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Gli scheletri nell’Armani

Giorgio_AAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma davvero avete creduto che in virtù  dell’emergenza sanitaria sareste stati esentati dalla quotidiana somministrazione di menzogne e baggianate? Ieri ne circolava una in forma di buona novella:   pare che ci siano possibilità concrete che si inneschi un processo di liberazione della donna e che il suo profeta sia Giorgio Armani.

Lo stilista, celebrato per la sua eleganza sobria e refrattaria a certe esuberanze ordinarie e pacchiane, si è infatti espresso al termine della  sfilata dei suoi modelli della collezione Emporio, con un anatema indirizzato alla corporazione cui appartiene in qualità di monarca indiscusso e con una amara autocritica. “Le donne, ha dichiarato,  continuano ad essere stuprate dagli stilisti e mi ci metto anche io. .. la signora che vede un manifesto con seni e sedere fuori su di una pubblicità gigantesca, pensa “anche io voglio mostrarmi così”….  Questo significa violentare le donne ad essere quello che non vogliono o che non gli si addice”.

La moda e il fashion si sarebbero macchiati insomma di un abuso reiterato, né più né meno di uno stupro, imponendo alle donne di adeguarsi ai trend resi obbligatori dal mercato cool e rischiando il “ridicolo”, mentre “compito degli stilisti”, continua l’invettiva del creativo cui si deve eterna riconoscenza  per aver inventato i coprispalla  destrutturati e quel delicato e raffinato color greige caro a donne che hanno spaccato con carriere folgoranti il soffitto di cristallo,  “dovrebbe essere quello di migliorare la donna di oggi”.

Ofelè fa el to mesté! nella sua Milano direbbero così di uno che depone forbici e spilli per impartire lezioni di varia umanità.  Invece tocca leggere garrule e fervide  voci femminili  esprimere il loro ammirato consenso, che meriterebbe uno sconto in boutique come si favoleggia succeda da sempre alle croniste della moda, combinando il plauso per lo ieratico sacerdote del look con l’approvazione per le originali denunce del guru emancipazionista.

Mi pareva si sottraesse al servo encomio  un articolo sul Fatto che concludeva “grazie anche per averci insegnato cos’è la classe”. A una prima lettura affrettata mi sono detta, ma vedi che   forse qualche opinionista ha  avuto un ravvedimento e si è ricordata che se la liberazione della donna non può avvenire meccanicamente con la sostituzione nei posti chiave, sfilate comprese,  di femmine al posto dei maschi,  meno che mai può essere raggiunta senza riscatto della classe sfruttata.

Macché, mi era sbagliata, la maitresse à penser  rivolge un estatico ringraziamento per l’assist   all’autorevole “Re Giorgio (l’ultima e unica icona di eleganza, sinonimo di buon gusto, la bandiera più raffinata del made in Italy), perché, scrive,  “con queste affermazioni “rivoluzionarie” sul corpo femminile, ci sono possibilità che si inneschi un processo di liberazione della donna. Che forse, per essere autenticamente efficace, può iniziare solo nel mondo della moda dove l’aspetto esteriore è molto (anche se non tutto). ….Perciò ringraziamo Giorgio Armani, per la sua intelligenza e per la forza con cui ha comunicato questo messaggio”.

Per usare una delle formule più abusate nei social, è tutto un guardare il dito invece della luna, legittimando così tutta la possibile paccottiglia e il repertorio di scemenze messe sul mercato delle opinioni un tanto al metro.

Perché è vero che l’ideologia imperante ha dettato i canoni di una somatica di regime che vuole il popolo eternamente giovane, tonico, dinamico, scattante soprattutto sull’attenti! di maschi ambiziosi ma sottomessi all’imperativo  di  conquistare l’approvazione di chi sta più su e  femmine  investite dell’eterno ruolo della seduzione, dell’incarico di piacere che poi si sa tira più di un carro di buoi.

