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Il cattivismo dei migranti della politica

AFP PICTURES OF THE YEAR 2015Anna Lombroso per il Simplicissimus

Forse perché immemori della storia e di vicende che dovrebbero aver segnato la nostra autobiografia nazionale,   forse perché persuasi di possedere  una superiorità civile e sociale grazie all’inferiorità di altri, in molti anche tra quelli che rivendicano una matrice progressista,  praticano modi nuovi, pragmatici e rispettabili  di giudicare  il tema dell’immigrazione. Mica richiamano l’opportunità di ricorrere  alle ruspe, per carità, nemmeno negano la necessità dell’accoglienza per chi – accertatamente –  fugge da guerre e persecuzioni, raccomandando lo snellimento delle procedure per il riconoscimento dello status di rifugiati.

Niente di tutto questo, niente di così miserabile:  si comincia invece col dire che esiste un peccato mortale nella sinistra, e risiede nell’aver aperto le porte indiscriminatamente e scriteriatamente,  rimuovendo il fatto  che a patire della pressione degli stranieri non sono i residenti dei Parioli o di Via del Vivaio, che, loro, gli stranieri li vedono – anche se li preferirebbero invisibili –  e li incrociano solo quando potano aiole o servono il tè in livrea o col grembiulino e la crestina, esonerati dunque da sgraditi incontri da incontri in periferie, dove, hanno sentito dire, si verificano guerre di poveri per il possesso di una favela o per contendersi un posto di manovale dello spaccio. Sarebbe dunque quella sinistra schizzinosa colpevole di aver derubricato un legittimo malessere a mera percezione irrazionale e  la diffidenza nei confronti  dell’altro a rozzezza  e   ignoranza, comunque una colpa.  E infatti lo sdoganamento di certo “sentiment” è cominciato a Capalbio, quando la sinistra da ombrellone si è difesa rinnegando lo stolto buonismo e raccomandando misure ragionevoli e efficienti di controllo dei flussi, il ricorso mai troppo suggerito a quella nuova form di colonialismo educato che prende il nome di cooperazione. Per proseguire con determinazione nell’ideologia della sicurezza ministeriale che ha legittimato rifiuto e xenofobia passandolo come logica e comprensibile “paura”.

Così ha preso piede anche tra insospettabili la forma più educata e assennata di “guardare il dito”, comprendente anche la ammissione sgradita in barba a dati e statistiche di solito molto propagandate in questo caso retrocesse a fake,   che inevitabilmente e malauguratamente chi è senza speranza, tetto, futuro documenti finisce per delinquere, che, c’è poco da dire, l’appartenenza a una religione-stato intrisa di valori patriarcali reca i prodromi del disconoscimento della donna, oltre che dell’incompatibilità con i capisaldi democratici, qui tutelati a tutti i livelli con evidente tenacia.

Così anche in coincidenza con certi risultati elettorali e con il passaggio del puntuale carro dei vincitori, si allarga il pubblico dei riflessivi osservatori pronti a farsi carico dei motivati fermenti prima accusati di populismo grossolano e di emotività volgare come tutti i moti del ventre. Specie quando è vuoto. E tanto per non sbagliare  si guarda al fenomeno “inatteso” come la recessione,  “imponderabile” come gli acquazzoni in Liguria o i danni del sisma per le scuole, “imprevedibile” e soprattutto ormai ingovernabile, che  dice anche Bauman nel rileggere Eco e assolvendo indirettamente chi questi esodi di definisce così. in modo da scaricarsi della responsabilità che compete a chiunque alimenti e lasci  marcire una crisi affinché diventi una provvidenziale emergenza da gestire con poteri eccezionali, smantellamento di regole e leggi, licenze concesse a speculatori e profittatori.

Il passo successivo in questo processo revisionista in attesa del desiderato cattivismo  è la distinzione superciliosa tra migranti per necessità e migranti economici, come se crepare di fame fosse più sopportabile che schiattare sotto le bombe, come se scappare da desertificazione o catastrofi climatiche fosse più naturale quindi più sostenibile che sottomettersi a una persecuzione politica o religiosa. Con un sprezzo per aspirazioni e ambizioni che ricorda da vicino la spocchiosa alterigia con la  quale si guardavano le smanie consumiste  dei “ragazzi di vita che guardavano ai consumi delle caste privilegiate. O la gente del Mezzogiorno che arrivava a Torino e veniva incolpata di riporre cultura contadina e identità operaia in favore delle prerogative, delle merci e dei segni e simboli del benessere.

