anche qualche caduta di bon ton,  trattando i cambi di destinazione d’uso e le pressioni per accelerare  le procedure, con un generoso contributo per la Fenice.

Poi, come da tradizione familiare,  compiuto il misfatto i “magliari”  cedono il passo a compratori stranieri per occuparsi dell’“assalto al treno”,  grazie alla loro presenza in  quella che hanno rivendicato essere la più “grande multinazionale dei servizi per la gente in movimento”, con infrastrutture, ma anche ristorazione, hotel, shopping,   nella location della Stazione di Santa Lucia con un aumento della superficie dal progetto iniziale da 2500 a 9000 mq,  destinati alla “greppia” internazionale e alle attività commerciali. È così evidente la loro occupazione militare che  il Ponte della Costituzione anche quello frutto della improvvida gestione Cacciari, secondo la guida di Lonely Planet, viene abitualmente definito Benetton Bridge, in omaggio al gruppo che ne ha in parte finanziato la costruzione.

Ma anche il Toscani, benedetto uomo, ma cosa si aspettava, che calasse un silenzio pudico sulle sue incaute affermazioni alla pari di quello steso  sulla festosa grigliata di Ferragosto a Cortina, patronessa la zarina Giuliana, subito dopo il crollo? Ma cosa si aspettava se c’è da sospettare che sia stato lui a suggerire la lunga e accorata paginata su Repubblica (ne ho scritto qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2019/12/02/benetton-la-posta-del-cuore-nero/) nel quale i suoi datori di lavoro rivendicavano l’estraneità di tutti i membri del clan nella gestione di Autostrade e dunque del delitto di Genova?

A volte anche ai Pr, agli architetti e fotografi di regime, ai ritrattisti dei re, ai kapò e gauleiter, ai supporter ingenui e non,  succede di scoprire l’anima nera di quelli che li hanno accolti alla loro mensa, riso delle loro battute da giullari, beneficato di regali e onorificenze. E di accorgersi che sono come tutti i faraoni, satrapi, tiranni e padroni delle ferriere come quello che a Grezzago, nel milanese, all’interno dell’azienda Maschio SN ha  accolto l’operaio infortunatosi nel luogo di lavoro al suo ritorno dopo due mesi di malattia, aggredendolo e trattandolo da “parassita” per poi licenziarlo.

E siccome non siamo in Germania dove i due manager condannati della Thyssenkrupp andranno in carcere, qui dirigenti bancari colpevoli vengono assolti per legge, i proprietari criminali dell’Ilva godono di immunità, impunità e prescrizione, il clan delle autostrade rivendica il diritto a continuare a delinquere. E la giustizia è ingiusta.


Corruzione, piace alla gente che piace

predicaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta che ha citato una fonte autorevole, Di Maio viene invece additato all’abituale pubblico ludibrio come se parlasse di scie chimiche.

Ad essere Incriminata  stavolta è una intervista rilasciata al   Die Welt, nella quale, in risposta alla domanda “Come finanziare tutto questo [il reddito di cittadinanza e gli investimenti pubblici nell’economia ] tenendo conto del debito pubblico?” ha risposto: “Con una seria lotta alla corruzione, che secondo le stime della Corte dei Conti costa allo Stato 60 miliardi di euro l’anno“. Il calcolo effettuato sulla base delle stime del 2009  del SaeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero della P.A. e dell’innovazione) era stato reso pubblico dall’allora procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, secondo il quale   il volume d’affari della corruzione era pari a “50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria tassa immorale ed occulta”pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini“, ma  smentito successivamente dallo stesso SaeT che gli attribuiva il valore pernicioso di una   “opinione” tossica destinata a alimentare l’antipolitica.

Considerato che agenzie e carta stampata ormai dedicano una rubrica quotidiana alla denuncia di gaffe, uscite inopportune, valutazioni approssimative del socio di minoranza morale e decisionale al governo, non deve quindi stupire che sia stata data importanza al tema, uscito dall’agenda politica almeno quanto la lotta alla mafia e citato solo come gustosa e pittoresca allusione in caso di acqua alta e come se il volume del brand ne cambiasse natura e portata.

Tanto che ha avuto scarsa eco l’indagine dell’Eurobarometro sulla percezione del fenomeno, dalla quale emerge che a soffrire dei suoi effetti sarebbero le imprese: se il 37% delle aziende Ue in media ritiene che la corruzione sia diffusa, un dato in calo rispetto 43% del 2013,  quelle  italiane nel 54% dei casi considerano la corruzione un problema in crescita, “serio” o “molto serio“. Indicando tra le pratiche che percepiscono come più diffuse quelle  di favorire amici o parenti nelle attività lavorative (42%) e nelle istituzioni pubbliche (46%), insieme alla mancata trasparenza nelle procedure di appalto, che per Il 28% del campione  avrebbero ostacolato l’accesso alle gare e la vittoria.

