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Tap, ma che puzza di gas

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi le anticipazioni di una dettagliata inchiesta svolta dall’Espresso rivelano che dietro al Tap, il  Gasdotto Trans-Adriatico  che dovrebbe trasportare gas naturale dai giacimenti del Caucaso fino alla Puglia, ci sarebbe una oscura trama tessuta da manager collusi con le organizzazioni criminali nostrane e con quelle dell’élite oligarchica russa, con tanto di scambio di valigette  imbottite di quattrini, affaristi di tutte le latitudini in buoni rapporti con le nomenclature nazionali, conti anonimi in paradisi fiscali.

E che è legittimo opporsi a questa nuova Grande Opera – benedetta da quell’ossimoro vivente di nome Galletti, inopinatamente Ministro dell’Ambiente, con parole encomiastiche perché   “concorre a spingere il Paese nella direzione di un mix energetico più equilibrato ….   rendendo l’Italia meno dipendente, per esempio, dal carbone”, a dispetto dello sradicamento preliminare di oltre 200 ulivi e il passaggio di miliardi di metri cubi di gas tra spiagge celebrate e quasi intoccate dalla speculazione – anche per via dell’appartenenza esemplare agli interventi pensati e promossi per favorire malaffare, corruzione, commerci illeciti.

Ringraziamo la stampa dunque, che ci informa sui retroscena. Ma francamente non ne avevamo bisogno: come in troppi altro casi, a cominciare dell’accanita smania, non certo disinteressata,  di mettere a disposizione il nostro mare e il nostro territorio delle imprese petrolifere e delle loro trivelle, c’era da sospettare di una operazione della quale è sicuro il trascurabile tornaconto per la collettività.

Se la capacità massima di importazione delle attuali linee di rifornimento che arrivano in Italia è di oltre 130 miliardi di metri cubi, il Tap la incrementerebbe di soli altri 9 miliardi,  circa il 7 per cento del massimo totale e un settimo dei consumi importati, in un mercato già saturo e in presenza di una accertata contrazione dei consumi. Troppo poco dunque per giustificare un intervento  che puzza e non solo di gas, che impone lo scavo di  63 km di condotte sulle nostre spiagge, l’espianto di circa 10 mila ulivi a detta della stessa Tap Ag, per appagare gli appetiti, sponsorizzati dall’Europa anche mediante finanziamenti a fondo perduto, di una società che si fregia del nome Egl Produzione Italia, ma che è interamente controllata da un gruppo svizzero e il cui manager vanta un’esperienza nel settore finanziario, tenuta d’occhio dall’antimafia.

Il fatto è che ci vorrebbero leggi pulite per fermare l’azione delle mani sporche. Mentre invece speculazione, mercificazione e malaffare si sono rafforzati grazie alla corruzione delle regole.

Così succede che il Consiglio di Stato possa blindare   il progetto bocciando i ricorsi della Regione Puglia e del Comune di Melendugno.

Così succede che il Ministero dell’Ambiente risponda in tempo reale al prefetto di Lecce  che aveva chiesto una sospensione anche per motivi di ordina pubblico,  sostenendo la legittimità della ripresa dei lavori della  Trans Adriatic Pipeline,  in virtù della piena regolarità dell’Autorizzazione unica rilasciata dal ministero dello Sviluppo nel maggio 2015 e della Valutazione di impatto ambientale del suo dicastero nel settembre 2014.

