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Inquinamento mancato, multinazionali chiedono i danni

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono paradossi fenomenali che dovrebbero far capire anche ai più renitenti in quale realtà parallela e distopica ci hanno fatto precipitare.

Il giorno 13 Aprile 2013  più di 40 mila abruzzesi sono scesi in piazza a Pescara per contestare il progetto petrolifero Ombrina Mare   che prevedeva la trivellazione di sei pozzi di petrolio, l’installazione di una piattaforma a sei chilometri da riva e di una nave desolforante di tipo FPSO a nove chilometri dalle spiagge.  Il giacimento, scoperto una ventina d’anni prima, era stato rilevato prima dalla compagnia inglese Medoil e poi dalla Rockhopper, che ha segnato la sua “proprietà”  (stimata intorno a  40 milioni di barili di petrolio e 184 milioni di m3 de gas) con una piccola piattaforma allegramente colorata  a protezione, non solo simbolica, della testa di pozzo  a circa 6 chilometri dalla costa.

Le proteste della cittadinanza, con la quale si erano schierati sindacati, parroci, associazioni ambientali ma pure quelle degli albergatori,  erano state vane: il progetto di sfruttamento a fronte del  pagamento di royalty allo Stato e alla Regione Abruzzo in misura pari alle quantità estratte, aveva ricevuto il parere favorevole, a firma congiunta dei Ministri dell’Ambiente e dei Beni Culturali –  e scusate se è poco, della Commissione di Valutazione di impatto ambientale, che l’aveva approvato a condizione che venissero introdotti modesti aggiustamenti compensativi.  Accogliendo così le accorate osservazioni del vertice dell’azienda benevolmente ospitate sul Corriere della Sera   che rivendicavano le ricadute positive dell’intervento per la nostra irriconoscente comunità. E dire che a smentirli bastava farsi due conticini della serva, purché meno sottomessa dell’autorevole testata: l’Italia consuma circa 1.5 milioni di barili al giorno e il petrolio estratto da Ombrina nell’arco di 24 anni e se venisse interamente commercializzato da noi, basterebbe a soddisfare  fra le 2 e le 4 settimane di fabbisogno nazionale.

Così dopo tante traversie la benigna e generosa multinazionale nel dicembre 2015 si accingeva a mettere mano alle perforazioni, anche se non era stata resa nota l’ottemperanza delle circa 500 prescrizioni della Commissione Via basate, si disse, sulla attenta presa d’atto di centinaia di osservazioni pervenute da associazioni e comuni cittadini e in barba al risultato non decisivo magari, ma potente del referendum che aveva sancito un sentiment No Triv.

Invece, colpo di scena, lo stesso governo del quale fanno parte i due ministri Galletti e Franceschini, proprio nello stesso mese, fermava in via definitiva i progetti petroliferi nelle acque territoriali e quindi entro le 12 miglia, pari a 22,2 km. dalla costa e a fine gennaio il Ministero dello Sviluppo economico respinge la richiesta di concessione.

Beh, direte voi, per una volta hanno vinto i buoni .. o almeno il buonsenso che sorprendentemente ha albergato anche nella compagine governativa, persuasa della necessità di qualche gesto distensivo in grado di scongiurare il rischio dello sgradito referendum alle porte e dell’opportunità di rispettare sia pure occasionalmente una legge, in questo caso quella che  proibisce dal gennaio 2016 tutte le nuove attività di esplorazione e produzione a meno delle 12 miglia marine.

C’è poco invece da cantar vittoria. Rockhopper non ci sta a subire l’affronto e il Times informa che la multinazionale ha deciso di denunciare l’Italia  davanti a un tribunale di arbitrato internazionale perché le vengano riconosciuti “rilevanti danni economici” valutati sulla base dei profitti  persi e non sugli investimenti già effettuati.

Non occorreva il TTIP per confermare lo strapotere delle multinazionali, per consolidare  la loro occupazione finanziaria, imprenditoriale e perfino giudiziaria. E non se la prendono solo con i paesi straccioni, più soggetti a intimidazioni e umiliazioni, come la Grecia o noi, se il gigante svedese dell’energia Vattenfall reclama più di 3,7 miliardi di euro dalla Germania a parziale risarcimento della decisione di uscire dal nucleare.

