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MoSE e gli adoratori del Vitello d’oro

mosAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si sta svolgendo in queste ore che quella che inappropriatamente, pare, è stata chiamata l’inaugurazione della formidabile opera ingegneristica cui è stata delegata la salvezza di Venezia dai marosi dell’Adriatico.

La toccante cerimonia sarà in “tono minore”, dedicata soprattutto a celebrare lo spirito di abnegazione di maestranze e dipendenti delle varie cordate e dei vari enti che si sono spesi per la sua realizzazione, e che saranno presenti orgogliosamente a fianco di autorità sobriamente compiaciute.

Niente di paragonabile insomma con ben altra liturgia celebrata in Palazzo Ducale nel 1986 a vent’anni dall’alluvione e a due dalla seconda Legge Speciale per la città, quando il presidente del consiglio Craxi sbarca in Laguna per annunciare che si sta dando il via a un progetto che risponderà “per grandezza alla gravità dei problemi della Serenissima, grazie ad “opere di tutela che verranno ultimate entro il 1995”.

Due anni dopo la promessa viene replicata dal vice presidente del Consiglio De Michelis, giunto in visita pastorale per inaugurare il prototipo delle dighe mobili, collocato sul canale di Treporti. Simbolo, proclama, del “successo del partito del fare contro quello del non fare”.

Fin troppo facile a tanti anni di distanza e a vedere quello che è successo, dire che quello è il monumento più che del Fare del Malaffare, intoccato perfino dai venti del ciclone di Mani Pulite dal quale uscirono quasi indenni non i leader sponsor politici dell’impresa,  (salvo l’ineffabile e inossidabile Prodi cui si deve  addirittura l’istituzione del Collegio di esperti internazionali  che “approva” l’opera)  ma i manager della cordate impegnate, da Baita a Mazzacurati (che nel 2014 avrà dal Consorzio del quale è stato presidente una liquidazione di 7 milioni a riconoscimento dell’encomiabile impegno) a Zamorani, a Scaramuzza, in sella fino alla seconda bufera, quella del 2013/2014.

Tutto era iniziato con l’acqua granda, anzi grandissima,del 1966, cui segue nel 1979 un’altra disastrosa mareggiata: in risposta alla mobilitazione internazionale nel 1980 il Ministero del Lavori Pubblici incarica una commissione di sette tecnici di studiare un progetto di regolazione del flussi di marea, che si concretizza in un primo studio di fattibilità dal nome “Progettone”, come i gelati maxi in ossequio al gigantismo di moda allora. E che infatti prevede un sistema di grandi paratie mobili.

Nasce così il Modulo Sperimentale Elettromeccanico, poi diventato MoSE approvato dal Consiglio comunale, dal comitato Tecnico Scientifico e dal Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, sia pure con qualche obiezione di quest’ultimo:  la principale controindicazione alla realizzazione dell’intervento pare risiedere proprio nella riduzione del ricambio  idrico che comprometterebbe la qualità e l’equilibrio delle acque lagunari.

Ma le osservazioni non fermano il “progresso”, anzi diventano l’occasione per avviare un’altra potente e muscolare iniziativa imprenditoriale, un piano, maxi anche quello, di disinquinamento della Laguna e della città consegnato fiduciosamente nelle mani di un Consorzio costituito da una cordate di imprese operanti nel settore impiantistico e dell’ingegneria civile, il cui presidente è l’intramontabile Luigi Zanda e il direttore è appunto Mazzacurati.

Appena costituito al nuovo soggetto vengono dati in concessione lavori i più svariati, subito  contestati, ma inutilmente, dalla Corte de Conti che ravvisa come l’affidamento di interventi di costruzione e gli incarichi di studio e sperimentazione che dovrebbero sovrintendere siano in evidente conflitto di interesse e diano luogo a un regime monopolistico in aperto contrasto con le leggi.

Macchè, trovato l’inganno, viene subito fatta la legge per autorizzarlo: nella seconda Legge Speciale per la Salvaguardia di Venezia viene inserita una norma che prevede la possibilità di affidare a un “soggetto unico” gli studi, la progettazione e le opere per la tutela di Venezia e della Laguna in deroga alla normativa sui lavori pubblici.

