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Roma Ball Club

onAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sono tempi duri per chi non è a suo agio nel “progressismo” liberal e nemmeno nello schieramento indicato come “populista”: in nessuna delle due tifoserie alberga il mutuo riconoscimento democratico,  men che meno il coltivare l’idea – considerata velleitaria e visionaria, di una alternativa allo stato di necessità e alla imprescindibilità della realpolitik. Tempi duri per chi si rifiuta di fidelizzarsi a uno dei due club di ultrà, per chi è recalcitrante ad aderire sotto coercizione morale, e per i mai contenti, che rifiutano l’arruolamento e si sentono addirittura autorizzati a esprimere critica con pari forza agli uni come agli altri, differenti, con buona pace dei crociani da tastiera, più nella forma che nei contenuti, gli uni primitivi e irrispettosi, gli altri più manierati nell’uso delle armi.

Per questo non posso compiacermi che ormai Roma sia come Palermo, dove il problema è il traffico. E non mi riconosco nella manifestazione aperta al popolo romano del web che si terrà il 27, partita da un gruppo di Facebook, “per dire basta al degrado della Capitale” in un evento “senza colore politico”, etichetta quest’ultima fortemente dissuasiva per chiunque rimpianga un colore e soprattutto abbia nostalgia della politica.  E che chiama a raccolta i “cittadini che sono stanchi, a quanto si legge sulla pagina di Tutti per Roma, Roma per tutti, di doversi sobbarcare le lacune di un’amministrazione”. Sulla pagina si possono vedere articoli e foto scattate dagli utenti sul degrado della capitale e un video che ha avuto più di 25 mila visualizzazioni  e che in meno di due minuti  informa  lo spettatore “sull’enorme momento di disagio vissuto da Roma, inguardabile vestita com’è di buche e spazzatura”. E infatti il 27 in piazza oltre a striscioni e cartelloni, saranno esposte anche foto che testimoniano il declino della capitale e apposite urne dove verranno raccolte e poi portate personalmente al sindaco Raggi le “proposte” costruttive che provengono dal territorio.

Non ho mai dubitato che l’iniziativa potesse non piacere a Repubblica che se ne è fatta testimonial prestigiosa, tanto assomiglia alla nobile e signorile fuffa del senonoraquando, allorché si scese in piazza per denunciare il laido puttaniere, senza il “colore politico” necessario a fare invece scendere dallo scranno il golpista, allorché sembrò lungimirante condurre una campagna elettorale senza nominarlo per uso di mondo a quella discrezione sobria e ragionevole, che ha sempre impedito di condannare i rei di conflitto d’interesse. E infatti abbiamo avuto modo di assistere al sollucchero con il quale è stato proposto in ritratto delle promotrici, “donne comuni unite in una battaglia comune”, con alla guida una che si definisce “esperta di attivismo e nuove forme di partecipazione”,  una giornalista, un’ architetta, una ricercatrice, una storica dell’arte e una militante per la tutela del paesaggio, per fornirci la versione più aggiornata, acculturata e corretta delle onorevoli Angelina di oggi, con tanto di contributo rivisto della paccottiglia comunicativa e virtuale che ha sancito il successo della rivoluzione virtuale dei vituperati  5stelle.

Non potevamo sperare di meglio, dopo la caduta notarile di Marino decretata dal fuoco amico per via dell’incontrollabilità temperamentale del soggetto. Dopo la candidatura di qualcuno segnato alla nascita dal destino di trombato, per via di un curriculum esageratamente scarso perfino per questi tempi, di un carisma ancora più scarso, per non dire del programma, a sancire l’interesse del partito  proponente a perdere, in modo da rifugiarsi per un po’ nella comoda cuccia dell’opposizione, magari finché si calmavano le acque agitate dal vento di Mafia Capitale, anche in vista delle impari difficoltà di governare un città soffocata dei vincoli di bilancio e da un passato bipartisan inqualificabile di speculazioni, malaffare, impotenza e incompetenza.