Così succede che sia  all’esame delle commissioni Ambiente, Politiche Ue e Bilancio della Camera (che dovranno esprimersi entro il 25 aprile) una  bozza di decreto che, con l’intento di adeguare l’iter per la valutazione d’impatto ambientale alle direttive europee, crea un percorso privilegiato per petrolieri, imprenditori e costruttori, “semplificando” e accelerando l’iter delle autorizzazioni   per ricercare idrocarburi, trivellare o costruire. La scorciatoia si chiamerà  “verifica di assoggettabilità alla Via” e prevede che i soggetti promotori si limitino a presentare una richiesta corredata dal solo studio preliminare. Decide il Ministero se il progetto dovrà sottoporsi alla procedura di valutazione di impatto o se la documentazione proposta è sufficiente. In questo secondo caso i lavori potrebbero essere avviati con il solo obbligo di sottostare a una successiva verifica, quando il malanno sarà già stato fatto, anche nel caso di prospezioni in mare con airgun o esplosivi o di coltivazioni di giacimenti  con produzione fino a 182.500 tonnellate di petrolio o 182 milioni di Mc di gas, com’è per gran parte delle richieste di autorizzazioni depositate in questi anni. E tanto per stare più tranquilli, sarebbe disposta una  sanatoria per le opere iniziate senza aver chiesto la Via, offerta come viatico alle imprese che avranno il tempo e i modi per mettersi in regola” a danno compiuto.

Sono previdenti davvero a preparare il terreno favorevole per tante altre Tap, per massacrare coltivazioni centenarie e massicci corallini, per compromettere territori di valore inestimabile, che devono obbligatoriamente convertirsi in merci scadenti da offrire al miglior offerente. Come fosse roba loro. Mentre invece è roba nostra che dobbiamo imparare e difendere a tutti i costi.

 

 


Avveleniamoli a casa loro

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La prossima volta che vi infastidisce vederli: somali, nigeriani,  “bighellonare” offendendo l’operoso senso morale dei villeggianti di Capalbio, ogni volta che vi preoccupate per la remota possibilità che vi contagino con qualche patologia che avevamo imparato a dimenticare, chiedetevi se siamo davvero innocenti, noi che con quelle antiche malattie abbiamo scordato un passato di depredati e assoggettati, per non vedere cosa ci succede e succederà, noi che ci siamo convinti di essere legittimati a rifarci a nostra volta, invadendo, derubando, corrompendo, sporcando.

Sono stati desecretati i documenti provenienti dall’ex Sismi con i rapporti informativi dei servizi segreti militari, che arrivano fino a metà degli anni 2000, riguardanti il traffico  illegale di rifiuti tossici e  radioattivi. Si tratta delle indagini sulle attività di un  imprenditore  coinvolto nello smaltimento nell’area di Taiwan di “200.000 cask di residui radioattivi”, per una cifra d’affari di “227 milioni di dollari”. Ma anche delle carte che riguardano il non casuale affondamento nelle acque del Mediterraneo  di 90 navi  i cui relitti potrebbero contenere  rifiuti pericolosi o radioattivi.

Non è molto, quello che viene alla luce su  quel braccio di mare percorso dai più empi commerci d nuovi schiavi, disperati, vergogne, su quei fondali che nascondono da decenni  verità che nessun governo ha voluto rivelare, su quello scenario fatto    di trafficanti di rifiuti, di logge massoniche più o meno coperte che sulle scorie fanno campare generazioni di imprenditori senza scrupoli, di servizi intenti alla copertura degli affari sporchi che alla difesa della legalità, di ceti dirigenti, tra politica e imprenditoria,  impegnati ad appoggiare intese inconfessabili con paesi lontani, per esportare varie scorie molto sporche, immondizia, armi, corruzione, come dimostra la vicenda che ha portato alla richiesta di processare Scaroni e Descalzi per le tangenti in Nigeria. .

Dai tempi della Lynx, della Radhost, della Jolly Rosso, della Rigel, della Zanoobia, alla fine degli anni ’80, le traiettorie non sono cambiate, mentre la cupola internazionale dei trafficanti   si è arricchita di soggetti blasonati, come l’ODM (Ocean Disposal Management), la Instrumag AG, la International Waste Group SA, la Technological Research and Development Ltd con base in Svizzera, Lichtenstein, Inghilterra, ma con filiali  nei tradizionali paradisi fiscali, come le British Virgin Islands o Panama. E i  paesi europei, come l’Italia, non solo l’hanno sempre fatta franca, ma hanno rafforzato il loro export verso destinazioni (dal Libano alla Somalia, da Haiti alla Costa  d’Avorio, dalla Nigeria a Gibuti, dal Cile al Venezuela)  caratterizzate da istituzioni deboli, carenza di strutture di controllo, regimi autoritari esposti a corruzione, anche grazie a normative internazionali permissive e a relazioni opache tra organismi e aziende statali e broker internazionali.