E il mostro giuridico viene così autorizzato a godere della pioggia di quattrini pubblici che a vario titolo cominciano a piovere sulla città: 600 miliardi di lire per il triennio 1984-1986 intanto, in attesa che altri fondi e altre decisioni vengano definite in capo al nuovo soggetto operativo, anche quello maxi: il Comitatone, che ha il compito di coordinare interventi, spese, e, soprattutto, gli affidamenti mediante concessioni in forma di trattativa privata a società, imprese, cooperative e i loro consorzi, sotto l’occhiuta vigilanza del Ministero del Lavori Pubblici.

Comincia cosi la maxi Pacchia per il malaffare e la corruzione a norma di legge. Nell’ottobre del 1994 il Consiglio Superiore del Lavori Pubblici dà il via al progetto esecutivo del MoSE, 78 paratie ( cassoni di ferro larghi 20 metri e ancorati col cemento in fondo al mare) collocate in serie per chiudere le tre bocche di porto in caso di acqua alta superiore al metro.

Il regime di monopolio è anche ideologico e tecnologico: qualsiasi alternativa viene demolita come inefficace a priori o visionaria, le osservazioni sull’impatto ambientale di una costruzione ingegneristica pesante che esercita una pressione poderosa e insensata su un equilibrio idrogeologico delicato e vulnerabile vengono liquidate come ubbie di anime belle che ostacolano il progresso, tanto che il parere negativo emesso dalla Commissione di valutazione di impatto del Ministero dell’Ambiente del 1998 viene bollato dal Comune, dal Governo e da esperti internazionali subito mobilitati e che, secondo i risultati di una inchiesta della magistratura, sono stati “rimborsati” per viaggi, soggiorno e pareri illuminati dal Consorzio,  come complotto disfattista teso a concorrere alla morte della Serenissima. Così nel 2000 il giudizio della Commissione Via viene annullato dal Tar per vizi procedurali.

È che nessuno prima o poi osa opporsi, dopo un iniziale ostilità anche il sindaco filosofo si chiude nel suo appartato eremo ideale dello Steinhof, impegnato a aprire le porte della città a altre cordate e dinastie imprenditoriali non meno invadenti, salvo qualche voce isolata, gli scienziati padovani, l’instancabile Andreina Zitelli, qualche giornalista che non si è messo in libro paga dei mecenati del cemento, che da anni persegue l’intento meritorio di denunciare quella combinazione di inadeguatezza tecnica, di megalomania, di affarismo, di corruzione, che persegue il disegno di fare soldi sul cadavere di una città da trasformare i museo a cielo aperto, spopolata dei suoi abitanti e dalle attività tradizionali per esaltare una pretesa vocazione turistica, tanto che le acque grandi che si sono susseguite mentre di giorno in giorno affiorava dai fanghi l’intreccio di incapacità e interessi opachi,  sono diventate un’attrattiva per turisti in attesa catartica dell’affondamento.

Risparmio ai miei lettori la citazione delle decine di post che il blog ha dedicato al tema, e che vertono tutti in un modo o nell’altro sulla “specialità” del modello di illegalità collaudato grazie a un’opera che ha divorato soldi pubblici, che fin dai primi interventi si è dimostrata inadeguata a contrastare fenomeni che via via sono mutati: eustatismo, bradisismo, cambiamento climatico e innalzamento dei mari, e che è diventata il format trasferibile da applicare a altri contesti criminali per approvvigionarsi di quattrini sporchi a norma di legge, che mostra continuamente falle, difetti originari e altri aggiuntisi via via, dalla proliferazione di cozze, alla ruggine che la divora, dimostrando che il suo “insuccesso” e i milioni e milioni sottratti alla manutenzione del territorio, a azioni di tutela dell’ambiente, sono stati assorbiti non solo dalla corruzione, ma anche dalla evidente inettitudine dei soggetti imprenditoriali, dalla loro avidità rivelata nell’acquisto e nell’impiego di materiali scadenti, da difetti progettuali sottovalutati per interessi privati.