Eh sì, non potevano sperare che si andasse oltre le “cronache in città” della stampa locale tenuta saldamente in mano da costruttori penalizzati dal nuovo, da proprietà esplicitamente “nostalgiche” alla vecchia maniera, oltre alla monnezza, oltre alle buche, oltre agli zingari che borseggiano indisturbati, oltre ai tombini intasati. Temi che dopo l’età di Pericle di Petroselli e Argan, perfino di Vetere, sono stati promossi a prioritari e cruciali.

Che la sindaca Raggi non ha risolto, in effetti, ma che sono solo l’allegoria di una capitale che soffre degli stessi mali delle piccole e grandi città italiane sottoposte alle richieste del racket del patto di stabilità, ricattate dagli appetiti insaziabili di proprietà e rendite private, di costruttori e immobiliaristi che hanno retrocesso l’urbanistica e la pianificazione a attività negoziale sottoposta ai loro comandi,  nelle quali le aziende di servizio servono si, ma al voto di scambio, come riserve intoccabili di clientele, dove in presenza di amministratori incompetenti, poco preparati, molto ambiziosi, le scelte sono suggerite dalla megalomania della grandi opere, invece che dalla scienza della tutela e della manutenzione.

Ma proprio perché Roma è una vetrina, un laboratorio simbolico e esemplare, ce ne sarebbe di “trippa” per gatti che volessero fare vera opposizione e molto politicamente “colorata”. A cominciare dal problema della casa, ridotta a emergenza di ordine pubblico (ne ho scritto qui https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/02/la-repubblica-degli-sfratti/?fbclid=IwAR1SoPXseARmWY2bLmOXgiriqIgUGc98BcqOqeLNJw7I_7e82idyT68z7IM), anche qui nulla di nuovo se l’onesto Marino si era limitato a farne oggetto di commissioni di studio e a fronte di falansteri disabitati frutto di speculazioni in cui non vogliono risiedere nemmeno  i manager beneficati;  per proseguire con le oscillazioni miserabili sullo Stadio della Roma (e dire che in tanti avevano votato Raggi proprio nella speranza di fermare la smania costruttivista ben interpreta dal contendente in campagna elettorale, (ne ho scritto qui:https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/08/gli-ultra-del-cemento/?fbclid=IwAR0oMgIXL6PGsSTgKnKGMqSfsMtsasMBEnLrFhEJF86C3ccxsonXGXwBFzU) anche queste frutto di una pianificazione territoriale piegata agli appetiti padronali. Dall’accondiscendenza ai capricci dei padroni della città, con le pareti di un palazzo storico ricoperte di pelliccia: stesso pelo sullo stomaco che ha permesso che le giunte di centrosinistra alienassero un edificio storico di fianco a San Giorgio al Velabro e abitato da cittadini e artigiani, per consegnarlo alle sorelle Fendi, ai parcheggi di Via Giulia, accettati, perché pare che la maggioranza cittadina, come quella di governo del Paese, non sappia dire di no, in aperto contrasto con ragione e qualità ambientale che raccomanderebbero di portare le macchine fuori da centro e non di farle entrare. Fino alla normale attività di manutenzione, che non viene esercitata, anche perché pare largamente riconosciuto che il decoro consista nell’allontanamento di indesiderati allogeni, salvo topi e zanzare, e nell’occultamento di certe vergogne condivise e perciò sgradite.

Così quelli che hanno nostalgia del rosso, quelli che patiscono il rimpianto della politica, possono aggiungere al loro  rammarico anche il ricordo di certe piazze, dove suonavano parole e canti di collera e di amore.

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Mose, l’Impero del fango

mose Anna Lombroso per il Simplicissimus

Voglio consigliarvi due piccole “vacanze intelligenti”, due weekend a Venezia il 29 e poi a Firenze il 6 e 7 ottobre, dove  si riuniranno i comitati che da anni si battono per realizzare la vera  grande opera,   di risanamento del territorio, di difesa del suolo e delle risorse, di contenimento del rischio sismico e idrogeologico, contro la distopia  megalomane e speculativa della Tav, del Mose, della sottovia che perforerà la città del Giglio, dell’allargamento irragionevole del suo aeroporto, e poi autostrade destinate a restare vuote, svincoli e rotonde, trivelle fino alla costruzione dell’unico Ponte sicuro, quello sullo Stretto, anche quello peraltro costato quattrini e oltraggi al buonsenso e alla legalità.

