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A misfatto compiuto

it Anna Lombroso per il Simplicissimus

Regna una grande confusione sotto il nostro cielo: l’opposizione irriducibilmente europeista che annovera non sorprendentemente  il destinatario della famosa lettera segreta di intimidazioni del 2011 e quelli che l’hanno usata come format per le manovre successive, scoprono le meraviglie del sovranismo di ritorno e rimproverano il governo di umiliante acquiescenza e vile assoggettamento ai diktat imperiali. E in aggiunta rimbrottano la maggioranza per la lungaggine con cui eseguono gli ordini, che minaccia il festoso cenone dei parlamentari.

La Raggi viene accusata di creare disordine all’ombra dell’esile alberello di Piazza Venezia per aver fatto quello che per anni altri sindaci avevano promesso senza realizzarlo per non disturbare la lobby del turismo soprattutto quello benedetto oltre Tevere.

Il truculento all’Interno,  che indossa la divisa estratta dall’armadio della sala delle mascherate  eleganti del Cavaliere, senza che nessuno sbirro si inalberi per l’abuso, dismette la sua accanita battaglia per la legalità, sbaciucchiando, eppure si sa che le effusioni con malavitosi non portano bene, un incorreggibile microcriminale.

Il Movimento in funzione di gregario del governo, motivato a difendere il futuro dei giovani, alcuni dei quali, e intelligenti che però potevano fare di più, ricoprono ruoli decisionali all’interno del Parlamento e della compagine ministeriale,  blocca le assunzioni all’Università e penalizza la ricerca, condannandoli alla marginalità rispetto al  “mercato del lavoro” che non richiede persone con alto tasso di istruzione (o ne richiede troppo poche), mentre le imprese, cui i governi Renzi e Gentiloni hanno destinato risorse proprio perché promuovessero la precarietà, non investono in beni di alta tecnologia e innovazione.

La maggioranza che dovrebbe essere grata ai governi trascorsi per aver prodotto la devastazione sulle cui rovine ha  edificato la sua provvisoria fortuna,  convinta di rafforzarsi con il perenne trastullo del rinfaccio per scelte scriteriate e danni del passato, invece li copia, avendo appreso subito la lezione della docilità e della rinuncia  come forma perfetta della realpolitik ai tempi del neoliberismo.

Con l’abiura completa dei valori che ne avevano decretato il successo, se il populismo è stato sostituito da provvedimenti rivendicati come impopolari, ma non perché sia complicato proporli, comunicarli  e adottarli con il consenso che ne suffraga l’attuazione, ma perché si ritorcono contro i cittadini, il popolo insomma. E se il sovranismo si sgretola in favore della restituzione piena di decisioni e interventi all’unica indiscussa autorità, ben oltre masse e stato, quell’economia finanziaria globale che impone la riduzione delle spese sociali, le privatizzazioni, l’adattamento di ogni settore alle regole imposte dalla sua scienza esatta.

Tutto è talmente avvelenato dall’intimidazione e dal ricatto del racket che pare tocchi dire virtuosi e pragmatici Si a tutto quello cui si diceva e si doveva dire No, altrimenti si incorre in sanzioni, multe, cravatte e riprovazione carolingia, che impone a noi tutto quello che loro sono autorizzati a rifiutare e nega quello che a loro è concesso, compresi monete a circolazione nazionale, l’ipotesi di divise fiscali,  sforamenti,  respingimenti crudeli.

Così si dice Si al Terzo Valico, in fase troppo avanzata.

Si dice Si alla prosecuzione del Mose, a conferma che sarebbe doveroso accettare gli errori clamorosi che furono compiuti nella scelta di quella soluzione, delle ragioni aberranti per cui altre soluzioni, migliori da tutti i punti di vista, furono scartate, del gigantesco edificio corruttivo che ha permesso di realizzarsi, corroborando l’ideologia che ispira le azioni di tutela della città e della sua laguna, l’applicazione ottusa cioè dell’ingegneria e dei suoi sistemi meccanici rigidi e mastodontici su un organismo vivo e complesso.

E naturalmente di dice Si, sommessamente, ma non troppo, al passaggio delle Grandi Navi: il no del Ministero dell’Ambiente è stato respinto al mittente, senza reazioni della parte offesa, e sono cominciati in grande stile, approvati dalla Commissione di Salvaguardia (della quale fanno parte oltre a un designato dall’Unesco – a proposito di confusione, due rappresentanti del Ministero delle Infrastrutture, uno delle politiche agricole e uno del dicastero che aveva dato parere negativo, l’Ambiente appunto), i lavori per lo scavo del canale Vittorio Emanuele, necessario a garantire l’accessibilità al porto da parte dei condomini del mare.