Verrebbe bene tirar giù dalle scaffale della manualistica l’edificante volume/confessione  a firma di Pier Giorgio Baita, prestigioso tangentista ex presidente della Mantovani,  nel quale ha raccontato come fosse semplice creare i fondi neri per pagare le tangenti, corrompere i funzionari anche senza mazzette, farsi amici i politici finanziando le campagne elettorali in forma bipartisan anzi ecumenica, mettere a frutto gli scudi fiscali, grazie a un sistema inaugurato con il Mose  e poi replicato che mette lo Stato e le regole al servizio del malaffare per convertirlo in pratica legale alla luce del sole, portando come esempio il patto non scritto grazie al quale  il Consorzio di gestione in regime di esclusiva delle barriere mobili, veniva remunerato dallo Stato con il dodici per cento di tutti gli stanziamenti destinati alla grande opera, che non serviva per progetti, collaudi, analisi dell’efficacia, ma a pagare stipendi, prebende, mance  e “consulenza varie” di una ampia cerchia di parassiti.

L’epica sulle imprese vittime dell’avidità del settore pubblico, amministratori, politici, ceti intermedi professionali, controllori, si arricchisce ogni giorno di una nuova pagina a dimostrazione che la corruzione sistemica denunciata con la grancassa dell’impotenza da Cantone è incontrastabile, inevitabile e irresistibile, che se vuoi fare profitti è necessario adeguarsi e aprire i cordoni della borsa, tanto che sempre l’ineffabile pentito della bustarelle nel sottolineare come la corruzione  ormai sia una componente strutturale dell’economia,  tanto che nessuna grande inchiesta  giudiziaria abbia avuto l’effetto di ridurre la spesa pubblica e aumentare l’efficienza,  sottintende che la trasparenza genera rischi incalcolabili  perché “denunce e  inchieste fermano il ciclo produttivo” ostacolando di fatto la crescita.

E come dargli torto se la corruzione è, e non da oggi né solo qui, uno dei cardini dello sviluppo  anche se  spesso viene percepita come una patologia che affligge i paesi sottosviluppati nei quali tiranni e satrapi consolidano la potenza delle loro cricche con il familismo, i favoritismi, la distrazione di fondi, il riciclaggio di denaro sporco, la cessione di beni comuni a pretendenti esterni. Mentre è invece vero che almeno una ventina di anni fa sono venuti alla luce report riservati che dimostravano come il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale agissero imponendo agli ultimi della terra non solo le loro  i loro “rimedi” sotto forma di austerità, restrizioni, o quei famosi  “piani di aggiustamento strutturale”, ma importando, anche con mezzi militari, modelli -li chiamavano rafforzamento istituzionale – imperniati sulla corruzione,  l’interesse privato, la speculazione. E fa testo l’esempio nostrano dell’Eni imputata con la Schell (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/09/nigeria-oro-nero-nero/ ) per un caso vergognoso di malaffare in Nigeria che con impareggiabile sfrontatezza ha pensato di sottoscrivere Il Compliance Program Anti-Corruzione in coerenza (cito)   “ con il principio di zero tolerance espresso nel Codice Etico”, al fine di  “far fronte agli alti rischi cui la società va incontro nello svolgimento dell’attività di business dotandosi di un articolato sistema di regole e controlli finalizzati alla prevenzione dei reati di corruzione” ed elaborato  “in coerenza con le vigenti disposizioni anticorruzione applicabili e le Convenzioni Internazionali”.

Come a dire che nel quadro del neocolonialismo cui sia pure in posizione marginale partecipa la nostra principale azienda di stato è giusto che siano i generali dell’impero e i loro attendenti a dettare modi, regole, qualità e quantità della merce da estrarre e importi delle operazioni necessarie a oliare le procedure, in modo da evitare quelli che vengono indicati solitamente come rischi di impresa.

Qualcuno, Bagnai tra gli altri, sostiene che la lotta alla corruzione è un’azione prepolitica, che in assenza di un disegno di sostanziale cambiamento del modello economico, ha una valenza simbolica se non addirittura distraente, moralistica più che morale e “emotiva”, proprio perché si fonda sulla percezione del fenomeno più che sulla sua reale consistenza e sul suo impatto.