Nessuno si è davvero opposto, i governi si sono avvicendati ripetendo l’atto di fede, i partiti si sono spartiti consenso, voti e mazzette tramite aziende e cooperative affezionate, si sono goduti qualche frutto avvelenato soggetti di vigilanza e controllo, amministratori hanno fatto carriera all’ombra del mostro e hanno potuto investire in altre imprese altrettanto criminali, il movimento che aveva fatto fortuna con la promessa di qualche No, si è prontamente adattato al credo sviluppista proprio come i bulimici del cemento del Pd, prima ostentando quella ignoranza esibita come la virtù degli innocenti improvvisati, poi chinando la testa di fronte a alleati sempre più volitivi.

E difatti (ne ho scritto proprio ieri qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/09/litalia-veloce-e-il-governo-balla/) il completamento del Mose rientra nelle azioni improcrastinabili della ricostruzione post Covid. Ci voleva proprio finire un monumento a un’altra malattia, a un’altra peste fatale, l’avidità che corrompe e avvelena.


Corruzione, piace alla gente che piace

predicaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta che ha citato una fonte autorevole, Di Maio viene invece additato all’abituale pubblico ludibrio come se parlasse di scie chimiche.

Ad essere Incriminata  stavolta è una intervista rilasciata al   Die Welt, nella quale, in risposta alla domanda “Come finanziare tutto questo [il reddito di cittadinanza e gli investimenti pubblici nell’economia ] tenendo conto del debito pubblico?” ha risposto: “Con una seria lotta alla corruzione, che secondo le stime della Corte dei Conti costa allo Stato 60 miliardi di euro l’anno“. Il calcolo effettuato sulla base delle stime del 2009  del SaeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero della P.A. e dell’innovazione) era stato reso pubblico dall’allora procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, secondo il quale   il volume d’affari della corruzione era pari a “50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria tassa immorale ed occulta”pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini“, ma  smentito successivamente dallo stesso SaeT che gli attribuiva il valore pernicioso di una   “opinione” tossica destinata a alimentare l’antipolitica.

Considerato che agenzie e carta stampata ormai dedicano una rubrica quotidiana alla denuncia di gaffe, uscite inopportune, valutazioni approssimative del socio di minoranza morale e decisionale al governo, non deve quindi stupire che sia stata data importanza al tema, uscito dall’agenda politica almeno quanto la lotta alla mafia e citato solo come gustosa e pittoresca allusione in caso di acqua alta e come se il volume del brand ne cambiasse natura e portata.

Tanto che ha avuto scarsa eco l’indagine dell’Eurobarometro sulla percezione del fenomeno, dalla quale emerge che a soffrire dei suoi effetti sarebbero le imprese: se il 37% delle aziende Ue in media ritiene che la corruzione sia diffusa, un dato in calo rispetto 43% del 2013,  quelle  italiane nel 54% dei casi considerano la corruzione un problema in crescita, “serio” o “molto serio“. Indicando tra le pratiche che percepiscono come più diffuse quelle  di favorire amici o parenti nelle attività lavorative (42%) e nelle istituzioni pubbliche (46%), insieme alla mancata trasparenza nelle procedure di appalto, che per Il 28% del campione  avrebbero ostacolato l’accesso alle gare e la vittoria.

Verrebbe bene tirar giù dalle scaffale della manualistica l’edificante volume/confessione  a firma di Pier Giorgio Baita, prestigioso tangentista ex presidente della Mantovani,  nel quale ha raccontato come fosse semplice creare i fondi neri per pagare le tangenti, corrompere i funzionari anche senza mazzette, farsi amici i politici finanziando le campagne elettorali in forma bipartisan anzi ecumenica, mettere a frutto gli scudi fiscali, grazie a un sistema inaugurato con il Mose  e poi replicato che mette lo Stato e le regole al servizio del malaffare per convertirlo in pratica legale alla luce del sole, portando come esempio il patto non scritto grazie al quale  il Consorzio di gestione in regime di esclusiva delle barriere mobili, veniva remunerato dallo Stato con il dodici per cento di tutti gli stanziamenti destinati alla grande opera, che non serviva per progetti, collaudi, analisi dell’efficacia, ma a pagare stipendi, prebende, mance  e “consulenza varie” di una ampia cerchia di parassiti.