Da noi, dai tempi  delle navi dei veleni, dal caso Zanoobia che riempì i giornali, lo scandalo ebbe intensità e frequenza intermittente. I ministri dell’Ambiente che si sono avvicendati hanno ripetuto le loro dichiarazioni di impotenza: la capacità di smaltimento dei rifiuti tossici è perfino in tempi di eclissi delle produzioni, irrisoria rispetto alle quantità prodotte. Così l’esportazione  è diventata la soluzione migliore per tutti: per il governo, per le industrie, per i trafficanti e per quella rete di interessi indicibili che si è creata.

E infatti vent’anni dopo, nel 2009 riaffiora lo scandalo quando   la direzione marittima di Reggio Calabria consegna alla commissione antimafia un elenco di quarantaquattro navi affondate nella zona di sua competenza. Ce ne sarebbero nove di vascelli fantasma, con coordinate conosciute ma senza il nome dell’imbarcazione. Potrebbero essere la Capraia, la Orsay e la Maria Pia,  affondamenti sospetti – o almeno da verificare – secondo i dati dei Lloyd’s e anche altre navi mancano all’appello, e c’è il relitto di Cetraro. Quella CunSky della quale si torna a parlare anche ne dicembre scorso quando il presidente della Commissione sulle ecomafie nel ricordare in una intervista televisiva  le dichiarazioni di un pentito di mafia che aveva ammesso di aver affondato imbarcazioni cariche di rifiuti radioattivi,  ha praticamente smentito  il ministro in carica ai tempi del ritrovamento, la Prestigiacomo, che aveva ipotizzato che la nave fosse un inoffensivo piroscafo andato sotto durante la prima guerra mondiale.

Anche di questo mistero non verremo a capo:  ci fu chi disse che il relitto fosse stato poi rottamato in India, chi ritiene che giaccia ancora nel fondo continuando a produrre sostanze a rischio.

Così come non si è venuti a capo di cosa fosse stipato nei container disinvoltamente buttati a mare dal Cargo Toscana nel 2009. Così come tante ombre sussistono sulla morte di Ilaria Alpi e Miram Hovratin con quasi totale certezza collegata  alla vicenda del porto di Eel Ma’aan, 30 km a nord di Mogadiscio,   costruito da imprenditori italiani, interrando nei moli centinaia di container di provenienza assai sospetta, che, si legge in una nota della polizia giudiziaria del 24 maggio 1999,   erano pieni di rifiuti: fanghi, vernici, terreno contaminato da acciaierie, cenere di filtri elettrici. Così come non sono  mai state verificate in dieci anni le ammissioni  di un imprenditore di Fondi,   poi arrestato con l’accusa di usura a proposito di un      accordo con la Liberia per l’esportazione di rifiuti in Africa per un valore di 170 milioni di euro.

Così come non è stato mai davvero stabilito come e perché siano morte le vittime del Probo Koala, quel mercantile a cui Trafigura – una delle maggiori società mondiali per il commercio di idrocarburi – affidò il trasporto di liquidi destinati allo smaltimento in sicurezza. 528 tonnellate di sostanze altamente tossiche che furono invece sversate illegalmente, la notte tra il 19 e il 20 agosto del 2006, in varie discariche abusive nella periferia di Abidjan, capitale della Costa d’Avorio, provocando una cinquantina di morti e almeno mezzo milione di persone intossicate.

