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L’europa che va a Nafta

p9-samuelson-a-20171031-870x698Qualche giorno fa, con sorpresa di tutti e soprattutto dei suoi omologhi europei, nonché dei grandi ricchi, il presidente americano ha accennato alla possibilità di rivedere il trattato Nafta che riunisce Usa, Canada e Messico in una sorta di mercato comune abbastanza simile a quello europeo degli anno ’70 e ’80 e identico nella sostanza al Ttip che si è cercato di imporre da questa parte dell’Atlantico. O meglio ha accennato all’inserimento di una clausola che dovrebbe prevedere la ridiscussione di questi trattati ogni certo numeri di anni e l’eventuale uscita di uno o più Paesi dall’accordo. Ovviamente la posizione della Casa Bianca è in relazione alle politiche dell’America first, teso a recuperare in una ottica di neo egoismo liberista di cui ho parlato ieri (qui) i supposti vantaggi concessi agli altri due Paesi, tuttavia ha toccato un tema fondamentale perché è una caratteristica tipica delle istituzioni democratiche prevedere una variabilità degli assetti e delle politiche: le elezioni a scadenza prefissata e la durata temporalmente ridotta di qualsiasi carica, l’assenza se non marginale e puramente onorifica di cariche a vita, ne sono la pietra angolare. Gli unici elementi da considerare entro certi limiti immutabili, ossia le costituzioni, sono proprio quelle che inquadrano istituzionalmente e regolano la variabilità.

Magari non volendo Trump ha scoperto un vaso di Pandora perché è evidente il contrasto fra i trattati internazionali che non prevedono uscita di sorta come fossero scolpiti nell’eternità e la natura stessa della democrazia. Ora il Nafta, così come i trattati dell’Europa, sono stati sottoscritti nel ’94 soltanto dai governi dei Paesi che ne fanno parte e che hanno cercato in tutti i modi di tenere lontane le loro popolazioni da ogni decisione o dubbio al riguardo. Tuttavia per un momento facciamo finta che l’adesione al Nafta sia stata invece presa con una grande partecipazione, magari attraverso appositi referendum: cosa autorizza a pensare che solo per questo il trattato debba avere un carattere di eternità e intoccabilità? Le situazioni cambiano rapidamente, gli effetti imprevisti di certi accordi potrebbero non essere stati compresi e altri negativi (il Nafta ne ha a decine compreso quello di regalare alle multinazionali una facoltà legislativa di fatto) non essere stati calcolati, il contesto in cui sono stati siglati potrebbe mutare radicalmente dopo un po’ di anni, le conseguenze inizialmente utili e approvate potrebbero divenire successivamente sfavorevoli o potrebbe cambiare completamente la cornice politica dentro la quale l’accordo stesso è stato concepito. Dunque l’eventualità che la volontà popolare muti non può certamente essere esclusa dal quadro complessivo. E’ la stessa ragione per la quale andiamo alle elezioni ogni cinque anni e non una volta per sempre.

Dunque qual è il motivo per il quale i trattati internazionali, soprattutto quelli di natura economica,  dovrebbero essere intoccabili e vincolanti per l’eternità? Una ragione esiste, ma non è di natura politica, anzi si propone come l’esatto contrario della democrazia e il massimo dell’ oligarchia possibile: si sostiene infatti che l’immutabilità dei vincoli, anche  quando essi si rivelino soffocanti e indesiderati, quando diventano  anacronistici e controproducenti o quando sottraggono rappresentanza ai cittadini,  fornisce comunque certezza per le imprese. Siccome la cosa  vale comunque anche le normali elezioni (che infatti nel contesto neo liberista sono a mala pena sopportate come velo rituale) c’è da pensare che il profitto dell’impresa sia l’unica cosa sul quale debbano essere fondate le istituzioni. Ecco perché qualunque trattato fra paesi di democrazia formale dovrebbe avere clausole di revisione, magari a scadenze prefissate e comunque strumenti di fuoriuscita concordata, proprio perché l’immutabilità dei vincoli è la confutazione del sistema decisionale democratico. Il fatto che in questo campo l’unico difensore della sovranità popolare, anche se in modo indiretto e forse nemmeno del tutto consapevole sia Trump,  la  dice lunga sullo stato preagonico della democrazia nel XXI° secolo.

Ora immaginiamo per un attimo che i trattati europei prevedessero una ricontrattazione a scadenza per esempio di dieci anni e una possibilità di uscita unilaterale, ma concordata qualora le condizioni iniziali di adesione dovessero cambiare: non saremmo nelle condizioni in cui siamo semplicemente perché i diktat avrebbero vita molto breve e quelli che vogliono comandare sarebbero costretti a mediare o per lo meno a non esagerare, senza dire che molte decisioni sarebbero molto più ponderate e rispettose degli altri. L’ Europa sarebbe forse più complicata, ma probabilmente unita e  certamente molto più democratica di quanto non lo sia oggi, governata com’è dalle lobby che hanno l’aspirazione a essere immutabili.

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