Ma è altrettanto vero che esiste anche una estetica di censo e padronale, che vuole i suoi appartenenti magri, discreti, anodini, asettici e quasi asessuati, quelli che possono permettersi di vestire Armani. Perché nessun seno prosperoso e populista potrebbe costringersi nella sue giacche e nessun sedere sovranista troverebbe spazio acconcio nelle sue gonne pareo, come dimostrano i divini stitici e i protervi schifiltosi che affacciati dagli spot e dai telefilm di Netflix guardano con riprovazione l’affannarsi dei sensi e deplorano i criteri  grossolani e triviali, adottati dalla marmaglia dei consumatori di affetti e passioni a poco prezzo, per selezionare gli oggetti del desiderio amoroso, che si sa loro invece si incontrano in ambienti esclusivi, nelle torri di cristallo di banche e multinazionali, negli atelier di creativi, Pr, artisti minimalisti, nei resort uguali a tutte le latitudini e le pratiche di avvicinamento sono regolate negli studi legali.

E infatti non c’è da credere a quelli che raccontano che la moda nasce dalla strada, che gli stilisti fanno scouting di idee copiando le invenzioni delle ragazze che vedono camminare a Napoli, Bangkok, Seattle, o che, come racconta qualche professore innamorato di fermenti coltivati in vitro per farli circolare in appoggio all’establishment, la cultura e la creatività che una volta avevano un moto discendente adesso salgono generosamente e liberamente dalle piazze, dalle vie delle città e minacciano gli stereotipi del pensiero, delle correnti e delle convenzioni mainstream.

È sempre il mercato al servizio del sistema a decidere che divisa dobbiamo indossare. Tanto che incarica i suoi persuasori anche di indicarci le forme delle scarse ribellioni che ci sono concesse, emanciparsi sdoganando i capelli bianchi o la calvizie come segni del riscatto, disubbidendo alle imposizioni formali e superficiali del “patriarcato” accettando quelle del sistema totalitario economico e finanziario che per reprimere, sfruttare, condizionare donne e uomini, usa tradizioni e imperativi sociali e culturali mettendo o togliendo arbitrariamente per darci l’impressione di aver conquistato spazi di libertà e diritti aggiuntivi, mentre ci espropriavano di quelli primari e fondamentali che abbiamo creduto inalienabili.

Non se ne può proprio più del bon ton, dell’eleganza, dello stile che dovrebbero contrastare la violenza di pochi contro tanti, quando c’è una violenza di uno, il sistema di sfruttamento, accumulazione, dissipazione delle risorse, privazione di diritti, uno contro tutti, che trasforma forza lavoro, talento, vocazioni, desideri, aspirazioni, conoscenza, ordine sociale, cura, relazioni, corpi, benvestiti o malvestiti,  in merce.


Pesce d’aprile o pesce in barile

fis Anna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se sono solo di frutto di fantasia le voci di corridoio che sussurrano come dopo il pistolotto di Rula Jebreal a Sanremo si starebbe negoziando una comparsata del fondatore della sardine, Santori.

Diciamo la verità, la sua presenza avrebbe un’autorevolezza superiore perfino a quella della giornalista che pure annovera nel suo passato una relazione d’amore con l’ex Pink Floyd Roger Waters, per via della competenza musicale che l’idolatrato piccolo imperatore delle piazze ha maturata nell’organizzazione del concerto di sostegno alla campagna elettorale del Pd in Emilia, al quale parteciperanno, come lui stesso ha trionfalmente annunciato,  i Subsonica, gli Afterhours e altri, che ci auguriamo non saranno costretti a intonare l’inno del movimento: “6000 (siamo una voce)” che recita “In questi giorni di politici né carne né pesce tutti cambiano partiti come cambiano scarpe. Papà Mameli ci voleva desti, un po’ in ritardo, ma adesso siamo svegli! Siamo Sardine e siamo tante. Siamo formiche col passo d’elefante. Siamo l’Italia che si sta svegliando. Guarda le piazze: stiamo arrivando!”.

Ma intanto, sempre a proposito di colonne sonore,  il simpatico giovanotto ci ha tenuto a sottolineare che le sardine avevano già scelto la loro canzone guida: “Come è profondo il mare” di Dalla, ma che poi la piazza invece li ha superati a sinistra cantando Bella ciao.  E i capi, senza il timore di essere tacciati di populismo pop, l’avrebbero assecondata benevolmente: perché, è sempre Santori, un fan degli ossimori,  a fare outing: “Io sono un “moderato di sinistra” ma le Sardine no, nel momento in cui raccogliamo consenso trasversale. La componente più forte del movimento è progressista, ma non lo possiamo definire ufficialmente di sinistra“.