È vero,  certamente, ma è altrettanto vero che leggi ad personam, impalcature normative e mostri giuridici quali sono quelli pensati e adottati per permettere il sacco del territorio, la dissipazione di beni comuni, la speculazione ad uso di cordate imprenditoriali, banche criminali, multinazionali, insieme a vincoli imposti dall’appartenenza all’Europa, hanno l’effetto di erodere quel che resta della democrazia, grattando via le ultime briciole di sovranità dello Stato in materia economica e di spesa, per affermare l’egemonia privatistica incontrastabile, alimentando la sfiducia anche con la narrazione della impossibilità di contrastare malaffare e corruzione entrati a far parte come il mercato, delle leggi e dei ritmo della natura.

Quindi, e non solo per motivi formali, allegorici e pedagogici, in attesa che si rovesci il tavolo da gioco, darebbe giusto e buono se rientrassero nei nostri budget di cittadini i soldi accumulati da Galan, quelli di Formigoni, i 49 milioni dilazionati della Lega, magari anche il gruzzoletto dei boy leopoldini, in modo da non dichiarare la resa definitiva e fatale all’illegalità come motore di crescita e benessere, in nome dei quali dovremmo restituire l’immunità agli assassini di ieri e di oggi di Taranto,  come vuole Landini, le generose concessioni ad Atlantia, l’archiviazione per gli “irresponsabili” di Rigopiano, facendo calare la caligine dell’oblio su crimini e misfatti e sulle vittime.

 

 


Benetton: la posta del cuore nero

LA FAMIGLIA BENETTON FOTOGRAFATA AL COMPLETO (TRE GENERAZIONI, 38 COMPONENTI) PER LA PRIMA VOLTA SU VANITY FAIRAnna Lombroso per il Simplicissimus

Da anni la linea editoriale di Repubblica pubblica una sua posta del cuore, aperta alle lettere di influenti personalità che si aprono a confidenze toccanti  e appelli edificanti. Come ricorderete tutto era cominciato con la attricetta prosperosa sposata con l’industrialotto come nei film anni ’50, dove la signora, ormai accolta benevolmente in società, guardandosi   intorno dal palco della  Scala, si ferma con lo sguardo su una più giovane promessa del grande schermo protetta dal consorte e si compiace con il marito: la nostra puttana l’è la più bela.

Promossa a renitente first lady svelò in prima pagina il suo malcontento per le imprese  erotiche del cavaliere divenuto, purtroppo, incontrollate e ossessive, raccogliendo con la sua afflitta confessione, l’entusiastica approvazione dell’altra metà del cielo e di tutto lo schieramento costituzionale che era stato zitto su conflitto di interesse,  golpismo, compravendita di parlamentari, corruzione, intrinsichezze mafiose, speculazione.

Seguirono altre accorate missive,  di boiardi e  manager pubblici, ad esempio,  impegnati a accelerare la svendita del paese che invitavano i loro delfini a andarsene per sfuggire alla rovina da loro stessi provocata.

Ieri poi è stato toccato il fondo quando una intera pagina del quotidiano è stata regalata alla dinastia dei golf di lana mortaccina, in modo che potessero pubblicamente discolparsi  e scindere le responsabilità famigliari di candidi azionisti da quella della bieca Atlantia S.p.A. (già Autostrade S.p.A.) società per azioni italiana che annovera nel suo pacchetto Edizione, holding operativa facente capo appunto alla famiglia Benetton), GIC Pte Ltd, Fondazione CRT, Lazard Asset Management, HSBC Holdings.

Trovo necessario fare chiarezza su un grande equivoco: nessun componente della famiglia Benetton ha mai gestito Autostrade”, scrive l’autorevole capostipite. “Ci riteniamo parte lesa” prosegue, “dalla  campagna d’odio  che si è scatenata anche da parte di esponenti del Governo”, che li ha additati “come malavitosi” e chiede alle  istituzioni “serietà, non indulgenza…. Le notizie di questi giorni su omessi controlli, su sensori guasti non rinnovati o falsi report, ci colpiscono e sorprendono in modo grave, allo stesso modo in cui colpiscono e sorprendono l’opinione pubblica. Ci sentiamo feriti come cittadini, come imprenditori e come azionisti“.

Per farla breve il crollo non imprevedibile del ponte Morandi è da attribuire interamente a un management “non idoneo”, ma che “aveva avuto la piena fiducia degli azionisti e della famiglia”, oggi ingiustamente indicata dall’onorevole Di Maio “come fosse collusa nell’aver deciso scientemente di risparmiare sugli investimenti in manutenzioni”.