Perché l’export illegale dei rifiuti è proprio un business globale. Ma in Italia ha dei risvolti particolari.  Da indagini giudiziarie, inchieste e rapporti di Greenpeace e Amnesty si sa che il sistema delle rotte tossiche è stato utilizzato da almeno 140  esponenti del  gotha del sistema industriale italiano, avviluppati  in una stessa rete di connivenze, complicità criminali, dove accanto a pezzi dello stato hanno operato le  mafie – camorra e ‘ndrangheta. Si è accertato che  in passato settori dell’Enea si allearono  con faccendieri come Flavio Carboni per gestire presunti traffici illeciti di amianto. Che lo scorso dicembre la Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti nell’ambito di indagini sullo smaltimento dei rifiuti nucleari e sul caso delle navi dei veleni ha chiesto l’acquisizione della documentazione relativa a due importanti casi irrisolti della gestione dei rifiuti italiani degli anni ’80 e ’90: quello del deposito di rifiuti radioattivi dell’ex Cemerad di Statte, in provincia di Taranto, e dei suoi rapporti oscuri con Enea e Nucleco, enti pubblici incaricati della gestione del nucleare, e il caso delle imbarcazioni rientrate in Italia tra il 1988 e il 1990 dal Libano e dalla Nigeria, cariche di  scorie delle industrie italiane.

E che ancora patiamo le attività della società Monteco _ sua la responsabilità delle tonnellate di veleni sepolte sotto la discarica Burgesi di Ugento, in provincia di Lecce, probabilmente i resti di 600 fusti contenenti rifiuti speciali smaltiti illegalmente alla fine degli anni Novanta – la cui mission era appunto la gestione del rientro delle navi con i rifiuti pericolosi italiani provenienti dal Libano su incarico del Ministero degli Esteri, alcune delle quali  affondate dolosamente nel Mediterraneo insieme al loro carico.

Figuriamoci se con questi precedenti possiamo fidarci delle nuove frontiere della cooperazione dispiegata a “scopo umanitario”  per contrastare l’esodo biblico e aiutarli a casa loro. Che poi un Terzo modo da sfruttare e insozzare lo trovano sempre, anche dentro casa, anche in geografie un tempo felici e fertili convertite in terre dei fuochi.

 


Cannoni e trivelle, importiamo la devastazione

cannoniAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono degli extra comunitari che quando arrivano sulle nostre coste sono accolti con tutti gli onori. Prendiamone due a caso, gli australiani della Global Petroleum Limited e gli inglesi della Spectrum Geo Limited e della Northern che percorrono il red carpet  steso per loro sulle nostre acque grazie a una sentenza del Tar del Lazio e alla generosa disponibilità del Ministero dell’Ambiente, ambedue impegnati a rimuovere gli irragionevoli ostacoli frapposti al dispiegamento della libera iniziativa di grandi compagnie che, con tutta evidenza e come succede da che mondo è mondo, applicano la strategia del Nimby – non nel loro giardino, visto che in Australia hanno vietato le attività di prospezione –  venendo a trivellare da noi.

Il Tar del Lazio ha fatta sua la speciosa motivazione alla base della pronuncia positiva sulla compatibilità ambientale di alcuni programmi di prospezione della Northern e della Spectrum Petroleum   emessa da Ministero, respingendo il ricorso della Regione Puglia che aveva sposato le denunce di alcune  località costiere come Mola di Bari, Polignano a Mare e Monopoli, che chiedevano di fermare le ricerche petrolifere a mare per non compromettere l’attività di pesca che avrebbe ridotto la produzione dell’80 per cento. In particolare le zone interessate alle nuove ricerche si trovano a 20 chilometri est di Mola e a 10,2 chilometri da Monopoli su una superficie di 264 chilometri quadrati. Ricerche anche a 50 chilometri dalla costa a Nord Est di Brindisi su una superficie di 729 chilometri quadrati. Poi vi è un’altra area di mare vasta che va dal Gargano a Leuca estesa per 14mila chilometri quadrati.  Per i giudici del Tar, la valutazione di impatto ambientale è legittima,  perché non si tratterebbe di mera attività di ricerca, “meno gravose e invasive di quelle di mera prospezione”.

