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Misto mafia, con contorno di Olimpiadi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dichiarazione del sindaco Sala: “… Milano è stata una città industriale, poi ha attraversato la lunga fase della finanza, adesso la sua forza è il modello misto: penso all’espansione del food….”.  A leggere delle inchieste in corso ha proprio ragione, se tra le traduzioni del termine annoveriamo anche il vernacolare “magna magna”: le infiltrazioni criminali nella gestione della Fiera sono miste anche quelle, combinando organizzazioni mafiose più o meno tradizionali e occupazione tradizionalissima della corruzione, malaffare e associazionismo del delinquere.

Ci hanno costretti a rinunciare alla sovranità popolare, resta il monopolio elitario dell’impudenza. Nonostante scandali che tolgono dalla naftalina il ricordo della Milano da bere, nonostante l’innegabile insuccesso di critica e di pubblico dell’Expo, nonostante il continuo affiorare di manchevolezze, complicità, elusioni e rimozioni (è di questi giorni l’accertamento che società legate alle cosche mafiose e attive nel settore degli allestimenti di grandi eventi fieristici, avrebbero anche ottenuto lavori per la costruzione di alcuni padiglioni, tra cui Francia, Qatar, Guinea,  “Un fiume di soldi in nero dalla Lombardia diretto in Sicilia, che ha portato al  sequestro di un milione in contanti”, secondo la Boccassini, ),  Milano si ricandida sfrontatamente e a un tempo a ospitare le Olimpiadi e a  indiscussa capitale morale, come ha più volte dichiarato il premier, con l’eco dei suoi reggicoda compreso lo spaventapasseri della legalità un tanto al metro cubo. E se non si vanta di essere  sede simbolica del “lavoro”, è proprio perché al contrario del Made in Italiy,  del  prêt-à-porter,  del design, della fuffa comunicativa, quello non è di moda, non contribuisce al loro sviluppo, non valorizza l’immagine di città  glamour, fashion, cool, chic, trendy.

E infatti ci casca subito il primo cittadino, così dinamico e affaccendato da dimenticare nelle dichiarazioni dei redditi le ville in Engadina e nel bilancio del grande evento gli abissali passivi della cartapesta, delle visite coatte tramite ticket omaggio, delle aree dismesse e abbandonate nelle quali minaccia di avviare costosissime iniziative acchiappacitrulli.

E infatti pensa all’egemonia economica e sociale  all’ombra della Madunina grazie a prodigiosi “motori”, per usare il loro gergo, il food appunto che “che nella mia testa vale quanto il design e la moda, penso agli alberghi che continuano a essere costruiti. Servono scelte coraggiose, il sindaco deve aiutare chi ha fiducia nella città ed investe”, promettendo un futuro di città-vetrina commerciale, dove viene alienato patrimonio pubblico e abitativo perché si converta  in uffici, alberghi, residence, banche, multinazionali, favorendo l’espulsione dei cittadini del ceto meno bright, meno happy, risospinti verso periferie un tempo dedicate a accogliere i terroni e ora i nostri terzi mondi interni, o verso i nefandi insediamenti berlusconiani, quelli che sono destinati a sciogliersi al caldo delle lampade come il cerone del loro patron.

In barba alle cattive notizie sul fronte giudiziario, Milano dunque si prepara: dopo la rinuncia codarda  di Roma si offre di ospitare la sessione 2019 del Cio e si candida alle  Olimpiadi del 2028 e alla possibilità di organizzarle in modo diffuso nelle varie città della Regione, con Milano a fare da sede principale. E se non venisse accolta, tanto meglio: si sa che il business è garantito, si dischiude alle istanze della macchina formidabile delle promesse, delle mostrine da esibire in agre e appalti di opere grandi e piccole, della pubblicità commerciale, ma soprattutto degli studi di progettazione delle cordate di costruttori e immobiliaristi che macinano proposte un tanto a tonnellata, esimendosi prudentemente da preventivi e calcoli di spesa, da valutazioni di impatto, insomma da quelle moleste procedure care a disfattisti e parrucconi.

Eppure sarebbe ora che venisse integrata nel bilancio morale di una città non solo la sia pur necessaria voce relativa all’osservanza delle regole e delle leggi, ma anche il rispetto del buonsenso, della responsabilità che impone di stabilire e rispettare priorità, di appagare bisogni e istanze dei cittadini, di salvaguardare l’interesse collettivo anteponendolo a quello di “chi investe” per il tornaconto delle rendite, del profitto, della speculazione.

A segnare l’esautoramento della simbolica attribuzione di primato etico alla città di Milano per adeguarla alla più pragmatica ideologia del Fare che ispira l’azione di governo, libera dai lacci e laccioli che ostacolano progresso e iniziativa privata, confermata dalla notiziam data dal Mef, del calo degli investimenti die comuni in opere e lavori pubblici  -6,7% nei primi nove mesi del 2016,  c’è anche la modifica proposta dal Ministero dell’Economia del decreto legislativo n. 231/2001, esonerando  gli enti pubblici dall’obbligo di comunicare le operazioni sospette connesse al riciclaggio,  alla corruzione, all’evasione fiscale e al terrorismo.

La legislazione vigente stabiliva infatti che ogni pubblica amministrazione fosse tenuta a individuare un soggetto “gestore” delle segnalazioni antiriciclaggio (che può coincidere con il responsabile anticorruzione),   garantendo la segretezza delle segnalazioni, definendo le procedure interne, formando i propri dipendenti e rafforzando così  il potere dell’unità di informazione finanziaria,  l’UIF, per   tracciare le transazioni di denaro delle reti del crimine organizzato, quello mafioso e quello apparentemente legale, e accrescere la facoltà di “congelare” e confiscare i beni frutto dell’illecito.

Un solo Comune aveva risposto all’appello, Milano appunto che. con esiti magari non brillantissimi, aveva istituito un organismo, incaricato di effettuare un monitoraggio e la segnalazione di operazioni sospette. Anche se il sindaco del nuovo corso è stato un esperto di camouflage, con la legittimazione dell’istituto del belletto su ritardi, sfruttamento, approssimazione del Gran Bal Excelsior, adesso non ha nemmeno bisogno di soffiare quel po’ di cipria negli occhi di chi guarda.

Vedi mai che i comuni che speculano in derivati e fondi tossici, che scendono a patti con imprenditori in odor di mafia, che tirano su piramidi alla faccia di sfrattati, che affossano l’assistenza pubblica per premiare quella privata, si debbano autodenunciare.

 

 

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