Beati i tempi del teorema Craxi quando un dirigente politico non poteva professare innocenza e era chiamato a rispondere delle colpe della sua cerchia di esecutori: il casato di Ponzano, potendo, interpreterebbe a modo suo anche il processo di Norimberga in modo che i crimini del nazismo fossero a carico dei gerarchi e dei gauleiter escludendo Hitler e pure le grandi imprese e banche impegnate a far fruttare guerra e olocausto.

Insomma meglio passare per cretini – anche se nuoce alla reputazione di tycoon spregiudicati – che per assassini, se la vibrante e sdegnata comunicazione lascia intendere la brutale agnizione che ha percosso la poliedrica stirpe imprenditoriale che,  attiva in Autogrill S.p.A. (50,10%), in Olimpias Group (100%), in Benetton Group S.r.l. (100%),  in Edizioni Property S.P.A. (100%), in Cia de Tierras sud Argentino S.p.A. (100%), in Maccarese S.p.A. (100%),  in Eurostazioni S.p.A. ( 32,71%),  in G.S. Immobiliare S.p.A. (40%), in Cellnex (29%), in Assicurazioni Generali S.p.A. (4%, ) in Mediobanca S.p.A. (2,16%), in Verdesport S.p.A. ( 100%), in Sintonia S.p.A. (100%), in  Autostrade per l’Italia S.p.A. (84%), in Autostrade dell’Atlantico (100%), in Aeroporti di Roma S.p.A. (99,4%), in Aèroports de la Cote d’Azur (38,7%, ) in Abertis (50%), in Getlink Eurotunnel ( 15,4%), oltre che, appunto, in Atlantia S.p.A. (30, 35%) mica ha modo e tempo di controllare ogni minimo particolare.

Eh si, deve essere stata una gran brutta scoperta avere contezza che qualcuno è più furbo, sfrontato, furfante  e manigoldo di chi, senza vergogna, ha fatto fortuna sfruttando fino alla morte per trascuratezza delle più elementari norme di sicurezza  una manodopera di donne e ragazzini nel terzo mondo esterno, mentre agiva per spingere nel terzo mondo interno attività, imprese costrette al profittevole fallimento in modo da essere assorbite nel patrimonio familiare purché con una significativa riduzione dei molesti addetti.

E che ci fosse qualcuno più farabutto e insolente perfino di chi ha comprato da amministratori complici in qualità di festosi mallevadori e a prezzi stracciati valori e gioielli di una città che facevano parte della sua identità storica per rivenderli dopo averli convertiti in squallidi empori e monumenti alla più trucida modernità, dove vendere squallida merce uguale a Venezia come a Dubai, o accogliere riccastri omologati al gusto dei re dei maglioncini o dei petrolieri di Dallas o del Qatar che ancora per poco sceglieranno siti antichi dove risiede ancora qualche indigeno irriducibile, preferendo le  più comode imitazione nelle loro Las Vegas.


I cassamortari dell’intelligenza

intell Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per anni fini polemisti ci hanno detto di stare tranquilli, che non valeva la pena di fare la rivoluzione perché il capitalismo sarebbe imploso dentro alle bolle finanziarie e alla spirale dell’accumulazione che aveva messo in moto.

Il sistema non avrebbe saputo gestire la sua «strategia del caos», che condizionava tutto, dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze, né tanto meno contrastare la crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta e mette in discussione  la supremazia della sua «civiltà» superiore. Bastava, insomma, aspettare il suo suicidio.

Finora invece assistiamo ai suicidi di massa di nazioni, popoli e realtà produttive, che non resistono alla pressione delle “grandi trasformazioni”,  per lo più aberranti, del sistema totalitario economico e sociale, proprio come  successe agli  Xosa (lo ricorda Canetti Masse e potere)  che si autocondannarono per non essersi adattati al progresso importato da quei primi modelli di guerre umanitarie che furono le  missioni di evangelizzazione, incaricate di cancellare identità, tradizioni, usi, e di annullare valori di responsabilità e libertà personali e collettive.

Basta pensare a un simbolico harakiri nazionale, quello di Alitalia “offerta”, con accompagnamento di opportuno de profundis di Atlantia dei becchini Benetton e del Governo, a Lufthansa in cambio di pochi spicci (150-200 milioni a fronte dei 100-200 di Delta) condizionati all’obbligo di disfarsi dello status di compagnia nazionale per essere retrocessa a compagnia regionale, della presenza nel suo azionariato del Ministero del Tesoro vincolato a cedere le sue quote entro tre anni, di aerei, di costi di gestione  e, infine, di 5000 posti di lavoro, sostituiti da più efficienti esecutori robotici che non protestano, non scioperano e si accontentano.