E’ stata una benigna concessione, quella che ha permesso alle piazze di cantare Bella Ciao, ma, ha ribadito più volte,  il movimento “spontaneo” ha  bisogno invece per crescere di disciplina, di autorità riconosciuta  nelle figure che ne incarnano la leadership autonominatasi, e che, sono le sue parole, “prima di insegnare bisogna fare silenzio”, ma non il suo,  se invece reclama l’imposizione di regole, quelle che devono servire all’affermazione della buona politica – come un Veltroni qualsiasi –  quella  con la P maiuscola che consiste nel “delegare qualcuno che è competente e affronta temi complessi”. Insomma  quella  della rivoluzione pacifica e educata che ha come primo obiettivo, propagandato anche in musica con le bande del 19 gennaio, una settimana prima del voto,  battere la candidata leghista in lizza in Emilia Romagna  sullo stesso terreno, quello del federalismo che Bonaccini chiama   pudicamente necessaria autonomia mentre la Bergonzoni lo rivendica sgangheratamente come riscatto secessionista, ma che poi è proprio la stessa cosa  tenersi parte degli introiti fiscali, favorire il passaggio dei servizi ai privati, penalizzare le regioni “fardello” del Sud chiudendo gli occhi indulgenti sulle proprie evasioni locali, consolidare le suole “paritarie” e le università come propedeutiche al lavoro flessibile, impoverendole della loro funzione formativa e pedagogica.

E che guarda con trepida attesa all’altra rivoluzione pacifica, quella del Pd di Zingaretti, l’unico partito che “ha dato retta alle sardine”, come si può osservare dalla determinazione messa nel cancellare le infami misure del nemico n.1.

Se invece poi non ci avesse  pensato, ci sarebbe da suggerire alla Rai di aggiudicarsi la presenza di un così prestigioso influencer, a dimostrazione che, contro quello che in troppi abbiamo affermato alla sua irruzione sulla scena della politica spettacolo, che cioè incarnasse un vuoto di idee, pensieri, valori,  si tratta invece  dell’elemento di coagulo, nelle piazze benpensanti, dei principi del politicamente corretto che ha coperto il massacro sociale al servizio delle oligarchie dominanti.

Tanto è vero che la loro citazione di quella desiderabile nonviolenza, che andrebbe inserita come ingrediente primario nelle ricette del confronto politico,  inteso come negoziato e contrattazione tra i bisogni della classe meno disagiata  che vive qualche rimasuglio di benessere  e i poteri, reclama la fine dell’unico conflitto che fa paura, quello di classe.

Sarebbe un  palcoscenico appropriato il festival canoro, per quel “pieno” moderatamente di sinistra di quei ragazzi dell’età di Giorgiana Masi, di Walter Rossi, oggi vezzeggiati da quelli che hanno preferito dimenticare chi sono stati o che forse non sono mai stati come dicevano di essere, quel “pieno” di chi accomuna nella repulsione per Salvini largamente condivisibile, il disprezzo per chi sta sotto e che non condivide la loro adesione entusiastica alla visione (che unisce Lega, Pd, Forza Italia, Meloni)  neoliberista, mercatista e privatizzatrice, che corre festosa nel ventre europeo sulle rotaie dell’alta velocità, dentro ai tunnel cadenti d’Italia, sui motorini dei pony di Foodora e JustEat, dentro al cosmopolitismo del turismo, dell’Erasmus, e della cucina fusion che offre opportunità i reduci dai master acchiappacitrulli come lavapiatti a Londra o “volontari” all’Expo o a Eataly trasmessa per via dinastica.

Chissà se qualcuno in quelle  piazze si è accorto che era uno scherzo, un pesce d’aprile o un pesce in barile, quando nessuno ha chiamato a raccolta per quell’effetto del succedersi di decreti sicurezza che si chiama “Dosio in carcere” per il reato di opposizione, o contro i crimini della potenza militare che ha colonizzato anche il loro immaginario, pure quelli ampiamente deplorati e messi al bando dalla Carta costituzionale.