Il fatto è che  l’avidità della cupola imperiale è incontenibile, muovono gli stessi studi legali che hanno l’incarico di dettare leggi a stati e parlamenti satelliti, per impugnarle quando la loro applicazione getta un granellini nell’ingranaggio del profitto e dell’accumulazione, che non può fermarsi per le risibili ragioni della sopravvivenza del pianeta. C’è bisogno di atti dimostrativi, di ricatti, di soperchierie e di minacce  per far sapere perfino alla terra e al mare chi comanda.

 

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Speculazione all’ultimo Stadio

  Anna Lombroso per il Simplicissimus

La notizia che il sindaco di un centro terremotato ha appreso dalla stampa che le casette di legno annunciate dal commissario emerito e dal governo diversamente Renzi, saranno “erogate” ai senzatetto nel prossimo autunno o forse addirittura nella primavera 2018 magari in felice coincidenza con le elezioni, ha avuto poca eco. Ritenuta secondaria rispetto alle rivelazioni di un assessore, molto apprezzato per competenza e per battaglie  generose contro speculazioni  e dissipazione del territorio, ma imprudentemente quanto inaspettatamente arreso alle leggi del Gossip in stile Dagospia, alle recriminazioni  di una sindaca più offesa dall’accusa di sciacquetta che perde la testa per er mejo gatto del Colosseo, che per quella di essersi concessa alle brame molto meno innocenti di palazzinari, signori del cemento e del calcio; allo sfrontato riscatto dopo lo schiaffo olimpico di chi ha come mission, purtroppo  possible,   combinare affarismo, sacco del suolo, alienazione del bene comune, con regalie a imprenditori targati Usa, secondo la ricetta Ttip de noantri.

Non c’è da stupirsi, giornali, talkshow, commentatori hanno pari affezione per le beghe cui dare dignità politica, per le contrapposizione che permettono di schierarsi subito col più potente, che per la magnificenza megalomane a spese nostre che dovrebbe restituire autorevolezza, prestigio, fiducia all’Italia tramite Grandi Eventi, Grandi Opere, Grandi Esposizioni, Grandi Giochi piuttosto che ridando le case ai terremotati, i quattrini ai risparmiatori, la scuola ai ragazzi, le cure ai malati.

Lo so, sono ovvietà, tanto che quando qualcuno dice che sarebbe meglio investire in tutela del territorio piuttosto che in Ponti, in sviluppo del trasporto su ferro in modo che i pendolari non siano beffati e derisi piuttosto che in alta velocità perfino sotto il selciato di Firenze, in  salvaguardia del patrimonio artistico e archeologico se è vero che la cultura, il paesaggio e la bellezza sono il nostro “petrolio”, in accoglienza e lavoro piuttosto che in F35, viene automaticamente tacciato di essere un’anima bella visionaria e arcaica, o peggio, colpa inqualificabile, un agit prop del più squallido e demagogico populismo.

Tant’è esserlo davvero populisti  e rispondere a chi osserva che i grandi eventi sportivi rappresentano l’occasione per realizzare opere e infrastrutture necessarie alla collettività, di andarsi a vedere i resti di archeologia agonistica, come la Città dello sport a Tor Vergata, con due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009, i monumenti in rovina prima di essere terminati, a imperitura memoria di boria, corruzione, malaffare e consumo di suolo e risorse, esito imprescindibile di quei fasti effimeri, ma non per chi ha saputo approfittarne a spese nostre. O a chi ne esalta le ricadute occupazionali, che ha poco a che fare con il lavoro quel precariato che sconfina nel volontariato, saggiato in occasione dell’Expo. Così come quello sotto forma di caporalato con la benedizione delle cordate, cooperative comprese, dei cantieri delle grandi opere. Che non c’è stata Olimpiade o mondiale negli ultimi anni che non sia stato un clamoroso flop, tanto che paesi meno indebitati e corrotti del nostro fuggono queste “opportunità” come la peste.

Tant’è esserlo davvero demagogici per rispondere a chi si aspetta il dovuto attraverso un abbonamento in tribuna d’onore, che lo stadio della Roma non si deve fare perfino per motivi etici, perché le sue fondamenta sono bugiarde. È stato illegittimo attribuire a quell’opera la qualità di intervento di pubblica utilità come è stato fatto dalla Giunta Marino e come rivendica l’allora assessore Caudo, permettendo ai privati di decidere la collocazione di un servizio urbano importante anche se non prioritario, concedendo l’area gratuitamente e senza esigere un concorso internazionale di progettazione, aggirando corrette procedure di impatto ambientale e distruggendo per sempre la speranza di poter trasformare la valle del Tevere, ancora in gran parte intatta, in un parco fluviale.