Allo stesso modo pare non abbiano diritto a volere di più e di meglio del già molto criticato cellulare, i giovani e le donne che dopo aver visto in tv e su internet come si può vivere in Francia, in Germania,  vorrebbe poter accedere alle stesse opportunità di chi le ha ereditate più che conquistate, per appartenenza geografica a siti favoriti dalla lotteria della vita.

Pretese, queste, negate, se si negano perfino i sentimenti che muovono la disperazione, la sfida mortale con il mare o la neve per ricongiungersi ai propri cari, che anche la libera espressione di sentimenti e affetti deve rimanere disuguale per alimentare la superiore diversità dei nati sotto l’ombrello e non sotto le bombe dell’impero.

Con arcigna superbia gente che sta in un paese dove si aspetta per anni il riconoscimento dei più elementari minimi sindacali in materia di diritti, dove per via di legge e di riforme si promuove risentimento e la rottura di patti generazionali antichi, dove si offrono motivazioni  “sentimentali” a chi ammazza la moglie, dove rispettabili mariti sono in cima alle statistiche del turismo sessuale, dove coppie che si odiano sono costrette a insopportabili convivenze coatte, mentre gente che si ama non può permettersi una vita familiare, ecco quella stessa gente muove obiezioni molto  sensate alle azioni primitive e sciaguratamente “irrazionali” di chi si imbarca coi figli in una scialuppa, affronta viaggi nella neve e nel gelo per cercare una sorella, scavalca muri.  Muri che stiamo pagando come nel caso che stiamo pagando noi come quello di oltre ottocento chilometri, che la Turchia del presidente Erdogan ha eretto per impedire il passaggio  agli esuli che provano a scappare dalla Siria e sui quali può sparare coi Cobra II gentilmente e generosamente offerti anche quelli dell’Europa dei popoli. Quell’Europa che disegna e cancella i confini secondo comodo della cancelleria. Sicché non ha torto Macron di mandare la sua polizia  a Bardonecchia in missione di pulizia etnica contro gli stessi obiettivi oggetto della  missione congiunta franco italiana, cui partecipiamo con entusiasmo per reggere le code in cambio della cessione di un altro po’ di sovranità.

È un segnale che dovrebbe farci pensare, altro non è che la riprova della tracotanza con la quale si tratta un paese ridotto a propaggine del Sud miserabile e indolente, incapace e  accidioso. Inferiore proprio come quelli che arrivano qui e nessuno vuole anche a noi sono negati dignità, diritti e i segni non formali dell’appartenenza e dell’identità di popolo. E non sono quelli che approdano qui a toglierceli.

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Un sisma e mille borsaioli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’erano  espressioni  e locuzioni irrinunciabili per il gergo dei vecchi cronisti di nera: i soliti sospetti la banda del buco, crimini maturati in squallidi ambienti della malavita, delinquenti ben noti alle forze dell’ordine, branco di giovani teppisti, inveterato borsaiolo,  che oggi si prestano benissimo per definire il nostro ceto dirigente, politici, amministratori, imprenditori e pure qualche alto grado dell’esercito o della guardia di finanza, banchieri e bancari, controllori sleali, manager corrotti e manager corruttori, e che, sempre per sconfinare nella letteratura di genere, reiterano i loro misfatti, godono di impunità, mutuano abitudini e vizi dalle cupole criminali con le quali intrecciamo reti di mutuo soccorso e profittevole collaborazione, esercitano intimidazione, estorsione  e ricatto come i  racket, fanno il contrario di Robin Hood  rubando ai poveri per dare ai ricchi, sfruttano e speculano su straccioni indigeni e ospiti, avvelenano e ammalano in stato di preventiva immunità eo di totale impunità.

Una differenza c’è: di questi la stampa si occupa ma non per informarci sui loro truculenti reati, macché. Li vezzeggiano, adulano, ci trasmettono il loro dire senza mai chiedere un come o un perché, li seguono più ginocchioni di loro nelle missioni presso i grandi della terra, nelle visite pastorali presso  varie sofferenze  oscurando fischi e grida, pronti a convertire la cronaca in esercizio agiografico del pellegrinaggio o in celebrazione di giornate della memoria di lutti e vergogne rimosse, come sta accadendo oggi nell’anniversario delle prime mortali scosse del sisma del Centro Italia.

Come quando dopo mesi di resoconti di scampagnate dei potenti e sottopotenti, qualche giulivo stupefatto si accorge – è il caso di Repubblica – che Amatrice continua a essere una città fantasma, o peggio ancora che è un set dove si gira lo spettacolo del disastro insanabile.