E poi “il complesso delle verifiche effettuate non ci offre alcuna possibilità di impedire la realizzazione del progetto: allo stato, non sono emerse illegittimità o irregolarità dell’iter procedurale”, ha detto Conte per motivare il Si al Tap, anche quello irrinunciabile intervento di “interesse comune”. Anche in quel caso l’interruzione dei lavori e la cancellazione del gasdotto “comporterebbe costi incalcolabili”.

E invece ci piacerebbe che quei costi venissero calcolati, insieme ad altri trascurati e omessi, quelli dei benefici che dovrebbero giustificare la realizzazione di un’opera che ha un senso solo all’interno della restaurazione della guerra fredda,  creare una via del gas che bypassi la Russia ad evitare che il centro Europa sia troppo dipendente dalle sue forniture  e magari a preparare il terreno anche quello del sottosuolo, a altre fratture, quelle del Fracking stelle e strisce  o a forniture che arrivano da repubbliche a dominio Usa.

Si è detto Si agli F35,  si dice Sì sulla militarizzazione delle isole (della Sardegna ho scritto recentemente anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/09/sardegna-in-guerra/ ), si è “dovuto” dire Si al Muos in Sicilia, anche quello incontrovertibile e incontrastabile come il rischio che a un non remoto accendersi di ostilità Niscemi e Sigonella diventino obiettivo strategico.

Perché i conti dell’azzeccagarbugli degli italiani e del suo governo sono proprio quelli della serva, della serva Italia, calcolati per riconfermare e dimostrare subalternità e sottomissione al padrone, senza considerare i danni collaterali, la manomissione del nostro territorio e la pressione sull’ambiente irreversibili, la mobilitazione di risorse finanziarie e umane che dovrebbero trovare una collocazione più razionale e “sociale”, la condanna senza appello a costituirci in qualità di hangar, rampa di lancio, corridoio di passaggio, tubo e condotta, poligono e trincea, e laboratorio per test mortali. Uno dei quali ha già avvalorato la diagnosi: siamo proprio il paese dove il Si suona, purtroppo.

 

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Il tip Tap delle quinte colonne

1459371653-tapI Cinque Stelle, tanto per cambiare, sono sotto attacco, ma questa volta  rispetto alla loro stessa base, per aver prima tentennato e poi ceduto su due battaglie nelle quali erano stati protagonisti quando non erano al governo ovvero il Muos di Niscemi e la Tap in Puglia. Francamente le probabilità che si potesse in qualche modo fermare la grande base di telecomunicazione satellitare statunitense, già peraltro operante, erano pari allo zero assoluto, visto che si trattava di una battaglia già persa nel 2013, quando Regione Sicilia e governo nazionale si scontrarono sulla questione: l’Italia non è nella posizione di poter mettere becco sulle decisioni americane anche se la base può essere dannosa per la salute dei cittadini a causa delle sue emissioni elettromagnetiche o ancor peggio quando si propone come bersaglio assolutamente prioritario per qualsiasi eventuale nemico “serio”. Un’ora dopo lo scoppio di un eventuale guerra Niscemi e Sigonella saranno cenere semplicemente perché il primo atto di ostilità partirà proprio dalle telecomunicazioni ormai vitali per qualsiasi battaglia.

Sulla Tap c’erano più probabilità di evitare la costruzione di un gasdotto del tutto inutile per il Paese, ma anche qui solo apparentemente: gli ordini venivano anche in questo caso dall’alto, ovvero dall’estremo occidente ed imponevano la costruzione dell’opera perché essa doveva servire ad evitare che il centro europa fosse troppo dipendente dalle forniture della Russia o da quelle che comunque dovevano attraversare il suo territorio. Cosa che non alcun senso per il nostro continente e men che meno per la nostra penisola, ma che nasce da menti decisamente malate. Nell’ambito nella nuova e artificiale guerra fredda dei serial killer a stelle e strisce la valenza geopolitica della Tap è  abbastanza simile a quella del Muos sia pure in ambiti differenti e questo ci dice che la possibilità di opporsi efficacemente alle grida manzoniane dello zio Sam, sono praticamente nulle vista l’immensa quinta colonna di cui dispongono nel Paese e le capacità di ricatto esplicito o sotterraneo di cui dispongono, a cominciare dal livello finanziario sino alle operazioni bagnate. Tanto che si è arrivati persino a inventare delle enali ur di fare marcia indietro.