Tant’è esserlo davvero rigoristi: si tratta dell’ennesimo caso di “urbanistica contrattata”  che riduce la politica di sviluppo di una città all’accoglimento supino di proposte imprenditoriali e ripropone il solito schema scellerato “cubature in cambio di opere che le casse pubbliche non possono affrontare”, una pratica che ha messo in mano all’iniziativa di privati e assoggettate  alla legge del profitto, scelte che avrebbero dovuto essere guidate da una regia mirata esclusivamente all’interesse pubblico. L’area di Tor di Valle nel Piano Regolatore è stata qualificata come R4, come zona cioè ad alto rischio idraulico:  si può trasformare solo dopo avere realizzato le opere idrauliche fondamentali a cominciare dalla messa in sicurezza  del Fosso di Vallerano, e non prima.   Lo stadio  metterebbe a rischio l’incolumità pubblica, in contrasto con l’art 41 della Costituzione “l’iniziativa privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza , alla libertà e alla dignità umana”.

E tant’è, per una volta, essere anche realisti e domandarci cosa va al presidente della Roma  James Pallotta   e alla società Eurnova di proprietà dell’imprenditore Luca Parnasi  e cosa viene a noi dalla realizzazione su circa 90 ettari, che il piano regolatore destina a verde sportivo attrezzato (con un’edificabilità di circa 350 mila metri cubi) di due complessi immobiliari: quello destinato allo stadio (fino a 60 mila posti), impianti sportivi, spazi pubblici e attrezzature per il tempo libero; e quello formato da tre grattacieli alti fino a più di 200 metri e altri edifici destinati ad attività direzionali, ricettive e commerciali (non residenze, che la legge non permette). Il tutto pari a circa un milione di metri cubi, dei quali  quelli destinati allo stadio e ad attività connesse ammontano a circa il 20 per cento, il resto corrisponde agli interventi – privi di rapporto funzionale con lo stadio, un nuovo centro direzionale, cioè,  che costituisce la merce di scambio a compensazione del costo delle opere infrastrutturali necessarie per la fruibilità dell’impianto  che è comunque un intervento privato.  E cosa va all’allenatore Spalletti o al divo Totti che cinguetta: vogliamo il nostro Colosseo moderno e cosa viene ai tifosi di uno sport che in Italia ha perso costantemente spettatori con  una media di presenze  alle partite fra le più basse d’Europa, quando basterebbe attuare la legge sugli stadi e risanare i due già esistenti, impegnando i privati ad investire sui collegamenti su ferro  e sui parcheggi al servizio degli impianti.

È che davvero per essere realisti bisogna chiedere l’impossibile:  sottrarsi agli imperativi del profitto, pensare in bello anziché in grande.

 


Sulle barricate della Vallonia contro il Ceta

154834925-2e842ebc-5a7e-46d4-ab00-6cdb901bfffbA fine agosto, quando inaspettatamente il governo tedesco fece cadere le trattative sul Ttip, alcuni, me compreso, pensarono che  non fosse il caso di abbassare la guardia, un po’ perché l’improvviso cambiamento di direzione pareva più frutto di segrete battaglie fra multinazionali piuttosto che un ravvedimento politico, un po’ perché un accordo in tutto e per tutto simile con il Canada, sembrava godere di ottima salute e pareva proprio il cavallo di Troia attraverso cui fare passare l’ultima raffica contro la democrazia in maniera obliqua e senza incontrare troppe resistenze. Di fatto poiché il Canada è legato agli Usa con un accordo pressoché identico al Trattato transatlantico dire sì al Ceta significava accettare il Ttip per osmosi, tanto più che molte multinazionali americane hanno una sede ufficiale in Canada. Insomma si preparava per i cittadini una polpetta avvelenata e le cose erano già molto avanti se in estate il pizzicagnolo di Renzi, ovvero Farinetti, padrino delle mafiette gourmand, si era prodotto in un assit inconsulto nei confronti del grano canadese (vedi qui), un tradimento non solo del gusto, ma anche della filiera agroalimentare italiana che verrebbe praticamente spazzata via dal Canada.