Eppure la loro pretesa di innocenza che per opinionisti innamorati rappresenta la loro cifra, la non “compromissione”  cioè “di chi non porta le (tante) colpe di chi in questo ventennio ha assunto ruoli e funzioni politiche”, non li esonera certo dalla responsabilità per il presente e il futuro.

Sono quelle le  responsabilità che sentono invece tanti  che senza tribune, interviste, presenze televisive,  che non hanno i mezzi potenti e gli appoggi necessari a organizzare concertoni che hanno il loro discutibile precedente nelle celebrazioni del Primo Maggio alla memoria dei valori e delle conquiste del lavoro, magari ecumenicamente insieme a Confindustria, rave, adunate, ma che lavorano invece con la controinformazione per far circolare la volontà dei cittadini a partecipare ai processi decisionali che interessano i loro territori, quelli che si battono contro la Tav, le trivelle, le militarizzazioni di intere aree delle loro regioni, per il diritto alla casa, perché Sigonella e Aviano non siano le servitù che dobbiamo a quello che ancora vorrebbe essere il padrone e il guardiano del mondo, alle organizzazioni di terremotati e volontari che da tre anni vivono la vergogna infamante del dopo sisma, di quelli che hanno capito che il razzismo – quello contro gli stranieri e contro il terzo mondo interno – è una declinazione del totalitarismo, come l’imperialismo, il colonialismo, la xenofobia. Che hanno capito che  non basta detronizzare uno scellerato se non si contrasta il reame e il suo sistema, anche quando assume fattezze più accettabili, ma ne applica le stesse regole, le stesse misure, stringe gli stessi patti osceni nell’inferno libico con despoti e tiranni.

Qualcuno degli entusiasti del fan club ha scritto che “è sempre più evidente che non sono più gli adulti a trasmettere ai giovani saperi, esperienze, conoscenze, competenze, aspirazioni. Ormai la cultura non è più esclusivamente discendente, dai genitori ai figli, ma è in buona parte ascendente, dai figli ai genitori”. Una teoria che assomiglia tanto alla infatuazione delle croniste “fashion victim” e dei sociologi un tanto al metro per Mary Quant, per il look di Carnaby Street, insomma per la moda che a loro dire veniva dalla strada, per le trovate ispirate agli stilisti dagli outfit della ragazze che mettevano insieme gli abiti di mamma, l’usato militare, le pellicce sintetiche e quelle delle star incantevolmente tarmate.

E infatti si parlava di moda. E   di moda si parla anche in questo caso, e la moda è una cosa seria perché muove capitali, però non smuove invece il capitalismo e non vuole nemmeno lontanamente insidiarne l’egemonia e nemmeno il prestigio, semmai aggiungerci qualcosa che lo rafforzi come l’auspicata “democrazia digitale” in sostituzione futurista di quella reale, in fondo al cassetto dei sogni.

Ma non c’è da stupirsi: «Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero» hanno rivendicato i leader nel loro manifesto così glamour, che non annovera tra i pericoli ingiustizia e iniquità, catalogati come adolescenti ancorché trentenni, in corsa verso il domani, e che amano “le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”.

E dire che per anni abbiamo pensato che era da combattere quella pretesa normalità artificiale che omologava, spingendo a una uguaglianza verso il basso: tutti più poveri salvo pochi, tutti più umiliati salvo gli eletti, tutti più servi salvo i padroni, tutti più rinunciatari senza nemmeno il desiderio e l’attesa dell’utopia.

 

 

 

 


Misto mafia, con contorno di Olimpiadi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dichiarazione del sindaco Sala: “… Milano è stata una città industriale, poi ha attraversato la lunga fase della finanza, adesso la sua forza è il modello misto: penso all’espansione del food….”.  A leggere delle inchieste in corso ha proprio ragione, se tra le traduzioni del termine annoveriamo anche il vernacolare “magna magna”: le infiltrazioni criminali nella gestione della Fiera sono miste anche quelle, combinando organizzazioni mafiose più o meno tradizionali e occupazione tradizionalissima della corruzione, malaffare e associazionismo del delinquere.