Giustamente il teatro scelto per la prima manifestazione è Venezia. Il cata­cli­sma giu­di­zia­rio che ha squas­sato Vene­zia e il Veneto 4 anni fa (pochi giorni orsono non è stata accolta la richiesta di patteggiamento per il più dinamico degli attori sulla scena, Piergiorgio Baita, tangentista a larghissimo raggio diventato testimone d’accusa) denunciò che il fango sul quale si erigevano le dighe mobili  schizzava dappertutto, riguardando le scelte di fondo: quella del sistema Mose, per la sua formidabile pressione e evidente incom­pa­ti­bi­lità con la natura stessa della Laguna di Vene­zia e con il suo deli­ca­tis­simo equi­li­brio eco­lo­gico e quella di affidare in con­ces­sione a un unico sog­getto pri­vato, il Con­sor­zio Vene­zia Nuova, l’incarico in regime esclusivo  di progettare, spe­ri­men­tare ed ese­guire gli inter­venti previsti, con ambedue i ruoli, controllato e controllore, e ambedue le funzioni, inquinatore e bonificatore, un mostro giuridico quindi che non aveva avuto precedenti ma che poi è stato copiato sia pure con minore efficacia, grazie all’egemonia culturale e politica dell’emergenza, che per contrastare  la rigi­dità del sistema delle garan­zie, la lun­gag­gine delle pro­ce­dure, la sovrab­bon­danza e a volte sovrapposizione di con­trolli, i lacci e laccioli, adotta come fosse una necessità anzi un dovere l’impiego di procedure eccezionali, il ricorso a commissariamenti,  l’applicazione di espedienti opachi e discrezionali. Allora lo scandalo assunse un significato allegorico, svelando  il nesso pro­fondo tra cor­ru­zione e grandi opere sicché più voluminosa, complessa e costosa è,  più è ineluttabile l’ubbidienza del deci­sore (il par­tito, l’istituzione, l’amministrazione) agli inte­ressi dell’impresa,  più è fatale e fisiologico ungere ruote, elargire tan­genti reali. E più si gonfia il progetto  più aumentano le risorse da far circolare nella cricca, regali, stipendi regolari, consenso, altre poltrone, collaudi, committenze e consulenze.

È così che si sono spesi 6000 milioni di euro per realizzare qualcosa che si sta rivelando anche inutile (il sistema di 78 paratie mobili chiuderà la porta alle maree eccezionalmente alte, da 110 centimetri a tre metri. Ma non potrà fare nulla per limitare i danni quando arrivano le «acque medio-alte», quelle tra gli 80 e i 100 centimetri, sempre più ricorrenti), per via del prevedibile aumento del livello del mare che i cambiamenti climatici già prevedono per il prossimo futuro, avvelenata per via del congegno  malavitoso e criminale che ha coinvolto politici, amministratori, imprese, magistrato alle acque, ministeri, guardia di finanza, corte dei conti e perfino ridicola e vergognosa, se il magnifico e superbo prodotto ingegneristico che l’attuale sindaco si voleva rivendere ai cinesi, è già un monumento avvilente di archeologia industriale prima di entrare  a regime, abbellita da interventi di maquillage affidati alla progettazione estetica dell’Università di architettura con tanto di passeggiate  e aree verdi, ormeggi e un muro «paraonde» costruito con i massi della diga demolita (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/03/14/mostro-in-mostra-ma-le-banche-scappano/).