O quando un talkshow del mattino per fare qualcosa di meno banale e abusato, decide di parlare di terremoto, si, vista la circ0stanza, ma per collocare la ricostruzione dell’Emilia nel novero dei casi di successo, invitando l’apposita sottoministra a magnificarne i fasti sottolineando le differenze – è una mania la loro – di cratere, dimensioni, magari per adombrare anche quelle di indole degli amministratori, in modo da sottrarre il palmares al Friuli e a Zamberletti. Con l’esplicito intento di puntare il ditino perfetto di manicure contro le burocrazie, la sovrabbondanza di leggi che rendono arduo al suo probo governo applicare i tanto magnificati principi di semplificazione che, lo si capiva tra le righe, ha avuto insigni sacerdoti nel passato, quando la gestione dell’emergenza poteva avvalersi del ricorso a licenze e regimi eccezionali,  chi comandava attingeva ai già magri bottini a piene amni e allora si che si poteva fare senza paura di sbagliare e cadere nelle maglie di indagini e inchieste.

Non c’era da dubitare che il partito unico avrebbe rivendicato il caso di successo dell’Emilia Romagna, sul quale peraltro si sa poco forse per via della naturale ritrosia e riservatezza delle laboriose genti padane, o magari perché il sito allestito a suo tempo dall’ex commissario non viene aggiornato da più di otto mesi. O a causa della sobrietà con la quale quello della regione informa sui risultati, sia in termini di “ricostruzione” del patrimonio edilizio e abitativo, che per quanto riguarda provvidenze e finanziamenti per le imprese locali colpite, per i quali vengono pudicamente omessi i numeri e la natura degli interventi.

Non c’è da stupirsi: si tratta di un trionfo, se così lo vogliamo chiamare, dell’iniziativa privata. Chi è riuscito a rimettersi in pedi lo ha fatto attingendo ai risparmi, riuscendo a ottenere prestiti per niente agevolati, contando su promesse di defiscalizzazione temporanea, misure queste che nel Centro Italia attendono che il presidente Gentiloni come ha promesso durante la sua escursione di ferragosto metta mano per riparare alle nefandezze del decreto del suo governo.

Intanto Curcio si è dato e come dargli torto, Errani – come lo chiamerebbero quelli della cronaca nera? – fa sapere di aver svolto il suo compito come da mandato temporaneo “mettendo le basi per la ricostruzione”. E poco importa se abbia dichiarato forfait come pareva a sentire una sua improvvida dichiarazione intercettata qualche mese fa nella quale manifestava la sua impotenza, se davvero le lusinghe di una inarrestabile carriera nelle file dissidenti lo abbia persuaso a lasciare. Il brav’uomo scelto da Renzi   come immaginetta del probo dirigente venuto dal passato della regione rossa e non rottamato proprio in virtù della faccia da italiano in gita come Bartali, ha mostrato la vera natura del ceto che ci ha portato alla rovina per ambizione, smania di tutela di miserabili privilegi e rendite di posizione, combinate con la più indecente indifferenza per gli obblighi derivanti dal proprio mandato e per le responsabilità che ne derivano.

Certo salvo qualche sospetto rientrato, non era stato mai pescato con le mani nel sacco, a riprova che l’onestà sarà pure condizione necessaria ma non sufficiente se esime dal furto ma concede una colpevole inazione, una complice tolleranza per chi invece lo fa, se chiude gli occhi per non vedere chi ha la bocca spalancata per mangiarci tutto.

 


Incendiari di governo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è stato un  tempo, non poi tanti anni fa, nel quale si pensava che uno dei caratteri fondanti della nostra nazione fosse la mitezza, qualità generosa e ragionante che aveva nutrito di contenuti ideali e morali le epoche del nostro riscatto. Oggi invece, vergognosi che potesse essere malintesa quella dote della nostra autobiografia,  restii a essere tacciati di buonismo o peggio ancora della poco virile umanità, determinati nel dimostrare che i cattivi sono quelli del passato con l’orbace, l’olio di ricino e il moschetto per distogliere lo sguardo da quelli in abito buono dietro alle scrivanie delle banche o dei desk da dove con un clic si sganciano bombe su bersagli remoti convertiti in inevitabili effetti collaterali , i nostri governanti hanno portato alla luce istinti da “riformati”, come si diceva una volta, da bassa forza debole e frustrata dall’esercizio dell’ubbidienza,  che vogliono mettersi su spalline, galloni, stivali e  pennacchi. Non bastava la Pinotti, evangelizzatrice del comandamento secondo il quale per conquistare la pace bisogna scendere in armi, non bastava Minniti che oltre al questore vuol fare anche l’ammiraglio, adesso perfino il ministro dell’Ambiente veste panni mimetici e lancia l’ultimatum ai piromani- che continuano a essere impropriamente chiamati così come se a piacergli fosse la fiamma come a D’Annunzio e non i profitti che ne derivano: schiererà l’esercito per difendere il Vesuvio, la Calabria , la Sicilia infuocate dai falò accesi, così ci rivela inaspettatamente, dalla manina nera dello criminalità organizzata. D’altra parte anche in questo caso la prevista soluzione finale, quella di una auspicata militarizzazione che spenga incendi veri o virtuali, disordini interni o portati da chissà chi, si colloca ben bene nel contesto della ideologia dell’emergenza cui si ispirano da anni i governi che si avvicendano, con l’intento esplicito di soffiare su crisi e problemi in modo che si gonfino fino a scoppiare imponendo l’instaurarsi di regimi eccezionali, la rassicurante presenza intimidatoria degli eserciti, l’innalzamento di muri e lo svilupparsi di provvidenziali recinzioni, l’affidamento a uomini della provvidenza di incarichi straordinari e il ricorso a leggi speciali.