Ci hanno costretti a rinunciare alla sovranità popolare, resta il monopolio elitario dell’impudenza. Nonostante scandali che tolgono dalla naftalina il ricordo della Milano da bere, nonostante l’innegabile insuccesso di critica e di pubblico dell’Expo, nonostante il continuo affiorare di manchevolezze, complicità, elusioni e rimozioni (è di questi giorni l’accertamento che società legate alle cosche mafiose e attive nel settore degli allestimenti di grandi eventi fieristici, avrebbero anche ottenuto lavori per la costruzione di alcuni padiglioni, tra cui Francia, Qatar, Guinea,  “Un fiume di soldi in nero dalla Lombardia diretto in Sicilia, che ha portato al  sequestro di un milione in contanti”, secondo la Boccassini, ),  Milano si ricandida sfrontatamente e a un tempo a ospitare le Olimpiadi e a  indiscussa capitale morale, come ha più volte dichiarato il premier, con l’eco dei suoi reggicoda compreso lo spaventapasseri della legalità un tanto al metro cubo. E se non si vanta di essere  sede simbolica del “lavoro”, è proprio perché al contrario del Made in Italiy,  del  prêt-à-porter,  del design, della fuffa comunicativa, quello non è di moda, non contribuisce al loro sviluppo, non valorizza l’immagine di città  glamour, fashion, cool, chic, trendy.

E infatti ci casca subito il primo cittadino, così dinamico e affaccendato da dimenticare nelle dichiarazioni dei redditi le ville in Engadina e nel bilancio del grande evento gli abissali passivi della cartapesta, delle visite coatte tramite ticket omaggio, delle aree dismesse e abbandonate nelle quali minaccia di avviare costosissime iniziative acchiappacitrulli.

E infatti pensa all’egemonia economica e sociale  all’ombra della Madunina grazie a prodigiosi “motori”, per usare il loro gergo, il food appunto che “che nella mia testa vale quanto il design e la moda, penso agli alberghi che continuano a essere costruiti. Servono scelte coraggiose, il sindaco deve aiutare chi ha fiducia nella città ed investe”, promettendo un futuro di città-vetrina commerciale, dove viene alienato patrimonio pubblico e abitativo perché si converta  in uffici, alberghi, residence, banche, multinazionali, favorendo l’espulsione dei cittadini del ceto meno bright, meno happy, risospinti verso periferie un tempo dedicate a accogliere i terroni e ora i nostri terzi mondi interni, o verso i nefandi insediamenti berlusconiani, quelli che sono destinati a sciogliersi al caldo delle lampade come il cerone del loro patron.

In barba alle cattive notizie sul fronte giudiziario, Milano dunque si prepara: dopo la rinuncia codarda  di Roma si offre di ospitare la sessione 2019 del Cio e si candida alle  Olimpiadi del 2028 e alla possibilità di organizzarle in modo diffuso nelle varie città della Regione, con Milano a fare da sede principale. E se non venisse accolta, tanto meglio: si sa che il business è garantito, si dischiude alle istanze della macchina formidabile delle promesse, delle mostrine da esibire in agre e appalti di opere grandi e piccole, della pubblicità commerciale, ma soprattutto degli studi di progettazione delle cordate di costruttori e immobiliaristi che macinano proposte un tanto a tonnellata, esimendosi prudentemente da preventivi e calcoli di spesa, da valutazioni di impatto, insomma da quelle moleste procedure care a disfattisti e parrucconi.

Eppure sarebbe ora che venisse integrata nel bilancio morale di una città non solo la sia pur necessaria voce relativa all’osservanza delle regole e delle leggi, ma anche il rispetto del buonsenso, della responsabilità che impone di stabilire e rispettare priorità, di appagare bisogni e istanze dei cittadini, di salvaguardare l’interesse collettivo anteponendolo a quello di “chi investe” per il tornaconto delle rendite, del profitto, della speculazione.

