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Ely Shining

elAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ho ricevuto un’educazione confessionale e così non ho fatta mia la consuetudine di conservare nel portafogli una immaginetta sacra incaricata di proteggere il fiducioso possessore da ogni sorta di pericoli.

Tra l’altro, negli anni, il target di numi tutelari si è via via esteso ed anche l’esibizione dei loro ritratti in vari formati, materiali e media: poster e foto sul profilo del Che, ma anche di rapper, sindaci disubbidienti, vignettisti, replicati ed esposti in funzione di ispiratori, maestri di pensiero e modelli di vita e comportamento.

E’ quindi naturale che nei periodi di crisi si assista alla ricerca di icone di culto e ultimamente la preferenza è stata  riservata a figurine femminili, portatrici naturalmente di speciali valori attribuiti al codice di genere: sensibilità, indole all’ascolto, alla cura e all’accoglienza, legate indissolubilmente alla funzione materna, dei quali peraltro avrebbero dovuto essere dotate, oltre a Carola o Greta  o Sanna, anche la Fornero, la Lagarde, la Clinton.

È di oggi per esempio la notizia che il segretario del Pd candida alla presidenza del partito la sindaca di Marzabotto, affiancata da due vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani (quella che lo stupro indigeno è meno  deplorevole di quello forestiero), che vanta nel suo curriculum politico e di amministratrice lodevolissime iniziative a sostegno della memoria dell’eccidio e niente più, a conferma che ormai conta  la “facciata” più di esperienza, competenza, programmi considerati controindicazioni a suscitare consenso e approvazione e delegati interamente a addetti ai lavori, tecnici, kapò e caporali.

E infatti la liturgia, in piena eclissi del sacro presso le sinistre tradizionali, propone l’ostensione  di una nuova Giovanna d’Arco, che unisce all’ardimento della guerriera, alla tenacia delle suffragette e all’instancabile perseveranza dei pellegrini, dimostrata, tra l’altro,  mettendosi a capo della campagna slowfoot, una mobilitazione collettiva, fatta a piedi e in mezzo alla gente per far girare l’ideale europeo in una simpatica riedizione del cammino di Compostela o della via Franchigena.

Parlo naturalmente di Ely Schlein, scesa in terra a miracol mostrare, incarnando il meglio della religione del politicamente corretto: impegnata femminista, appassionata ecologista, fervente europeista, orgogliosa omosessuale. E poi creativa (al Dams e negli anni di università si occupa di comunicazione, grafica e organizzazione di eventi)   cosmopolita per nascita, studi, esperienze e per la militanza sul campo, quello di Obama, alla cui elezione contribuisce formando i volontari durante la campagna elettorale. E anche pluridecorata al merito nientepopòdimeno che con il premio Maraini al Liceo di Lugano  per i migliori risultati dell’anno di maturità 2004 e nel 2017 come “miglior deputato europeo” dell’anno (cito dal suo sito).

Non le manca niente insomma per ricoprire un ruolo salvifico: ha dato vita  a Occupy Pd per denunciare le larghe intese che affossano la candidatura di Prodi a Presidente della Repubblica, europarlamentare dal  2015 nelle liste del Pd,  a seguito di fratture insanabili con il vertice, lascia il partito  insieme a Pippo Civati e con lui lancia  Possibile, che diventa ufficialmente partito nell’aprile 2016. Infine con la lista Emilia Romagna Coraggiosa, insider virtuale delle sardine, contribuisce al successo di Bonaccini entrando a far parte della sua squadra di governo regionale.

E infatti Left, che si autodefinisce spericolatamente l’unico giornale della sinistra, ci informa in estasi  che è stata animatrice qualche giorno fa di un costruttivo confronto  tenutosi “nell’ambito delle iniziative che precedono e accompagnano il percorso verso il congresso che terrà Sinistra Italiana”, e nel quale numerosi esponenti politici e personalità della cultura sono intervenuti: “dal messaggio di Cuperlo, alle appassionate analisi di Vendola, Mussi, Fratoianni, tra le più lucide riflessioni sullo stato della sinistra e insieme coniugate a tangibili sentimenti e passioni, mai scaduti in sterile nostalgia”.   

