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Quei pupazzi di paglia di Firenze

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una voragine di circa duecento metri per sette di larghezza si è aperta sul Lungarno Torrigiani, tra Ponte Vecchio e Ponte alle Grazie, in pieno centro a Firenze. A provocare il cedimento sono stati due guasti ad un tubo dell’acqua: il primo avvenuto nella notte, il secondo quello che ha provocato il crollo del tratto di Lungarno, alle 6.30 di questa mattina. La rottura più grave ha causato anche l’allagamento della voragine sommergendo in parte le vetture cadute all’interno. Il Lungarno è stato chiuso al traffico e due palazzi sono stati evacuati, migliaia di famiglie sono senz’acqua ed anche le scuole della zona.

Perfino il mio pc è stanco di scrivere sotto dettatura concetti ormai confinati nelle geografie dell’ovvietà più trita: si promuovono grandi opere e non si effettua la manutenzione di territorio e patrimonio artistico e paesaggistico, si favorisce l’emergenza in modo da legittimare misure eccezionali, poteri speciali, commissariamenti extra legem, poteri straordinari, strumenti e soggetti facilmente permeabili a corruzione, interessi privati, licenze, abusi e speculazione.

E mi vien fatto di aggiungere una banalità in più: che oggi difficilmente assisteremmo ad una mobilitazione di angeli del fango, a un cordoglio universale per i mali di una città che fa parte dell’immaginario collettivo, considerata un bene universale, se siamo proprio noi a dare il cattivo esempio, se collaboriamo a trascuratezza, indifferenza, oltraggio, magari non direttamente, magari soltanto, ma non è poco,  dando consenso a barbari contemporanei, che da qualche pulpito condannano la Jihad per le sue efferate cancellazioni di bellezza e memoria, picconando in patria,  nella quotidianità e tramite riforme a leggi, istruzione, cultura, opere d’arte, espropriandoci dei beni comuni come dei diritti, che dovrebbero essere nostri e inalienabili, dati in prestito da chi verrà dopo.

Sono gli stessi che esibiscono in continua ostensione i riconoscimenti dell’Unesco, dispensati spericolatamente e a piene mani e buoni per la commercializzazione e la mercificazione ad uso di turismo anche vandalico, per lo più scappa e fuggi, consumato il tempo di un selfie, distrattamente mentre si pigiano i tasti di un cellulare, o per propagandare improbabili tonnellate di lardi di Colonnata, fagioli di Lamon, pomodori di Pachino, pistacchi di Bronte e olive di Taggia, vera rappresentazione mediatica dei più fuorvianti slogan di un ceto di ignorantoni che scoprono Pompei da presidenti del Consiglio, quando decidono che bisogna pubblicizzare all’estero Firenze tramite marchio affidato a agenzie di famigli, proprio come l’intelligence e lo spionaggio, quelli che ripetono come un mantra: il patrimonio artistico italiano è il nostro giacimento, il nostro petrolio, e sarà per quello che gli si addicono tanto le trivelle. Si, perché l’Unesco per loro è autorevole a intermittenza, credibile se aiuta il marketing del Paese, inattendibile – proprio come parrucconi, costituzionalisti, gufi, disfattisti, partigiani, sovrintendenti  tutti taroccati e misoneisti – se lancia un allarme su manchevolezze, inefficienze, incuria, incapacità di governo nazionale e locale.

Così a Firenze proprio come a Venezia, è stata stesa una prudente cortina di silenzio e di sbrigativo oblio su una lettera pervenuta da Parigi al fratellino piccolo del sindaco d’Italia, quel Nardella noto per vantare amicizie affettuose nel mondo della cultura, si, ma di impresa, che grazie a lui può usare a piacimento e per pochi quattrini chiese, palazzi, piazze, luoghi di importanza storica e artistica, sottraendoli agli inutili cittadini, contribuendo così a rafforzare quella visione di città e cittadinanza come merci, prodotti, derrate. In quella missiva senza misericordia si chiedeva contro al chiede spiegazioni al sindaco Nardella della svendita di edifici monumentali pubblici e della loro trasformazione in appartamenti; del progetto di parcheggi sotterranei nel centro storico; della prevista linea tramviaria sotto il Duomo; dello spericolato passaggio del tunnel dell’alta velocità che minaccia la fortezza cinquecentesca e l’arco dei Lorena. All’accusa di voler fare di Firenze un Luna Park, di usare la bellezza per fare cassa, di governarla come non merita nemmeno un outlet, il sindaco ha dato come tutta risposta l’emanazione di un’ordinanza per proibire “la trasformazione della città in un suk”, attribuibile alla presenza estranea e molesta di rivendite di kebab e banchetti, insomma un provvedimento che puzza, di leghismo, ben più dell’incriminata carne di montone, visti i bersagli delle ruspe, le stesse usate per abbattere per legge e riforma il carattere, l’assetto urbano, l’immagine di città d’arte.

Come? Centinaia di migliaia di metri quadri di edifici monumentali, pubblici e privati, sono messi all’incanto  (almeno 59 immobili di pregio già venduti) e  valorizzati perfino in rete e dallo stesso sindaco nelle fiere internazionali della speculazione, appoggiando le mire di società e agenzie “amiche.   Parcheggi interrati  fortemente voluti dalla giunta,  servono a potenziare    le trasformazioni in residence a cinque stelle di grandi complessi immobiliari. I residenti abbandonano la città storica, gli appartamenti sono trasformati in B&B o affittati agli studenti stranieri mentre quelli italiani  sono conferiti in periferia. Attrezzature e servizi pubblici sono allontanati dalla città storica, i presìdi sanitari chiusi, il trasporto pubblico privatizzato grazie al Vangelo secondo Matteo, è allo sbando, col centro escluso dai percorsi dei bus dirottati su corsie che ne ostacolano la traiettoria, in modo da limitarne l’accesso solo al turismo di lusso, quello delle limousine, che arriverà più copioso grazie a un aeroporto insensato, immaginato come inarrestabile motore di affari opachi.

C’è da sospettare che la prima reazione del sindaco e del suo premier sia quella di annunciare una benefica totale privatizzazione dell’azienda che eroga il servizio idrico, colpevole, per quell’inefficienza indissolubilmente legata al settore pubblico, fatta di clientelismo e familismo, aberrazioni che pare trovino un terreno favorevole in Toscana, del nuovo disastro. E allora facciamogli sentire la nostra di risposta: qualche mese fa è uscito un libro che si intitola   Urbanistica resistente nella Firenze neoliberista: per Unaltracittà 2004-2014, di Ilaria Agostini, che dà conto di alcune iniziative, appunto, di resistenza di chi non vuole che la sua città sia ridotta a un affare al servizio di appetiti rapaci e insaziabili. Facciamogli sapere che i partigiani veri oggi sono anche questi, capaci di dire di No.

 

 

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