Sembrerà marginale, ma forse bisognerebbe cominciare a combattere tutti gli abusi, compresi quelli linguistici e semantici, cambiando nome al Ministero dell’Ambiente o meglio ancora annettendolo a quello dello Sviluppo, sotto un unico signore assoluto del cemento e delle trivelle, visto che proprio là, nelle memorie del dicastero del Galletti, quello cui tutto sommato non spiace il Ponte, sono gradite  le alte velocità futuriste, si addice lo Sblocca Italia, quello che non vuole infierire sull’Ilva, si sostiene che  “le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi di cui si discute sono da considerarsi  di interesse strategico e sono di pubblica utilità”. Che “ l’attività di prospezione non influenza la vocazione dei territori interessati poiché riferito alla sola fase di ricerca”. Che possiamo stare tranquilli perché “la successiva fase di coltivazione degli idrocarburi, ove reperiti, comporterà un nuovo procedimento autorizzatorio”, Che, ammettiamolo, non può comportare rischio o danno un’attività di carattere temporaneo   temporaneo (circa un mese e mezzo nel periodo invernale, proprio come le castagne) e  che viene effettuata mediante dispositivi detti “airguns” (cannoni ad aria), i quali producono bolle d’aria che si propagano nell’acqua, con suoni di fortissima intensità e bassissima frequenza diretti essenzialmente verso il fondale ….. comportando esclusivamente inquinamento acustico …senza danni accertati per la fauna “.

Ecco adesso alla  risibile categoria dei misoneisti che vuole osteggiare progresso e crescita, a quella dei disfattisti che vuole boicottare legittimi tornaconti di imprese che investono benevolmente da noi, si aggiunge quella dei ridicoli disastrologi, i cui allarmi possono essere equiparati alle scie chimiche e altre grotteschi bufale da rete libera, biologi e geologi compresi, che si ostinano a richiamare a principi di cautela e precauzione in merito all’uso delle tecniche 2D con air gun e 3D. Il cui dissennato impiego – sull’impatto dei “cannoni” si sono  pronunciato autorevoli enti di ricerca chiamati in causa per gli effetti sull’ecosistema prodotti nel Golfo del Messico-  era stato annoverato nella lista nera delle attività regolate dal decreto sugli eco-reati. Misura poi cancellata – per motivi di pubblica utilità? – grazie a opportuni emendamenti bi partisan fortemente appoggiati dal Ministro “competente”.

Sarà vero che a onta del nome “sistema sismico” i cannoni ad aria non sollevano problematiche di carattere geologico, ma che invece sia accertata la pressione sulla fauna è sicuro, se perfino uno dei soggetti proponenti, la Nothern ammette  che l’air-gun provoca mortalità a distanze ravvicinate dal punto di sparo, se la International Whaling Commission’s Scientific Commitee, organismo mondiale che studia le balene, ha concluso che l’attività di ispezione sismica è di fortissima preoccupazione per la vita del mare, se alcuni studi condotti dal Canadian Department of Fisheries hanno dimostrato inoltre che la pratica può provocare danni a lungo termine anche in invertebrati marini.

Alla Global Petroleum Limited sono stati concessi in pochi giorni ben sei permessi di ricerca, la cui assegnazione è motivata oltre che dai nobili presupposti alla base di una attività di “pubblico” interesse dal fatto  che il perimetro interessato dalle ricerca, a poche miglia, tanto per fare un esempio, da riserve natuali come quella di Torre Guarceto,   sarebbe ”posto a ben oltre 20 miglia dalla costa e, dunque, non interferisce con le aree di interdizione”.   A nulla valgono le denunce delle associazioni ambientaliste e dei comitati e comitatini, come li chiama il premier, a cominciare da quelle di Greepeace che ha reso noto come nel Campo Oli Vega (60% Edison in qualità di operatore e 40% Eni, ubicato a circa 12 miglia a sud della costa meridionale della Sicilia, al largo di Pozzallo) stia per essere installata una nuova piattaforma e si stiano per realizzare nuovi pozzi di produzione, con l’autorizzazione del governo, il soggetto cioè costituitosi parte civile tramite il ministero dell’Ambiente, contro l’Edison che proprio là, tra il 1989 e il 2007  avrebbe iniettato illegalmente in un pozzo sterile a 2.800 metri di profondità quasi mezzo milione di metri cubi di liquidi classificati come “rifiuti speciali”: una “vera e propria discarica sottomarina, con il rischio che i liquidi ospitati nella cavità possano fuoriuscire e rilasciare in mare grandi quantità di inquinanti”.