E a giugno abbiamo saputo che sono occorsi altri  8,5 milioni per riparare il jack-up, la nave attrezzata da  50 milioni e ferma da 6 anni, pensata per trasportare le paratie  dalla Technital, l’azienda veronese del gruppo Mazzi progettista del Mose, e costruita dalla padovana Mantovani, azionista di maggioranza del Consorzio (l’azienda del succitato Baita), orfana di una gemella – la flotta ne prevedeva due con raddoppio della spesa, ultima notizia dal fronte delle disfunzioni, dai guasti e dei danni, con il rischio di cedimenti  strutturali per la corrosione elettrochimica dell’ambiente marino e per l’uso di acciaio diverso da quelli dei test (sono costate 250 milioni di un appalto senza gara “vinto dalla Mantovani, le cerniere che rischiano di non essere utilizzate), con i cassoni subacquei   intaccati dalla corrosione, da muffe, con le paratoie  già posate in mare che non si alzano per problemi tecnici e quelle ancora da montare, lasciate a terra, che si stanno arrugginendo per la salsedine nonostante le vernici speciali;  e con l’azione dei peoci, le  cozze, unici organismi viventi in un maestoso corpo morto.  

Non incoraggia certo la mesta previsione del provveditore  alle opere pubbliche del Triveneto Linetti, in rotta di collisione  coi commissari straordinari incaricati di vigilare dopo lo scandalo, ma che concorda con loro sull’entità del costo per completare il Mose:  “per finire l’opera sono già stanziati 221 milioni, a cui si dovranno aggiungere altri 70-80 milioni per la fase di avviamento. Poi ci sono i 400 milioni di residui. Complessivamente abbiamo altri 700 milioni di lavori. Ora dobbiamo solo essere autorizzati dal ministero a spendere una cifra tra i 70 e i 100 milioni, probabilmente più vicina ai 100, per pagare le imprese e rilanciare i cantieri”. Un altro capitolo  in bilancio riguarda la gestione-manutenzione che costerà 80 milioni l’anno, più altri 15 per la laguna, stando alle stime dello stesso Provveditorato. Cui si devono aggiungere  i lavori di manutenzione alle paratoie, alle cerniere… “Una voce, quest’ultima, tranquillizza Linetti, che però non supererà la trentina di milioni l’anno”.

Il Ministro Toninelli, che ha puntato il dito contro il Consorzio,  colpevole di «una sorta di paralisi da parte del soggetto tecnico operativo incaricato di realizzare l’opera per conto dello Stato: inadempienza ingiustificata e pericolosa rispetto ad un’opera marittima, che rischia di aggravare le condizioni di manutenzione», non ha lasciato dubbi. Comunque sia, il governo  vuole vedere l’opera finita, malgrado sia stata ridotta a una mangiatoia. E l’unico annuncio forte, anzi fortissimo, è che lui non presenzierà all’inaugurazione, ecco.

Tutti d’accordo dunque, 5Stelle e pure il Pd nei panni del deputato Pd Pellicani. Il Mose si deve completare. Anche se è inutile, anche se è stato e sarà una macchina mangiasoldi, anche se è stato e sarà con tutte probabilità un motore di interessi e affari opachi, anche se continua ad essere affidato a quel mostro giuridico impegnato in altre  ipotetiche nefandezze sempre costruite sull’acqua e sul fango. Pena, si direbbe, la riprovazione del mondo civile che invece guarderebbe con comprensiva indulgenza il crollo di un ponte, i terremotati all’addiaccio dopo due anni dal sisma, la conversione di ogni temporale in catastrofe alluvionale, lo stato del nostro patrimonio artistico talmente trascurato da imporne affidamento a privati e svendita.

Eh certo, che figura si farebbe ad ammettere che in Italia la corruzione è stato il motore delle decisioni, e che figura si farebbe a tornare sui propri passi, a considerare sia pure tardivamente quelle alternative che per motivi inconfessabili e ora evidenti non vennero considerate in passato, quelle indicate dalla grande scuola idraulica padovana –dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica, che immaginano l’applicazione di una modellistica matematica – modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile – applicata all’idrodinamica ed alla morfodinamica lagunare, più leggeri, flessibili e adatti a un ambiente così speciale.

Eppure l’alternativa c’è. Ma non piace, perché impone di “ripensare”. Anzi,  peggio, impone di “pensare”.

 

 

 

 

 

 

 

 


Il know-how del malaffare

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Erano  bastati appena sei giorni per sistemare e rendere nuovamente percorribile la Great Kanto Highway, autostrada squassata dal terremoto  che ha squassato la terra a Fukushima nel 2011.