Purtroppo chi sospettava aveva ragione e il Ceta sarebbe divenuto una realtà già giovedì prossimo,  se non fosse stato per l’inattesa ribellione della regione autonoma della Vallonia,  fatta propria dal premier belga, che ha messo in forse  la tracotante certezza di unanimità in seno alla Commissione europea. E la cosa dilaga oltre i confini della piccola regione con meno di 4 milioni di abitanti visto che già 80 europarlamentari  hanno firmato un documento di appoggio al governo della Vallonia e così anche numerosi docenti canadesi. Senza dire delle manifestazioni popolari e delle iniziative in rete che stanno segnando proprio in queste ore il risveglio vallone. Tutto questo sta a indicare ed esemplificare quale sia il metodo oligarchico: trattative segrete che escludono in modo totale i cittadini, poi una volta raggiunto un accordo, tempi minimi per siglarlo ed evitare così ogni rischio di contestazione. Nessuno discute nulla, ogni cosa si svolge esclusivamente fra le mura del potere e al di fuori di qualsiasi dibattito democratico. Quindi la quasi unanimità rivendicata da Bruxelles rappresenta solo la decisione di pochi oligarchi e quando se ne sa qualcosa è solo attraverso i blablatori di professione in servizio presso i media che sono, attraverso gli editori, parte in causa e non soggetti terzi.

Naturalmente si potrebbe, anzi si dovrebbe pensare a un referendum europeo sul Ceta, ma ciò che sembra normale nelle dinamiche democratiche, è invece fantascienza per Bruxelles che cerca attraverso forzature di corridoio di arrivare a un trattato contestato da  una petizione che ha raccolto oltre 3 milioni di firme, da innumerevoli manifestazioni, ma anche dal Senato irlandese che ha consigliato di votare no e dall’atteggiamento ancora incerto di Germania, Austria, Slovenia Polonia. In effetti la resistenza vallone sembra in qualche modo quella delle Termopili: dà il tempo per far maturare posizioni critiche all’interno dei Paesi dell’Unione, in particolare quello della Germania la cui Corte Costituzionale ha messo dei paletti al Ceta e vuole che nel trattato vi sia una clausola per l’uscita unilaterale dal medesimo. Immagino già la mobilitazione della materia grigia residuale in chi è deciso ad arrendersi a tutti i costi al potere e alla governabilità: la gente non sa, deve essere guidata, non ci può arrendere al populismo. Invece sono loro che non sanno, anzi non vogliono sapere: sanno per esempio che secondo uno studio (peraltro unico nel suo genere) della Tuft University di Boston, il solo Ceta farebbe perdere 200 mila posti di lavoro in Europa?  Sanno che anche in Canada c’è una forte opposizione al trattato perché i cittadini hanno già avuto la triste esperienza dell’accordo di libero scambio con gli Usa che ha significato chiusure di fabbriche, ristrutturazioni, licenziamenti, riduzione dei salari e peggioramento delle condizioni di lavoro? Esempio emblematico è quello della Caterpillar che prima – senza alcuna resistenza – si è trasferita interamente in Usa e poi dagli Usa se ne è andata in Messico, sempre alla ricerca di salari più bassi e di lavoro più ricattabile.

No, non sanno nulla di tutto questo, come non sanno nulla dei tribunali speciali attraverso i quali le multinazionali potranno ricattare gli stati e imporre la loro volontà riguardo alla tutela dell’ambiente, della salute, del lavoro e dei cittadini, in nome dei propri interessi. Non sanno che l’Egitto è stato attaccato dalla multinazionale dell’acqua Veolia per essersi permesso di stabilire un minimo salariale, che la Germania dovrà pagare quasi 5 miliardi di euro alla Vattenfall per aver dichiarato l’uscita dal nucleare dopo il disastro di Fukushima, che l’impresa Usa Ethyl Corporation ha portato alla sbarra del tribunale speciale il Canada perché quest’ultimo ha vietato l’uso di sostanze ad alta tossicità aggiunte al gasolio da riscaldamento. I trattati cosiddetti commerciali, in realtà politici, tipo Ceta o Ttip hanno finora provocato 700 di questi contenziosi per parecchie migliaia di miliardi di dollari, calcolando le spese a accessorie, che i cittadini di molti Paesi dovranno pagare per l’ardire di voler mettere regole allo sfruttamento selvaggio, alla devastazione ambientale o agli attentati alla loro salute.

Si capisce bene perché le oligarchie non vogliano alcun dibattito su questi temi, perché agiscano in segreto, ma rimane un mistero perché non lo vogliano le potenziali vittime. A tutti gli altri, cui manca il piacere della bandiera bianca, conviene partecipare al bombardamento di mail continentale contro il trattato che per la parte italiana si sta organizzando qui . La battaglia comincia ora.


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