Non stupisce dunque che tutti quei simpatici attrezzi sopravvissuti a ogni tempesta e a ogni corrente,  contagiati dal suo ardore e ardire, abbiano convenuto sull’opportunità di estendere a tutto il Paese e in tutte le tornate elettorali il suo format vincente sul quale la record-woman di preferenze scommette per – sono le sue parole – “spostare a sinistra il Pd …. grazie al giusto equilibrio tra le spinte civiche e le forze politiche che hanno sostenuto il progetto di Coraggiosa: Articolo 1, Sinistra italiana, È Viva e Diem25 di Varoufakis”.

Rivendica il raggiungimento del suo obiettivo ambizioso la nuova vice presidente della giunta, ringraziando Bonaccini per essersi fatto contagiare dalla sua audacia per “coniugare in modo nuovo e incisivo la lotta alle diseguaglianze che segnano la nostra società e la transizione ecologica”,  incaricandola di prestarsi con “un impegno diretto sulle politiche sociali e sul coordinamento del Patto per il clima che abbiamo lanciato durante la campagna elettorale, con una forte vocazione europea e l’obiettivo di allineare le politiche regionali al raggiungimento dei nuovi obiettivi ONU per lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030”.

A guardare il suo sito, a leggere le innumerevoli interviste, a prendere atto del suo poliedrico attivismo che sconfina nel simultaneismo marinettiano, dal volontariato alla regia, dalla presenza nel gruppo per la riforma del trattato di Dublino  a quella in ben 5 Commissioni europarlamentari, si può capire che le sia sfuggito qualcosa. Che nel suo fervore che non si sia accorta che la regione nella quale si accinge a coprire un ruolo strategico si propone di sperimentare un non nuovo  e nemmeno originale esperimento di disuguaglianza sociale, economica, morale, culturale, con la richiesta – allineata perfettamente all’avanguardia leghista di Veneto e Lombardia – di una autonomia regionale che spaccherà l’unità del Paese, penalizzerà le regioni meridionali, favorirà l’arrembaggio dei privati in settori già largamente “infiltrati” grazie alle riforme dei governi di centrosinistra, assistenza sanitaria, scuola e università.

Si può capire che probabilmente mentre era a Roma a unire i progressisti intorno alle parole d’ordine dell’ambientalismo non sia stata informata che il suo presidente ha sollecitato un incontro con il governo per contrastare  la  proroga dello stop all’attività estrattiva, che  “non porta con sé alcuna soluzione concreta e strutturale, aggravando le difficoltà e lasciando in una pericolosa incertezza l’intero comparto ravennate”,  replicando così il già visto a Taranto e in altri siti industriali nazionali, nei quali viene imposta come inderogabile l’infame alternativa ricattatoria tra occupazione o ambiente, salute o salario.

Adesso direte che non ci va mai bene niente. Ed è vero perché niente va bene nella resa al capitale e al mercato e alle loro regole ormai assunte a leggi naturali, alla constatazione che dovrebbe suscitare rabbia  e ribellione che al momento destra e sinistra “tradizionale” sono come giano, due facce del liberismo, che il riformismo, che raccoglie consenso negli strati più elevati in termini di reddito e di educazione delle classi medie ha svenduto i suoi valori dimostrando che le sue riforme non erano aggiustamenti per addomesticare la bestia feroce del capitalismo, ma al contrario medicine per tenerlo in vita senza critica, opposizione e reazione delle classi più penalizzate, anestetizzate dal bisogno e criminalizzate anche moralmente in quanto ignoranti, rozze, viscerali, perché se non sappiamo immaginare una salvezza di tutti, allora ci si adopera per il “si salvi chi può”, ognuno a modo suo e per i proprio miserabili interessi. Sicché la supposta contrapposizione destra e sinistra si riduce a quella tra compassione e cinismo, modernità e passatismo.

E niente va bene nella trasformazione del solidarismo comunitario in individualismo e leaderismo, dell’internazionalismo proletario in cosmopolitismo borghese, nell’egualitarismo in meritocrazia, nella interpretazione della sovranità di popolo convertita in trogloditico sovranismo e arcaico populismo. O nella riduzione del riscatto di genere in rivendicazione di parità perché se sfruttamento e repressione, lavoro di cura, rigida divisione di compiti e ruoli non verrebbero superati con la morte del “capitalismo”, meno che mai si aggirano con la sostituzione nei posti chiave di femmine al posto dei maschi, di sopraffazioni femminili su maschi e pure su donne che non possono aspirare all’appartenenza e all’affrancamento appannaggio di un ceto privilegiato.