L’epica sulle imprese vittime dell’avidità del settore pubblico, amministratori, politici, ceti intermedi professionali, controllori, si arricchisce ogni giorno di una nuova pagina a dimostrazione che la corruzione sistemica denunciata con la grancassa dell’impotenza da Cantone è incontrastabile, inevitabile e irresistibile, che se vuoi fare profitti è necessario adeguarsi e aprire i cordoni della borsa, tanto che sempre l’ineffabile pentito della bustarelle nel sottolineare come la corruzione  ormai sia una componente strutturale dell’economia,  tanto che nessuna grande inchiesta  giudiziaria abbia avuto l’effetto di ridurre la spesa pubblica e aumentare l’efficienza,  sottintende che la trasparenza genera rischi incalcolabili  perché “denunce e  inchieste fermano il ciclo produttivo” ostacolando di fatto la crescita.

E come dargli torto se la corruzione è, e non da oggi né solo qui, uno dei cardini dello sviluppo  anche se  spesso viene percepita come una patologia che affligge i paesi sottosviluppati nei quali tiranni e satrapi consolidano la potenza delle loro cricche con il familismo, i favoritismi, la distrazione di fondi, il riciclaggio di denaro sporco, la cessione di beni comuni a pretendenti esterni. Mentre è invece vero che almeno una ventina di anni fa sono venuti alla luce report riservati che dimostravano come il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale agissero imponendo agli ultimi della terra non solo le loro  i loro “rimedi” sotto forma di austerità, restrizioni, o quei famosi  “piani di aggiustamento strutturale”, ma importando, anche con mezzi militari, modelli -li chiamavano rafforzamento istituzionale – imperniati sulla corruzione,  l’interesse privato, la speculazione. E fa testo l’esempio nostrano dell’Eni imputata con la Schell (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/09/nigeria-oro-nero-nero/ ) per un caso vergognoso di malaffare in Nigeria che con impareggiabile sfrontatezza ha pensato di sottoscrivere Il Compliance Program Anti-Corruzione in coerenza (cito)   “ con il principio di zero tolerance espresso nel Codice Etico”, al fine di  “far fronte agli alti rischi cui la società va incontro nello svolgimento dell’attività di business dotandosi di un articolato sistema di regole e controlli finalizzati alla prevenzione dei reati di corruzione” ed elaborato  “in coerenza con le vigenti disposizioni anticorruzione applicabili e le Convenzioni Internazionali”.

Come a dire che nel quadro del neocolonialismo cui sia pure in posizione marginale partecipa la nostra principale azienda di stato è giusto che siano i generali dell’impero e i loro attendenti a dettare modi, regole, qualità e quantità della merce da estrarre e importi delle operazioni necessarie a oliare le procedure, in modo da evitare quelli che vengono indicati solitamente come rischi di impresa.

Qualcuno, Bagnai tra gli altri, sostiene che la lotta alla corruzione è un’azione prepolitica, che in assenza di un disegno di sostanziale cambiamento del modello economico, ha una valenza simbolica se non addirittura distraente, moralistica più che morale e “emotiva”, proprio perché si fonda sulla percezione del fenomeno più che sulla sua reale consistenza e sul suo impatto.

È vero,  certamente, ma è altrettanto vero che leggi ad personam, impalcature normative e mostri giuridici quali sono quelli pensati e adottati per permettere il sacco del territorio, la dissipazione di beni comuni, la speculazione ad uso di cordate imprenditoriali, banche criminali, multinazionali, insieme a vincoli imposti dall’appartenenza all’Europa, hanno l’effetto di erodere quel che resta della democrazia, grattando via le ultime briciole di sovranità dello Stato in materia economica e di spesa, per affermare l’egemonia privatistica incontrastabile, alimentando la sfiducia anche con la narrazione della impossibilità di contrastare malaffare e corruzione entrati a far parte come il mercato, delle leggi e dei ritmo della natura.