In verità di leggi specialissime che hanno favorito che l’emergenza degli incendi si possa ripresentare ogni anno con prevedibilissima puntualità ce ne sono state e ce ne sono: sono quelle che con sfrontata protervia hanno attribuito pari dignità a territorio, risorse e beni pubblici e alle rendite fondiarie e alla proprietà privata, sono quelle che  hanno promesso benefici per tutti dalla svendita del patrimonio collettivo, sono quelle che hanno scelto di indirizzare formidabili investimento nella realizzazione di grandi opere invece di provvedere alla continua attività di manutenzione di suolo, terreni, corsi d’acqua, paesaggio. E sono anche quelle che hanno smantellato la molesta rete degli organismi di sorveglianza, paragonati ai vecchi tromboni costituzionalisti, ai fastidiosi parrucconi, agli odiatissimi sovrintendenti, la categoria più odiata dal bullo tuttofare  che malgrado sia un morto che parla pretende di essere ascoltato. E non è una novità che la corruzione ha avuto una così libera e straordinaria circolazione come un gas a un tempo esilarante per chi se ne giova e velenoso per la paga, da contagiare tutto leggi comprese, che come nel caso di alcune propagandate riforme in tema di programmazione urbanistica, lavoro, scuola, hanno avuto l’effetto proprio di autorizzare speculazione, illegalità, arbitrarietà, discrezionalità, iniquità, l’opaco intrecciarsi di interessi illeciti tra amministratori e imprese che hanno favorito la cessione di beni comuni e il loro esproprio, il culto della menzogna in merito alle magnifiche sorti del contributo dei privati con il project financing collaudato in leggendarie tratte autostradali, l’abiura del concetto di proprietà inalienabile generale anche dopo pronunciamenti referendari presto traditi.

Ma non basta, c’è da aggiungere il laissez faire, le burocrazie tirate in mezzo, sbandierate o criminalizzate all’occorrenza se sappiamo bene che le pendici del Vesuvio sono terra di nessuno di speculazione, malavita, commercio selvaggio di autorizzazioni farlocche, se non è casuale che le terre dei fuochi si chiamino così, se da Torino a Brescia, da Messina a Grosseto la mappa dell’Italba dal mese di aprile è punteggiata di roghi appiccati a depositi di rifiuti che fanno sospettare che dietro a fenomeni di autocombustione o alle dissennate azioni di piromani ci siano spregiudicati operatori del settore che trovano più conveniente incamerare il contributo erogato dai consorzi obbligatori e  disfarsi così del materiale accumulato senza sostenere i costi che la sua lavorazione o smaltimento legale comporterebbero.  Per non parlare dei dubbi tante volte sollevati  e denunciati dal presidente del Parco dei Nebrodi che le mani che appiccano il fuoco siano quelle dei pastori o delle guardie con contratti precari, incaricate delle mafie locali interessate a repentini cambiamenti d’uso dei terreni a fini speculativi o per la pastorizia, magari aiutata dai finanziamenti comunitari. E per non mettere nel conto  gli effetti perversi e sospetti della Legge Madia grazie alla quale è stato smembrato il Corpo F0restale con la conseguenza che dei 32 elicotteri in dotazione solo 4 si alzano in volo per fronteggiare l’emergenza.

Oggi i media fanno la voce grossa:  sarebbero 600 i piromani in azione, tra malati di mente, vandali, guardie a contratto, lupi solitari, malavitosi alcuni die quali colti in flagrante ma presto in libertà. Adesso arrivano i soldati a stanarli, tuona il  governo senza paura. E ci credo, mica se la prendono con chi fornisce i fiammiferi.


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