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Come salmoni nella società dello spettacolo

salmone-allevamento-inquinatoEro ancora sui banchi di scuola quando uscì “La società dello spettacolo”, il saggio di Guy Debord che ero destinato a studiare qualche anno più tardi e che descrive una società dove l’immagine ( il termine spettacolo è usato nel suo significato etimologico oltre che nelle sue denotazioni specifiche)  è funzionale alle strutture economiche, trascina con sé e determina i rapporti sociali e una intera  visione visione del mondo. E’ insomma un potente fattore di alienazione dalla realtà, creandone un’altra parallela dove le persone non vivono più la dialettica storica e di classe, ma diventano consumatori, vale a dire in sostanza feticisti che trasformano l’es freudiano in io. Oggi possiamo dire che si sia trattato di un saggio davvero profetico oltre che un esempio insuperato di elaborazione viva e non inerte o pedissequa del pensiero di Marx con la possibilità di applicarlo a tutta la comunicazione da cui è investito il mondo occidentale. Tuttavia la metarealtà dell’immagine in quanto ombra cinese di rapporti reali fatalmente entra in contraddizione esattamente come la società basata sul profitto assoluto incontra le sue aporie, si separa in vari filoni di narrazione che confliggono tra di loro non avendo altra possibilità di restare credibili se non la menzogna, il nascondimento o la persuasione occulta.

Ecco perché oggi potremmo parlare con uguale efficacia di Società della menzogna nella quale niente è come appare e niente appare come è. Da una parte, per esempio, il cosiddetto ritorno alla natura, declinato nei vari consumismi, commercializzazioni e fideismi alternativi stimolati dai libri contabili e dalle lobby si contrappone alla distruzione stessa dell’ambiente in nome della crescita infinita ed entrambe queste immagini, questi “spettacoli” riescono ad essere compatibili grazie all’interposizione di stravaganti teorie cuscinetto che fungono da detournement. L’argomento è vastissimo e richiederebbe un intero saggio, ma per semplificare mi viene in aiuto un ambientalista inglese, George Monbiot, che ha citato il caso della Royal Society per la prevenzione della crudeltà sugli animali (Rspca) che nelle settimane scorse ha magnificato in maniera epica il suo intervento per il salvataggio di un piccolo di foca rimasto intrappolato sotto una roccia in un tratto di costa del Galles. Probabilmente non basterebbe Omero per cantare il sollevamento di un masso di 3 tonnellate che dovrebbe testimoniare “l’ineguagliabile impegno della RSPCA per la libertà degli animale e il loro benessere”. Tuttavia la stessa società è quella che controlla molte aziende di allevamento per conferire ad esse il proprio bollino con il quale assicura il benessere animale e succede che il riconoscimento vada ad oltre 20 allevamenti di salmoni (il 83 per cento del totale britannico) la maggior parte dei quali, per non affrontare la spesa di una doppia rete di protezione, fanno strage di foche e indirettamente dei loro cuccioli per impedire che si mangino i pesci. E non finisce qui: costretti a vivere in un ambiente ristrettissimo, i salmoni stessi sono vittime dell’infestazione dei pidocchi di mare i quali nel corso di vari anni hanno cominciato a diffondersi anche tra i salmoni selvaggi. Per far fronte a questa situazione gli allevamenti usano pesticidi ortofosfatici i quali devastano le popolazioni di crostacei di molte altre specie animali e vegetali che dipendono da loro. Non è finita perché gran parte della farina di pesce con cui vengono nutriti i salmoni deriva da una delle più distruttive pratiche di pesca, ossia quella con reti a traino.

Insomma siamo diventati consumatori di illusioni oltre che di salmoni al di là di ogni equilibrio naturale perché si sa che questi pesci fanno bene alla salute con i loro omega 3. E siccome intere filiere economiche sono costruite su questo concetto basilare che comprende anche infiniti integratori assolutamente “naturali”,  le numerose ricerche che ridimensionano quasi a zero il ruolo di questi grassi rimarrà lettera morta a lungo, anche perché con vari possibilismi a volta così scoperti da essere grotteschi che intervengono nella mediatizazione di queste notizie non si osa contrastare apertamente un industria che nel complesso vale miliardi e che fatalmente ha influenza in molti campi compresa quella delle carriere accademiche delle università private. Solo quando compaiono delle competizioni con altri tipi di consumo, magari egualmente nefando nella assurda bulimia contemporanea, si aprono pertugi di verità o meglio ancora di verità comunque condizionate e parte dello spettacolo.

Naturalmente si tratta di un argomento facile rispetto ad altri, ma forse più immediato nella sua palese quanto insospettata contraddizione. In effetti la società dello spettacolo mostra ciò che si può fare e nasconde però ciò che è possibile fare, proiettando così sullo schermo dell’immaginario un’immagine unitaria di ciò che in realtà unito e viceversa. Come fossimo salmoni non più in grado di risalire i fiumi. Anzi affumicati.

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