Quindi, e non solo per motivi formali, allegorici e pedagogici, in attesa che si rovesci il tavolo da gioco, darebbe giusto e buono se rientrassero nei nostri budget di cittadini i soldi accumulati da Galan, quelli di Formigoni, i 49 milioni dilazionati della Lega, magari anche il gruzzoletto dei boy leopoldini, in modo da non dichiarare la resa definitiva e fatale all’illegalità come motore di crescita e benessere, in nome dei quali dovremmo restituire l’immunità agli assassini di ieri e di oggi di Taranto,  come vuole Landini, le generose concessioni ad Atlantia, l’archiviazione per gli “irresponsabili” di Rigopiano, facendo calare la caligine dell’oblio su crimini e misfatti e sulle vittime.

 

 


Roma Ball Club

onAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sono tempi duri per chi non è a suo agio nel “progressismo” liberal e nemmeno nello schieramento indicato come “populista”: in nessuna delle due tifoserie alberga il mutuo riconoscimento democratico,  men che meno il coltivare l’idea – considerata velleitaria e visionaria, di una alternativa allo stato di necessità e alla imprescindibilità della realpolitik. Tempi duri per chi si rifiuta di fidelizzarsi a uno dei due club di ultrà, per chi è recalcitrante ad aderire sotto coercizione morale, e per i mai contenti, che rifiutano l’arruolamento e si sentono addirittura autorizzati a esprimere critica con pari forza agli uni come agli altri, differenti, con buona pace dei crociani da tastiera, più nella forma che nei contenuti, gli uni primitivi e irrispettosi, gli altri più manierati nell’uso delle armi.

Per questo non posso compiacermi che ormai Roma sia come Palermo, dove il problema è il traffico. E non mi riconosco nella manifestazione aperta al popolo romano del web che si terrà il 27, partita da un gruppo di Facebook, “per dire basta al degrado della Capitale” in un evento “senza colore politico”, etichetta quest’ultima fortemente dissuasiva per chiunque rimpianga un colore e soprattutto abbia nostalgia della politica.  E che chiama a raccolta i “cittadini che sono stanchi, a quanto si legge sulla pagina di Tutti per Roma, Roma per tutti, di doversi sobbarcare le lacune di un’amministrazione”. Sulla pagina si possono vedere articoli e foto scattate dagli utenti sul degrado della capitale e un video che ha avuto più di 25 mila visualizzazioni  e che in meno di due minuti  informa  lo spettatore “sull’enorme momento di disagio vissuto da Roma, inguardabile vestita com’è di buche e spazzatura”. E infatti il 27 in piazza oltre a striscioni e cartelloni, saranno esposte anche foto che testimoniano il declino della capitale e apposite urne dove verranno raccolte e poi portate personalmente al sindaco Raggi le “proposte” costruttive che provengono dal territorio.

Non ho mai dubitato che l’iniziativa potesse non piacere a Repubblica che se ne è fatta testimonial prestigiosa, tanto assomiglia alla nobile e signorile fuffa del senonoraquando, allorché si scese in piazza per denunciare il laido puttaniere, senza il “colore politico” necessario a fare invece scendere dallo scranno il golpista, allorché sembrò lungimirante condurre una campagna elettorale senza nominarlo per uso di mondo a quella discrezione sobria e ragionevole, che ha sempre impedito di condannare i rei di conflitto d’interesse. E infatti abbiamo avuto modo di assistere al sollucchero con il quale è stato proposto in ritratto delle promotrici, “donne comuni unite in una battaglia comune”, con alla guida una che si definisce “esperta di attivismo e nuove forme di partecipazione”,  una giornalista, un’ architetta, una ricercatrice, una storica dell’arte e una militante per la tutela del paesaggio, per fornirci la versione più aggiornata, acculturata e corretta delle onorevoli Angelina di oggi, con tanto di contributo rivisto della paccottiglia comunicativa e virtuale che ha sancito il successo della rivoluzione virtuale dei vituperati  5stelle.

Non potevamo sperare di meglio, dopo la caduta notarile di Marino decretata dal fuoco amico per via dell’incontrollabilità temperamentale del soggetto. Dopo la candidatura di qualcuno segnato alla nascita dal destino di trombato, per via di un curriculum esageratamente scarso perfino per questi tempi, di un carisma ancora più scarso, per non dire del programma, a sancire l’interesse del partito  proponente a perdere, in modo da rifugiarsi per un po’ nella comoda cuccia dell’opposizione, magari finché si calmavano le acque agitate dal vento di Mafia Capitale, anche in vista delle impari difficoltà di governare un città soffocata dei vincoli di bilancio e da un passato bipartisan inqualificabile di speculazioni, malaffare, impotenza e incompetenza.