Niente va bene nello sperare di addolcire la pressione del totalitarismo come si configura oggi, si rabbonirlo entrando al suo interno, di cambiarlo dall’interno come volevano persuaderci di poter fare quelli come Ely che non sappiamo quanto in buona fede promettono un’altra Europa grazie alla loro augusta presenza nelle segrete e nelle intendenze della fortezza, se ormai Sanders, Podemos, soggetti isolati che una volta  sarebbero stati l’incarnazione di un pacifico e inoffensivo riformismo nemmeno “strutturale” oggi paiono antagonisti e insurrezionalisti a fronte di certe piccole, grandi slealtà.


Le sardine dei petrolieri: dal rottamatore al trivellatore

moria pesci-politicafemminileOggi non scrivo proprio nulla, mi limito a segnalare ai lettori i sacri testi lasciateci dal capo indiscusso delle Sardine, quel Mattia Santori che avevamo individuato come ricercatore del Rie, una società privata che opera nel mondo dell’informazione energetica e guidata dall’economista Alberto Clò, antico sodale di Prodi nonché Consigliere di Amministrazione  del Gruppo Editoriale Gedi S.p.A  che edita Repubblica, Stampa e altre decine di giornali e periodici. A una intelligenza non velata dall’avanzare del nulla o tenuta in congelatore, questo sarebbe sufficiente a fornire indizi più che consistenti sulla natura leopoldesca e assai poco spontanea delle manifestazioni che nel loro dadaismo protestano non contro il governo, ma contro l’opposizione. Dietro però c’è molto di più  perché in realtà Santori si rivela essere un vero e proprio lobbista dei petrolieri e fan delle trivelle.

E’ lui che ha curato a suo tempo una pubblicazione congiunta del Rie e dell’Assominetaria ( qui ) in cui si cercava di dar da bere che il progetto Ombrina, ovvero quello delle piattaforme petrolifere davanti alla costa abruzzese dei Trabucchi era perfettamente compatibile con la tutela dell’ambiente. Parecchi governi di quelli che devono tanto piacere al Santori  fecero carte false per superare l’ostilità popolare che tuttavia alla fine la spuntò nel 2016 grazie anche a una grande manifestazione popolare di 40 mila persone a Pescara. La cosa indignò il Rie che nella sua pubblicazione online Rienergia scrisse “Ombrina Mare: vince chi urla più forte”, articolo non firmato ma probabilmente scritto dallo stesso Santori. Faccio notare che gli sponsor di Rienergia sono Anigas, Assogas, Assomineraria, Assopetroli, Federchimica, Unione petrolifera per mostrare quale oggettività possa albergare da quelle parti. Ma non si è trattato affatto di un incidente Santori infatti ha firmato su Formiche net nel 2014 e nel 215 due articoli a favore delle trivelle il primo (qui ) dedicato alle meraviglie dello Sblocca Italia che aveva dato via libera alle prospezioni ed estrazioni delle poche gocce i petrolio rinvenibile sulle nostre coste e il secondo ( qui ) che costituisce un atto di accusa contro chi si opponeva alle estrazioni  in Val d’Agri.

Ora apriamo un secondo capitolo e chiediamoci come mai Formiche net sia uno dei cotè editoriali che riceve e volentieri pubblica le prediche filo trivelle di Santori. Non bisogna andare tanto lontano, basta riferirsi al fondatore del sito e dell’omonimo pensatoio, Paolo Messa, attuale responsabile delle relazioni istituzionali di Finmeccanica (in pratica un elemosiniere del milieu politico)  ma anche un frequentatore dei servizi, su commissione dei quali ha scritto un breve saggio su “Industria e sicurezza nazionale” , è stato a lungo direttore del Centro Studi Americani , è senior fellow dell’Atlantic council un think tank americano con sede a Washington, il cui scopo è “Promuovere la leadership americana”, e vista questa sua posizione è paradossalmente anche membro del Comitato strategico del Ministero degli Affari Esteri, per evitare che qualcuno si dimentichi l’immediato sissignore agli Usa. Insomma come dire un vero amerikano, un componente di spicco della lobby di Washington.