Ma non occorre andare tanto lontano: in 5 anni tra il 1995 e il 2000 danesi e svedesi hanno realizzato uno dei ponti più lunghi del mondo, 16 chilometri di cui 4 di tunnel sottomarino, quello di Oresund che collega Copenaghen a  Malmö, costato 3 miliardi di dollari. Manca poco al completamento della  Grand Ethiopian Renaissance Dam  la diga più grande d’Africa, ottavo impianto idroelettrico al mondo: lunga 1800m, alta 155m e del volume complessivo di 74.000 milioni di m³. finanziata dal governo etiope tramite obbligazioni acquistate soprattutto da emigranti. L’ha realizzata un’impresa italiana, la Salini, e ciononostante viene da dire, costerà solo 3,7 miliardi di euro.

Si, solo 3,7 miliardi di euro, poco più della metà del MoSe, per non dire della Tav (Torino-Lione): 1 miliardo già speso dopo 27 anni,  2,6 miliardi prelevati progressivamente dal bilancio dello Stato fino al 2027 (solo nel 2017 sono oltre 200 milioni) e  stanziati dal governo Monti a fine 2012. E sappiamo bene che costano anche i parti di menti visionarie e megalomani rimasti sulla carta, se si pensa che la concessionaria che doveva realizzare l’opera esige dallo Stato – cioè da noi -312 milioni 355 mila 662 euro  più altri   800 milioni di contenzioso in corso con il general contactor.

Mentre è caduto un pudico silenzio sui costi  effettivi – e sui ricavi – di quell’altro trastullo, quella  grande greppia chiamata Expo che avrebbe nutrito appetiti insaziabili per almeno 2, 2 miliardi, lasciando aree  abbandonate a disposizione di successive speculazioni e rottami arrugginiti indegni della designazione di archeologia industriale.

Eh si, perché i crolli di tratti autostradali e di lungarni, di case e scuole, l’obsolescenza di manufatti e infrastrutture anche alla prima neve o a un timido acquazzone dimostrano che il costo sproporzionato dei lavori all’italiana non dipende né dall’elevata qualità dei materiali, né dall’efficacia delle soluzioni tecniche, nelleno da una dissennata rapidità nella realizzazione (l’Autostrada del Sole venne inaugurata nel 1964: 755 km a 4 corsie con tunnel e gallerie richiesero 8 anni, mentre tutti ridiamo amaramente sul susseguirsi di tagli di nastri della Salerno-Reggio Calabria).  E ciononostante  il costo medio delle infrastrutture ferroviarie da noi ammonta a circa 32 milioni di euro al km contro i 9 della Spagna e i 10 della Francia.

Qualche giorno fa, il Ministro Delrio ha mostrato una passione per resti arcaici, antiche rovine, archeologia industriale che mai avremmo sospettato in un esponente di questo governo: di passaggio a Venezia dove ha annunciato che non possono essere penalizzati i generosi corsari delle crociere, ha voluto tranquillizzare i pochi veneziani superstiti già mietuti dalla gestione Brugnaro: basta acqua alta, il MoSe sarà completato,  già pronto uno stanziamento di altri 210 milioni, altri ne arriveranno erogati sulla base di un dossier che rassicuri sulla trasparenza delle procedure per fare in modo  “ che funzioni  e   che da esso si tragga un know-how, un’esperienza internazionale …  rafforzando le competenze ingegneristiche già presenti, come quella di Thetis”.  

Sul know-how non ci sono dubbi: si tratta del più formidabile esempio replicabile di malaffare autorizzato e legalizzato da far invidia agli sbrigafaccende di Mafia Capitale, che tutte le cordate di costruttori, mal-affaristi, speculatori e corruttori si augurano di ripetere su larga scala e a tutti i livelli territoriale. Perché, se c’è corruzione con l’infrazione delle regole, il MoSe ha inaugurato l’era della corruzione delle regole stesse. Ne hanno goduto soliti sospetti, tutti presenti nei vari consorzi e nelle varie associazioni temporanee di imprese che si aggiudicano in regime di monopolio incarichi e appalti opachi che leggi ad aziendam rendono congrui, legali, incontestabili, i cui rappresentanti entrano e escono di galera come dalla porta girevole di un hotel di lusso, sparendo e ricomparendo in altri consigli di amministrazione, nelle anticamere di ministri e in aule di tribunale dove distrattamente seguono le evoluzioni di grandi studi legali beneficati da un sistema di offre prescrizioni e impunità ai criminali di lusso, galera e deplorazione agli straccioni o a chi contesta le loro piramidi inutili.