Eh sì, non potevano sperare che si andasse oltre le “cronache in città” della stampa locale tenuta saldamente in mano da costruttori penalizzati dal nuovo, da proprietà esplicitamente “nostalgiche” alla vecchia maniera, oltre alla monnezza, oltre alle buche, oltre agli zingari che borseggiano indisturbati, oltre ai tombini intasati. Temi che dopo l’età di Pericle di Petroselli e Argan, perfino di Vetere, sono stati promossi a prioritari e cruciali.

Che la sindaca Raggi non ha risolto, in effetti, ma che sono solo l’allegoria di una capitale che soffre degli stessi mali delle piccole e grandi città italiane sottoposte alle richieste del racket del patto di stabilità, ricattate dagli appetiti insaziabili di proprietà e rendite private, di costruttori e immobiliaristi che hanno retrocesso l’urbanistica e la pianificazione a attività negoziale sottoposta ai loro comandi,  nelle quali le aziende di servizio servono si, ma al voto di scambio, come riserve intoccabili di clientele, dove in presenza di amministratori incompetenti, poco preparati, molto ambiziosi, le scelte sono suggerite dalla megalomania della grandi opere, invece che dalla scienza della tutela e della manutenzione.

Ma proprio perché Roma è una vetrina, un laboratorio simbolico e esemplare, ce ne sarebbe di “trippa” per gatti che volessero fare vera opposizione e molto politicamente “colorata”. A cominciare dal problema della casa, ridotta a emergenza di ordine pubblico (ne ho scritto qui https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/02/la-repubblica-degli-sfratti/?fbclid=IwAR1SoPXseARmWY2bLmOXgiriqIgUGc98BcqOqeLNJw7I_7e82idyT68z7IM), anche qui nulla di nuovo se l’onesto Marino si era limitato a farne oggetto di commissioni di studio e a fronte di falansteri disabitati frutto di speculazioni in cui non vogliono risiedere nemmeno  i manager beneficati;  per proseguire con le oscillazioni miserabili sullo Stadio della Roma (e dire che in tanti avevano votato Raggi proprio nella speranza di fermare la smania costruttivista ben interpreta dal contendente in campagna elettorale, (ne ho scritto qui:https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/08/gli-ultra-del-cemento/?fbclid=IwAR0oMgIXL6PGsSTgKnKGMqSfsMtsasMBEnLrFhEJF86C3ccxsonXGXwBFzU) anche queste frutto di una pianificazione territoriale piegata agli appetiti padronali. Dall’accondiscendenza ai capricci dei padroni della città, con le pareti di un palazzo storico ricoperte di pelliccia: stesso pelo sullo stomaco che ha permesso che le giunte di centrosinistra alienassero un edificio storico di fianco a San Giorgio al Velabro e abitato da cittadini e artigiani, per consegnarlo alle sorelle Fendi, ai parcheggi di Via Giulia, accettati, perché pare che la maggioranza cittadina, come quella di governo del Paese, non sappia dire di no, in aperto contrasto con ragione e qualità ambientale che raccomanderebbero di portare le macchine fuori da centro e non di farle entrare. Fino alla normale attività di manutenzione, che non viene esercitata, anche perché pare largamente riconosciuto che il decoro consista nell’allontanamento di indesiderati allogeni, salvo topi e zanzare, e nell’occultamento di certe vergogne condivise e perciò sgradite.

Così quelli che hanno nostalgia del rosso, quelli che patiscono il rimpianto della politica, possono aggiungere al loro  rammarico anche il ricordo di certe piazze, dove suonavano parole e canti di collera e di amore.