Forse a molti italiani sfugge il livello di asservimento del Paese: a quelli con più anni sulle spalle perché effettivamente nel trentennio successivo al dopoguerra la presenza di un forte partito comunista e la forza dell’Unione Sovietica hanno permesso una certa  limitata autonomia venuta poi meno con la caduta del muro:, a quelli più giovani perché non si sono mai posti il problema e solo adesso cominciano a percepirlo nonostante siano sottoposti a un intenso lavaggio del cervello neoliberista. La situazione  è catastroficamente peggiorata negli ultimi due decenni visto che al comando americano si aggiunto quello tedesco esercitato attraverso la Ue e la moneta unica che non permette , come si è visto concretamente di fare politica attraverso i bilancio, ossia in democrazia di fare politica tout court. Sicché la situazione non è poi molto differente da quella dell’ 8 settembre e per uscirne fuori occorre una decisa visione multipolarista, globale e non legata al globalismo schizofrenico di marca occidental – neoliberista.

Proprio per questo la vicenda della Tap  riveste un particolare interesse, perché adesso, come i funghi o le limacce dopo la pioggia, saltano fuori molti che si sarebbero detti eco – progressisti, che manifestano pentimento dicendo che in fondo il gasdotto pugliese ha un impatto poco importante sull’ambiente  e tutto sommato raggiunge lo scopo di diversificare le fonti di approvvigionamento. Il che  è una solenne sciocchezza perché  l’Italia non ha alcun interesse a differenziare le proprie fonti di acquisizione energetica se questo diminuisce globalmente le sue possibilità di differenziare la propria politica estera e dunque di affermare la propria autonomia e la propria sovranità: la Tap non serve assolutamente a nulla, visto che già le attuali fonti sono in forte surplus,  se non a creare una via del gas che bypassi la Russia, faccia arrivare gas da oscure repubbliche a dominio Usa e dunque ci immerge ancora di più nella logica delle ossessioni americane mentre da un punto di vista specifico e formale rappresenta solo una simulazione di diversificazione. Ci vuole molto poco per fare due più due e vedere che ciò che appare come una diversificazione è in realtà il suo esatto contrario, ovvero una ulteriore omologazione agli ordini di Washington. E non è certo un caso che sulla Tap dopo gli anni di proteste adesso si vada formando una corrente se non favorevole, disponibile intorno al gasdotto con il pretesto della diversificazione che semmai è un adeguamento a logiche del tutto estranee ai nostri interessi. “Viva Arlecchini/ E burattini,/E teste fini”.


Je suis Taranto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto il clan al governo, la cupola multinazionale dell’economia, i sindacati della lobby dell’arrendevolezza sono costretti ad accorgersi che c’è un fantasma irriducibile anche se stanco, deriso e  avvilito che si aggira  e che quando si agita e grida può mettere ancora paura: sono i lavoratori in lotta, poco propagandati dalla stampa che ha smesso di dedicare delicati bozzetti al folclore  di operai che protestano sulle gru, infermiere sui tetti, scioperanti sul Colosseo a dimostrazione. Sicché parrebbe confermato che la lotta di classe c’è e è stata anche vinta, purtroppo dal padrone.

Se non fosse.. se non fosse per qualche campo di battaglia dove qualcuno resiste, qualcuno cui dovremmo dedicare solidarietà e aiuto e stati sui social, perché se non siamo Charlie dovremmo invece essere obbligati a essere quelli dell’Alitalia che hanno detto No all’accordo che prevede quasi mille esuberi e la riduzione dell’ 8% degli stipendi del personale volante raggiunto sotto il ricatto dei libri in tribunale e più che mai quell’Ilva che ieri hanno scioperato in 2000 contro l’immondo e inverecondo piano di “ristrutturazione” industriale, presentato dalla cordata AmInvestco (Marcegaglia, Arcelormittal – grande licenziatore internazionale – e Intesa San Paolo), candidata preferita dai commissari e  dal Ministro Calenda per rilevare l’azienda, e che prevede il necessario “sacrificio” di 5-6 mila esuberi, martirio in nome della salvezza dell’impresa, peraltro richiesto anche dalla cordata concorrente che solo sulla carta,  per via di nomi meno indecenti come quelli della claque dei macellai della Thyssen, sembra preferibile.

Così bisogna ricordare a tutti quelli che non scioperano, non vanno in piazza, non protestano perché tanto è inutile, perché tanto su in alto fanno quello che vogliono, che invece non è illusorio e vano mostrare i pugni, riappropriarsi di dignità e volontà, scioperare, manifestare.