A conferma del ruolo svolto dall’Europa, quello, direbbero a Roma, di “cassamortara” delle imprese nazionali e partecipate dei paesi di serie B in modo da levare di torno una concorrenza leale a quelle  di serie A più meritevoli, Air France o Lufthansa e perfino British Airways: i molti soldi pubblici profusi  ( un miliardo e 300 milioni negli ultimi 18 mesi) sono serviti a darle un po’ di belletto come si fa nelle agenzie di pompe funebri  per appiopparla quando è ancora tiepida  a poco prezzo a un competitor che la cannibalizzi.

Celebrare il requiem per le aziende pubbliche (e non solo) e per la sovranità economica degli stati nazionali cui sarebbe obbligatorio e doveroso rinunciare per il rafforzamento del superstato la cui appartenenza si è trasformata in un atto di fede continuamente recitato, cieco e assoluto, prevede anche che si solennizzi insieme alla fine delle democrazie,  quella del lavoro diventato fatica e servitù, delle politiche e delle relazioni industriali e sociali,  e dei dei lavoratori – un esercito manovrabile e localizzabile a piacere, ricattato e intimorito dalla minaccia dell’esercito di riserva degli immigrati che in verità non è competitivo per qualità ma perché più ricattato, più intimorito e disposto all’insano agonismo dei sacrifici, delle rinunce e delle umiliazioni.

Niente paura però, tra tante cattive notizia le news che provengono dalla app globale della modernità e del progresso ci fanno  sapere che col lavoro tradizionale è finita anche la fatica, perfino quella dei soldati che potranno sganciare ordigni micidiali stando seduti su una comoda poltrona, grazie alle formidabili opportunità  offerte dall’automazione e dalla robotica.

Inutile dire che ci sono luoghi  del terzo mondo esterno, e anche di quelli interni alle geografie della nostra civiltà superiore, dove l’ipotesi che robot superdotati di intelligenza artificiale  sostituiscano gli esseri umani nei compiti faticosi liberandoci così dalla condanna alla fatica ma pure ai vizi e ai piaceri (il programma informatico Pluribus ha battuto a Texas hold’em, una specialità del poker, cinque giocatori professionisti), è pura fantascienza, trastullo mentale per privilegiati.  Il lavoro manuale, rischioso e usurante esiste ancora eccome ed è per quello che viene localizzato in luoghi brutti o confinati e negletti dalla lotteria naturale,  o riservato a vite di poca rilevanza costrette a spostarsi, a eseguire, a mansioni sporche, umilianti e degradanti, velenose e che avvelenano, ammalano e fanno ammalare, mentre ad altri sarebbe permessa e la pigrizia  e perfino la noia, che ossessivamente neghiamo ai nostri figli costringendoli a una piena occupazione del tempo libero in corsi, balli, flauti, rincorrendo un dinamismo malato.

Ma anche per i beneficati il futuro non sarà certo tutto rose e fiori, e lo sappiamo già grazie alla lenta ma inesorabile infiltrazione nella nostra economia  di una forma di controllo sociale e culturale che impone una ideologia della autonomia distorta che illude di essere indipendenti  perché non  ci si interfaccia col padrone oppressore: oggi una multinazionale remota, domani i suoi intelletti sintetici manovrati da altri sfruttati invisibili.

Il processo è già avanti se annusiamo l’inebriante profumo della  libertà perché ce ne stiamo a casa ascoltando la nostra selezione musicale immettendo dati quando ci pare, programmando funzioni a cottimo, restringendo sempre di più il nostro paesaggio umano e le nostre relazioni con altri omologhi e affini parimenti munti e svuotati. Ma gratificati perché scegliamo gli orari, i percorsi per le consegne in motorino, perché ci fanno credere che i contratti di riders di Uber o Fedora vengono percepiti come autonomi  in quanto consentono la “licenza di gestire il proprio tempo”. mentre  celano rapporti di lavoro subordinato e esposto  a condizioni vessatorie, anche se l’abbiamo negoziato online con interlocutori fantasmatici, i sacerdoti di quello che è stato chiamato con spudorata sfrontatezza il “diritto alla flessibilità”, che viene indicato come una pretesa di generazioni “connesse” che disdegnano il posto fisso, e che altro non è che un espediente semantico per autorizzare l’espropriazione di quelli veri, conquistati a prezzo di lotte, indebolendo la forza contrattuale e i valori del lavoro.

Verrebbe da dire ben venga a una intelligenza artificiale che faccia giustizia di tanti cretini, peccato che si tratti ancora una volta dell’arma dei padroni, che si fidano di automi veri e non di quelli umani, che potrebbero avere ancora un po’ dell’audacia della libertà.


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