Mose, l’Impero del fango

mose Anna Lombroso per il Simplicissimus

Voglio consigliarvi due piccole “vacanze intelligenti”, due weekend a Venezia il 29 e poi a Firenze il 6 e 7 ottobre, dove  si riuniranno i comitati che da anni si battono per realizzare la vera  grande opera,   di risanamento del territorio, di difesa del suolo e delle risorse, di contenimento del rischio sismico e idrogeologico, contro la distopia  megalomane e speculativa della Tav, del Mose, della sottovia che perforerà la città del Giglio, dell’allargamento irragionevole del suo aeroporto, e poi autostrade destinate a restare vuote, svincoli e rotonde, trivelle fino alla costruzione dell’unico Ponte sicuro, quello sullo Stretto, anche quello peraltro costato quattrini e oltraggi al buonsenso e alla legalità.

Giustamente il teatro scelto per la prima manifestazione è Venezia. Il cata­cli­sma giu­di­zia­rio che ha squas­sato Vene­zia e il Veneto 4 anni fa (pochi giorni orsono non è stata accolta la richiesta di patteggiamento per il più dinamico degli attori sulla scena, Piergiorgio Baita, tangentista a larghissimo raggio diventato testimone d’accusa) denunciò che il fango sul quale si erigevano le dighe mobili  schizzava dappertutto, riguardando le scelte di fondo: quella del sistema Mose, per la sua formidabile pressione e evidente incom­pa­ti­bi­lità con la natura stessa della Laguna di Vene­zia e con il suo deli­ca­tis­simo equi­li­brio eco­lo­gico e quella di affidare in con­ces­sione a un unico sog­getto pri­vato, il Con­sor­zio Vene­zia Nuova, l’incarico in regime esclusivo  di progettare, spe­ri­men­tare ed ese­guire gli inter­venti previsti, con ambedue i ruoli, controllato e controllore, e ambedue le funzioni, inquinatore e bonificatore, un mostro giuridico quindi che non aveva avuto precedenti ma che poi è stato copiato sia pure con minore efficacia, grazie all’egemonia culturale e politica dell’emergenza, che per contrastare  la rigi­dità del sistema delle garan­zie, la lun­gag­gine delle pro­ce­dure, la sovrab­bon­danza e a volte sovrapposizione di con­trolli, i lacci e laccioli, adotta come fosse una necessità anzi un dovere l’impiego di procedure eccezionali, il ricorso a commissariamenti,  l’applicazione di espedienti opachi e discrezionali. Allora lo scandalo assunse un significato allegorico, svelando  il nesso pro­fondo tra cor­ru­zione e grandi opere sicché più voluminosa, complessa e costosa è,  più è ineluttabile l’ubbidienza del deci­sore (il par­tito, l’istituzione, l’amministrazione) agli inte­ressi dell’impresa,  più è fatale e fisiologico ungere ruote, elargire tan­genti reali. E più si gonfia il progetto  più aumentano le risorse da far circolare nella cricca, regali, stipendi regolari, consenso, altre poltrone, collaudi, committenze e consulenze.

È così che si sono spesi 6000 milioni di euro per realizzare qualcosa che si sta rivelando anche inutile (il sistema di 78 paratie mobili chiuderà la porta alle maree eccezionalmente alte, da 110 centimetri a tre metri. Ma non potrà fare nulla per limitare i danni quando arrivano le «acque medio-alte», quelle tra gli 80 e i 100 centimetri, sempre più ricorrenti), per via del prevedibile aumento del livello del mare che i cambiamenti climatici già prevedono per il prossimo futuro, avvelenata per via del congegno  malavitoso e criminale che ha coinvolto politici, amministratori, imprese, magistrato alle acque, ministeri, guardia di finanza, corte dei conti e perfino ridicola e vergognosa, se il magnifico e superbo prodotto ingegneristico che l’attuale sindaco si voleva rivendere ai cinesi, è già un monumento avvilente di archeologia industriale prima di entrare  a regime, abbellita da interventi di maquillage affidati alla progettazione estetica dell’Università di architettura con tanto di passeggiate  e aree verdi, ormeggi e un muro «paraonde» costruito con i massi della diga demolita (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/03/14/mostro-in-mostra-ma-le-banche-scappano/).

