Tap, ma che puzza di gas

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi le anticipazioni di una dettagliata inchiesta svolta dall’Espresso rivelano che dietro al Tap, il  Gasdotto Trans-Adriatico  che dovrebbe trasportare gas naturale dai giacimenti del Caucaso fino alla Puglia, ci sarebbe una oscura trama tessuta da manager collusi con le organizzazioni criminali nostrane e con quelle dell’élite oligarchica russa, con tanto di scambio di valigette  imbottite di quattrini, affaristi di tutte le latitudini in buoni rapporti con le nomenclature nazionali, conti anonimi in paradisi fiscali.

E che è legittimo opporsi a questa nuova Grande Opera – benedetta da quell’ossimoro vivente di nome Galletti, inopinatamente Ministro dell’Ambiente, con parole encomiastiche perché   “concorre a spingere il Paese nella direzione di un mix energetico più equilibrato ….   rendendo l’Italia meno dipendente, per esempio, dal carbone”, a dispetto dello sradicamento preliminare di oltre 200 ulivi e il passaggio di miliardi di metri cubi di gas tra spiagge celebrate e quasi intoccate dalla speculazione – anche per via dell’appartenenza esemplare agli interventi pensati e promossi per favorire malaffare, corruzione, commerci illeciti.

Ringraziamo la stampa dunque, che ci informa sui retroscena. Ma francamente non ne avevamo bisogno: come in troppi altro casi, a cominciare dell’accanita smania, non certo disinteressata,  di mettere a disposizione il nostro mare e il nostro territorio delle imprese petrolifere e delle loro trivelle, c’era da sospettare di una operazione della quale è sicuro il trascurabile tornaconto per la collettività.

Se la capacità massima di importazione delle attuali linee di rifornimento che arrivano in Italia è di oltre 130 miliardi di metri cubi, il Tap la incrementerebbe di soli altri 9 miliardi,  circa il 7 per cento del massimo totale e un settimo dei consumi importati, in un mercato già saturo e in presenza di una accertata contrazione dei consumi. Troppo poco dunque per giustificare un intervento  che puzza e non solo di gas, che impone lo scavo di  63 km di condotte sulle nostre spiagge, l’espianto di circa 10 mila ulivi a detta della stessa Tap Ag, per appagare gli appetiti, sponsorizzati dall’Europa anche mediante finanziamenti a fondo perduto, di una società che si fregia del nome Egl Produzione Italia, ma che è interamente controllata da un gruppo svizzero e il cui manager vanta un’esperienza nel settore finanziario, tenuta d’occhio dall’antimafia.

Il fatto è che ci vorrebbero leggi pulite per fermare l’azione delle mani sporche. Mentre invece speculazione, mercificazione e malaffare si sono rafforzati grazie alla corruzione delle regole.

Così succede che il Consiglio di Stato possa blindare   il progetto bocciando i ricorsi della Regione Puglia e del Comune di Melendugno.

Così succede che il Ministero dell’Ambiente risponda in tempo reale al prefetto di Lecce  che aveva chiesto una sospensione anche per motivi di ordina pubblico,  sostenendo la legittimità della ripresa dei lavori della  Trans Adriatic Pipeline,  in virtù della piena regolarità dell’Autorizzazione unica rilasciata dal ministero dello Sviluppo nel maggio 2015 e della Valutazione di impatto ambientale del suo dicastero nel settembre 2014.

Così succede che sia  all’esame delle commissioni Ambiente, Politiche Ue e Bilancio della Camera (che dovranno esprimersi entro il 25 aprile) una  bozza di decreto che, con l’intento di adeguare l’iter per la valutazione d’impatto ambientale alle direttive europee, crea un percorso privilegiato per petrolieri, imprenditori e costruttori, “semplificando” e accelerando l’iter delle autorizzazioni   per ricercare idrocarburi, trivellare o costruire. La scorciatoia si chiamerà  “verifica di assoggettabilità alla Via” e prevede che i soggetti promotori si limitino a presentare una richiesta corredata dal solo studio preliminare. Decide il Ministero se il progetto dovrà sottoporsi alla procedura di valutazione di impatto o se la documentazione proposta è sufficiente. In questo secondo caso i lavori potrebbero essere avviati con il solo obbligo di sottostare a una successiva verifica, quando il malanno sarà già stato fatto, anche nel caso di prospezioni in mare con airgun o esplosivi o di coltivazioni di giacimenti  con produzione fino a 182.500 tonnellate di petrolio o 182 milioni di Mc di gas, com’è per gran parte delle richieste di autorizzazioni depositate in questi anni. E tanto per stare più tranquilli, sarebbe disposta una  sanatoria per le opere iniziate senza aver chiesto la Via, offerta come viatico alle imprese che avranno il tempo e i modi per mettersi in regola” a danno compiuto.

Sono previdenti davvero a preparare il terreno favorevole per tante altre Tap, per massacrare coltivazioni centenarie e massicci corallini, per compromettere territori di valore inestimabile, che devono obbligatoriamente convertirsi in merci scadenti da offrire al miglior offerente. Come fosse roba loro. Mentre invece è roba nostra che dobbiamo imparare e difendere a tutti i costi.

 

 

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One response to “Tap, ma che puzza di gas

  • Anonimo

    il petrolio si poteva avere a buon prezzo sia da Ghedaffi che dall’Egitto; ma il primo secondo i nostri alleati francesi-inglesi-USA, era anti democratico e quindi andava eliminato a suon di bombe; l’Egitto poi era autoritario e anti sindacale ( che qui in itaGlia il sindacato è molto libero ed attivo…. MA PER FARE COSA, DI SOSTANZIALE,A TUTELA DEI LAVORATORI POI ??), come aveva iniziato a teorizzare Regeni, dopo essere stato indottrinato in inghilterra ( la nostra “alleata”), a quanto pare…

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