La storia del MoSe è lunga perché parte da lontano e non va in nessun posto, distribuendo soldi in mille rivoli, grossi e torrenziali per i padroni del cemento, piccoli ma irrinunciabili per politici e amministratori pronti a vendersi per un’elemosina elettorale, per consulenti e progettisti, ma pure per controllori sleali e paradossalmente narra la vicenda di una devastazione che in nome dell’ambiente ha inquinato e contaminato la vita politica, istituzionale, economica e sociale di una città e di un paese. Degli attori tutti sapevano, cittadini, compunti parlamentari prestati alla politica, pensosi sindaci, ciononostante le indagini della magistratura risalgono a tempi recenti e alcune assoluzioni che hanno concluso il primo filone dimostrerebbero che l’invenzione che ha reso il MoSe e il consorzio di gestione un caso di successo garantisce livelli molto elevati di impunità. Proprio perché si tratta di un inattaccabile sistema che  aggira regole e consuetudini, stabilisce criteri incompatibili con libera concorrenza e trasparenza, attribuisce a un unico soggetto. Il Consorzio Venezia Nuova, ruoli contrastanti e funzioni antagoniste, deve essere controllato e controlla, sporca e disinquina, scava e costruisce una fortuna illecita sull’acqua grazie a un affidamento in concessione unica senza gare e senza competizioni, visto che dall’ideatore, quel Mazzacurati che agli esordi era presidente e pure direttore, aveva inaugurato una procedure speciale come le leggi che glielo permisero,  stabilendo le quote di lavori spettanti a ogni impresa, i prezzi e le consulenze, la destinazione dei finanziamenti e di quei quattrini che – si è saputo – venivano accantonati per costituire i fondi neri necessari a «oliare» il meccanismo, le acrobazie per gonfiare i costi  e per allungare e rallentare profittevolmente i  tempi di esecuzione.

Così  il costo complessivo delle dighe è lievitato, passando dal miliardo e mezzo del progetto preliminare (anni Novanta) fino ai 5 miliardi e 600 milioni di oggi, manutenzione e gestione esclusa (almeno 80 milioni l’anno). Con un miliardo accertato di tangenti distribuite   a politici, funzionari, magistrati e forze dell’ordine per allentare i controlli, promuovere nuove iniziative di fidelizzazione, grazie al regime monopolistico in qualità di unico interlocutore con i pubblici poteri grazie al quale il consorzio ha  potuto contare su canali di approvvigionamento legali come gli oneri di concessione – da “redistribuire” secondo le necessità in tutta autonomia – fissati al 12% su ogni lavoro – circa 700 milioni di euro finiti nelle casse della centrale delle tangenti. O come gli interessi bancari sui prestiti che il Consorzio stabilisce autonomamente, ma che paga lo Stato. O come il mancato ribasso sugli appalti assegnati dal Consorzio, mediamente del 30%, altrimenti invece assegnati a prezzo pieno.

 

È la storia di un regime assoluto contro il quale si sono battuti in pochi trattati da inventori matti se proponevano soluzioni tecniche e tecnologiche alternative, da  molesti disfattisti se esigevano procedure e sistemi di regolazione e controllo più equi e trasparenti, da irresponsabili criminali se indicavano priorità più urgenti per la tutela della città, in presenza di dati accertati sulla validità dell’opera già obsoleta prima di essere completata, da spregevoli rovinologi se denunciavano il susseguirsi di incidenti e criticità (paratoie che non si alzano, materiale delle cerniere, detriti nelle sedi di alloggiamento, subsidenza, altezze d’onda che allagano i tunnel, basi di fondazione collassate durante lo zavorramento, ossidazioni delle cerniere/connettori ecc.) a carico delle strutture della formidabile opera ingegneristica  che doveva restituirci la reputazione internazionale, peraltro molto criticata da uno studio della società francese Principia commissionato a suo tempo dal Comune di Venezia, che ha evidenziato un comportamento di instabilità dinamica della paratoia del MoSe che “ne impedirebbe una modellazione numerica ed un dimensionamento affidabile”, richiamando le autorità competenti  all’opportunità “di far continuare l’esecuzione di un’opera la cui funzionalità viene messa in discussione da considerazioni tecnico-scientifiche mai smentite”.