Insomma questi sono i riferimenti tra i quali ha sempre navigato Santori, le organizzazioni che hanno messo in piedi le reti per la pesca delle sardine. Un’operazione a cui si è prestato per diventare da sconosciuto lobbista del petrolio un parlamentare trivellatore della Repubblica. L’Italia non si lega all’ambiente e men che meno all’intelligenza, ma al petrolio.


Tav-ola imbandita

siAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi ero mai fatta illusioni sulla possibilità, remota, che i 5stelle resistessero agli imperativi della banda del buco transanazionale.

Come sarebbe andata a finire si capiva già quando Di Maio cominciò a renderci partecipi del Grande Ricatto dei sostenitori della Grande Opera, che si declinava nella forma di  macchia indelebile sulla nostra reputazione, condannandoci a europei di serie b incapaci di raccogliere le dinamiche sfide della modernità, in quella ancora più implacabile del volume spropositato di sanzioni e risarcimenti, così spropositato che nessuno è mai riuscito a quantificarlo: milioni di milioni come le stelle del salame.

E d’altra parte in questo contesto di soldi si parla sempre in questa forma epica e  irreale, senza mai mostrare i conti della spesa, i conti dei costi, i conti dei benefici, i conti di chi guadagna dalla tav-ola imbandita, i conti delle previsione e delle ricadute sull’intero sistema dei trasporti e dell’import-export,  i conti di quanto ci mettono e di quanto ci guadagnano i cugini e di quanto ci mettiamo e ci perdiamo noi, di tasca nostra.

Meno che mai è stato fatto un conto, nemmeno dall’avveduto presidente Conte – nomen omen – dell’entità dei danni e delle spese  di un nostro No rispetto ai benefici nel tempo di esserci risparmiati la pressione di un intervento inutile, del suo peso esercitato sull’ambiente, sui bilanci dello Stato e nostri, sulla legalità ancora una volta in ostaggio del malaffare, forse perchè tutto questo fa parte di quei tabù che riguardano il futuro, rimosso almeno quanto il passato, di questo progetto simbolico e della sua trama di bugie, minacce, corruzione, attori che entrano e escono dalle porte girevoli dei tribunali, infiltrazioni malavitose, repressioni brutali.

Non mi ero illusa e non sono una elettrice 5stelle e dunque non parlo di infedeltà – largamente prevedibile- come invece fanno con grande sussiego risentito tutti quelli, a loro dire  contrari all’alta velocità, che si sono distinti per non aver votato  per quelli che incarnavano l’opposizione a questa formidabile allegoria del neoliberismo, dando entusiastico sostegno invece a chi l’alta velocità l’ha brandita come la spada fiammeggiante del progresso, rafforzando gli interpreti del sogno futurista di una rapidità al servizio del trasporto di merci e prodotti, oggetto di un trattamento privilegiato rispetto a quello della merce umana che viaggia su sferraglianti carri come un bestiame indegno di restare umano.

E che adesso sono stizziti che quel peggio rispetto al meno peggio Pd, impersonato da incapaci, inetti, ignoranti, incompetenti cui avevano affidato il delicato incarico di eseguire quello che loro competenti, avveduti, consapevoli, non avevano il coraggio civile di proclamare e fare, che abbia tradito le loro aspettative con una miserabile abiura, nè più nè meno come hanno fatto con  i padroni intoccabili  di Autostrade recuperati come ai vecchi tempi gloriosi prima del ponte, come con l’Ilva ceduta dall’enfant gaté sempre riproposto come interprete dei nuovi corsi riformisti  insieme ai gadget di impunità e immunità e ai trascorsi assassini di un’altra proprietà esentata dalle colpe come quella in essere, e come hanno fatto con altre eredità che non hanno la forza e nemmeno i numeri per rifiutare: Mose, Trivelle, Teap, grandi navi,   tutte cambiali in bianco che i progressisti umanitari hanno dato  loro al posto della scheda elettorale, perchè andassero avanti mentre a loro veniva da ridere.