A segnare l’esautoramento della simbolica attribuzione di primato etico alla città di Milano per adeguarla alla più pragmatica ideologia del Fare che ispira l’azione di governo, libera dai lacci e laccioli che ostacolano progresso e iniziativa privata, confermata dalla notiziam data dal Mef, del calo degli investimenti die comuni in opere e lavori pubblici  -6,7% nei primi nove mesi del 2016,  c’è anche la modifica proposta dal Ministero dell’Economia del decreto legislativo n. 231/2001, esonerando  gli enti pubblici dall’obbligo di comunicare le operazioni sospette connesse al riciclaggio,  alla corruzione, all’evasione fiscale e al terrorismo.

La legislazione vigente stabiliva infatti che ogni pubblica amministrazione fosse tenuta a individuare un soggetto “gestore” delle segnalazioni antiriciclaggio (che può coincidere con il responsabile anticorruzione),   garantendo la segretezza delle segnalazioni, definendo le procedure interne, formando i propri dipendenti e rafforzando così  il potere dell’unità di informazione finanziaria,  l’UIF, per   tracciare le transazioni di denaro delle reti del crimine organizzato, quello mafioso e quello apparentemente legale, e accrescere la facoltà di “congelare” e confiscare i beni frutto dell’illecito.

Un solo Comune aveva risposto all’appello, Milano appunto che. con esiti magari non brillantissimi, aveva istituito un organismo, incaricato di effettuare un monitoraggio e la segnalazione di operazioni sospette. Anche se il sindaco del nuovo corso è stato un esperto di camouflage, con la legittimazione dell’istituto del belletto su ritardi, sfruttamento, approssimazione del Gran Bal Excelsior, adesso non ha nemmeno bisogno di soffiare quel po’ di cipria negli occhi di chi guarda.

Vedi mai che i comuni che speculano in derivati e fondi tossici, che scendono a patti con imprenditori in odor di mafia, che tirano su piramidi alla faccia di sfrattati, che affossano l’assistenza pubblica per premiare quella privata, si debbano autodenunciare.

 

 


Catene del burkini e imbecilli senza veli

Burkini-561794Nelle settimane scorse ho evitato come la peste di parlare di burkini, sapendo benissimo che non sarei riuscito a contenere la rabbia e il disprezzo per lo pseudo femminismo da generone italiano che vedevo aprirsi sotto l’ombrellone delle piccole Atene da spiaggia. E poi francamente non mi andava di mettere le mani nella piaga del rincoglionimento de sinistra, pronta a portare acqua alle sacrosante ragioni della destra balneare francese e del pied noir Valls,  preda di una vacua e ambigua ignoranza sulle cui acque navigano le barchette del consenso marginale. L’idea che uno stato possa vietare la libertà di vestirsi in nome della liberazione di genere è in sé grottesca, storicamente ridicola, politicamente  miserabile.

Se si vuole liberare qualcuno gli si deve insegnare la cultura e il gusto della libertà, non si può metterlo in catene perché impari. E chi lo fa ha altrettanto da imparare dei supposti e obbligati discepoli, anzi ha così poco da dire e da insegnare, può essere così poco da esempio da dover intervenire per divieti e per castighi. E non ci vuole molto per capire che dietro le alate considerazioni si nasconde solo una xenofobia e un suprematismo di fondo che il bon ton esige di reprimere, ma che si scatena non appena ha l’occasione di apparire decente. Per fortuna Il Consiglio di Stato francese ha tirato la catena su tutto questo e ha stabilito che i divieti di burkini apparsi in qualche arenile dell’ Hexagone “violano gravemente, e chiaramente in modo illegale, le fondamentali libertà di andare e venire, la libertà di credo e la libertà individuale”. Magari non piacerà alle damazze che al mare non si abbronzano più, ma prendono una tintarella bianca bianca, però ahimè ci si può vestire come si vuole, non si può accettare il principio della libertà religiosa se poi se ne negano i simboli e le usanze.  O vogliamo strappare alle bambine le medagliette della prima comunione?