Il MoSe non salverà dalle acque, non salverà Venezia, non salverà la nostra fama all’estero. E deve essere per quello che è un simbolo per un ceto di ubbidienti ai voleri padronali, di servi volontari in cambio della continuità dei loro posticini e dei loro privilegi. E che odiano tutto quello che è buono e sano e bello perché ricorda loro la libertà, una merce scomoda per chi sa dire solo sissignore.


Ussita, terremotati e gabbati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

«È stato un terremoto fortissimo, apocalittico, la gente urla per strada e ora siamo senza luce, vi prego lasciateci lavorare…. è venuta giù anche la facciata della chiesa,  si è  spaccato il terreno…».  Parlava così il sindaco di Ussita Marco Rinaldi dopo la nuova forte scossa delle 21 e 18 del 26 ottobre quando decise di dichiarare il comune di 400 anime e le frazioni “zona rossa” implorando gli abitanti di andarsene per non rischiare la pelle:  « sono crollate tante, troppe case. Il nostro paese è finito». E ieri ha comunicato con una lettera di dimissioni che sono finite anche le speranze di ricostruirlo quel paese. La sua è una scelta irrevocabile che trae origine da un decreto esecutivo del Gip di  Macerata  che ha ordinato il sequestro del camping «Il Quercione», dove dopo le scosse  erano state posizionate 5 mobil house e un prefabbricato in legno, che conservano mobili e pochi beni di abitanti ospitati da mesi  da amici e parenti o in strutture alberghiere, che anche là casette di legni promesse non sono mai arrivate. Il motivo della decisione dle Gip? Le strutture del campeggio, peraltro già sottoposto a sanatoria,  sono state realizzate in un’area protetta all’interno del Parco dei Sibillini e quindi in area non edificabile. «Ma tutta Ussita è in area protetta – ha detto Rinaldi – questo significa che la ricostruzione non si farà mai».

Si susseguono nel silenzio generale gli schiaffi appioppati senza vergogna né ritegno ai paesi colpiti dal terremoto: riffa per l’attribuzione delle casette fantasma, assegnate tramite estrazione dal bussolotto resa necessaria dall’impotenza dichiarata a “”contrastare fenomeni di corruzione e malaffare”, ordinanze di demolizione e sanzioni comminate a chi ha cercato di arrangiarsi dotandosi di camper comprati coi risparmi e considerati abusivi perché non congrui alle linee guida ricostruttive indicate dalla gestione commissariale, ritardi inspiegabili perfino nella rimozione delle macerie a mesi e mesi di distanza come hanno denunciati i sindaci accorsi a esprimere solidarietà al primo cittadino di Ussita, il rinvio al mittente di camper abitativi e scuole prefabbricate frutto della mobilitazione di comuni, enti, cittadini e organizzazioni umanitarie.  Per non parlare di scelte strategiche che avrebbero dato la priorità al restauro di chiese e edifici monumentali, gli stessi che dopo le prime scosse non erano stati messi in sicurezza, decisioni che fanno sospettare che il Centro Italia investito dal sisma sia condannato allo stesso destino di città d’arte, la conversione in musei a cielo aperto, in parchi tematici svuotati di attività e abitanti, offerto alla rete delle multinazionali del turismo, a cominciare da quello religioso. Un dubbio questo che ha già avuto troppe conferme: i quattrini stanziati sono irrisori e offensivi rispetto a altre destinazioni scandalose ad esempio in esposizioni principesche, armamenti fasulli, crociate, air force one, contributi per l’appartenenza alla Nato, salvataggi di banche criminali e così via, la nomina di un commissario “dalla faccia pulita” grazie a una selezione del personale basata su criteri mediatici più che su una esperienza di successo delle cui gesta abbiamo avuto informazione quando ha dichiarato  impotenza e inadeguatezza, il ripetersi non casuale di quanto era avvenuto in Emilia Romagna dopo il sisma del 2012, con l’abbandono alla solitudine, alla neve, alla rovina di piccole imprese, aziende agricoli e allevamenti, quel tessuto produttivo di straordinaria qualità che ha nutrito a ragione il mito della cultura alimentare e gastronomica italiana.

