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Metro, la vitamina C degli speculatori


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ridotto a monumento di archeologia industriale anni prima della conclusione dei lavori, il cantiere della Metro C del piazzale del Celio si era dotato ultimamente di una gru gialla che pareva il simbolo di un gemellaggio con la Biennale di Venezia, una di quelle sculture di post art che accade di vedere davanti a Palazzo Grassi o alla Punta della Dogana. Perché si stagliava là, inoperosa: da anni in quel sito le opere fervevano a intermittenza un giorno si e mesi no, così per i residenti è diventato l’allegoria della Metro C, la madre di tutte le corruzioni, che secondo la Corte dei Conti è stata oggetto di innumerevoli casi di mala gestione e malaffare valutabili in 230 mln di euro “assolutamente ingiustificati”.

Ma ieri no, ieri il cantiere è stato teatro di un dinamico affaccendarsi molto molto rumoroso e che si è protratto fino alle 22 e 30, in un’area circondata da case di civile abitazioni e ospedali. Chi scrive intorno alle 21 ha telefonato al numero verde del Comune, soggetto promotore della grande opera. Dopo più tentativi e in seguito a commenti sconcertati per via della mia proterva e sfrontata richiesta di informazioni, sono stata dirottata sui vigili urbani nella persona, anzi nella “voce” di una sbrigativa funzionaria che, pur irritata dalla mia insolente pretesa di conoscere gli orari autorizzati per i lavori pubblici notturni, mi ha comunque e benevolmente resa edotta del fatto che: n.1, il corpo di appartenenza non è tenuto a conoscere il contenuto dei protocolli che sovrintendono le attività costruttive, sottoscritti tra comune appaltante e imprese; n.2, che la sera, anche in presenza di interventi che rechino disturbo o danno alla collettività, i vigili urbani, recentemente investiti di nuove competenze in materia di ordine pubblico, non sono tenuti a intervenire e i residenti interessati sono invitati a protestare e chiedere il loro intervento la mattina successiva dalle 8 in poi. E, n.3, mi ha impartito una lezione di “cittadinanza” ed educazione civica, rimproverando me come rappresentante indiretta dei romani che denunciamo i mali del traffico e i lavori infiniti, per poi lamentarci quando “si fa qualcosa nell’interesse generale”.

Un bel passo avanti rispetto al tempo nel quale chi si lagnava per il fracasso di improvviste estati romane o per altri frastuoni più o meno ludici, si sentiva rispondere “a signo’, se metta i tappi”, segno che la giunta Raggi deve aver promosso un’utile azione formativa per la comunicazione istituzionale al alto contenuto pedagogico.

Non abbastanza pentita per la mia impertinenza, ho iniziato una ricerca in rete, dalla quale ho appreso che dal 2007, anno di avvio delle opere della Metro C e rinnovate dal 2013, sono state introdotte nuove regole ispirate da criteri di urgenza secondo le quali “in determinate circostanze” i cantieri possono lavorare h 24.

Inutile dire  che lo stato di emergenza che dura da 10 anni ha giocato un ruolo primario per far sì che l’incompiuta più leggendaria di Europa, venga descritta dal presidente della Corte dei Conti del Lazio   come un “vero e proprio scandalo” sul quale si è giocata una “partita anomala, illegale e rovinosa” tra committenti e costruttori, che il costo finale previsto in sede di gara d’appalto vinta dall’ATI (Associazione temporanea di imprese) composta da Astaldi, Vianini Lavori (una società del gruppo Caltagirone) Ansaldo, Cooperativa Muratori e Braccianti di Carpi e Consorzio Cooperative Costruzioni – poi raggruppatesi nel Consorzio Metro C, era stato fissato in 2 miliardi e 683 milioni di euro, ossia un ribasso di quasi un miliardo sulla base d’asta di 3 miliardi e 47 milioni di euro, gonfiato via via in modo esponenziale a causa di corruzione, incompetenza e cattiva gestione, superando i 3 miliardi e 739 milioni di euro, con una spesa di circa 300 milioni di euro a chilometro, rispetto ad una media europea che si aggira intorno ai 150-170 milioni di euro/km.