Eppure quelli che hanno votato per il supposto Mm (male minore in forma di Pd) e che adesso sono infuriati e ingannati dalla diserzione del Mm (inteso come male maggiore, in considerazione della contiguità  con lo zotico all’Interno)  lo dovevano immaginare che ci volevano non quelli che considerano omminicchi, bibitari, steward  – vuoi mettere rispetto alle competenze e esperienze professionali e politiche del pantheon del cosiddetto centro sinistra che anche in fatto di apostasie vanta i record- ma dei superdotati di poteri e potenza per contrastare un simbolo, un simulacro inviolabile, una metafora e pure un format, che concentra gli elementi costitutivi e anche gli obiettivi di un impianto ideologico e di una visione del mondo.

Bisognerebbe poter smentire lo sbalorditivo sistema di bugie e falsificazioni su cui si fonda a cominciare dal castello di panzane contenute in quella “oggettiva” analisi dei costi-benefici elaborata, ma che sorpresa, dalle società interessate e poi fatta propria dal governo Monti che ipotizzava volumi di traffico mostruosi che solo quell’opera avrebbe potuto smaltire e gestire, poi sbugiardati dalla realtà del 2017 di una riduzione del flusso delle merci: 11 milioni sotto il livello del 1994,  5  milioni di tonnellate in meno rispetto al 2004, 35 in meno all’obiettivo del 2035.

Fu allora quando perfino una nuova indagine promossa dal governo Gentiloni dovette fare i conti con i dati, che da necessaria, l’alta velocità divenne inevitabile.

Inevitabile, certo, per evitare appunto che venisse meno un’altra componente irrinunciabile di quel modello: drenare, impegnare e investire i soldi pubblici  per trasferirli in forma di profitti nelle tasche di pochi, secondo quale percorso parallelo alla lotta di classe alla rovescia, ricchi contro sfruttati e ridistribuzione dalla collettività a una scrematura di privati (imprese, ditte appaltatrici, istituti finanziari e banche, cooperative e eserciti di consulenti, progettisti, controllori).

Pensate a che miniera giace in fondo a quel buco a beneficio dell’alleanza affaristica che sta già lucrando della quale fanno parte i soliti noti già visti e vanamente sospettati da Impregilo a Cmc, da Ligresti a Benetton, al Gruppo Gavio, entrati, usciti e rientrati con altre etichette nel circuito delle grandi opere dal Mose, al Terzo Valico, pronti a nuove fiabesche opzioni che se vinceranno anche stavolta, non potranno essere scongiurate, a cominciare dal Ponte sullo Stretto.

Eppure grazie anche all’atteggiamento di una opinione pubblica mantenuta dalla stampa in una beata ignoranza, di un ceto che oggi si straccia le vesti per il tradimento ma ha vezzeggiato gli autori della letteratura sul grande bacino di occupazione dei cantieri e le madamine che ballano intorno alla voragine in attesa che i plichi delle ordinazioni online arrivino prima, c’è ancora chi si fa  incantare dal mito sviluppista nella forma del totem i cui piedi sono già sprofondati rovinosamente, già sconfessato dallo scorrere del tempo  come quello dell’austerità, i due pilastri condannati dalla storia e dalla stessa crisi che hanno generato,  dai loro fallimenti e dalla bancarotta della loro narrazione distopica di una modernità che sta rivelando il suo istinto suicida e omicida.

Il fiasco già previsto di quella rappresentazione dimostra che si tratta di una visione irrazionale e fideistica, che vuole credere in una crescita incontrollata e illimitata, nel paradosso di buchi che vanno a edificare grattacieli,  in quello di corridoi europei cui fanno da contromisura i muri, i blocchi, i confini, le frontiere e i fili spinati  in quello dal fare, del costruire come se potessero compensare la smania distruttiva della avidità e dello sfruttamento.

Per questo la proposta di un pronunciamento popolare, malgrado qualche successo di altri No, suona come una minaccia e una intimidazione, perchè delega a disinformati e interessati, innocenti e correi, indistintamente, la responsabilità del delitto premeditato e compiuto dall’oligarchia, del furto commesso con destrezza e “velocità” dalla cleptocrazia.

 


Pozzi senza fondo

petrolio_trivelle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Penso sia lecito dire che il socio di minoranza – per quanto riguarda visibilità e potenza comunicativa – si sta conquistando il favore di chi conta e perfino della stampa fino ad oggi ostile, tanto che si è pensato che il consenso popolare dipendesse anche dall’evidente avversione di establishment e informazione, insomma delle cerchie di potere che alcuni dei suoi esponenti, che grazie a questa efficace definizione hanno fatto fortuna, hanno chiamato caste.