Tutto congiura nel far temere che non si voglia arrestare un processo che rischia di diventare  il più grave e irreversibile problema demografico-territoriale  del nostro Paese  dove ormai quasi il 70% della popolazione si addensa lungo le aree costiere e la Valle padana, mentre il centro si svuota, colpito e minacciato dall’eventualità che si possano verificare  altri eventi catastrofici con danni incalcolabili non solo in vite umane, non solo per la perdita di cultura, memoria  e paesaggio, ma per le ripercussioni sull’economia nazionale. Allora bisogna diffidare dei richiami alla “massa in sicurezza” come se ricostruzione e prevenzione si esaurissero in strategie e opere ingegneristiche e come se lo Stato potesse limitarsi alla funzione di ente erogatore e come se la politica potesse ridursi a organismo di controllo burocratico degli interventi.

Nelle geografie da ricostruire invece, non solo non si sono portati i cantieri provvisori, non solo non si sono attratti investimenti, non solo non si sono instaurati regimi eccezionali di sostegno e facilitazioni per mettere in grado la popolazione di riprendersi e ricrearsi   il tessuto produttivo, nuove relazioni sociali, servizi, oltre a nuovi modelli abitativi da affiancare alle ristrutturazioni, ma si sta favorendo l’esodo, l’espulsione, la frattura con le memorie di ieri e le speranze di domani, da ficcare in una borsa prima dell’esilio.

Viene buono per il ceto dirigente più imbelle e malavitoso che abbiamo espresso in questa nostra amara e iniqua contemporaneità, usare le denunce degli amministratori locali e attribuire la colpa alla burocrazia, perorando la causa di una auspicabile e generalizzata semplificazione. Peccato che quella che si augurano quelli che vivono davvero uno stato di emergenza sia diversa da quella di chi intende le crisi e le urgenze come occasioni favorevoli per eludere controlli, smantellare organismi e poteri si sorveglianza e vigilanza, introdurre regimi e misure eccezionali, generare diffidenza nei confronti del controllo e della gestione pubblica per promuovere il passaggio all’egemonia del settore privato, delle rendite speculative, dello strapotere finanziario.

Basterebbe in fondo non chiamarla più semplificazione, ma buonsenso, basterebbe attribuire ai sindaci invece del Daspo che serve a lusingare istinti da sceriffi, le competenze per sottrarsi alle cravatte del pareggio di bilancio e per investire nella riappropriazione del territorio e dei diritti di cittadinanza, assistenza, istruzione, assetto urbano, incoraggiamento di attività sostenibili.

Qualcuno nei giorni, lunghi e interminabili, del sisma nel Centro Italia, ha ricordato che dopo il terremoto che colpì Calabria e Sicilia nel febbraio del 1783   lasciando dietro di sé uno sciame sismico che durò anni, il re di Napoli, Ferdinando IV, prese una iniziativa che oggi parrebbe sovvertitrice, trovando il tacito consenso del papa di allora, Pio VI: grazie a alcune ordinanze speciali sotto forma di  dispacci reali abolì gran parte dei conventi e monasteri esistenti in regione, confiscò i beni immobili di proprietà degli enti ecclesiastici incamerando  il patrimonio ecclesiastico nella “Cassa sacra” da impiegare   grazie alla messa in vendita dei beni, per finanziare l’opera  di ricostruzione, “profittando, come scrissero gli storici dell’epoca per  formare un nuovo sistema di cose… e un piano generale del suo ristoramento” .

E chi l’avrebbe detto che avremmo finito per invidiare i sudditi dei Borboni?

 

 

 

 

 


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