E infatti quei 2000 di Taranto hanno costretto il governo a prendere tempo, a rivolgersi all’avvocatura anche in vista di già annunciate ma sottovalutate obiezioni europee in merito a un innegabile conflitto d’interesse che riguarda il fermo di  una delle produzioni dell’azienda in vista dell’importazione di semilavorati realizzati dal più potente competitor: Fos di Marsiglia. Si dice che il piano della cordata  ArcelorMittal sia coerente con la narrazione governativa con molti annunci e molte promesse, ma pochi fatti sia dal punti di vista industriale: senza investimenti formidabili soprattutto nell’adeguamento degli altiforni, sarebbe impossibile conseguire i risultati promessi nella produzione di acciai di elevata qualità. Ancora più mistificatorio sarebbe l’impegno ambientale con la previsione di ben 5 anni di tempo richiesti dalle operazioni di copertura dei parchi minerari, in piena osservanza dell’agghiacciante piano aziendale di risanamento approvato dal Ministro Galletti e l’adozione di tecnologie unicamente mirate alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, aspetto rilevante, ma che non basta alla diminuzione della gran parte degli effetti pericolosi per la salute e l’ambiente.

È poco insomma, ma è già qualcosa che il governo – la fotocopia di quello che ha promosso l’emendamento Tempa Rossa che libera le società dall’obbligo di pagare le compensazioni ambientali necessarie quando si realizzano infrastrutture di elevato impatto ambientale, o die fondi si fondi no per i malati di cancro di Taranto – mostri di aver paura della sua stessa sfacciataggine.

E adesso tocca a tutti, non solo agli operai dell’Ilva in sciopero ieri a Taranto e lunedì a Genova e Novi Ligure, dimostrare che non ci stiamo a subire la pratica divisiva: lavoratori in difesa della “fatica” contro cittadini minacciati dal cancro, e lavoratori che a casa hanno qualcuno ammalato di fabbrica, quella che dà quel pane sudato e intossicato; di non tollerare più il ricatto: occupazione contro salute, di non sopportare più l’alternativa: posto o sicurezza.

Spetta a tutti dire no a fianco dei lavoratori cui resta come unico diritto agguantare un salario,   vendendo la propria forza di lavoro e la propria salute. Che non contano nulla, come è successo anche in questo caso, esclusi dalle scelte, sospesi e licenziati perché così si possano comprare prodotti di terzi, colpevolizzati da chi li critica in quanto “sviluppisti”, disinteressati a una battaglia civile per produrre pulito e ecologico, parole d’ordine che dovrebbero essere ricordate e rinfacciate unicamente  alla proprietà, privata o pubblica, diretta o per azioni, nazionale o multinazionale, e solo ad essa e ai decisori al suo servizio,  come se potessero davvero incidere su decisioni delle quali non sono nemmeno informati. A terribile conferma che il salariato  diventa meno di un cittadino, meno di un uomo libero. A tremenda dimostrazione della rinuncia definitiva della sfera politica, continentale o nazionale, a controllare la potenza totalitaria del capitale, avendo invece scelto di mettersi al suo servizio.

“Cedere”, acconsentire a che vengano immolati 5-6000 lavoratori in cambio del posto sempre meno garantito e sicuro di altri provvisoriamente “salvati”, significa “concedere”. Concedere al governo e alla politica la rinuncia a cercare e adottare soluzioni “altre” rispetto a quella di ubbidire ai comandi, all’avidità padronale accumulatrice e impunita, al dovere di programmare il futuro di una fabbrica e dei suoi lavoratori combinando  innovazione tecnologica con l’attenta previsione e programmazione del ruolo dell’Italia nella produzione dell’acciaio identificando la richiesta in divenire, la qualità del materiale richiesto e i settori di impiego, dall’edilizia alla meccanica, interni e internazionali, prendendolo come occasione per  mettere alla prova  un modello di “valutazione dell’impatto ambientale” preventivo, con la partecipazione dei dipendenti e della popolazione, il contrario delle valutazione effettuate finora a disastri avvenuti.

“Cedere” significa concedere a quella moltitudine di tromboni e cialtroni che non vivono in accoglienti villette nella Terra dei Fuochi, che non respirano la brezza marina intorno all’Ilva di Taranto, di  irridere le nostre arcaiche battaglie “ideologiche” contro la Tav, la Tap, contro le operazioni pensate e realizzate per favorire malaffare e corruzione della cupola internazionale, penalizzando un Mezzogiorno sempre più ridotto a vittima consacrata in attesa che anche tutto il resto diventi Sud, diventi colonia, diventi schiavo  e tutti noi asserviti e ubbidienti. Si, je suis Taranto.

 

 

 

 


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