E a giugno abbiamo saputo che sono occorsi altri  8,5 milioni per riparare il jack-up, la nave attrezzata da  50 milioni e ferma da 6 anni, pensata per trasportare le paratie  dalla Technital, l’azienda veronese del gruppo Mazzi progettista del Mose, e costruita dalla padovana Mantovani, azionista di maggioranza del Consorzio (l’azienda del succitato Baita), orfana di una gemella – la flotta ne prevedeva due con raddoppio della spesa, ultima notizia dal fronte delle disfunzioni, dai guasti e dei danni, con il rischio di cedimenti  strutturali per la corrosione elettrochimica dell’ambiente marino e per l’uso di acciaio diverso da quelli dei test (sono costate 250 milioni di un appalto senza gara “vinto dalla Mantovani, le cerniere che rischiano di non essere utilizzate), con i cassoni subacquei   intaccati dalla corrosione, da muffe, con le paratoie  già posate in mare che non si alzano per problemi tecnici e quelle ancora da montare, lasciate a terra, che si stanno arrugginendo per la salsedine nonostante le vernici speciali;  e con l’azione dei peoci, le  cozze, unici organismi viventi in un maestoso corpo morto.  

Non incoraggia certo la mesta previsione del provveditore  alle opere pubbliche del Triveneto Linetti, in rotta di collisione  coi commissari straordinari incaricati di vigilare dopo lo scandalo, ma che concorda con loro sull’entità del costo per completare il Mose:  “per finire l’opera sono già stanziati 221 milioni, a cui si dovranno aggiungere altri 70-80 milioni per la fase di avviamento. Poi ci sono i 400 milioni di residui. Complessivamente abbiamo altri 700 milioni di lavori. Ora dobbiamo solo essere autorizzati dal ministero a spendere una cifra tra i 70 e i 100 milioni, probabilmente più vicina ai 100, per pagare le imprese e rilanciare i cantieri”. Un altro capitolo  in bilancio riguarda la gestione-manutenzione che costerà 80 milioni l’anno, più altri 15 per la laguna, stando alle stime dello stesso Provveditorato. Cui si devono aggiungere  i lavori di manutenzione alle paratoie, alle cerniere… “Una voce, quest’ultima, tranquillizza Linetti, che però non supererà la trentina di milioni l’anno”.

Il Ministro Toninelli, che ha puntato il dito contro il Consorzio,  colpevole di «una sorta di paralisi da parte del soggetto tecnico operativo incaricato di realizzare l’opera per conto dello Stato: inadempienza ingiustificata e pericolosa rispetto ad un’opera marittima, che rischia di aggravare le condizioni di manutenzione», non ha lasciato dubbi. Comunque sia, il governo  vuole vedere l’opera finita, malgrado sia stata ridotta a una mangiatoia. E l’unico annuncio forte, anzi fortissimo, è che lui non presenzierà all’inaugurazione, ecco.

Tutti d’accordo dunque, 5Stelle e pure il Pd nei panni del deputato Pd Pellicani. Il Mose si deve completare. Anche se è inutile, anche se è stato e sarà una macchina mangiasoldi, anche se è stato e sarà con tutte probabilità un motore di interessi e affari opachi, anche se continua ad essere affidato a quel mostro giuridico impegnato in altre  ipotetiche nefandezze sempre costruite sull’acqua e sul fango. Pena, si direbbe, la riprovazione del mondo civile che invece guarderebbe con comprensiva indulgenza il crollo di un ponte, i terremotati all’addiaccio dopo due anni dal sisma, la conversione di ogni temporale in catastrofe alluvionale, lo stato del nostro patrimonio artistico talmente trascurato da imporne affidamento a privati e svendita.

Eh certo, che figura si farebbe ad ammettere che in Italia la corruzione è stato il motore delle decisioni, e che figura si farebbe a tornare sui propri passi, a considerare sia pure tardivamente quelle alternative che per motivi inconfessabili e ora evidenti non vennero considerate in passato, quelle indicate dalla grande scuola idraulica padovana –dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica, che immaginano l’applicazione di una modellistica matematica – modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile – applicata all’idrodinamica ed alla morfodinamica lagunare, più leggeri, flessibili e adatti a un ambiente così speciale.

Eppure l’alternativa c’è. Ma non piace, perché impone di “ripensare”. Anzi,  peggio, impone di “pensare”.

 

 

 

 

 

 

 

 


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