Il fatto è che i 5stelle con tutti i Si che stanno pronunciando non solo dimostrano continuità con il passato, cui dovrebbero grata riconoscenza perché ha sparso il concime per far crescere il loro successo, fotocopiando scrupolosamente misure e atteggiamenti dei governi che li hanno preceduti e che ora si chiamano fuori come se l’assoggettamento ai diktat dell’impero dipendesse da una mutazione perversa e aberrante della democrazia che ha permesso a degli sciagurati incompetenti di amministrare il Paese, dando spazio al poliziotto cattivo che aiuta ad assolvere cattive coscienze e sensi di colpa coloniali ma contestandolo nella divisa di quello buono o con la fascia di sindaco, confermando nei fatti con l’impossibilità di spezzare le catene e perfino di immaginare qualcosa d’altro da quello che viene imposto sotto ricatto, di essere approdati al porto sicuro della realpolitik.  E cominciano a piacere anche alla stampa quando sembrano bersi tutte le menzogne e omissioni che l’informazione mainstream produce e diffonde.

A cominciare dai dati sull’esodo e sulle invasioni, che soffrono di una sconcertante intermittenza più adatta alle lucette di Natale: e quando sono milioni e quando sono migliaia, e quando vogliono arrivare e stare o transitare verso terre più sicure, e quando fuggono dalle guerre e quando invece sono posseduti dal demone, che loro non spetterebbe, del consumismo. Per non dire di quelli sull’occupazione e sulle nuove e antiche povertà, tema questo vergognose che ci mette in cattiva luce sul palcoscenico internazionale, tanto che è preferibile consolidare la cattiva fama di popolaccio pigro, indolente e parassitario in attesa di mance e redditi assistenziali.

Ma uno dei contesti nei quali la fantasia di chi scrive sotto dettatura è più sbrigliata e è quello delle grandi opere, degli interventi che insistono su un territorio malato di tutte le patologie possibili frutto di trascuratezza e speculazione. Quasi ogni giorno i quotidiani ci somministrano le rilevazioni catastrofiste e rovinologiche di quanto pagheremmo noi cittadini, le imprese, le amministrazioni pubbliche se avesse il sopravvento un malinteso ambientalismo regressivo e uno scellerato luddismo, messo a fare da ostacolo propagandistico alla libera iniziativa, allo sviluppo e alla competitività internazionale.

E quelli ci credono, quando, se c’è un dato sicuro, è che non ci sono dati, che le cifre e le proiezioni non sono taroccate, semplicemente sono messe là a casaccio, perché non abbiamo mai saputo quanto costano davvero la Tav, il Mose, il gasdotto, meno che mai il Ponte sullo Stretto, in modo da non farci sapere quanto paghiamo noi e quanto ci guadagnano le cordate che dovrebbero contribuire invece grazie a demiurgico sistema del general contract, perché non abbiamo mai saputo e non sapremo mai quale sia il rapporto costi/benefici, perché non abbiamo quindi mai saputo né sapremo mai quanto davvero peserebbe sul bilancio dello Stato e nelle nostre tasche interrompere le più sciagurate dei quelle iniziative a fronte di benefici inesplorati e mai davvero ravvisati, come quando, casualmente e in regime di semiclandestinità qualcuno ha avuto modo e ardire di leggere e rendere noto un samizdat, il documento  di “Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia – Fase 1 – 2030”   prodotto dall’Osservatorio Torino – Lione  su incarico e  trasmesso alla Presidenza del Consiglio, Gentiloni vigente, che recita tra l’altro come non ci sia dubbio “che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti” che l’opera sarebbe stata giustificata da aumenti spropositati di traffico che non si sono affatto verificati e che non potranno comunque verificarsi, che per questo il partner interessato si è tirato indietro. E che altrettanto dovremmo fare noi.