Quello però che in tutto questo mi aveva colpito particolarmente era la singolare idea che il mostrare invece che nascondere sia una sorta di funzione  biunivoca e di oggettivazione della liberazione femminile ed entri a pieno titolo nelle considerazioni della parità di genere: ma questo può avere una qualche apparente verosimiglianza solo per quanto riguarda i due secoli borghesi con le restaurazioni e il vittorianesimo , ma in senso generale la correlazione fra abiti femminili e subalternità agli uomini è molto debole, anzi inesistente. Il due pezzi era usato in epoca imperiale romana anche nelle terme, gambe nude e seni prosperosi non erano certo rari, anche il peso sociale ed economiche delle donne diminuiva insieme alla quantità di stoffa. Per non dire che tra la fine dei Seicento e per quasi tutto il Settecento in ogni parte d’Europa e in particolare a Venezia il seno era praticamente scoperto, mentre le gonne avevano spacchi vertiginosi: ma non è affatto che le donne fossero meno soggette. Il vizio di assolutizzare la nostra esperienza non ci fa nemmeno capire come anche le mode più coperte con le gonne lunghe e amplissime che terminavano in vitini di vespa e seni appositamente ingranditi erano semplicemente una diversa interpretazione del corpo femminile, come del resto le calzamaglie rinascimentali e seicentesche appannaggio inatteso degli uomini.

Di fatto però, questo è interessante, la differenza sostanziale tra abiti maschili e femminili a eterno disdoro dei film in costume, comincia a manifestarsi in ambito occidentale solo tra la metà del ‘200 e nel corso del ‘300  in contemporanea con la nascita del capitalismo: è da allora che per la prima volta vagisce la moda e dunque la mania di cambiare vertiginosamente fogge e colori degli abiti, sia pure con una velocità consona ai mezzi del tempo. Naturalmente tutto questo è appannaggio delle classi dominanti, ma finisce per avere il suo riflesso anche tra i ceti popolari urbanizzati: è in quel periodo infatti che rinacquero le leggi suntuarie le quali avevano avuto  il loro splendore nella Roma repubblicana investita da immense ricchezze che si voleva impedire di ostentare e contro le quali le matrone romane combatterono dure battaglie anche se più centrate sui gioielli che sugli abiti: la prima organica fu quella bolognese del 1278, voluta dal legato pontificio Latino Malebranca  che vietava gli strascichi troppo lunghi e imponeva il velo in chiesa con relative risse tra la gente e i controllori papalini. Altrove addirittura si protestava pubblicamente: il cronista veneziano Marin Sanudo narra nei suoi diari che nel 1499 alcune nobili veronesi, frustrate nel loro desiderio di nascondersi ancora di più  tra stoffe costose, fecero apporre sui muri scritte ingiuriose del tipo: “bechi fotui no vedè quelo che gavè in casa”. Ma regole e norme di vario tipo si attagliavano anche agli uomini perché sebbene in epoca medioevale e successivamente controrifomista gioielli e ricche stoffe fossero considerati dalla Chiesa sintomo di eccessivo attaccamento alla pompa terrena, in realtà miravamo come quelle di quasi 1500 anni prima a rendere meno evidenti le differenze di classe e dunque a sedare per quanto possibile le lotte e le ribellioni che erano molte e feroci, anche se a scuola non ce lo dicono.

Tutto questo non ha quasi nulla a che vedere con liberazione femminile e anzi sembra quasi in relazione con la sottomissione femminile, quasi una compensazione indiretta. C’è invece una correlazione evidente tra la gestione del vestire e il capitalismo che di certo vede di traverso gli abbigliamenti tradizionali non abbastanza dinamici per il mercato e qualche volta portatori di culture ad esso ostili. Pensare di liberare le donne musulmane semplicemente strappando il velo e mostrando quale progresso sia  smutandarsi un po’, sa di ridicolo e puzza di atelier, non ha il gusto di libertà, ma di sottomissione al mercato che è un vocabolo tutto al maschile come dimostra anche il fatto che esso è il maggior utilizzatore finale del corpo femminile. E questo passi, ma si può sopportare un imbecille fatto e finito che scrive sulla meravigliosa stampa all american boy di casa nostra: “si inizia con l’accettare il burkini e si finisce con il trangugiare la schiavitù”? Che idea grandiosa : che si stia diventando schiavi non c’è dubbio, ma che sia il burkini lo strumento che forgia le catene mi giunge nuovo.Una vera fortuna che nei giornali si aggirano intelligenze tanto acute, cuori così limpidi, che ci indicano la strada da seguire.


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