O che il  contrastato iter dell’opera non conferma soltanto come  il progetto della linea C si sia sviluppato in divenire’, ossia strada facendo, adattandosi  alle contingenze che si sono verificate in corso d’opera, ma indica, come sottolineato dalla Corte dei Conti,  anche che “la qualità del progetto basico approvato” era quanto meno discutibile, come dimostrato dal fatto che in nove anni di lavori  sono intervenute ben 45 varianti, con un succedersi di varianti e modifiche che hanno richiamato l’attenzione della Procura e dell’Autorità anticorruzione che ha parlato di “mancanza di trasparenza ed efficienza, di ” irragionevoli vantaggi riconosciuti al contraente generale dell’opera” e di “lievitazione dei costi a fronte di un ridimensionamento del progetto”, ulteriormente suffragate nell’estate del 2015 dalle dichiarazioni di Salvatore Buzzi,  che in un interrogatorio disse che il “vero affare  di Mafia Capitale si chiama trasporti e si chiama Metro C “.

Sarebbe bene ricordare ai funzionari che rispondono al centralino dei vigili di Roma senza dichiarare le generalità, al sempre ignaro di tutto Numero Verde del Comune retrocesso a centralino di Bice Valori, alla sindaca Raggi che in più di un anno dovrebbe fare qualcosa di più della sacrosanta rivendicazione di innocenza per colpe di un passato che non le appartiene, che la Metro C, come la Tav, come la Variante di Valico, come il Mose altro non è che il format di successo delle attività criminali connesse alle Grandi Opere. E che si basa su una formula, sempre la stessa: ritardare le consegne per creare condizioni di emergenza atte a legittimare contingenze ed emergenze e dunque regimi eccezionali e spese gonfiate,  eccezionali e straordinari, compreso il lavoro notturno; introdurre fantasiose varianti  che mostrano come il progetto sia un canovaccio che deve adattarsi agli appetiti delle imprese, in modo da autorizzare la lievitazione dei costi “imprevisti”, in un amalgama avvelenato di imprese colluse, di relazioni tecniche taroccate per illudere sul rispetto delle tempistiche, di funzionari corrotti, nel quale naufraga la spiegazione del perché, in Italia, le grandi opere pubbliche non finiscono mai e del perché quelle terminate si rivelano giganti con piedi di cemento scadente.

Si tratta di una melma così vischiosa e tossica che alla fine sfugge il perché cruciale: perché si progettino, oltre all’interesse di creare un contesto favorevole a soddisfare l’avidità di cordate ingorde e appagare i bisogni di amministratori e politici in cerca di consenso, voti e finanziamenti, oltre all’egemonia ideologica di quella megalomane hybris  che si manifesta con più forza nei momenti di crisi economica con miraggio di creare occupazione e costruire, proprio come si auspica con altre guerre tradizionali e non solo con questa dichiarata contro territorio, ambiente e buonsenso. Perché se c’è un segreto ben mantenuto dietro la limitazione dell’accesso die cittadini alle informazioni, è quello che riguarda la scelta di fondo, la decisione di risolvere i problemi della circolazione in una città che costituisce il più immenso  sito archeologico e artistico del mondo con una metropolitana, invece di favorire  un trasporto pubblico di superficie, innovativo e tecnologico e di programmare la città, i suoi collegamenti   e i suoi “poli attrattori” in modo razionale e intelligente, come dovrebbe suggerire e pianificare la scienza urbanistica, se non fosse diventata l’oscena pratica negoziale tra enti pubblici, rendite e  proprietà private.

Ps

L’alacre e fattiva laboriosità di ieri oggi è sospesa: probabilmente bastava un giorno di straordinari a mettere insieme un gruzzolo o la documentazione necessaria a legittimare qualche aggiustamento. Cade il silenzio sul piazzale, sui resti sepolti del magnifico e imprevisto quanto imprevedibile acquedotto romano indovinato a lavori iniziati, sulla festosa inaugurazione della stazione Museo di San Giovanni ipotizzata per aprile e spostata ragionevolmente ad un “autunno” prossimo, sul sogno dell’area archeologica dei Fori che grazie al probo Marino  è stata retrocessa a cantiere per la costruzione della inopportuna fermata, sulla speranza che l’Italia da groviera pieno di buchi torni a essere un Bel Paese.

 

 

 

 

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