Non è solo la fauna ittica a essere a rischio dunque, anche la fauna dei cittadini è ancora una volta in pericolo se quasi 14 milioni di loro che avevano detto Si vengono derisi e sconfessati. Se è successo così con un Si, figuriamoci cosa potrebbero con un No, meglio farlo risuonare più forte dei loro cannoni.


Dissesto idrogeologico, il Piano di Renzi fa acqua

Alluvione, di Alfred Sisley

Alluvione, di Alfred Sisley

Anna Lombroso per il Simplicissimus

…l’onda spaventosa, dal cataclisma biblico, che è lievitata gonfiandosi come… Sì come un immenso dorso di balena, ha scavalcato il bordo della diga, è precipitata a picco giù nel burrone, avventurandosi, terrificante bolide di schiuma, verso i paesi addormentati. E il tonfo nel lago il tremito della guerra, lo scrole dell’acqua impazzita, il frastuono della rovina totale, coro di boati stridori, rimbombi, cigolii, scrosci, urla, gemiti, rantoli, invocazioni, pianti? E il silenzio alla fine, quel funesto silenzio di quando l’irreparabile è compiuto, il silenzio stesso che c’è nelle tombe? L’apocalisse del Vajont descritta da Dino Buzzati per il Corriere della Sera, il giorno dopo la catastrofe che costò duemila vittime, recita: Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi.

Non sono bastate l’Aquila, l’Emilia a chi ritiene che l’adozione di criteri antisismici sia un molesto costo aggiuntivo che riduce il bottino del malaffare. Così non è bastata quell’apocalisse agli smaniosi delle Grandi Opere. Perché la diga voluta dalla Sade proprio là, malgrado  denunce di pericolo degli abitanti, additate come bubbole di ignoranti, malgrado l’allarme degli esperti, uno dei quali veniva addirittura da un geologo figlio del progettista e autore dell’opera, ing. Semenza, frutto della stessa hybris che anima i nostri profeti del “fare”, è ancora il simbolo anticipatore della stessa smania, anche se la diga, che allora era la  più alta del mondo a doppio arco,  ha resistito, è ancora là, vanto avvelenato di una ingegneria  che si esprime nella sua geometrica potenza dimostrativa, proterva e indifferente alla sua nefasta pressione sull’ambiente, sul suolo, sul territorio.

I disastri, i morti, le colpe non servono e non insegnano nulla. Anzi, si direbbe che siamo andati peggiorando se l’ultimo a tentare di programmare con un piano organico le strategie e le misure contro il dissesto idrogeologico, nell’ormai lontano 2012, fu un ministro, poi in odor di scandali, quindi rimosso perfino dalla memoria, se il dicastero dell’Ambiente fu successivamente espropriato di gran parte delle competenze in materia, passare a un organismo alle dirette dipendenze di Palazzo Chigi affidato a figure improbabili, una delle quali ben presto passata a carriera giornalistica altrettanto poco brillante. E se adesso il titolare Galletti, noto solo per disinvolte dichiarazioni sul rischio industriale e sugli altri morti di sviluppo illimitato, si delizia per le magnifiche sorti e progressive  di quel Grande Piano  contro il dissesto idrogeologico 2015-2020 da 9 miliardi che il padroncino un anno fa non si peritò di definire una rivoluzione copernicana, ma che finora, malgrado un magniloquente e fiero annuncio al suono di grancassa al pesto, durante un immancabile appuntamento referendario a Genova, ha impegnato unicamente  una spesa  di 70 milioni, stanziati dal sereno predecessore, per il Bisagno.