Macché. Proprio mentre il Vice presidente e titolare del Mise in visita pastorale in Basilicata dichiarava che il futuro energetico del Paese dovrà essere “rinnovabile”, ecco che da un altro Bollettino poco diffuso, chissà perché, quello  ufficiale degli idrocarburi (Buig), pubblicato a fine 2018, si apprende che con decreto del 7 dicembre scorso, il ministero dello Sviluppo economico, ha infatti conferito tre permessi, della durata di sei anni, alla società Global Med, a trivellare i fondali di Basilicata, Calabria e Puglia con la tecnica dell’air gun   in un area complessiva di 2.200 chilometri quadrati.  Sempre dalla stessa fonte si viene aggiornati sulla concessione di coltivazione denominata Bagnacavallo alla Aleanna Italia Srl, accordata per la durata di vent’anni e situata nel territorio della provincia di Ravenna che prevede la realizzazione e la messa in produzione di cinque pozzi, due esistenti e tre nuovi. Ed anche della proroga conferita per altri 15 anni alla Società Padana Energia Spa sempre in provincia di Ravenna per la coltivazione «San Potito» che metterà in produzione cinque pozzi, suddivisi in tre aree. Ma non basta, viene accordato il permesso  per l’esecuzione di studi geologici e geochimici, il rilievo sismico per circa 20 chilometri e quello  magnotellurico,  oltre che per perforazioni ed esplorazioni, della profondità di circa 7mila metri nella località «Masseria La Rocca», nel  territorio di Brindisi di Montagna, in provincia di Potenza.

A leggere l’elenco salta agli occhi che non si tratta dell’ennesima doverosa conferma di quanto già stabilito, sopportata obtorto collo: dai Bollettini ufficiali degli idrocarburi pubblicati in questi otto mesi non c’è un solo atto di rigetto delle richieste, formalità della quale è necessario dare pubblica informazione. Ciò significa che tacitamente le istanze sono state accolte senza opposizione e i permessi rinnovati, responsabilità che, in dichiarazioni di questi giorni, verrebbero attribuite alle burocrazie ministeriali, tanto che Di Maio si è detto contento che si sia formato un fronte di oppositori pronti a rivolgersi al Tar, con la speranza che sia il tribunale a togliergli le castagne dal fuoco permettendogli di mettere in scena una pantomima che ha avuto centinaia di repliche nel passato: politico contro cavilloso apparatchik 1 a 0. E comunque soluzioni giuridiche e amministrative per introdurre moratorie e per sospendere il regime vigente sono state indicate, cominciando dall’ abrogazione dell’art. 38 della empia legge Sblocca Italia, voluta da Renzi, che consente di unificare l’autorizzazione di ricerca con la concessione ad estrarre idrocarburi,  individuando liberatorie che non comportino oneri eccessivi  e pesanti sanzioni, comunque meno gravose dei costi sociali oltre che economici di interventi dannosi per l’ambiente e il bilancio dello Stato.

Ma ci vorrebbero la volontà e una capacità e iniziativa decisionale che non fanno parte più dell’attrezzatura del politico retrocesso a inserviente zelante che dice si al Terzo Valico, alle Grandi Navi, al tunnel del Brennero, alla Tap e alle Triv. Dando ragione ai giornaloni che si preoccupano di accreditare la imperiosa necessità di andare avanti con le grandi opere, di non fermare il grande sistema di corruzione e speculazione. Senza quelle, lo scrive il Corriere con tanto di schemi e diagrammi, le grandi imprese del Paese, quelle che si sono costitute in cordate mangiasoldi pubblici, i cui manager entrano – e escono subito-  dalle porte girevoli dei tribunali,   che hanno ricevuto e ricevono assistenza e prebende di Stato che investono in  “giochi di società” nella grande roulette finanziaria,  sono destinate a fallire. Confermando che la ragion d’essere di interventi megalomani è lo sviluppo, si, ma non del Paese, bensì di una cricca di aziende. Senza quelle migliaia di lavoratori se ne andranno a casa. Confermando che le sole prospettive occupazionali  sono quelle del lavoro manuale e precario, che dura quanto dura tirar su un grattacielo, perforare un fondale e che non è ipotizzabile trasformarlo in attività di difesa, salvaguardia e risanamento del territorio, ricostruzione e costruzioni antisismiche, sulla quale indirizzare quegli investimenti del Fondi Strutturali, del Fondo di Sviluppo e Coesione,  del Fondo investimenti e Sviluppo infrastrutturale cui contribuiamo e che sono stati ridotti a arma di intimidazione e estorsione.

Ogni tanto dovremmo chiederci cosa succederebbe a dire di no ai padroni, in fondo ci sono stati tempi nei quali è successo che dimostrano che ne valeva la pena.


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