Ma siccome il Galletti che canta nel pollaio di Renzi,  è benevolo e comprensivo dei problemi che deve affrontare il collega del Tesoro,  ha dato il suo ragionevole e pragmatico contributo dal bilancio del ministero dell’Ambiente insieme al  Fondo di sviluppo e coesione, per trasformare il Grande Piano in pianini stralcio, del modico costo di 1, 3 miliardi finalizzati alla realizzazione di “interventi di mitigazione del rischio alluvionale nelle aree metropolitane”, ripartiti in 666,31 milioni di euro al Nord, 116,2 al Centro, 280,96 al Sud; nessun intervento previsto in Calabria e circa il 50% delle somma stanziato per le aree metropolitane di Genova e Milano.

Mai contenti, direte voi. È che anche quella cifra è annunciata come nei costumi del governo, e virtuale, perché, informa il Tesoro, “la scarsità delle risorse disponibili per il triennio 2016-18 non ha consentito a questa amministrazione di effettuare una programmazione strutturata per la mitigazione del dissesto idrogeologico”, passando la mano alle promesse: dopo i soldi del Bisagno, arriveranno altri quattrini pochi e nemmeno subito, una sessantina di milioni per  il  piano di gestione del rischio alluvioni da completare entro l’anno, e altri  350 milioni da qui al 2018,anche quelli stanziati da Letta nel 2013, 150 quest’anno, 50 nel 2017 e 150 nel 2018, che c’è da temere vadano a finanziare soltanto la redazione dei progetti esecutivi, previsti per l’avvio delle procedure di affidamento dei lavori, in forma di “aperitivi”.

Altro che Ponte, altro che Mose, altro che Tav, altro che Olimpiadi, altro che autostrade inutili e passanti deserti. Non gli sono bastate le alluvioni di Sarno e Quindici, non gli sono bastati i morti di Genova,  Benevento, della Calabria ionica e del Cadore, non gli sono bastati gli allarmi di organizzazioni “contigue” come Legambiente che ha denunciato nel suo rapporto 2016 come 7 milioni di cittadini siano esposti al pericolo frane e alluvioni,  le previsioni dell’Ispra altrettanto inquietanti, secondo le quali il totale dei comuni italiani interessati da aree con pericolosità da frana e/o idraulica risultano 7.145, pari all’88,3%, mentre i comuni non interessati da tali aree risultano solamente 947,  i conteggi dei consorzi di bonifica che hanno calcolato che occorrono almeno 8 miliardi per la sola “messa in sicurezza”.

I richiami alla ragione di chi chiede che al posto dei progetti tossici delle grandi opere, in nome di un’occupazione dequalificata ed effimera, si dia forma a un New Deal di interventi distribuiti sul territorio di tutela, custodia, salvaguardia e prevenzione, capace di creare posti di lavoro non a termine e specializzati, vengono derisi come ubbie di parrucconi e misoneisti. In compenso, coerentemente con la pratica compassionevole della beneficenza a spese nostra tramite elargizioni e mancette, una delle generose majorette  del premier si è presa cura di promuovere uno stanziamento di 800 milioni per il risarcimento di chi è stato colpito da calamità naturali: agli immobili privati   fino all’80% dei danni; alle aziende fino al 50% per gli edifici e 80% per i macchinari, anche quelli sulla carta da agosto quando l’annuncio ha riguardato le prime formalità relative a macchinose procedure per le istruttorie. Perché risarcire è più conveniente che prevenire. E se poi si può contare su una momentanea sospensione della decantata semplificazione, grazie a iter complessi e magari ispirati da una certa discrezionalità allora meglio ancora. E se poi i soldi, invece di erogarli si rivelano come un vaticinio, allora è proprio una cuccagna.

Che tanto ormai per noi la pacchia è restare vivi, asciutti, incazzati.

 

 

 


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